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LAVORO
Business e morte. Dopo 40 anni di silenzio prende il via il processo "Marlane".
27 giugno 2011


Lavoro e veleni. Affari e morte. Testimonianze che inchiodano i signori della politica locale. Silenzi mediatici che fanno venire i brividi. Nonostante ciò 40 anni di una storia aziendale torbida verranno finalmente ripercorsi nel più importante processo in materia di Lavoro, di tutto il Meridione d'Italia. Quello che squarcerà il velo del silenzio su una vicenda di business e morte, incastonata su una delle più belle coste del Sud Italia. Lo scenario è Praia a Mare e i fatti risalgono alla fine degli anni '50, quando con i fondi miliardari della Cassa per il Mezzogiorno un noto imprenditore piemontese costruì, tra la Calabria e la Basilicata, una serie di piccole imprese nel settore tessile. Tra queste il Lanificio R2 di Praia a Mare, oggi noto come Marlane. Un lungo serpente in cemento armato, che si affaccia sul mare cristallino del Tirreno Cosentino, di cui oggi resta solo il fantasma di quell'impresa considerata fiore all'occhiello del tessile meridionale. A oggi sono più di cento, tra ex operai della fabbrica, ad aver perso la vita dopo aver contratto le più svariate neoplasie. E sono più di un centinaio gli ammalati che chiedono giustizia a un sistema che di loro si è preso tutto. Tra le mura del tribunale di Paola si lavora in silenzio. Arrivare al processo è stata una lotta contro il tempo, vinta per un soffio dal team del Procuratore Bruno Giordano. Ma il rischio prescrizione è alle porte.



E proprio per scongiurarlo il deputato della Camera, Antonio Boccuzzi (Pd), ha presentato un'interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, che è stata cofirmata da Laratta, Esposito, Villecco Callipari, Codurelli, Miglioli, Madia, Gnecchi e Schirru. Nell'interrogazione si sottolineano i rischi della prescrizione e si legge "diversi rinvii, da ultimo l'udienza prevista per il 19 aprile di quest'anno, rinviata al 24 giugno, rinvio dovuto ad un difetto nella notifica, ovvero la mancanza nel fascicolo della notifica, inviati a 5 avvocati della difesa di quattro pagine; questo nuovo differimento giunge del tutto inatteso, anche alla luce di un'eventuale scadenza dei termini di prescrizione per i vari reati contestati". Intanto la prima udienza è scattata, ed è stata rinviata solo per consentire la citazione dei responsabili civili. Sembra che questo rinvio, avvenuto in un'aula gremita dai parenti delle vittime e dagli operai ammalatisi tra le mura della fabbrica, consenta ulteriori costituzioni di parti civili tra le vittime dei reati contestati all'azienda. Omicidio colposo, perché gli imputati non avrebbero fornito ai lavoratori dispositivi di protezione, e a vario titolo avrebbero omesso di vigilare sull'utilizzo degli stessi da parte dei dipendenti. Disastro ambientale, all'interno e all'esterno della fabbrica. Sono tra i capi d'imputazione che vedono alla sbarra i dodici presunti responsabili dei fatti. Ma non si è fatto cenno della ventilata proposta di cambiare il capo d'imputazione da omicidio colposo in omicidio volontario con dolo eventuale, sbandierata mediaticamente dall'avvocato Conte che ha rievocato la sentenza della Thiessen, di Torino. Una sentenza che costituisce un precedente importante, in materia lavoristica. Del cambio di capo d'imputazione, però, nei fatti concreti, non si è discusso in aula, perché si è ancora discusso di alcuni difetti di notifica. La proposta, del resto, era già stata avanzata nella fase preliminare del processo, negli atti di altri avvocati di parte civile, tra cui Natalia Branda, che oggi difende più di 50 tra operai ammalati e familiari degli operai deceduti. Desta dunque perplessità la frantumazione con cui si muove la difesa delle parti civili del processo Marlane. Atteggiamento che urta contro un pool difensivo degli imputati, solido. Simbiotico. Ma solo il 7 e il 14 ottobre potremo constatare realmente quali saranno le strategie della difesa. In quei giorni il processo dovrebbe prendere il via definitivamente.



Carlo Lomonaco, sindaco di Praia a Mare e imputato nel processo "Marlane"

A Praia ci si imbatte quasi sempre in qualcuno che con la Marlane ha avuto a che fare. Ex operai ammalati. Familiari di operai deceduti. Ex dirigenti, stretti nei loro abiti eleganti, che percorrono il corso principale in bicicletta. Le loro mogli, che passeggiano nei loro tailleur griffati. Le vedove degli operai, strette nella loro silenziosa dignità. Parlare della Marlane, a Praia, significa scontrarsi con l'indifferenza di chi dentro non ha mai messo piede. O con la paura di chi non vuole compromettersi. Perché ancora oggi la storia della Marlane, che ha chiuso i battenti nel 2004, governa le sorti dell'intera città. Il suo attuale sindaco, Carlo Lomonaco, è uno dei 12 imputati del processo "Marlane". L'attuale sindaco è stato, infatti, responsabile del reparto tintoria della fabbrica per un periodo di tempo in cui, secondo l'accusa, era già in atto l'omissione di cautele sul lavoro. La tintoria, del resto, era il reparto killer della Marlane, da cui si sprigionavano i fumi velenosi che intossicavano gli operai della fabbrica. Ci rechiamo, dunque, a Praia a Mare per intervistare il sindaco su quelli che sono i rischi di contaminazione del territorio, perché intorno alla fabbrica dismessa i prelievi della procura di Paola hanno individuato la presenza di Cromo Esavalente e metalli pesanti, in grossa quantità. Non riusciamo a ottenere un incontro. Il sindaco si scaglia verbalmente su di noi e ci preclude qualsiasi intervista. Eppure il Comune di Praia a Mare si è costituito parte civile nel processo, anche se all'atto della votazione sembra che il sindaco fosse assente. Sono tante le contraddizioni che girano intorno ai fatti della Marlane di Praia a Mare. E troppo poco il tempo che separa le sorti del processo dalla prescrizione dei capi d'imputazione. Ora si tratta di lottare contro il tempo, fare chiarezza e rendere giustizia a un'intera collettività.

Giulia Zanfino - Mezzoeuro
POLITICA
IL RIORDINO DEL CONSORZIO DI BONIFICA DEL COSENTINO: TRIBUTI ASTRONOMICI E CARENZA DI SERVIZI
23 giugno 2011


"Le tasse sono una cosa bellissima", diceva l’allora ministro Tommaso Padoa-Schioppa, nel 2007, comodamente seduto nel salotto televisivo di Lucia Annunziata. Ma probabilmente non si era imbattuto nel clamoroso paradosso, tutto calabrese, dei tributi consortili del Cosentino. Zero servizi uguale pagamento del tributo è l'equazione che connota alcune di queste tasse. Anche chi non riceve benefici, quindi, è tenuto a pagare, solo perché il proprio terreno è stato ricompreso nel territorio del Consorzio, i cui limiti sono stati ritoccati nel 2006 dalla Regione Calabria, comprendendovi vaste zone montane. E la formula del Consorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino, ex consorzio Sibari Crati, noto "carrozzone" regionale commissariato per decenni e posto in liquidazione con 36 milioni di euro di passivo, ha fatto saltare giù dalla sedia molti bisignanesi. Per spiegare questa curiosa trovata calabrese basta fare un salto nel passato. Galeotta fu la legge regionale 11/03, che consente di calcolare il tributo consortile in base a due criteri che si prestano a interpretazioni ambigue: 1) per le spese afferenti il conseguimento dei fini istituzionali del consorzio, indipendentemente dal beneficio fondiario; 2) per le spese riferibili all’esercizio, manutenzione ed esecuzione di opere di bonifica, sulla base del beneficio che ne ricavano i terreni. Una legge la cui applicazione si è rivelata stridente con quanto disposto dalla disciplina generale prevista dall'articolo 860 c.c. e dal Regio Decreto 215/1933, che sanciscono il principio secondo cui i contributi consortili vanno pagati in ragione del beneficio che i terreni traggono dalle opere a dagli interventi di bonifica. Principio a cui si è uniformata la Corte di Cassazione e le Commissioni Tributarie nel decidere i ricorsi avverso i contributi consortili. Resta il fatto che, per far fronte ai 36 milioni di euro di debiti contratti dal vecchio Consorzio Sibari-Crati, la Regione Calabria ha concesso al Commissario liquidatore di accendere un mutuo della stessa cifra e si è accollata metà debito. 







E dopo la nascita del Consorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino il sistema dei tributi ha cambiato registro. I più colpiti sono i piccoli proprietari che usufruiscono di impianti di irrigazione, coloro che possiedono da 1 a 3333 mq di terreno: essi pagano indistintamente, in media 90-100 euro. Da 3333 sino a 5000 mq la tassa aumenta di solo 10 euro. Oltre 10000 mq vengono aggiunti 10 euro per ogni 1000 mq, ed è prevista una riduzione per chi è imprenditore o produttore agricolo. Così, gente che cerca di sostenere il reddito familiare con il lavoro agricolo, si è ritrovata nella cassetta della posta un tributo regionale che viene ritenuto ingiusto. A chi pagava già in passato, perché usufruiva dei servizi dell'ente, è toccata una maggiorazione astronomica della tassa. A chi non pagava, perché di fatto non ricava alcun beneficio da opere di bonifica, è arrivato, invece, il prima avviso di pagamento e le tariffe in questo caso sono diverse. Per gran parte dei cittadini colpiti molte sono le zone d'ombra di questo tributo. Troppe. Il dato che salta subito agli occhi è che paga di più, paradossalmente, per quanto riguarda l’irrigazione, il piccolo proprietario terriero, e non vengono esentati da tasse i proprietari di terreni inutilizzati che non ricevono alcun beneficio da interventi di bonifica. Un paradosso da moltissimi vissuto come un’ingiustizia, ma che potrebbe ricondursi a un errore di distrazione dei nostri amministratori regionali. Certo è che urge fare chiarezza. Perché le tasse si pagano anche in ragione dell'irrigazione e dei benefici ricevuti. E la logica vuole che più un terreno sia vasto, più sia probabile che il suo proprietario sprechi risorse idriche per irrorarlo. Tutto ciò ha un costo, che dovrebbe rientrare, appunto, nei tributi consortili da pagare. Invece, i terreni più vasti, pagano tra le 10 e le 30 euro in più, sulla bolletta, di chi ha un piccolo fazzoletto di terra. Il tariffario, del resto, non mente. E quando alcuni bisignanesi lo hanno letto, hanno spalancato gli occhi, increduli. Bisignano ha un cospicuo territorio a vocazione agricola e qui, nel secolo scorso, furono numerose le battaglie contadine per le terre, e non meno aspra fu quella che impedì la costruzione del termovalorizzatore. E’ un territorio di mezzo. Se ci arrivi dall'entroterra silano, il respiro del panorama si dischiude lentamente. Proprio in questo luogo ricco di fascinazioni emergono in modo lampante alcuni paradossi del tributo consortile. Il luogo dove sorge il Santuario di Sant' Umile, un convento arroccato su una collina, a picco su un dirupo, danneggiato perché gravemente colpito dal dissesto idrogeologico, è stato incluso nei terreni consortili , così come lo sono state altre zone del Bisignanese, colpite dal dissesto. Tanto che lo stesso sindaco di Bisignano, Umile Bisignano, ha scritto al Direttore del Consorzio di Bonifica di Cosenza e all'assessore all'Agricoltura della Regione Calabria, Michele Trematerra, per chiedere l'esonero del pagamento della tassa di bonifica in quelle terre. Moltissimi sono i cittadini sul piede di guerra che si sono recati a chiedere spiegazioni agli sportelli del Consorzio e non mancano le discussioni in materia sui siti on-line locali. Tante sono le domande senza risposta che riguardano l’illegitttimità di corrispondere un tributo a un ente impositore che non garantisce a tutti i contribuenti un reale servizio o beneficio. E’ giusto, per esempio, pretendere il versamento di un tributo di 35 euro per ogni ettaro di terreno asciutto se dallo stesso fondo il possidente non consegue nulla ai fini del suo reddito annuale o se il terreno non viene utilizzato perché impervio e inutilizzabile? Domanda più che lecita, se si pensa che molte particelle di terreno sono state incluse nel Consorzio all'insaputa dei loro proprietari, che hanno scoperto i fatti solo dopo aver ricevuto le bollette da pagare. E spesso i proprietari si ritrovano con parte dei propri terreni ricompresi nei limiti del consorzio e parte escluse, nonostante le particelle catastali siano adiacenti e ciò a causa del criterio non molto chiaro con cui si è proceduto a riperimetrare il territorio del consorzio. Uno scenario da commedia all'italiana, più simile a una farsa che al rilancio di uno strumento che, potenzialmente, potrebbe offrire dei servizi reali alla collettività. Il tutto farcito dalla formula vincente che vede obbligato a pagare anche chi non riceve nessun servizio dall'ente. Ma chi è alla guida di questo "ex carrozzone", tirato a lucido e celebrato come un nuovo strumento utile a offrire servizi preziosi per la collettività? Presidente del neoconsorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino è Salvatore Gargiulo, già commissario ad acta di questo e commissario liquidatore del consorzio Sibari-Crati. Quindi niente di nuvo all'orizzonte. Al di là delle cifre astronomiche che i contribuenti dovranno pagare.

Di Giulia Zanfino

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