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CULTURA
Pino Aprile, autore del libro "Terroni", a proposito del federalismo
30 luglio 2010
Nonostante la cattiva qualità audio-video, dovuta a problemi tecnici, ho ritenuto necessario riportare uno scorcio di quell'onda lunga, che è il Meridionalismo, pronto a sommergere l'intero Sud Italia.


Donna Z
diritti
Acri: paese dell'accoglienza.
29 luglio 2010


La traversata del mare, rappresentata nel dipinto realizzato dai ragazzi del Rifugio di Isaac

"Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell'economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera. Il pensiero meridiano infatti è nato proprio nel Mediterraneo, sulle coste della Grecia, con l'apertura della cultura greca ai discorsi in contrasto, ai dissoi logoi". Nella seconda metà degli anni novanta Franco Cassano, con il suo libro "Il Pensiero Meridiano", tracciava un percorso per ridisegnare un'idea di Meridione, come "centro di un'identità ricca e molteplice, capace di conoscere più lingue, più religioni, più culture, secondo la più autentica vocazione mediterranea". Due anni dopo la Calabria sarebbe stata attraversata dai primi sbarchi dei migranti. Quelle centinaia di curdi che, approdati sulle spiagge di Badolato, hanno segnato la nascita di quei percorsi d'accoglienza, che in Calabria, oggi, si sono consolidati in veri e propri processi politici d'avanguardia. Consacrati da una recente legge regionale, incentrata sul modello d'accoglienza e integrazione, sul nostro territorio, dei migranti in fuga dai teatri di guerra, o per motivi umanitari. Delle strutture destinate all'accoglienza dei migranti, in Calabria, solo una accoglie i minorenni stranieri non accompagnati, che ad oggi, a causa dei tagli agli enti locali, potrebbe essere chiusa. Si tratta del centro di seconda accoglienza "Il rifugio di Isaac", che in due anni, ad Acri, ha ospitato ben ventitrè ragazzi, provenienti da Afghanistan, Nigeria, Sudan, Burkina Faso e altri luoghi, teatri di guerra e di conflitti politico-sociali. Giovani ragazzi spesso approdati in Italia dopo aver percorso "la rotta degli schiavi". Quella che un tempo i loro antenati africani attraversavano per essere deportati come fossero merce, e che oggi rappresenta un salto nel buio per chi è costretto a lasciare la sua terra. A questo viaggio si può sopravvivere, oppure no. Non ci sono regole. Ci si affida al caso e a individui che organizzano le traversate da decenni, passando dal Medioriente o dal Corno d'Africa, per arrivare alla Libia. E molto spesso si cade nella rete di trafficanti e stupratori o si finisce per approdare nei centri di tortura libici. Quello di Kufra, nella striscia di deserto che confina con l'Egitto, è uno dei peggiori. E pare sia finanziato anche dal Governo italiano. Da Kufra, ad oggi, è sempre più difficile uscire indenni, e chi ci riesce racconta di aver subito atroci torture. 


Il viaggio nel deserto

In questo feroce scenario il ruolo di chi accoglie è determinante. E il centro "Il rifugio di Isaac", di cui è titolare il Comune di Acri, ma che è gestito dalla cooperativa "Promidea", ha un onere in più: accompagnare i minorenni, in un delicato percorso di accoglienza e integrazione. Un compito difficile, che vede i due operatori, Luigi Branca e Geppino Ritacco impegnati quotidianamente innanzitutto nella gestione delle partiche di riconoscimento del diritto d'asilo o dei permessi per motivi umanitari, per garantire la permanenza nelle nostre terre, di questi giovani esuli. Un impegno, quello dell'accoglienza, sentito come proprio anche dai monaci cappuccini di Acri, che da due anni, ospitano con grande generosità il centro nella loro struttura, dando sostegno ai ragazzi e agli operatori. Tra i progetti che si sviluppano all'interno del "rifugio", per aiutare questi giovani ad intraprendere un percorso d'integrazione, vi è l'assegnazione di borse lavoro, utili ad immergersi nel mondo degli adulti, attraverso il sostegno degli operatori. Ma vi sono anche progetti che aiutano i ragazzi ad esprimere ciò che con le parole, spesso, non si può raccontare. "Partire come persona e arrivare come straniero, anzi come clandestino, in un paese diverso" sottolinea Geppino Ritacco, operatore del centro " costretto a lasciare tutto senza la certezza che ci sia una meta, che può diventare una triste illusione, quando il mito di un' Europa che accoglie s'infrange e il profugo, partito su imbarcazioni di fortuna, spesso paga con la sua stessa vita un prezzo troppo alto". Per raccontare il viaggio di questi giovani migranti, sopravvissuti alla traversata del deserto e del mare, gli operatori del centro hanno proposto lo strumento della pittura. Pennellate ocra per raccontare il deserto, tonalità azzurre per evocare le acque trasparenti del Mediterraneo, tonalità scure, espressioniste, per disegnare l'efferatezza degli scontri di Rosarno. Un progetto realizzato con la collaborazione volontaria dell'architetto Giacinto Ferraro, che ha accompagnato i ragazzi in questo percorso in parte terapeutico, da cui emerge un punto di vista molto duro sull'esodo affrontato. Perchè nel deserto diventi un "figlio di nessuno". Come lo è diventato un giovane studente, attivista politico del Burkina Faso, approdato ad Acri da un paio d'anni.


Gli scontri di Rosarno

Lo chiameremo A. Ha il volto di adolescente e gli occhi vividi. Le trecce scure sottolineano il forte legame con la sua terra. Questo giovane ragazzo, che apparteneva ai movimenti studenteschi, è stato costretto a lasciare il suo Paese per motivi politici. Militava, infatti, nel folto gruppo di studenti che chiedono sia fatta luce sulla misteriosa morte di Norbert Zongo, il giornalista, direttore del settimanale "L’independant". Un personaggio noto per il suo impegno nella causa del Burkina Faso, probabilmente per questo assassinato in circostanze ancora oggi misteriose. "Ogni anno, noi dei movimenti studenteschi, in tutto il Paese, organizziamo delle grandi manifestazioni per chiedere al Capo di Stato che sia fatta giustizia per Norbert Zongo", racconta A. "Tre anni fa ero rappresentante d'istituto, nella mia scuola. Sono stato uno dei principali organizzatori della manifestazione nella città di Quagadougou. Lì abbiamo bloccato le strade, per non far passare il traffico" continua " Eravamo decisi a farci sentire". Quella manifestazione, a cui l'intero Burkina Faso ha partecipato, è stata la causa che ha spinto la polizia sulle tracce di A. "Per questo sono dovuto fuggire via" continua il giovane. "Se la polizia mi avesse preso non sarei mai più tornato a casa". A. è dunque un partigiano contemporaneo, che si batteva per la libertà d'informazione e la verità, nella sua terra. A soli diciannove anni parla quattro lingue, ha terminato brillantemente il percorso attraverso il centro d'accoglienza di Acri e, ad oggi, lavora nel paese stesso. Come lui sono undici, dei ventitrè giovani ospitati nel centro, quelli che hanno deciso di rimanere ad Acri e qui hanno trovato lavoro. Un dato importante, nella Calabria feroce, quella di Rosarno e dello sfruttamento dei migranti. "La Calabria è Rosarno" afferma Pietro Caroleo, direttore generale della cooperativa Promidea. "Riace, come Acri, rappresenta la speranza". Caroleo è tra coloro i quali, infatti, sottolineano che c'è una grossa differenza tra il concetto di accoglienza e quello di integrazione, in una Calabria che ha raso al suolo le proprie origini, fortemente legate al mondo contadino. Radici ormai lontane, dalla Calabria e dalla provincia di Cosenza. Quella schiava dei falsi miti. Quella delle belle donne che sfilano a corso Mazzini, tra i Dalì e i De Chirico, sulle loro hogan tappezzate di strass. Quella dei mestieranti della politica, avvolti nelle loro camicie, troppo strette. O quella dei centri sociali, dei piercing, delle converse. Delle divise alternative. Uguali e diverse. In un panorama sommerso dall'ansia di conformismo, pensare all'integrazione del diverso è un azzardo. Eppure le avanguardie ci sono. Si moltiplicano. Ripopolano i centri storici abbandonati. Recuperano i mestieri dimenticati. Rieccheggiano le parole di Franco Cassano: "quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera". Intanto il centro di Acri è sospeso a metà, nell'attesa di sapere se sopravviverà, o se sarà l'ennesima vittima delle politiche di chiusura ai migranti, attuate dal Governo. " Siamo vicini a questo centro perchè è l'unico in Calabria che accoglie i minorenni" afferma Enza Papa, de "La Kasbah", associazione culturale multietnica di Cosenza " e siamo pronti ad offrire il nostro sostegno al centro, per scongiurare la sua chiusura". Per il momento, dall'amministrazione arrivano buone notizie: sembra che il pericolo "chiusura" sia stato scongiurato. Ma siamo ancora in attesa di avere certezze.

G.Z.

Mezzoeuro 10/07/201

Foto: G.Z. 

diritti
Seteco: la fabbrica dei "veleni nascosti" continua a sprigionare fumi nocivi
24 luglio 2010

(Marcellinara, il capannone Seteco che sprigiona fumi velenosi)

Catanzaro. Lunghe spirali di fumo bianco si sprigionano lungo il tetto di un imponente capannone industriale. Da più di un anno. Nel grigiore della struttura avvolta dai fumi è impresso il marchio "Seteco". Un blogger un po’ matto si è spinto al suo interno, armato di telecamera. Da allora il suo video-documento, che mostra l’agghiacciante autocombustione di una massa di rifiuti accatastati in quella struttura abbandonata, sta spopolando sul blog “emiliogrimaldi.blogspot.com”. L’autore è, infatti, il giornalista Emilio Grimaldi, che si occupa della questione da qualche mese. Così veniamo a conoscenza dei fatti e ci rechiamo sul posto, per vedere con i nostri occhi l’ennesimo scempio ambientale e umano della nostra Calabria. Il capannone che “brucia”appartiene alla Seteco srl, di proprietà di Pasquale Leone, e si trova sul territorio di Marcellinara, nell’area industriale che corre lungo la strada dei Due Mari. Poco lontano da Catanzaro. La fabbrica, fino a qualche tempo fa, produceva fertilizzanti. Ma come succede spesso nella nostra regione, pare che i proprietari abbiano violato le leggi, seppellendo i rifiuti provenienti dall’ azienda in una collinetta all’interno del perimetro aziendale. Così ecco il primo sequestro dell’azienda, nel 2006, con l'accusa appunto di reati ambientali. Da allora la Procura di Catanzaro si è attivata perché l’azienda provvedesse a mettere le cose in regola. Sembra invano. E i fumi sprigionati da mesi dal capannone ne sono una testimonianza indelebile. Inoltre, nel corso degli anni, prima della chiusura, la Seteco ha avuto vita movimentata. Scandita dal tipico balletto calabrese della chiusura e la riapertura aziendale. E i vari ricorsi dei suoi avvocati sono rimbalzati fra il Tribunale di Catanzaro, l’ASL e il Comune. Fino al sequestro definitivo. Ed ecco l’inizio del dramma. La fabbrica, ad oggi, continua a espellere fumi maleodoranti, che si spargono in un’area abitata da cittadini del posto e frequentata, perché ricca di diverse aziende, che sono appunto nell’area industriale dov’è ubicato il capannone Seteco. La sostanza acre che si sprigiona dal capannone crea un forte bruciore agli occhi e assale alla gola, se ci si avvicina più del dovuto. Eppure, sul ciglio della strada adiacente le mucche pascolano e le persone continuano a lavorare poco lontano da lì. Del resto, non possono fare altrimenti. Infatti sono tantissimi gli esposti presentati da cittadini e imprenditori. Eppure nessuno riesce a fermare quell’incendio di prodotti chimici. E nessuno sa dire perché la fabbrica continui a fumare. Tantomeno perché l’amministrazione comunale e la magistratura non siano ancora intervenute per fermare i fumi tossici. Resta il fatto che, dopo i veleni della Marlane di Praia a Mare, quelli del Fiume Oliva, le ferriti di zinco della Sibaritide, i cubilot tossici di Crotone, si consuma l’ennesimo, lampante, scempio ambientale calabrese. Quello della Calabria che continua a subire.

(Una mucca che pascola vicino al capannone Seteco)

Il PD di Marcellinara ha interrogato il sindaco Scerbo sulla questione. Nel testo si legge:“Il Circolo PD di Marcellinara con la presente chiede al Sindaco Giacomo Scerbo quali interventi fino ad oggi abbia adottato e quali intenda adottare in merito all’emergenza sanitaria ed ambientale provocata dall’emissione di fumi nocivi dai capannoni, in località Serramonda, della SETECO, azienda posta in fallimento e in fermo produttivo dal febbraio 2009. Chiediamo al primo cittadino di Marcellinara, nonché autorità sanitaria locale, quanto e cosa ancora si debba aspettare prima di porre fine al fenomeno di autocombustione dei materiali semilavorati abbandonati nei capannoni.Il disastro ambientale è sotto gli occhi di tutti così come il pericolo per la salute e l’incolumità pubblica. Chiunque percorra la “Due mari”, una volta giunto nei pressi della zona industriale di Marcellinara, da mesi assiste allo spettacolo indecoroso dei fumi maleodoranti che fuoriescono e circondano la SETECO, più simile a un set cinematografico di un film dell’orrore (immaginando cosa possa essere contenuto in quei capannoni), o un inferno dantesco. Il tutto è ormai assurto ad immagine negativa, per chiunque si trovi a ansitare nei pressi, a danno della nostra comunità e del nostro territorio più produttivo. I cittadini di Marcellinara, in particolare quelli che abitano nei pressi dell’azienda in discussione, i lavoratori e gli imprenditori danneggiati che hanno presentato numerosi esposti e denunce per le conseguenze sulla salutee sull’ambiente, aspettano da questa Amministrazione risposte e atti concreti; evidentemente non sono sufficienti ordinanze che vengono puntualmente annullate. Chiediamo al Sindaco e all’Amministrazione se e quando è stata formalizzata dalla SETECO la richiesta di autorizzazione allo smaltimento dei rifiuti organici così come dichiarato dal titolare dell’azienda e cosa è stato risposto in merito. Ci appelliamo ai Consiglieri di minoranza del gruppo "Uniti per Marcellinara" affinché si facciano portavoce delle nostre richieste in seno al Consiglio Comunale con una interrogazione ufficiale al Sindaco e alla Giunta. Attendiamo risposte, in tempi brevissimi, ai quesiti sollevati, dal momento che la stagione estiva potrebbe aggravare la situazione già ora molto pericolosa.

Il sindaco Scerbo risponde: “Abbiamo come unico interesse la salvaguardia e la tutela della salute dei cittadini e del territorio di Marcellinara,abbiamo già assunto determinazioni in merito e non stiamo certo con le mani in mano a guardare l’evolversi della situazione senza far nulla. Non doveva essere certo un volantino politico con una alquanto sommaria e frettolosa ricostruzione dei fatti a far comprendere all’Amministrazione Comunale di Marcellinara la delicata situazione che si vive nella zona di Serramonda nei pressi della Ditta Seteco srl, posta sotto sequestro dal gennaio 2010 e amministrata dalla curatela fallimentare dalla fine del mese di febbraio scorso».«Quando si parla di questioni così delicate è bene farlo con cognizione di causa e non a caso” continua il sindaco “In ogni modo gli atti adottati dall’Ente sono pubblici e quindi a disposizione della collettività che può sentirsi sollevata dall’allerta massima sul problema mantenuta dall’Amministrazione Comunale. Sono state sollecitate e continuano ad essere sollecitate quotidianamente tutte le autorità preposte, un dossier è pronto per la trasmissione al Ministero dell’Ambiente. Alle ordinanze finora emesse a carico della Seteco srl è stato solo risposto con la comunicazione di impossibilità per mancanza di sostanze economiche. Mentre una tra le ultime, già pubblicata, ordinanza sindacaleN°31/2010 con la quale si ordina il monitoraggio e l’avvio di tutti gli interventi necessari per la sicurezza antincendio all’interno dell’opificio della medesima ditta Seteco in ottemperanza anche a quanto indicato nei verbali dei Vigili del Fuoco intervenuti più volte per domare i focolai che si creano mediante autocombustione dei rifiuti solidi giacenti all’interno del capannone. Pertanto la Giunta Comunale di Marcellinara condeliberazione n.58 del 25 maggio 2010 ha ritenuto di dover attivare con ditte specializzate la richiesta di preventivi per lo smaltimento, mettendo comunque in evidenza che la Ditta Seteco srl è già debitrice nei confronti dell’Ente di circa 350.000 euro per il mancato pagamento dei tributi comunali per diverse annualità.Tutti i provvedimento adottati sono stati depositati per l’opportuna conoscenza presso la Procura della Repubblica di Catanzaro”.Intanto gli ambientalisti della Rete per la Difesa della Calabria“Franco Nisticò” annunciano un sit in davanti al capannone Seteco. Forniti di mascherine antigas. Loro, nonostante le dichiarazioni del sindaco Scerbo, non si sentono per nulla sollevati dall’ “allerta massima” sul problema Seteco. Intendiamoci: la risposta del sindaco all’interrogazione del PD è stata impeccabile. Ma dal venticinque maggio ad oggi nulla è cambiato. E il tempo continua a dilatarsi tra le lunghe spirali di fumo che avvolgono il grigio capannone della Seteco. Nell’attesa di un intervento istituzionale che, nei casi di necessità ed urgenza per tutelare la salute pubblica, deve avvenire tempestivamente. Almeno questo è quanto prevede la legge.  

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 24/07/2010

foto: Giulia Zanfino

CULTURA
Gaiart Video: premiati gli autori della Calabria ribelle. Si riaccendono i riflettori su vittime di mafia e navi dei veleni.
7 luglio 2010
Foto: Massimiliano Carbone

Massimiliano Carbone è un ragazzo di Locri. Uno di quelli che sono rimasti a vivere in quelle terre, senza avere padrini, nè collusioni, ma lavorando onestamente. E a Locri è stato ammazzato, con un colpo di arma da fuoco, nel giardino di casa sua. Dopo una partita di calcetto. Da allora Liliana Esposito Carbone, madre di Massimiliano, non si dà pace. E ad oggi il caso è stato archiviato. 

Tra le pellicole premiate ad Aieta nell'ambito del GAIART VIDEO INTERNATIONAL FESTIVAL, scorre la sua storia. E quella delle navi dei veleni. La prima edizione del festival, una rassegna del documentario svoltasi nel palazzo rinascimentale che sovrasta Aieta, domenica ventisette, premia, infatti, i documentari sulla Calabria. Quelli nati dalla percezione che ci sia l'urgenza di mettere a fuoco ciò che accade in queste terre. Non restando in superficie, ma osservando il territorio attraverso lo sguardo di autori attenti, che raccontano il mondo attraverso la profondità dell'approccio documentaristico. Il grande tema esplorato è l'ambiente. Inteso in accezione estremamente contemporanea, che sottende la conoscenza e la capacità di raccontare il territorio, come palcoscenico di cambiamenti etici, antropologici e sociali, di cui le mutazioni climatiche sono solo l'effetto. Qui il Meridione rappresenta un' enorme tela, attraverso la quale dipingere dei percorsi possibili, per valorizzare queste terre, la loro storia, la loro memoria. Carl T. Dreyer afferma che "l'anima appare nello stile" di un autore. E lo stile degli autori calabresi, premiati nella categoria "premio speciale fuoriconcorso", con la statuetta dell'artista internazionale Silvio Vigliaturo, denota un'anima simile a una fiammata ardente. I due film possono essere definiti memoria storica della Calabria delle contraddizioni. 

I documentari

Foto: Liliana Carbone

Uno, "Oltre L'Inverno", è un eccezionale documentario scritto da Massimiliano Ferraina, Raffaella Cosentino e Claudia Di Lullo, con musiche di Marcello Politano e regia di Massimiliano Ferraina, che narra le dolorose vicende di Liliana Carbone, madre coraggio della Locride. L'altro, "L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana", è un magistrale reportage di Massimo De Pascale, con la fotografia di Nicola Carvello, che ricostruisce la vicenda delle navi dei veleni, attraverso un viaggio costellato da testimonianze inedite, che si intrecciano nel racconto toccante di un genocidio silenzioso. Due documentari, due facce di una Calabria ferita.

Oltre L'Inverno

 "Oltre L'Inverno" è un monumento alla memoria e alla libertà, di tutte le vittime di mafia. Quelle non celebrate, quelle archiviate, quelle che attendono che sia fatta giustizia, in queste terre dove la giustizia è vilipesa. Impietrita. Asserragliata tra cose non dette e leggi non scritte. Eppure può succedere che quell' incatalogabile pianta che è la memoria di una madre per un figlio ammazzato, crei uno sconfinamento. Un cortocircuito. Che un giovane volto incastonato nel marmo diventi l'emblema di una lotta a un intero sistema. E che quel monolite secolare, che è la mentalità mafiosa, possa vacillare, sotto i colpi della memoria ostinata di una madre che non dimentica. "Oltre L'Inverno" narra dunque la storia di una donna, di una madre corraggio, e della sua battaglia intrisa di dolore, solitudine, caparbietà, passione e speranza. Una madre che chiede giustizia per una morte ancora oggi impunita, quella di Massimiliano Carbone. "A sei anni dalla morte di Massimiliano non ha un volto, né un nome il sicario che ha posto fine ai suoi giorni", scrivono gli autori del documentario. Attraverso le immagini che scorrono sullo schermo Liliana ci mostra i luoghi, ci racconta gli eventi, ricostruisce l'agguato a suo figlio. Racconta la sua passione per il calcio. E poco a poco il profilo di quest' uomo, stroncato nel fiore degli anni, ci appare più definito. Il suo volto, che vediamo scorrere più e più volte sullo schermo, acquista un'anima. Dal testo filmico emerge che Massimiliano lascia un figlio, avuto da una relazione con una donna sposata, in una terra dove non si preme il grilletto senza il consenso della 'ndrangheta. Così il suo racconto assume una dimensione universale. Metaforica. E quello di Liliana, madre coraggio, diventa un viaggio solitario, nel deserto della Locride, quasi a gettare i semi della libertà e dell'emancipazione. Per non dimenticare Massimiliano. E raccogliere la memoria, per quel figlio che non conoscerà suo padre. Dai semi lanciati da Liliana nasceranno teneri germogli di libertà? Sarà il tempo a dirlo. A noi piace pensare di sì. 


Foto: Claudia Di Lullo e Massimiliano Ferraina, autori di "Oltre L'Inverno"

Il testo filmico del racconto è privo di sofisticazioni, come sottolinea il regista Massimiliano Ferraina. "Ho voluto fotografare Locri e raccontare la storia di Liliana così com'è", afferma. "Ma non è stato facile. Io e le mie colleghe siamo stati anche vittime di minacce velate". Perchè la Locride è un territorio difficile. E raccontarla nella sua essenza può avere un prezzo. La trama narrativa del racconto è quindi asciutta. Assenti i virtuosismi. Le fascinazioni sono rimesse alla forza intrinseca di una storia drammatica e attuale. Che termina con parole di speranza, pronunciate da Liliana presso La Gurfata, la cooperativa di artisti di strada che si occupa del recupero dei ragazzi di Locri. Un finale che è un messaggio a non arrendersi e continuare a cercare il cambiamento.

L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana

L'altro lavoro premiato, "L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana" di Massimo De Pascale, narra la torbida vicenda delle navi dei veleni, ed è stato realizzato con la collaborazione del WWF e del comitato civico "Natale De Grazia". Possiamo definirlo un monumento alla verità, per impostazione e sviluppo narrativo. Con questo film il regista coglie nel segno, e lo fa attreverso una serie di interviste che ricostruiscono la storia delle navi affondate nel Tirreno cosentino, partendo dallo spiaggiamento della Jolly Rosso sino ad arrivare alla contorta vicenda della nave Cunsky che, secondo le recenti dichiarazioni del pentito Francesco Fonti, fu affondata a largo delle coste di Cetraro, con il suo carico di rifiuti radioattivi. 

 

Foto: Massimo De Pascale, regista de "L'Ultima Spiaggia. Un saggio di geografia disumana"

Massimo De Pascale ripercorre questi eventi lentamente, centellinando i fatti, mettendoli insieme, tassello dopo tassello. Come se stesse componendo un puzzle. E la storia cresce, acquista ritmo e si sviluppa attraverso la poetica dell'autore e le testimonianze di chi ha vissuto i fatti, da testimone o vittima, da ambientalista stigmatizzato, tacciato di essere allarmista, o da osservatore incredulo. Una verità soffocata per anni negli abbissi del mare, che riemerge come un urlo di dolore, tra gli scogli del Tirreno. La poesia dei giochi di luce che evocano le verità sottese di questa vicenda fa da cornice a un'opera tecnicamente vincente. Il ritmo e gli scenari si fondono, al crescere dell'intensiatà delle storie narrate. Emergono i volti scolpiti dalla storia dell'entroterra adamantino. Quelli dei pensionati che vivono nelle casette arroccate tra le montagne di San Pietro in Amantea. O in un fazzoletto di terra, ai piedi di Serra d'Aiello. E la gente si apre. Dialoga in presa diretta, diviene parte essenziale di questa pellicola. Così il documentario sfiora una dimensione neorealista. Dove rieccheggiano il sottoproletariato pasoliniano e gli scenari eloquenti e suggestivi di Vittorio De Seta. La capacità critica di Rosi e la drammaticità dell'analisi rosselliniana. E le persone assumono la dimensione di preziosi documenti viventi. De Pascale ne raccoglie la memoria, alla ricerca delle verità nascoste, che giacciono da troppo tempo, sepolte insieme ai fusti radioattivi, nella valle dell’Oliva. E crea un'opera che è una pietra monumentale indelebile, con la quale persino gli scettici dovranno fare i conti. Istituzioni in testa. 


Foto: la motonave "Rosso", arenatasi sulla spiaggia di Formicice nel 1990

Il GAIART consacra dunque autori calabresi, che vivono in queste terre e che le raccontano sapientemente. Un segnale forte, che dimostra che c'è un nocciolo duro di registi caparbi e talentuosi che non lascia questi luoghi. Ma resiste e racconta. Se è dunque vero ciò che afferma Carl T. Dreyer "l'anima appare nello stile".

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 03/07/2010

Foto: Giulia Zanfino, internet



POLITICA
ACRI: TRA CACCIATORI DEL VENTO E TERMOVALORIZZATORI
2 luglio 2010


E' l'onda lunga dell'energia rinnovabile. Minimo investimento, guadagno assicurato. Una rete capillare di finanziamenti e incentivi economici, che sventolano tra le turbine eoliche, e si vaporizzano tra i fumi delle centrali a biomasse e quelle dei termovalorizzatori. La logica viene da lontano: basta trovare il posto giusto e un'amministrazione favorevole. I grossi gruppi bancari fanno il resto. E dalle montagne irpine a quelle della Sila, tutto può accadere.

In questo clima da caccia al tesoro la scommessa del sindaco di Acri, Gino Trematerra, pare per nulla un azzardo. E proprio qualche giorno fa, in un'inattesa conferenza stampa, il senatore ha dato la notizia. Ma, questa volta, il mancato plebiscito potrebbe essere dietro l'angolo. Il sindaco ha affermato di voler attuare politiche fortemente improntate allo sviluppo energetico, sul territorio acrese, attraverso l'eolico, le biomasse e, dulcis in fundo, un termovalorizzatore. Questo ammiccamento all'approviggionamento energetico, che sottende l'ipotesi di un termovalorizzatore sul territorio acrese, a poche settimane dall'inizio dei lavori per la realizzazione del Psc (piano strutturale comunale), è stato sufficiente a destare qualche perplessità nelle file dell'opposizione e ad alimentare un clima di fibrillazione politica, già innescato da tensioni pregresse. Mentre l'agonizzante opposizione piddina ingoia l'ennesimo boccone indigesto, nell'entourage del "senatore", c'è chi si cuce la bocca. Anche sul fronte dell' IDV acrese tutto tace, e dalla presidenza della Provincia, che attualmente ha la delega all'Ambiente, non trapelano indiscrezioni.

A rompere questo silenzio, per nulla eloquente, una nota del Pd acrese, in cui, i consiglieri d'opposizione Giuseppe Capalbo e Giacomo Cozzolino si pronunciano su "alcuni proclami" del sindaco Trematerra che, pare, abbiano appreso con stupore. Tra questi il suggerimento di realizzare un termovalorizzatore sul territorio. "Valuteremo con attenzione tutte le proposte atte a sviluppare il nostro territorio e, se richiesto, daremo il nostro contributo" affermano in una nota i consiglieri. "Ma una cosa è certa: non permetteremo mai che la nostra città e il suo territorio diventino la “pattumiera” della Calabria". Del resto il termovalorizzatore, di fatto, attraverso il processo di combustione, che riduce i rifiuti, genera energia elettrica. Espellendo i fumi residui dal camino, sotto forma di polveri sottili. Tra i cittadini serpeggia lo scontento. Del resto parlare di combustione di rifiuti in un territorio colpito dal traffico di scorie tossiche, dove i casi di cancro hanno subito un'impennata vertiginosa, alimentando vecchi dubbi sulla possibile contaminazione dell'area acrese, porta a reazioni scontate. Francesco Monaco, segretario provinciale dei Verdi, esprime anch'esso stupore per il suggerimento del sindaco Trematerra. "E' già la terza volta che il primo cittadino lancia la proposta della costruzione di un termovalorizzatore, sul territorio acrese. All'inizio pensavamo fosse una battuta, ma ad oggi siamo seriamente preoccupati. Innanzitutto vorremmo capire da dove viene quest'idea". Quindi l'obiettivo è capire qual'è l'origine della proposta trematerrina. "Quello che chiediamo all'amministrazione comunale acrese, inoltre, è l'apertura di un tavolo di discussione, in cui avere un confronto diretto con il sindaco, sul tema "termavalorizzatore" ", continua Monaco. Su questo fronte, dall'assessorato all'Urbanistica e al Governo del Territorio della Provincia, sembra arrivare un timido segnale di apertura. L'assessore Trento, infatti, sottolinea che la Provincia sta lavorando a un "Piano Provinciale Rifiuti", che però, nell'ottica della gestione commissariata, avrebbe poco raggio d'azione. L'obiettivo principale, sotto questo versante, è quindi quello di sdoganare queste terre dal commissariamento che, dopo quindici anni, non è servito a risolvere il problema rifiuti in Calabria. "Il "Piano Provinciale Rifiuti" sarà pronto entro la fine dell'anno" afferma l'assessore Trento. "E non siamo contrari alla realizzazione di termovalorizzatori sul territorio, laddove ci fosse il consenso della collettività e gli impianti fossero funzionali al territorio. Prima di tutto, però, vanno condotti degli studi su tutti i centocinquantacinque comuni della provincia". L'assessore aggiunge che, il punto di partenza della gestione rifiuti in Calabria, in ogni caso, è la raccolta differenziata. Ma dopo l'epilogo poco felice del consorzio Vallecrati, è difficile pensare quando questo servizio potrà ripartire, in queste terre. Se si guarda a un passato non troppo lontano ci si rende conto che, l'ipotesi della costruzione di un termovalorizzatore in quest'area, era già stata paventata. Con ordinanza n.1644 del 27 novembre del 2001, sotto la presidenza regionale Chiaravalloti, infatti, il commissario delegato per l'emergenza ambientale aveva stabilito che, nel Comune di Bisignano, più precisamente nella zona industriale di Torano, sarebbe sorto un termovalorizzatore. In seguito, i lavori per la costruzione della struttura, erano stati affidati alla ditta "ATI Foster Wheeler", nota per aver già realizzato un impianto di incenerimento altamente inquinante a Chicago, che, proprio per questo, era stato dismesso. Una notizia del genere non poteva che alimentare la ferocia dei cittadini del territorio che, istituzioni locali in testa, avevano manifestato parere contrario alla costruzione di un termovalorizzatore sul territorio di Bisignano. Non molto tempo dopo il consiglio provinciale ha bocciato la proposta del commissario regionale, affermando parere contrario alla presenza di termovalorizzatori nella provincia di Cosenza. Da allora, di questi impianti, sul territorio, non si era più parlato e le reiterate dichiarazioni del sindaco Gino Trematerra si sono abbattute sul paese come un fulmine a ciel sereno. Nell'attesa dello schierarsi di un fronte del sì e del no sulla "proposta termovalorizzatore", il sindaco di Acri ha affermato che vuole procedere "a testa bassa" su fronte eolico e biomasse. Del resto sono anni che il territorio acrese è battuto da "cacciatori del vento" e l'ipotesi di un parco eolico nel territorio silano non è nuova. Sul fronte centrale a biomasse, invece, è tutto ancora da verificare. "Di eolico e fotovoltaico si può discutere tranquillamente, compatibilmente alla vocazione del territorio" afferma il segretario provinciale dei Verdi, Francesco Monaco. "E per quanto riguarda una centrale a biomasse c'è la nostra disponibilità a un confronto. Potrebbe essere un buon modo per innescare nuovi processi produttivi sul territorio acrese, che si presta alle coltivazioni di essenze utili a tale processo di combustione". Sullo spettro della deforestazione selvaggia, che ne potrebbe conseguire, il segretario è tassativo: "Siamo preoccupati per lo stato dei nostri boschi e vigileremo affinchè un'eventuale centrale a biomasse non lo comprometta ulteriormente". Quindi, ricapitolando, ad Acri sarà eolico, centrale a biomasse o forse termovalorizzatore. E al di là della mitologia, fondata e non, che gira attorno agli impianti in questione, sul paese, quindi, potrebbero accendersi i riflettori regionali. Tanto più che in Calabria, attualmente, l'unico termovalorizzatore presente è quello di Gioia Tauro, che da tempo dovrebbe essere potenziato con una seconda linea. Quindi l'attenzione è alta. Inoltre il sindaco Gino Trematerra è rinomato per la sua determinazione e, sebbene mostri ampi segni di apertura per il governo del territorio, tra le mura scricchiolanti dell'opposizione acrese tira una brutta aria. Intanto a sud Italia la caccia all'oro dell'energia rinnovabile continua. E quando in ballo ci sono certe cifre, l'ombra del malaffare è sempre dietro l'angolo. Del resto "a pensar male si fa peccato, ma certe volte ci si azzecca". L'onda lunga potrebbe trasformarsi in uno tsunami. Lontano dal concetto di "decrescita serena", di Serge Latouche".

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 26/06/2010 

Foto: internet

POLITICA
Interrogazione parlamentare dell'on. Angela Napoli: i rapporti tra mafia e politica.
1 luglio 2010

Comunicato stampa


Personalmente sono stata sempre convinta del fatto che addebitare le stragi del ’92 solo a Cosa Nostra rappresentava un alibi utile a nascondere i connubi di questa con la politica.

Così come mi sono sempre chiesta se mai i Servizi avessero avuto un qualche ruolo nelle stragi, non foss’altro per la scomparsa dell’Agendarossa di Paolo Borsellino.

Oggi voglio dare atto al sen. Giuseppe Pisanu , Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, di aver messo in luce tutto ciò nella relazione presentata in Plenaria.

Sicuramente sul tema si aprirà un grande dibattito che, peraltro, non potrà non tener in considerazione anche il lavoro che la Magistratura inquirente siciliana sta effettuando in merito.

Ma sarebbe da veri illusi nascondere e quindi non aiutare a comprovare i rapporti, sempre esistenti, tra politica e mafia, così come sarebbe peccare di ingenuità immaginare che tali rapporti non permangano  tutt’oggi.

On. AngelaNAPOLI

Componente Commissione Parlamentare Antimafia

Roma, 30 giugno 2010


diritti
Oltre L'Inverno. Un monumento alla memoria di Massimiliano Carbone.
1 luglio 2010
"Oltre L'Inverno", il documentario che narra la storia di Liliana Esposito Carbone, mamma di Massimiliano Carbone, vince il premio come miglior documentario fuoriconcorso, nell'ambito del GAIART FESTIVAL INTERNAZIONALE. La storia narra la lotta di una madre, che tenta in tutti i modi di ottenere giustizia per la morte di suo figlio, Massimiliano Carbone, in un territorio difficile come quello di Locri.  Massimiliano era un ragazzo di Locri, ucciso a trent'anni, con un colpo di arma da fuoco, sotto casa sua. Il suo caso è stato archiviato, ma Liliana non si arrende. Vi invito visitare il blog, dove troverete anche il trailer del documentario, che è un monumento alla memoria e alla libertà. Il lavoro è stato realizzato dal documentarista Massimiliano Ferraina, dalla giornalista Raffaella Cosentino, dalla dialoghista Claudia Di Lullo.

http://www.oltrelinverno.blogspot.com/
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