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Processo "Marlane". Prosegue l'udienza preliminare.
29 ottobre 2010

di Giulia Zanfino

Praia a Mare (CS). Organi polverizzati, neoplasie fulminanti, mali rarissimi. Rifiuti tossici scaricati in mare, o sotterrati a pochi metri da abitazioni e spiagge. A nove anni dall'inizio delle indagini preliminari, la torbida vicenda della Marlane S.p.A. di Praia a Mare approda in aula, in seguito alla richiesta di rinvio a giudizio di tredici persone, presentata dalla Pm Antonella Lauri, presso il Tribunale di Paola. Proprio qui, domani, nell'Udienza Preliminare, verrano ripercorsi 40 anni di storia aziendale, costellati di morti sospette e malagestione. Fatti noti, avvolti nella fitta cortina del silenzio che per troppo tempo ha celato la gestione scellerata dei prodotti chimici e nocivi, usati nella fabbrica. Ad oggi sono in 107, tra operai ammalati ed eredi degli operai deceduti a causa delle esalazioni tossiche respirate in fabbrica, costituitisi parte civile, in quello che è considerato il più importante processo in materia lavoristica, di tutto il Meridione d'Italia. E il numero delle vittime, secondo gli esperti, è destinato a salire vertiginosamente. I capi d'imputazione pendenti sui 13 imputati, tra cui il Gruppo Marzotto e la sua dirigenza, proprietari della fabbrica dal 1987 al 2004, sono "lesioni gravissime, omicidio colposo e disastro innominato". Tra i legali della Marzotto spicca il nome del noto avvocato, Niccolò Ghedini, difensore di Antonio Favrin, consigliere delegato della società, dall'ottobre 2001 all'aprile 2004. Proprio Ghedini ha strappato l'ultimo rinvio dell'udienza, sollevando un'eccezione di incompetenza territoriale presentata al Gup di Paola, e tentando di spostare l'Udienza Preliminare a Vicenza. Il tentativo è stato respinto dal Gup. Il processo restarà dunque a Paola. Tuttavia, il rischio della prescrizione è dietro l'angolo. Se si guarda a un passato non troppo lontano, si intuisce che la storia della Marlane S.p.A. di Praia a Mare è determinante, nello sviluppo occupazionale di quel tratto di costa tirrenica. 


Tutto comincia a Maratea, negli anni '50, quando il noto imprenditore Stefano Rivetti, Conte di Val di Cerva, lascia il Piemonte per approdare sulle coste trasparenti della Basilicata, dove farà affari d'oro attraverso i massicci finanziamenti della cassa per il Mezzogiorno. Così, tra la Basilicata e la Calabria, il Conte Rivetti darà vita a una serie di piccole imprese nel settore tessile, che produrranno lane e tessuti pregiati, destinati a diventare forniture per le divise militari dello Stato. Tra queste "la fabbrica della morte" di Praia a Mare, allora denominata "Lanificio di Maratea R2". Dagli anni '50 al 2004 le imprese del Conte Rivetti passano di proprietà in proprietà. Tra il 1969 e il 1970 vengono assorbite dall' IMI, poi dalla Lanerossi, in seguito dall'ENI. Nel 1987 sarà la volta del Gruppo Marzotto. Un giro astronomico di soldi pubblici e privati, che puzza di morte. Ammine aromatiche, prodotti azoici, acidi letali, cromo esavalente e altri metalli pesanti, vengono maneggiati dagli operai, a mani nude. Le misure di protezione per chi lavora nella fabbrica sono inesistenti. E le morti si susseguono. Ma dalle mura della Marlane non trapela nulla per anni. Gli operai hanno paura di essere licenziati. A Sud non c'è lavoro, e chi cel'ha se lo tiene stretto. Comunque vada. I pochi che si ribellano subiscono intimidazioni feroci e solo nel 1999, in un clima rovente, il sindacato Slai Cobas denuncia alla Procura di Paola morti sospette collegate al lavoro, in quella fabbrica. Ancora oggi si registrano casi di neoplasie e di decessi, tra operai che hanno lavorato alla Marlane S.p.A. di Praia a Mare. Domani l'ennesima udienza preliminare, in cui si giocano le sorti di ben 107 vite spezzate.

© Copyright Redattore Sociale - Foto © Giulia Zanfino


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Per triste impertinente passione: Liliana Esposito Carbone, madre coraggio della locride, chiede ancora giustizia per la morte impunita di Massimiliano Carbone.
18 ottobre 2010

Massimiliano Carbone

Locri. La menzogna è un abuso. E' il peggiore dei veleni. La più triste delle condanne, per chi è costretto a subirla. Perché se vivi in una terra di confine, non c'è Chiesa, non c'è Stato, non c'è istituzione che possa proteggerti. E per difendere un innocente che vive avvolto nella cortina della menzogna, da tutta la vita, resta solo il coraggio di chi si batte per la memoria e la varità.

A Locri c'è chi ricorda ancora Massimiliano Carbone, un giovane falciato da un proiettile nel giardino di casa, al ritorno da una partita di calcetto. Un trentenne ritratto della bellezza delle nostre terre, che ha vissuto la sua breve esistenza a Locri, trincea di confine dominata dalle leggi non scritte della 'ndrangheta. Un giovane imprenditore onesto, appassionato di calcio, innamorato della vita, stroncato da una pallottola esplosa da un fucile calibro 12, nel settembre 2004, ancora oggi in attesa di giustizia. La sua triste vicenda non ha precedenti giuridici, nella storia dei delitti di 'ndrangheta. Perché Massimiliano Carbone ha pagato con la vita il fatto di essere padre di una creatura, nata dall'amore con la donna di un altro uomo, in una terra dove, se ami la donna sbagliata, puoi pagare con la vita. Solo il sangue lava il disonore. Il silenzio complice fa il resto. 

Lo spiegano bene Danilo Chirico e Alessio Magro, che nel libro "Dimenticati" narrano anche la storia di Massimiliano: "L'onore è tutto per lo 'ndranghetista, è il rispetto dei suoi simili e la misura del proprio valore. Inutile dirlo, il metro con cui si giudica un uomo d'onore poco ha a che fare con le regole civili. Onore fa rima con dominio sessuale", scrivono ancora gli autori. "Che le donne debbano sottostare al volere dell'uomo-padrone, che debbano restare chiuse in casa, ubbidire, subire un giogo fisico, ma soprattutto mentale, è il riflesso di una mentalità antica, che si è trasformata più e più volte, ma che resiste ancora oggi". E che con tutta probabilità ha portato alla morte di Massimiliano, lasciando come segno indelebile del suo amore per la vita, quella creatura che non lo conoscerà. Perché quella del delitto d'onore è l'unica pista possibile, per arrivare all'assassino di Massimiliano. 

Eppure questa vicenda giudiziaria è stata troppo a lungo sottovalutata. La Procura a Locri è sguarnita, e per fare la guerra alla 'ndrangheta i mezzi insufficienti sembra vengano potenziati solo per arrivare ai mandanti dell'omicidio Fortugno. E' Liliana Esposito Carbone, madre di Massimiliano, a battersi negli anni, perché il figlio non sia dimenticato. E perché a quella creatura nata da un atto d'amore, un giorno, venga consegnata la verità. Nella terra dei Cordì, dei Cataldo e dei Commisso, stretta nella morsa di un controllo serrato, dove non si preme il grilletto senza il consenso dei capibastone. Nella ricerca della verità sull'omicidio di Massimiliano Carbone, non si può prescindere da questo dato agghiacciante. Eppure non bastano le tante pagine di intercettazione in cui scorre l'orrore della mafia. Non basta l'esumazione del corpo di Massimiliano dopo mesi dalla morte, per fare un ennesimo, inutile e straziante, test del DNA che confermerà la paternità del bambino. Non basta l'aggressione subita da Liliana nel cimitero comunale, sulla tomba del figlio. Il caso è archiviato nel 2007. Liliana però non si arrende. Il ponte di San Giacomo è quel legame ideale tra lei e il figlio. Un ponte da cui Massimiliano è tornato, dopo l'esumazione, per consegnare alla madre la certezza che quella creatura è il segno del suo passaggio nel mondo. "Questa battaglia non la faccio in nome di un figlio, ma al suo posto" afferma Liliana a più riprese. 

Dove sia lo Stato in questa vicenda delicata e tragica, è difficile dirlo. Liliana è sola. La sua colpa è quella di non arrendersi. Di battersi quotidianamente, per squarciare il sordo sudario dell'ipocrisia e del silenzio istituzionale, che coprono la morte di Massimiliano da troppo tempo. E negano la verità e la memoria alla sua creatura innocente, "abusata dalla menzogna", incapace di difendersi. Liliana non ha strumenti per proteggere il bambino, in nome di quella promessa, sussurrata a suo figlio, sul letto di morte. La sua unica arma è la parola. La battaglia mediatica diventa un percorso di vita non voluto, ma necessario, per costruire un monumento alla memoria e alla verità di Massimiliano, e un anelito al cambiamento in una realtà pietrificata e offesa. L'unico strumento per proteggere il frutto di quell' amore, che a Massimiliano è costato la vita. 

A oggi, la lotta di Liliana è un manifesto dirompente, capace di scardinare regole intoccabili. Sacre. Questa sua lotta caparbia, intrisa di amore e coraggio, scorre nella pellicola "Oltre l'Inverno", il documentario che il regista Massimiliano Ferraina, la dialoghista Claudia Di Lullo e la giornalista Raffaella Maria Cosentino hanno realizzato, per imprimere nella pellicola ciò che in molti non vogliono vedere. Nè sentire. E la storia di Liliana scorre come un fiume in piena, a Locri, nell'ambito della manifestazione "Storie di vita", presso i locali della cooperativa "Mistya", alla presenza dei ragazzi della "Gurfata". E la pellicola scorre in un'atmosfera commossa e attenta. Non c'è spettacolarizzazione del dolore, non ci sono speculazioni filmiche, non ci sono sofisticazioni. Dalla pellicola trapela il profondo rispetto che gli autori hanno per questo spaccato umano disarmante. E fanno della lotta di Liliana un manifesto alla memoria e alla libertà, di tutte le vittime di 'ndrangheta, dimenticate. Ma Locri non vuole vedere. Il pubblico c'è, ma viene da fuori. I locresi sono in pochi. Assenti le istituzioni, assente l'assessore alla Legalità. Assenti i cittadini. Assenti gli invitati illustri, che avrebbero dato riconoscimento a un evento importante, forte segnale di anelito al cambiamento. " Non siamo delusi perché non ci aspettavamo condivisione" afferma Liliana, che da anni fa i conti con quel muro di gomma, che respinge ogni tentativo di cambiamento. Ma la triste vicenda di Massimiliano è una ferita ancora aperta sull'epidermide di queste terre. Anche se Locri non vuole vedere. Fare finta di niente significa essere complici.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 16/10/2010




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Lucio Musolino, giornalista attivo sul fronte 'ndrangheta, "epurato via fax" da Calabria Ora. Con le sue inchieste aveva lambito la "zona grigia".
18 ottobre 2010

Dal 2006 sono redattore di “Calabria Ora” e, dallo scorso gennaio, collaboro con il “Fatto quotidiano”. Da anni ormai mi occupo di nera e giudiziaria e ho scritto di inchieste delicate sulla ‘ndrangheta e, soprattutto sui  rapporti tra le cosche e la politica. Per anni, con i miei colleghi, abbiamo sempre riportato i fatti. E sono quelli a fare paura in questa città e in questa regione dove non tutto è nero o bianco. Dove abbiamo una folta zona grigia che è oggetto di delicatissime inchieste delle Direzioni distrettuali antimafia di Reggio e di Milano.

Negli ultimi mesi, non ho fatto altro che pubblicare gli atti contenuti nei fascicoli delle inchieste “Meta”, “Crimine” ed “Epilogo”.

 

L’intimidazione

La notte del primo agosto, rientro a casa alle 4 e, sul tavolo della veranda, trovo una bottiglia di benzina con un biglietto di minacce con cui qualcuno mi invita a “smetterla con la ‘ndrangheta” e a seguire il mio ex direttore Paolo Pollichieni che si era dimesso assieme ad altri 8 colleghi. La benzina sarebbe stata per me e non per la mia auto.

Sono entrati, quindi, nel mio cortile di notte, mentre la mia famiglia era in casa, e hanno lanciato un messaggio mafioso a una settimana da una precedente lettera anonima recapitata in redazione con cui si invitava “chi ha tenuto la mano a Pollichieni in questi anni” ad andarsene.

Io non so chi, materialmente, è responsabile dell’intimidazione. So invece cosa ho scritto nelle settimane precedenti al gesto. Ho pubblicato il contenuto di un’informativa del Ros dalla quale è emerso che Scopelliti, con la scorta pagata dai contribuenti, ha partecipato assieme a molti consiglieri comunali a una pranzo invitato dall’imprenditore arrestato Domenico Barbieri.  Lo stesso pranzo a cui ha partecipato il boss Cosimo Alvaro, oggi latitante. Incontro al quale lo stesso Scopelliti ha confermato di aver preso parte ai microfoni del “Fatto Quotidiano”.

Proprio con Alvaro aveva rapporti un consigliere comunale del Pdl, Michele Marcianò,  I due sono stati intercettati mentre discutevano di tessere di Forza Italia e di posti di lavoro.

E sempre di posti lavoro discutevano il consigliere comunale del Pdl Manlio Flesca con l’imprenditore Barbieri. Al centro dell’intercettazione un pacchetto di 200 voti in cambio di un dell’assunzione in una società mista della moglie dell’indagato per associazione mafiosa. Cosa che è realmente avvenuta stando a quanto accertato dal Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri.

Ho scritto anche dell’ex consigliere regionale Alberto Sarra che aveva rapporti con la famiglia Lampada (imprenditori legati ai Condello) a Milano, come è emerso da un’inchiesta della Procura lombarda dove è finita anche un’informativa in cui si descrivono incontri tra il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti e Paolo Martino, condannato per mafia e ritenuto il punto di riferimento della cosca De Stefano nel nord Italia.

Proprio in questi giorni, infine, dall’inchiesta “Epilogo”, coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Lombardo, è emerso che il consigliere comunale di maggioranza Tonino Serranò è stato filmato da una telecamera dei carabinieri mentre maneggia una pistola con un indagato ritenuto vicino alla cosca Serraino. La stessa cosca sospettata di aver organizzato l’attentato del 3 gennaio alla Procura generale.

Un attacco allo Stato senza precedenti che ha dato il via a una strategia della tensioni in cui la ‘ndrangheta è  solo uno degli attori della “tragedia”. Non è solo ‘ndrangheta. L’ex sostituto della Dna Enzo Macrì parla di “poteri occulti”. Io dico che la Procura di Reggio Calabria, guidata da Pignatone, sta andando in quella direzione e presto mi auguro che farà luce sulla “zona grigia” di questa città e di questa Regione.

Questi sono i fatti. Non si tratta di attacchi politici ma di documenti, di stralci di informative scritte dagli inquirenti.

Non spetta a noi stabilire se il comportamento di alcuni politici e del governatore della Calabria Scopelliti sia condannabile dal punto di vista penale. Lo stabilirà l’autorità giudiziaria.

È sicuramente censurabile dal punto di vista morale e politico.

 

Il cambio di direttore

Dopo le dimissioni di Pollichieni, io sono rimasto a lavorare a “Calabria Ora”. Ho continuato a scrivere allo stesso modo. Ma il giornale è cambiato radicalmente da subito nonostante le garanzie degli editori i quali mi avevano garantito che la linea editoriale non sarebbe mutata con l’arrivo del nuovo direttore Piero Sansonetti.

Non è stato così. Dopo l’intimidazione sono andato in ferie. Al mio rientro ho ripreso a scrivere riprendendo gli stessi argomenti di cui mi sono sempre occupato: la ‘ndrangheta e i rapporti tra quest’ultima e la politica.

Sono iniziate le censure di pezzi in cui compariva il nome del governatore della Calabria. Pezzi che la redazione centrale mi aveva chiesto e che non ha pubblicato senza motivazione. E quando la giustificazione c’era era sempre la stessa: “E’ un attacco violento a Scopelliti. Il direttore mi ha detto che il pezzo non passa. Lo stabilisce lui quando attaccare il governatore” mi veniva risposto dai colleghi.

A volte, inoltre, i pezzi venivano modificati senza preavviso e, soprattutto, senza che nessuno abbia avuto l’accortezza di ritirare la mia firma. Le richieste di spiegazioni formulate al direttore sono rimaste inevase. Solo al primo incontro con lui sono riuscito a chiedere il motivo delle censure che Sansonetti ha giustificato in nome di un garantismo più simile al “bavaglio” che a un modo di pensare.

A fine agosto, gli editori e il direttore avevano contattato più di un collega di un altro quotidiano confessando espressamente a quest’ultimo l’intenzione di sostituirmi perché “legato al vecchio direttore”. Il tentativo fallì per il rifiuto del collega, così come fallì il tentativo mio di essere sentito dal Comitato di redazione. Dall’8 settembre ancora aspetto che il Cdr mi convochi. Nel frattempo sono stato licenziato.

Il trasferimento e il licenziamento

Ma andiamo con ordine: gli editori e Sansonetti non abbandonarono l’obiettivo di allontanarmi da Reggio. Sempre a settembre ricevetti una telefonata dal direttore che mi ha comunicato la sua proposta di andare a lavorare a Lamezia Terme. Una proposta che puntava “anche” a rafforzare la redazione di “Reggio” dove non ci sarebbe stato più nessuno che avrebbe ficcato il naso nei fascicoli delle inchieste della Dda. Naturalmente rifiutai sostenendo “che era la stessa proposta della ‘ndrangheta”. La risposta provocò la reazione di Sansonetti che mi chiuse il telefono in faccia senza darmi la possibilità di spiegare il motivo. Nessun contatto per una settimana a parte un’ammonizione formale in cui il direttore mi ha accusato di non essermi recato a lavoro un “famoso” martedì pomeriggio, poche ore dopo una retata dei carabinieri che avevano arrestato un imprenditore, accusato del rinvenimento di armi avvenuto il giorno della visita del presidente Napolitano. Dopo aver chiesto l’autorizzazione a uno dei coordinatori della redazione centrale, ero rimasto a casa per studiarmi l’ordinanza di custodia cautelare e scrivere una pagina e mezzo sull’inchiesta. Risposi, a tono, alla contestazione e dopo mezz’ora, Sansonetti replicò con la comunicazione che da lì a qualche giorno avrebbe disposto il mio trasferimento nonostante il parere negativo (e vincolante) mio e del Cdr.

Pochi giorni ancora e sono riuscito a incontrare Sansonetti a Reggio. Un incontro breve durante il quale  ho avuto modo di spiegare il mio rifiuto al trasferimento che consideravo punitivo e che, dopo il colloquio, ritornava ad essere solo un’ipotesi che, se si fosse concretizzata, avrei ostacolato con il sindacato e con gli avvocati impugnando il trasferimento davanti ai giudici del lavoro.

Dopo qualche giorno, ho pubblicato lo scoop di un nuovo pentito nella ‘ndrangheta reggina.

La notizia, in esclusiva, ha spinto uno degli editori a telefonarmi per i complimenti e a farmi capire che sarei rimasto a lavorare a Reggio. Lo stesso, tramite un collega, mi è stato riferito da Sansonetti e dalla “squadra centrale”.  Ma quando non si è parlato più di trasferimento, dalle colonne di Calabria Ora il governatore Scopelliti mi ha tacciato come “giustizialista” sostenendo  «ci sono molte persone che conoscono mafiosi e non per questo sono mafiosi». Secondo lui «anche qualche giornalista di Calabria Ora…».

Effettivamente, molti mafiosi li conosco. Perché scrivo di loro e perché vengono fuori casa a minacciarmi. Non perché sono alla ricerca di voti o per fare affari.

Lo stesso giorno della pubblicazione di quell’intervista sono stato invitato ad “Anno zero”, nel corso di un collegamento in diretta da Reggio. Ho parlato del mio lavoro, delle inchieste che ho seguito e dei rapporti tra la ‘ndrangheta e la politica. Tutti argomenti già trattati, assieme a pochi altri colleghi, in articoli vecchi di mesi scorsi. Questa volta, però, il presidente della Regione ed ex sindaco di Reggio Scopelliti reagisce comunicando all’Ansa di aver dato mandato ai suoi avvocati di querelarmi. Nel frattempo, all’indomani dall’annuncio maldestro del governatore di adire alle vie legali, un editoriale del mio nuovo direttore Piero Sansonetti mi ha affibbiato l’appellativo di “forcaiolo”.

Una campagna “pro-garantismo” con cui il mio giornale si è schierato dalla parte di Scopelliti isolando me senza, naturalmente, alcuna telefonata.

A ventiquatt’ore dalla puntata di “Anno zero” viene diffusa la nuova piattaforma della redazione con cui Sansonetti  è ritornato ha disposto il mio trasferimento. Questa volta, però, alla redazione di Catanzaro.  La notizia trapela a causa della solidarietà del segretario cittadino del Pdci Ivan Tripodi. Io la confermo all’Ansa e Sansonetti mi querela.

Decido di andare in ferie e arriva il licenziamento immediato. Non prima che qualcuno, senza alcuna autorizzazione, dal server centrale di “Calabria Ora”, si introducesse ,sabato mattina, nella mia casella e-mail personale, cambiando la password ed impedendomi tutt’ora l’accesso. Il tecnico responsabile del sito mi ha candidamente riferito che l’editore avrebbe disposto di cancellare il contenuto della mia posta e di impedirmene l’accesso. Inutile sottolineare che si tratta di un fatto gravissimo e penalmente rilevante ed è per questo che su tale ultimo episodio indagano i carabinieri di Reggio ai quali, ancor prima di apprendere del mio maldestro “licenziamento” (via fax), ho presentato regolare querela e dai quali sono stato già lungamente sentito come parte offesa.

 

Lucio Musolino

POLITICA
Scopelliti a Cosenza presenta il Piano di Rientro della Sanità calabrese. Fuori le proteste.
17 ottobre 2010



Impressioni di un'osservatrice

Sabato scorso c'erano tutti, o quasi, quando il Presidente della Regione Calabria, Scopelliti, ha varcato la soglia del teatro Morelli, a Cosenza. C'erano tutti i suoi (apparentemente) fedelissimi, stretti nei loro abiti scuri, con le loro scarpe tirate a lucido e il sorriso scolpito sul volto. Eccoli, gli uomini del Presidente. Eppure dagli occhi di alcuni sembrava trasparire un certo disprezzo, che neanche gli slogan enfatici scanditi nel copione perfetto, nella recita perfetta, sono riusciti a celare. A chi, o a cosa fosse rivolto quel disprezzo, forse sarà il tempo a dirlo. Ma il Pdl che è apparso per la prima volta ai miei occhi, qualche giorno fa, mi è sembrato tutt'altro che spinto da un moto armonico. Intanto il Piano di Rientro della Sanità porterà nelle casse regionali ben 800 milioni di euro. Per cui vale la pena riportare fedelmente quello che ho visto, sentito e sintetizzato. Ciò che segue è semplice cronaca.

La cronaca e le dichiarazioni

Pubblicato su Mezzoeuro

Il Piano di Rientro perla Sanità è scattato, in un clima di fibrillazione politica che vede il Presidente della Regione Scopelliti al centro di una bufera mediatica senza precedenti. Tra i punti cardine del Piano il probabile licenziamento di 1427 persone, attualmente impiegate nel settore sanitario, e la disattivazione e riconversione di 18 presidi ospedalieri. E sulla pregressa gestione sanitaria del cosentino, dalla nuova Giunta, è arrivata una pioggia di critiche accese. Lo slogan "Meno sprechi, più qualità" sovrasta la platea, a Cosenza, in un teatro Morelli gremito, dall'alto dello schermo su cui Scopelliti illustra il piano.

Le dichiarazioni di Scopelliti

 "Non è il momentodi parlare, è quello di fare" afferma il Presidente. E nel clima di grande consenso che lo circonda, Giuseppe Scopelliti presenta quel Piano di Rientro "utile alla causa della crescita e dello sviluppo di questo territorio". Non mancano le critiche agli ex consiglieri Pd, Principe e l'ex consigliere Franco Pacenza, che invitano la nuova Giunta a essere ligia sull'attuazione del Piano. "Quando in questa parte di territorio la Sanità veniva svenduta da logiche perverse, voi dov'eravate?" gli risponde Scopelliti. "In un territorio come quello cosentino, che èstato ampiamente devastato, dove l'autista del manager prendeva 700mila euro di straordinario, figuriamoci il resto. Qui si è realizzata una perdita che è circa il 40% del disavanzo regionale". Scopelliti sottolinea le sue perplessità su un Piano di Rientro calato dall'alto, preparato a tavolino, senza concertazione alcuna, dalla precedente Giunta Loiero. E afferma: "Noi possiamo approfondire il Piano, ma non possiamo modificarlo. Perché ciò porterebbe almeno un anno di ritardo alla sua attuazione e noi non abbiamo più tempo". A causa della disattesa del cronoprogramma nell'attuazione del Piano, infatti, ancora oggi la Regione Calabria è in attesa di ben 800mln di euro, quella premialità che potrà ricevere solo se applicherà tempestivamente quanto previsto. "Abbiamo chiesto al Governo se si puo' avere un anticipo diqueste risorse, perché siamo in una situazione di grande emergenza" continua il Presidente. Altro elemento fondamentale è "produrre in tre anni 1.400 unità in meno, rispetto alle attuali", perché la Sanità ha prodotto 3mila posti di lavoro in più rispetto al suo reale fabbisogno. "Non dobbiamo misurarci più su chi è il meno peggio in Calabria, ma su chi è il più bravo", continua Scopelliti. E nel cuore dell'esposizione del Piano regala al suo pubblico un'interessante notizia: "E'stata fatta una valutazione sbagliata del debito. Riteniamo che forse al 31 dicembre del 2008 il disavanzo della regione Calabria non sia 2miliardi e 166 mln, bensì potrebbe non superare il miliardo e 100". Quindi, nei prossimi mesi, potremmo avere delle sorprese inattese. 

Le dichiarazioni di Pino Gentile, assessore alle Infrastrutture della Regione Calabria

A illustrare le ragioni dell'attuazione del Piano di Rientro anche l'assessore alle Infrastrutture, Pino Gentile, che lo definisce "l'unico modo per ricevere, da parte del Governo gli 800 mln dieuro che la Regione deve avere per la Sanità" e aggiunge: "Ho visto all' ospedale di Cosenza, i medici si stanno rimotivando, hanno voglia di fare, c'è un po' di ordine in più, c'è un po' di spreco in meno, e queste sono le cose importanti! La sanità di prima, non la possiamo più tollerare. Quella soprattutto a Cosenza, sul territorio, era un imbroglio continuo, uno spreco continuo, un atto in dispregio del buon senso e di quella sanità buona che la gente vuole". Gentile non risparmia critiche accese alla stampa, affermando: "La demagogia, sulla nostra terra è quella frequentata di più, sui giornali, nelle piazze, in mezzo alla gente,e però si dimenticano le cose importanti". E aggiunge: "Non si può scherzare con una Sanità che ha fatto dei debiti, ha fatto le cose peggiori, dove i bravi medici sono stati messi da parte e dove ha fatto rumore solo il giornale e i casi eclatanti di malasanità! Io credo che c'è un'ottima Sanità in Calabria, e va portata avanti e migliorata. Non è vero che si vogliono chiudere ospedali! Si riaprono ospedali semichiusi, ospedali che registravano soltanto morti, perché erano messi male. Sono ospedali che vanno riconvertiti". 

Occhiuto, UDC

A Mezzoeuro, anche Occhiuto, UDC, afferma: "Non è più tempo di sprechi. La Sanità non può più essere un baraccone per alimentare clientele. E' necessario intervenire innanzitutto sui problemi strutturali, come per esempio i ricoveri impropri. Si possono tagliare i posti letto laddove sia possibile, e applicare il regime ambulatoriale. Sulle strutture d'eccellenza che sono cristallizzate nell'attesa di essere aperte, ci risponde: "Diamo tempo a chi governa di affrontare tutti i problemi. Sarebbe ingiusto attribuire, a chi sta avendo il coraggio di riformare la Sanità, anche le colpe di chi questo coraggio non ha avuto, negli anni passati". 

Mancini, Pdl

Giacomo Mancini (Pdl), dal palco di teatro Morelli,sottolinea come "Lo scopo è quello di realizzare una sanità efficace, chiamare in servizio i medici migliori, creare strutture altamente competitive. Questo è l'obiettivo posto alla base della nostra azione di governo". 

Chiappetta, Pdl

E ancora, Gianpaolo Chiappetta:"L'importante è creare in Calabria un modello di sviluppo sanitario che metta al centro la persona, cosa che non si è verificata fino a questo momento. Rispetto a questo" continua Chiappetta "non è impegnato solo il Presidente Scopelliti con la sua Giunta, ma siamo impegnati tutti, siete impegnati tutti in prima persona. Abbiamo assolutamente bisogno di abbattere il concetto stereotipato della "Calabria piagnona, ritardataria, parassitaria". 

Magarò, Pdl

E ancora, Magarò(Pdl): "Penso che i cittadini calabresi aspirino a una Sanità efficiente e razionale, in cui la politica faccia un passo indietro rispetto alla gestione. La salute è al primo posto, nel cuore e nella testa dei calabresi, che ambiscono ad esser curati in Calabria, a cambiare le cose, e io penso che questo Piano di Rientro sanitario punti a eliminare gli sprechi, a migliorare la qualità delle prestazioni, ma soprattutto a maggiori investimenti". Sull'apertura dei reparti immersi nel limbo dell'attesa, come quello di degenza ordianaria, del reparto di ematologia dell' Annunziata di Cosenza, Magarò ci risponde: "La fuga dei calabresi verso altre regioni purtroppo è il dato negativo. In Calabria ci sono punti d'eccellenza che meritano di essere valorizzati, questo reparto che lei ha citato qui a Cosenza è diretto da un buon professionista, le famiglie sono entusiaste e contente. Penso che vada potenziato e migliorato. Penso che razionalizzare la spesa non vuol dire non fare investimenti. Gli investimenti devono essere fatti, anche dal punto di vista strumentale, migliorando le attrezzature, e soprattutto premiando coloro i quali riducono le liste di attesa, e penalizzando coloro i quali utilizzano la Sanità per fare politica". 

Tosti, Pdl

E ancora,Roberto Tosti, dirigente del Pdl, afferma che: "Dopo unapolitica di disfattismo e di sprechi, ecco una politica a servizio della Sanità, e non la Sanità a servizio della politica. Cirendiamo conto che in Italia c'è un primo fattore: quello della mancanza della qualità assistenziale, dove c'è tantissima emigrazione sanitaria, dove ci sono degli sprechi e manca la qualità.Speriamo che questa volta abbia buon fine. Certo, il percorso èdifficile, ma suppongo che Scopelliti, insieme alla sua Giunta,raggiungerà un traguardo che sarà utile a tutti i calabresi. Cisaranno anche le eccellenze che non saranno più l'eccellenza sulla carta ma si chiameranno eccellenze perché faranno un alto profilo di qualità assistenziale che in Calabria, oggi, si vede pochissimo".

Le polemiche sulle accuse ricevute da Scopelliti, nell'ambito della trasmissione "Annozero"

Nell'ambito della presentazione del Piano di Rientro Scopelliti fa un cenno alle polemiche che lo hanno investito, dopo la puntata rovente di Annozero. "Gente che fa il parlamentare pensa di poter aggredire la politica" afferma dal palco "ma quando si parla bisogna fare nomi e cognomi e mirare al bersaglio, sapendo ciò che si dice e assumendosi le responsabilità. Su queste cose non si può generalizzare". Poi sottolinea fortemente: "Il tema della Sanità è vitale perché se si supera questo scoglio diventa più agevole operare altre riforme, su altri terreni e altri comparti. Perché per noi la Sanità oggi rappresenta la vera grande sfida sul livello culturale. Riuscire a vincere questa partita significa stravolgere i meccanismi di chi ha sempre pensato che in Calabria le grandi rivoluzioni non si potessero fare".  

Le mie conclusioni

Solo il tempo potrà fornirci gli elementi per valutare se Scopelliti passerà alla storia come l'autore di un'impresa epica, come quella di salvare la Sanità calabrese. Intanto ieri si è registrata l'ennesima morte dubbia, in un ospedale del catanzarese. Baltov Zdravko, tredici anni, di origini bulgare, è morto ieri mattina all'ospedale Pugliese Ciacco. Il giovane era stato dimesso due giorni prima dal Pronto Soccorso. 

Giulia Zanfino


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