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diritti
Dopo l'inferno di Rosarno, lo spettro della schiavitù nella Sibaritide
8 febbraio 2010

(Foto Mulan - Copiright CIDIS onlus)


CASSANO ALLO IONIO - Dopo l'inferno di Rosarno riemerge lo spettro della schiavitù in Calabria, nella Piana di Sibari. Un terreno sconfinato, costellato di agrumeti, vigneti e terreni agricoli, racchiuso tra il Massiccio del Pollino, la Sila e il Mar Jonio. Una Calabria distillata, che si estende maestosa in tutti i suoi centottanta chilometri quadrati.
Qui un esercito di uomini e donne vive in alloggi di fortuna, dalle pareti di cartone. O nei casolari abbandonati che si intravedono dal ciglio della statale 106. Alcuni arrivano dal Marocco, dall'Algeria, dall' Egitto e dalla Tunisia. Altri dai paesi dell''est. Altri ancora dal Pakistan. In pochi dall'Africa subsahariana. Alcuni arrivano da regolari, attraverso la chiamata delle cooperative agricole, molto spesso come lavoratori stagionali. Allo scadere del permesso di soggiorno, però, non tornano nel loro paese d'origine, fermandosi nella regione, e andando ad ingrossare le file dei lavoratori irregolari. Oppure approdano in questi luoghi, giunti dall'opulento nord Italia, spinti dalla chiusura delle fabbriche ad offrire manodopera a buon mercato come braccianti agricoli. Spesso pagano affitti che si aggirano intorno alle trecento euro al mese per vivere ammassati gli uni sugli altri, in quelle che un tempo erano stalle o gallinai. A pochi metri dalle abitazioni di chi specula sulla loro disperazione.
"In questo territorio la produzione agricola è elevatissima, ma il numero di lavoratori ufficialmente addetto a questo settore risulta troppo basso per garantire queste cifre". Maria Teresa Terrei, responsabile dell''associazione Cidis onlus, che opera sul territorio per garantire pari opportunità alla popolazione immigrata, scatta una fotografia della situazione in cui vertono i migranti, per lo più irregolari, che lavorano nella Sibaritide.
"La piana di Sibari è una piana molto più grande di quella di Gioia Tauro, che è stata teatro degli scontri di Rosarno, e le situazioni emergenziali non mancano. Sono semplicemente più diluite nel territorio e quindi meno facili da percepire nell''immediato. Questo, però, non le elimina". Questi migranti, adoperati per lo più nel lavoro agricolo, percepiscono una paga che oscilla tra le 20 e le 25 euro, per una giornata lavorativa che può protrarsi fino a dodici ore. E anche in questi luoghi è il caporalato a gestire la loro manodopera.
"I dati informali che riceviamo dai racconti degli immigrati ci dicono che parte di questi soldi vanno dati anche ad altri soggetti che assicurano il reperimento del lavoro. Alla base di questo meccanismo c''è l'irregolarità dell'immigrato. Li dove c'è regolarità e un conseguente contratto di lavoro, tutto può migliorare". Dopo gli scontri di Rosarno e quelli avvenuti di recente in Campania, al mercato ortufrutticolo di San Nicola Varco, è emerso un dato chiaro: nei territori ad alta produzione agricola spesso si concentrano masse di lavoratori immigrati irregolari. Un'intera realtà sommersa che si alimenta attraverso lo sfruttamento e la vessazione, dietro cui spesso si nasconde la mano della 'ndrangheta. "L'irregolarità genera assenza di diritti e ciò può sfociare nell'esplosione di veri e propri conflitti". Le parole di Maria Teresa Terrei sono un monito. Dopo Rosarno non possiamo più fare finta di niente. (Giulia Zanfino) © Copyright Redattore Sociale
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