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La grande forza del cuore di mamma.
18 febbraio 2012

Dire che conosco la Calabria è una falsità. Io la mia terra l'ho solo lambita. Il coraggio di navigarne gli abissi non l'ho ancora trovato. Questa lettera, in memoria di Maria Concetta Cacciola, che voleva collaborare con la giustizia e qualche mese dopo si è spenta ingerendo acido muriatico, mi ha trascinata di nuovo tra i vicoli stretti dell'entroterra calabrese. Quelli dove essere donna, figlia, madre, moglie, può avere significati diversi. E conseguenze di vita estreme. Ringrazio Francesca Munno e Emma Leone, due donne calabresi, coraggiose e ribelli.

La lettera di Emma Leone e Francesca Munno

Abbiamo letto oggi, sul “Quotidiano della Calabria”, la lettera che Maria Concetta Cacciola scrisse nel Maggio 2011 alla madre prima di andare via da casa sua e collaborare con la giustizia. Maria Concetta andava via da una realtà che la opprimeva, da un marito (Salvatore Figliuzzi, che appartiene ad una delle famiglie di ndrangheta di Rosarno) che aveva sposato a soli 13 anni. Maria Concetta andava via da quella vita che non le permetteva di vivere liberamente sin dall’infanzia.

Una figlia che scrive alla madre, una madre che prova a proteggere i figli, e un'altra madre che chiude il suo cuore e, invece di proteggere la figlia e i suoi nipoti, versa violenza su di loro! Sofferenza nelle parole e nell'ultimo gesto di Maria Concetta, “suicidatasi” con l’acido muriatico il 20 Agosto 2011.

Spesso ci siamo fermate a riflettere sulle donne che sono nate in una famiglia di ‘ndrangheta. Spesso abbiamo riflettuto sul ruolo della donna sia all’interno della società che dentro le famiglie mafiose. Ci siamo sempre chieste come fa una donna a vivere cosi, priva di libertà, ma soprattutto: il cuor di mamma dove va a finire?
La lettera che abbiamo letto stamattina è di una ragazza di 31 anni, cresciuta troppo in fretta, cresciuta in ambiente malavitoso, ma è anche di una figlia che tenta di aggrapparsi proprio a quel “cuor di mamma” con una richiesta d’aiuto, non per sé stessa, ma per i suoi figli. Maria Concetta sentiva di non appartenere a quel sistema criminale, pur facendo parte di quella famiglia. Lei subiva violenze, privazioni, era solo e semplicemente una ragazza di 31 anni che non si è amalgamata a quel tessuto sociale a cui apparteneva la famiglia. Lei stava scegliendo di vivere, di dare un futuro diverso a lei e ai suoi figli.
In quelle parole di Maria Concetta si legge benissimo di quanto era consapevole del sistema criminale, di quell’ “Onore” che deve essere rispettato e lei comprendeva lo stato della madre, sapeva che non era facile uscire da quella “famiglia”. Si appellò alla coscienza di una donna; quelle parole di figlia si rivolgono al cuore di una madre. Nonostante le violenze psicologiche che le aveva riservato, Maria Concetta và oltre, le chiede perdono per la scelta che aveva fatto: collaborare con la giustizia. E nonostante tutto, lei ,figlia , madre, scrisse a sua madre: "Ti supplico non fare l’errore a loro che hai fatto con me … dagli i suoi spazi … se la chiudi è facile sbagliare, perché si sentono prigionieri di tutto. Dagli quello che non hai dato a me.”
Quegli spazi che le hanno privato sin da quando era piccola. Prigionieri in una casa, prigionieri di quelle catene che la ndrangheta con forza e arroganza mette alla famiglia.
La madre di Maria Concetta è vittima anche lei del sistema della ‘ndrangheta? E allora perché tanta violenza psicologica?! Perché una madre si riduce a tutto questo?
Non voleva niente Maria Concetta, lo scrisse lei: “mi sono resa conto che in fondo sono sola, sola con tutti e tutto, non volevo soldi … era la serenità l’amore”. Già, quell’amore negato, ma anche quell’amore infinito per i suoi figli. Non sappiamo se si poteva far prima qualcosa. Non sappiamo perché i figli erano rimasti ai genitori di Maria Concetta. Lei ha deciso di suicidarsi perché le avevano detto, in maniera errata, che non avrebbe più rivisto i suoi figli, e quell’amore di madre non avrebbe mai sopportato quel dolore. Noi non sappiamo se si poteva fare di più e meglio per evitare il suicidio, per “proteggere” lei e i suoi figli, ma oggi, per quanta rabbia si possa provare, da donna, questa lettera non può che suscitare sofferenza, dolore. È uno spaccato crudele di una realtà all’interno di una famiglia ‘ndranghetista, ma è uno spaccato che richiede una riflessione più profonda, seria, perché nessun’altro può vivere con le catene dell’oppressione, della mancata libertà di scegliere.
Oggi però il nostro pensiero va ai figli di Maria Concetta Cacciola, alla figlia di Lea Garofalo, che con coraggio sta testimoniando al processo per la morte atroce di sua madre a Milano, ai figli di Giuseppina Pesce, a cui auguriamo quella vita di libertà che le loro madri desideravano per loro.
Spero che possano curare quelle “ferite” che hanno procurato loro, madri che amavano e amano i loro figli, e che da quell’amore ricominciare un’altra vita, priva di violenze, priva di pressioni, semplicemente una vita di libertà e di serenità. Nessun’altro bambino, nessun’altra donna, nessun’altro uomo, deve subire tutto questo. Non loro che hanno scelto di VIVERE LIBERI.
Chi sceglie il coraggio di denunciare ha bisogno di essere ricordato. Tre giovani donne, nate in ambienti “ostili” ma che hanno preferito la dignità e l’amore per i propri figli: pur pagando un prezzo altissimo, tutto questo, la loro esperienza, possa essere ricordato per stimolare donne che ancora vivono in famiglie di ‘ndrangheta, possa nascere davvero la forza delle donne e di quelle madri che per amore dei loro figli possono cambiare la Calabria.
E far risplendere quella mimosa come simbolo che nulla è perduto.
Emma Leone

Francesca Munno


Nasce l'asse Vicenza-Praia a Mare per accendere i riflettori sul processo Marlane/Marzotto.
9 febbraio 2012


Foto: internet

Valdagno è il feudo. La roccaforte. La città simbolo del potere economico del Gruppo Marzotto. Qui i suoi stabilimenti sono una città. Enormi e anonimi sovrastano l’orizzonte, ramificati in un dedalo che sembra un quartiere popolare. Un formicaio in cemento armato dove centinaia di operai hanno lavorato per anni. E proprio a Vicenza si accenderanno i riflettori sul processo calabrese per i morti della Marlane/Marzotto. Nessuno avrebbe immaginato che il destino di una città come Praia a Mare, a centinaia di chilometri da Vicenza, incastonata sulla spiaggia dell’isola di Dino, si sarebbe intrecciato a quello di questo feudo. Neanche gli operai vicentini che nel 1968 buttarono giù la statua del padrone, il conte Marzotto, mettendogli un cappio intorno al collo, lo avrebbero immaginato. Proprio in quegli anni, mentre la statua del conte si schiantava nella polvere, a centinaia di chilometri di distanza, in Calabria, decine di operai firmavano un’ inconsapevole condanna a morte. Nessuno avrebbe immaginato che potesse nascere un asse: l’asse Vicenza-Praia a Mare, per rivendicare il diritto alla giustizia e alla verità delle decine di operai calabresi. E invece a Vicenza, della fabbrica Marlane/Marzotto e dei torbidi fatti che ci girano intorno, si comincia a parlare. Soprattutto tra le mura della sede del PdCI. In particolare, se ne è interessato il segretario di partito, Giorgio Langella. E’ stata una casualità, ci racconta. Perché dei fatti della Marlane, e di tutte le vittime della fabbrica di Paria a Mare, a Vicenza non si sapeva nulla. Nonostante fosse un distaccamento delle fabbriche di Valdagno. Ma, una volta sentito per caso, in radio, dei fatti di Praia, Langella si è interessato e ha scoperto l’esistenza del processo Marlane. E la cortina di silenzio, calata sulle più di cento vittime, tra gli operai dello stabilimento, sembra essere stata squarciata. Il 24 febbraio l’assemblea “Non si può morire di lavoro” partirà dalla storia della fabbrica di Praia a Mare per trattare i temi di sicurezza e lavoro. A moderare l’incontro a Vicenza, che si terrà presso l’Alfa Hotel, in via degli Orafi, alle 20:30, sarà Giorgio Langella, segretario del PdCI vicentino. E c’è grande attesa per la proiezione della testimonianza esclusiva di Francesco De Palma, ultimo testimone vivente della malagestione dei prodotti nocivi nel processo produttivo della Marlane e dell’interramento dei rifiuti tossici, nei terreni della fabbrica. De Palma, deceduto pochi mesi dopo aver rilasciato la sua ultima intervista, a causa di un tumore imputabile ai veleni respirati, maneggiati e interrati nello stabilimento, descrive minuziosamente l’attività di interramento, a cui partecipava. E fa nomi e cognomi dei mandanti.  Parole che scorrono nella pellicola “La fabbrica dei veleni”, in onda su Crash di Valeria Coiante, su Raitre. Intanto l’appello lanciato dal PdCI vicentino, “Verità e Giustiza per i morti della Marlane”, che rivolge un invito provocatorio agli imputati, tra cui il conte Marzotto, chiedendogli di farsi processare, incassa adesioni illustri. Dall’astrofisica Margherita Hack all’attrice Franca Rame, dallo scrittore e vignettista Vauro Senesi a Massimo Carlotto. Dall’economista Vladimiro Giacché alla senatrice Pd Silvana Amati. Dal portavoce dell’associazione Articolo21 Giuseppe Giulietti a Oliviero Beha, fino al Caporedattore di Raitre, Della Volpe. L’ultima adesione all’appello riecheggia la solidarietà tra lavoratori in agitazione, ed è quella dei lavoratori dell’ ”IMS s.r.l. in presidio permanente” di Caronno Pertusella, vicino a Milano. Appena messi a conoscenza delle cento vittime dello stabilimento Marlane, i lavoratori in agitazione hanno affermato sgomenti: “In fondo noi siamo stati fortunati”. La loro adesione all’appello è un segno forte. Che dal nord arriva sino al cuore della Calabria. L’asse Vicenza-Praia a Mare, passa da Milano. E potrebbe far convergere altri grossi punti di aggregazione su una questione che sembra salire alla ribalta. Inesorabilmente.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro

Per saperne di più sui fatti della Marlane di Praia a Mare

http://donnelibertadistampa.ilcannocchiale.it/2010/10/29/processo_marlane_prosegue_ludi.html

La contessa Marzotto: più imprenditori come mio suocero e il Sud starebbe meglio. Lo stesso giorno si spegne un'altra operaia dell'ex Marlane di Praia a Mare.
17 gennaio 2012

La Contessa


Angiolina Cosentino non era una contessa. Era un’operaia. Una giovane donna del Sud, che voleva lavorare per portare i soldi a casa. Una donna bruna, che ha passato anni tra la filatura e la tessitura della fabbrica della morte, la Marlane di Praia a Mare. Più di cento le vittime costituitesi parte civile, in un processo che soccombe sotto i colpi dei rinvii, da mesi e mesi. Angiolina Cosentino è l’ultima vittima dello stabilimento della Marzotto. Un mese e mezzo d’agonia, dicono. Un tumore fulminante. Aveva 66 anni. E il destino si è beffato della sua morte silenziosa, il giorno del suo funerale. Mentre i suoi cari la commemoravano, a chilometri di distanza, su a Nord, i riflettori si accendevano su un’altra donna. La contessa Marta Marzotto. Ex moglie del Conte Marzotto. Proprietario di quella fabbrica che ha sterminato operai in 40 anni di silenzio scellerato, complici gli stretti rapporti tra istituzioni locali e amministratori dello stabilimento. La bionda contessa ha infatti dichiarato, in un’intervista pubblicata sul blog di Oriano Mattei, a proposito del suocero, il conte Marzotto: “Lo criticavano: “Marzotto il nemico del popolo, che perseguita i lavoratori dalla culla alla morte”. Dieci persone come lui e il sud sarebbe ridotto meglio”.  Ma il Sud ne ha visti tanti, signori del Nord, nelle sue terre. Forse alla contessa il dato sfugge. In Calabria dalla provincia di Cosenza a quella di Catanzaro i fondi della Cassa per il Mezzogiorno sono finiti nelle tasche degli imprenditori del Nord.





Marta Marzotto e Umberto Marzotto

Ma nei lussuosi salotti della contessa di questo si parla solo tra uomini, probabilmente. Torniamo per le strade polverose di Praia a Mare, quelle che si affacciano sulla Marlane. Strade avvelenate da acidi e metalli killer. Costellate di manifesti mortuari di operai che si spengono, uno dopo l’altro, a causa della gestione scellerata di prodotti nocivi, inalati nella prestigiosa fabbrica del conte. Dalle indagini risulta che complice sia stata la Marzotto. E a svelarci qual è stata la gestione dello stabilimento, dopo l’arrivo della Marzotto tra le mura della Marlane, è un operaio. Vuole restare anonimo. Ha paura che le sue dichiarazioni gli creino ritorsioni. Come se non bastasse il cancro, che già lo consuma da anni e anni. Insieme a lui facciamo un salto nel passato. “Vuole sapere cosa fece la Marzotto, quando acquistò la fabbrica? A parte continuare la gestione scellerata, avvelenando tutti noi che lavoravamo con fumi tossici, finché nel ’96 la tintoria non fu segregata rispetto al resto della fabbrica? A livello produttivo era peggio. Se si rompeva un pc non si poteva lavorare perché era tutto comandato dal Nord. Prima a Praia c’era uno stabilimento a ciclo completo e si produceva il “filato medio fino”, per la tessitura. Poi la filatura “medio fino” fu smantellata, e passata a filatura per maglieria. Così la filatura non produceva più filati per la tessitura. Le macchine furono cambiate. Per alimentare la tessitura il filato arrivava da Bernot". Quindi, da quanto ci dice l’operaio, prima dell’arrivo della Marzotto, a Praia si produceva il filato “medio fino”. Dopo lo si importava dall’estero. “Si lavorava smantellando la fabbrica. Non si facevano i progetti del tessuto, né i campioni, le prove sui tessuti da produrre. Portarono tutto al Nord” ricorda l’operaio. A Praia a Mare però morti e veleni sono rimasti. Quelli non possono essere cancellati da una passerella stravagante. Né da un’affermazione discutibile. I veleni e i morti restano. Lasciano la traccia. Sono una mappa. Un percorso. Una strada tortuosa che, da Praia a Mare, arriva fino ai confini con la Basilicata. Erano gli anni ’60 quando Angiolina Cosentino ha deciso di lasciare il suo paese, e da Papasidero, paese arroccato tra le montagne del Pollino, si è spostata nella città dell’isola di Dino. Posso immaginare il suo volto, anche se non ne conosco i tratti. Posso immaginarla sbirciare dalla finestra della sua casa, vicino al cinema Loren, mentre prepara da mangiare al marito, anche lui operaio Marlane. Posso immaginare la sua mano scorrere sulla ringhiera arrugginita che gira intorno alla fabbrica, e vederla varcare il cancello. I capelli raccolti, accarezzati da quel vento caldo, carico di salsedine. Una donna del Sud. Una donna semplice. Nulla a che vedere con la contessa. La diva. La donna delle passerelle. La musa di Guttuso. Colei che disserta sull’industrializzazione, seduta su un’elegante poltrona, mentre si svolge il funerale di un’operaia morta a causa di quell’industrializzazione scellerata. A Praia a Mare la contessa non ha mai mandato un mazzo di fiori. Sulle tombe degli operai morti dopo essersi avvelenati nello stabilimento Marlane/Marzotto i fiori li portano solo i pochi familiari rimasti in Calabria. Se ci fossero state più Marlane, forse oggi anch’io sarei orfana. Come tanti, troppi praiesi.

“Meglio morto che precario”. Giovanni Parrotta racconta il nodo vitale della precarietà.
17 gennaio 2012
La prima volta che l'ho incontrato stava seduto su una panchina, sotto il cielo di piombo della periferia di Sellia Marina (Cz). A soli 23 anni sembrava già un intellettuale decadente. Barba lunga. Capello lungo. Sguardo attento al dettaglio. Quell'immagine mi è rimasta scolpita nella memoria. Oggi capisco il perché... in questi giorni di dolore cupo per i suicidi di precari, disoccupati e imprenditori sul lastrico, lo straordinario libro del talentuoso Giovanni Parrotta, "Meglio morto che precario", racconta il grande nodo vitale, che è la precarietà. Non ci sono stereotipi o sofisticazioni, ma un giovane che scava, s'interroga, si mette a nudo. Di questo libro, di un realismo narrativo disarmante, c'era bisogno.





Fonte: Redattore Sociale

di Giulia Zanfino

 “Catania. Donna tenta il suicidio dopo aver perso il lavoro. Torino. Un giovane di 28 anni, E.V., è stato trovato impiccato all’interno di un magazzino. Cagliari. Ventisettenne si suicida dopo aver ricevuto un preavviso di licenziamento, causa esubero personale”. Con un cappio in copertina “Meglio morto che precario”, la pluripremiata opera prima di Giovanni Parrotta, talentuoso giovane di origini calabresi, edito da Rubbettino, approda in libreria quasi ad anticipare un’ Italia sconvolta dall’escalation di suicidi tra precari, giovani che perdono il lavoro, imprenditori sul lastrico. Un libro tristemente attuale, quello del giovane Parrotta, da cui emerge un grande nodo vitale, quello della precarietà, che il protagonista tenta di sciogliere, tappa dopo tappa. Trapela quella voglia di riscatto che a Sud Italia ti brucia dentro. Poi l’infanzia difficile, una barca mangiata dalla salsedine, una pipa, la solitudine del mare, l’adolescenza, il vagare quotidiano in sella a uno Zip un po’ scassato, per le strade polverose di Sellia Marina, alla ricerca di un lavoro. E quella periferia meridionale, incastonata tra palazzi abusivi e qualche bar che si affaccia sul ciglio della 106, “la strada della morte”, cui l’autore da un’anima. A Sellia Marina il lavoro è un sogno, stretto nel cranio nudo della provincia di Catanzaro. E chi cresce in queste terre sogna spesso di andare altrove. L’evasione è un’idea che ti martella la testa sin da piccolo. Perché evadere vuol dire avere un’occasione in più di trovare lavoro. E dignità. E Parrotta racconta un’evasione fatta di alcol, spinelli, piccolo spaccio. Ma il filo rosso che lega le tappe dell’esistenza di Michele, il ventinovenne protagonista del racconto, è la ribellione. La resistenza. Quella a un sistema mafioso, cui non vuole appartenere. Così approda in un call center ed anche lì si ritrova faccia a faccia con il mondo spietato della precarietà. E il protagonista si batte. Portando con sé quel nodo vitale che tenta di sciogliere. Senza tregua. Il suo viaggio intimo, personale, diventa metaforico. Universale. Tappa dopo tappa. “Nel viaggio di una vita molti ricordano le tappe, io invece credo bisognerebbe ricordare e godere del percorso, di tutto il percorso, e magari andando anche contro corrente dimenticando le varie tappe, i vari bivi, ricordando solo la strada”. Questa tra le riflessioni che costellano il libro, capitolo dopo capitolo, quasi a voler prendere per mano lo spettatore, per accompagnarlo, nel percorso personale dell’autore. Parrotta scava, s’interroga senza tregua, si mette a nudo. Così la mappa di un’esistenza scandita dalla precarietà si snoda attraverso il racconto intimo dell’autore, da cui emerge uno spaccato del Meridione, privo di pregiudizi. “Diciamo che è c'è parecchia realtà” ci confessa Giovanni Parrotta “alcune vicende sono realmente accadute, anche se in modi diversi. E’ lì che ho messo la creatività . C'è molto della mia vita, ma solo superficialmente. Le varie riflessioni, la scuola, gli amici e i luoghi del mio paese. Il resto è tutto scaturito dall'immaginazione e dalle supposizioni su come sarebbe stata la mia vita se non fossi stato fermo su determinate scelte, in questa terra”. Il libro, privo di stereotipi e sofisticazioni, si è aggiudicato il premio “Chimirri” del concorso “Parole nel vento 2011” e la credibilità narrativa del promettente Giovanni Parrotta, che “porta il lettore a vivere ciò che legge, in prima persona”, ne fa un’opera preziosa, capace di sedurre e far riflettere sul grande tema della nostra epoca.

diritti
Amianto e acquedotti. La contraddizione stridente immersa tra le montagne di Montalto Uffugo (CS)
10 luglio 2011
Ciò che resta di uno dei 4 capannoni in amianto

4 capannoni industriali coperti in amianto, immersi nel cuore delle montagne di Montalto Uffugo. Un'immagine che corre sul filo del paradosso, tanto più che 2 di questi capannoni hanno il tetto sventrato. Gli altri 2 sembrano integri. Li osserviamo dalla vetta di una delle montagne che sovrastano il territorio, guardando a nord. Potrebbero essercene altri, inghiottiti dalla fitta vegetazione che ricopre il territorio. Siamo nel cuore del Parco Mangia e Bevi, un' area ricca di fonti e boschi. I capannoni si trovano su una montagna chiamata Passo della Cupa e sembra siano sorti alla fine degli anni '60. In quegli anni Pasquale Corniola aveva creato sulla sua proprietà un allevamento di pollame. La gente del posto ci racconta che l'attività ha avuto una vita piuttosto breve, intorno ai dieci anni, e poi i capannoni sono stati svuotati. Dunque, secondo queste ricostruzioni, dalla fine degli anni '70 a oggi i capannoni sono rimasti lì, nella proprietà della famiglia Corniola. Si dice che questa proprietà sia ricchissima di acqua, tanto che, il proprietario, ci aveva realizzato una piccola centrale elettrica, e i due capannoni in eternit, sventrati dal tempo e dall'abbandono, si affacciano proprio su due acquedotti. 


L'acquedotto che si affaccia sui capannoni abbandonati

Una parte della proprietà, ci dicono, a fine anni '60 è stata espropriata dal Comune, che ci ha fatto passare l'acquedotto comunale. Ci guardiamo intorno cercando di scorgerlo, tra l'erba alta che copre l'intera montagna. La scarsa visibilità ci costringe a farci largo tra erbacce e rami secchi, e finalmente vediamo due acquedotti. A pochi metri, tra fitti sipari di foglie, scorgiamo i capannoni in eternit. Alcuni abitanti del luogo ci dicono che quest' acquedotto fornisce acqua da Passo della Cupa, montagna che si snoda nel territorio di Montalto Uffugo, fino a Settimo, lungo la Statale 19. Eternit e acquedotti. Un binomio che fa venire i brividi. Gli abitanti di Vaccarizzo, una frazione di Montalto Uffugo, sono i più vicini, in linea d'area, ai capannoni abbandonati. "Abbiamo paura che il vento porti le particelle di amianto sulle nostre terre, nelle nostre case. Abbiamo paura di respirarle!", ci dice un ragazzo, preoccupato. Preoccupazione avallata da un'ordinanza di bonifica emanata dal Comune di Montalto Uffugo, nel lontano 2004, e indirizzata al proprietario dei capannoni. Ma dal 2004 a oggi nulla è stato fatto. Eppure è noto come "le fibre rilasciate sono disperse dal vento e, in misura ancora maggiore sono trascinate dalle acque piovane, raccogliendosi nei canali di gronda o venendo disperse nell’ambiente dagli scarichi di acque piovane non canalizzate".   
                                                                                   
Un altro acquedotto vicino ai capannoni in eternit

Proprio per questo in Italia vige una fitta ramificazione legislativa, molto chiara, che impone ai proprietari di bonificare i beni contenenti amianto. Qualora i proprietari non provvedano la disciplina legislativa prevede l'intervento del Comune in cui si trova il bene che dovrà essere bonificato. L'architetto Chiappetta, della Protezione Civile di Montalto Uffugo, si occupa della vicenda dal lontano 2004. "Il Comune aveva emesso un'ordinanza nel 2004, per intimare ai privati di fare lo smaltimento", ci dice "Negli anni il privato, però, non ha provveduto. A oggi il proprietario è deceduto e il Comune deve emanare un'altra ordinanza, verso gli eredi del proprietario". E qualora i nuovi proprietari non provvedano? "In quel caso cercheremo di attuare l'ordinanza, se il Comune ha i soldi anticiperà la somma, provvederà alla bonifica e addebiterà i costi ai proprietari dei capannoni". Ma non andava fatto un po' prima? "Guardi non ci sono rischi. La captazione della sorgente avviene a monte, a valle ci sono solo i serbatoi". Ma vicino ai capannoni abbiamo visto delle fontanelle... "Sono fontanelle private, nulla a che vedere con l'acquedotto...". E l'acquedotto comunale che si affaccia sui capannoni? "Le ripeto, il sistema di raccolta delle acque avviene a monte. L'unico rischio è quello legato alla dispersione in atmosfera. Comunque nel circondario non vive nessuno e per abbattere ogni rischio il sindaco deve emettere l'ordinanza" ci spiega pazientemente l'architetto Chiappetta. Se c'è un dato piuttosto stridente è che, dal 2004 a oggi, è stata emessa un'unica, solitaria, ordinanza di bonifica. Poi un lunghissimo silenzio, che lascia perplessi, visti i rischi ormai accreditati, dell'esposizione all'amianto. Le fibre penetrano nel terreno e si disperdono nell'aria. Chiediamo all'architetto Chiappetta quanto ci vorrà, ancora, prima della bonifica. "Dopo l'emissione dell'ordinanza i proprietari avranno due mesi di tempo". Intanto ci informiamo dei costi necessari alla bonifica. "In passato" prosegue l'architetto Chiappetta "era di 60mila euro, oggi sarà arrivato a 100.000". Una cifra tutto sommato abbordabile, per un'amministrazione comunale come quella di Montalto. La domanda è, dunque, perché fino ad oggi l'area non è ancora stata bonificata? Intanto a Torino il processo all'ex Eternit di Bagnoli è alle battute finali. 1939 morti, forse destinati ad aumentare ancora vertiginosamente. Perché l'amianto è un metallo estremamente pericoloso.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro


LAVORO
Business e morte. Dopo 40 anni di silenzio prende il via il processo "Marlane".
27 giugno 2011


Lavoro e veleni. Affari e morte. Testimonianze che inchiodano i signori della politica locale. Silenzi mediatici che fanno venire i brividi. Nonostante ciò 40 anni di una storia aziendale torbida verranno finalmente ripercorsi nel più importante processo in materia di Lavoro, di tutto il Meridione d'Italia. Quello che squarcerà il velo del silenzio su una vicenda di business e morte, incastonata su una delle più belle coste del Sud Italia. Lo scenario è Praia a Mare e i fatti risalgono alla fine degli anni '50, quando con i fondi miliardari della Cassa per il Mezzogiorno un noto imprenditore piemontese costruì, tra la Calabria e la Basilicata, una serie di piccole imprese nel settore tessile. Tra queste il Lanificio R2 di Praia a Mare, oggi noto come Marlane. Un lungo serpente in cemento armato, che si affaccia sul mare cristallino del Tirreno Cosentino, di cui oggi resta solo il fantasma di quell'impresa considerata fiore all'occhiello del tessile meridionale. A oggi sono più di cento, tra ex operai della fabbrica, ad aver perso la vita dopo aver contratto le più svariate neoplasie. E sono più di un centinaio gli ammalati che chiedono giustizia a un sistema che di loro si è preso tutto. Tra le mura del tribunale di Paola si lavora in silenzio. Arrivare al processo è stata una lotta contro il tempo, vinta per un soffio dal team del Procuratore Bruno Giordano. Ma il rischio prescrizione è alle porte.



E proprio per scongiurarlo il deputato della Camera, Antonio Boccuzzi (Pd), ha presentato un'interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, che è stata cofirmata da Laratta, Esposito, Villecco Callipari, Codurelli, Miglioli, Madia, Gnecchi e Schirru. Nell'interrogazione si sottolineano i rischi della prescrizione e si legge "diversi rinvii, da ultimo l'udienza prevista per il 19 aprile di quest'anno, rinviata al 24 giugno, rinvio dovuto ad un difetto nella notifica, ovvero la mancanza nel fascicolo della notifica, inviati a 5 avvocati della difesa di quattro pagine; questo nuovo differimento giunge del tutto inatteso, anche alla luce di un'eventuale scadenza dei termini di prescrizione per i vari reati contestati". Intanto la prima udienza è scattata, ed è stata rinviata solo per consentire la citazione dei responsabili civili. Sembra che questo rinvio, avvenuto in un'aula gremita dai parenti delle vittime e dagli operai ammalatisi tra le mura della fabbrica, consenta ulteriori costituzioni di parti civili tra le vittime dei reati contestati all'azienda. Omicidio colposo, perché gli imputati non avrebbero fornito ai lavoratori dispositivi di protezione, e a vario titolo avrebbero omesso di vigilare sull'utilizzo degli stessi da parte dei dipendenti. Disastro ambientale, all'interno e all'esterno della fabbrica. Sono tra i capi d'imputazione che vedono alla sbarra i dodici presunti responsabili dei fatti. Ma non si è fatto cenno della ventilata proposta di cambiare il capo d'imputazione da omicidio colposo in omicidio volontario con dolo eventuale, sbandierata mediaticamente dall'avvocato Conte che ha rievocato la sentenza della Thiessen, di Torino. Una sentenza che costituisce un precedente importante, in materia lavoristica. Del cambio di capo d'imputazione, però, nei fatti concreti, non si è discusso in aula, perché si è ancora discusso di alcuni difetti di notifica. La proposta, del resto, era già stata avanzata nella fase preliminare del processo, negli atti di altri avvocati di parte civile, tra cui Natalia Branda, che oggi difende più di 50 tra operai ammalati e familiari degli operai deceduti. Desta dunque perplessità la frantumazione con cui si muove la difesa delle parti civili del processo Marlane. Atteggiamento che urta contro un pool difensivo degli imputati, solido. Simbiotico. Ma solo il 7 e il 14 ottobre potremo constatare realmente quali saranno le strategie della difesa. In quei giorni il processo dovrebbe prendere il via definitivamente.



Carlo Lomonaco, sindaco di Praia a Mare e imputato nel processo "Marlane"

A Praia ci si imbatte quasi sempre in qualcuno che con la Marlane ha avuto a che fare. Ex operai ammalati. Familiari di operai deceduti. Ex dirigenti, stretti nei loro abiti eleganti, che percorrono il corso principale in bicicletta. Le loro mogli, che passeggiano nei loro tailleur griffati. Le vedove degli operai, strette nella loro silenziosa dignità. Parlare della Marlane, a Praia, significa scontrarsi con l'indifferenza di chi dentro non ha mai messo piede. O con la paura di chi non vuole compromettersi. Perché ancora oggi la storia della Marlane, che ha chiuso i battenti nel 2004, governa le sorti dell'intera città. Il suo attuale sindaco, Carlo Lomonaco, è uno dei 12 imputati del processo "Marlane". L'attuale sindaco è stato, infatti, responsabile del reparto tintoria della fabbrica per un periodo di tempo in cui, secondo l'accusa, era già in atto l'omissione di cautele sul lavoro. La tintoria, del resto, era il reparto killer della Marlane, da cui si sprigionavano i fumi velenosi che intossicavano gli operai della fabbrica. Ci rechiamo, dunque, a Praia a Mare per intervistare il sindaco su quelli che sono i rischi di contaminazione del territorio, perché intorno alla fabbrica dismessa i prelievi della procura di Paola hanno individuato la presenza di Cromo Esavalente e metalli pesanti, in grossa quantità. Non riusciamo a ottenere un incontro. Il sindaco si scaglia verbalmente su di noi e ci preclude qualsiasi intervista. Eppure il Comune di Praia a Mare si è costituito parte civile nel processo, anche se all'atto della votazione sembra che il sindaco fosse assente. Sono tante le contraddizioni che girano intorno ai fatti della Marlane di Praia a Mare. E troppo poco il tempo che separa le sorti del processo dalla prescrizione dei capi d'imputazione. Ora si tratta di lottare contro il tempo, fare chiarezza e rendere giustizia a un'intera collettività.

Giulia Zanfino - Mezzoeuro
POLITICA
IL RIORDINO DEL CONSORZIO DI BONIFICA DEL COSENTINO: TRIBUTI ASTRONOMICI E CARENZA DI SERVIZI
23 giugno 2011


"Le tasse sono una cosa bellissima", diceva l’allora ministro Tommaso Padoa-Schioppa, nel 2007, comodamente seduto nel salotto televisivo di Lucia Annunziata. Ma probabilmente non si era imbattuto nel clamoroso paradosso, tutto calabrese, dei tributi consortili del Cosentino. Zero servizi uguale pagamento del tributo è l'equazione che connota alcune di queste tasse. Anche chi non riceve benefici, quindi, è tenuto a pagare, solo perché il proprio terreno è stato ricompreso nel territorio del Consorzio, i cui limiti sono stati ritoccati nel 2006 dalla Regione Calabria, comprendendovi vaste zone montane. E la formula del Consorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino, ex consorzio Sibari Crati, noto "carrozzone" regionale commissariato per decenni e posto in liquidazione con 36 milioni di euro di passivo, ha fatto saltare giù dalla sedia molti bisignanesi. Per spiegare questa curiosa trovata calabrese basta fare un salto nel passato. Galeotta fu la legge regionale 11/03, che consente di calcolare il tributo consortile in base a due criteri che si prestano a interpretazioni ambigue: 1) per le spese afferenti il conseguimento dei fini istituzionali del consorzio, indipendentemente dal beneficio fondiario; 2) per le spese riferibili all’esercizio, manutenzione ed esecuzione di opere di bonifica, sulla base del beneficio che ne ricavano i terreni. Una legge la cui applicazione si è rivelata stridente con quanto disposto dalla disciplina generale prevista dall'articolo 860 c.c. e dal Regio Decreto 215/1933, che sanciscono il principio secondo cui i contributi consortili vanno pagati in ragione del beneficio che i terreni traggono dalle opere a dagli interventi di bonifica. Principio a cui si è uniformata la Corte di Cassazione e le Commissioni Tributarie nel decidere i ricorsi avverso i contributi consortili. Resta il fatto che, per far fronte ai 36 milioni di euro di debiti contratti dal vecchio Consorzio Sibari-Crati, la Regione Calabria ha concesso al Commissario liquidatore di accendere un mutuo della stessa cifra e si è accollata metà debito. 







E dopo la nascita del Consorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino il sistema dei tributi ha cambiato registro. I più colpiti sono i piccoli proprietari che usufruiscono di impianti di irrigazione, coloro che possiedono da 1 a 3333 mq di terreno: essi pagano indistintamente, in media 90-100 euro. Da 3333 sino a 5000 mq la tassa aumenta di solo 10 euro. Oltre 10000 mq vengono aggiunti 10 euro per ogni 1000 mq, ed è prevista una riduzione per chi è imprenditore o produttore agricolo. Così, gente che cerca di sostenere il reddito familiare con il lavoro agricolo, si è ritrovata nella cassetta della posta un tributo regionale che viene ritenuto ingiusto. A chi pagava già in passato, perché usufruiva dei servizi dell'ente, è toccata una maggiorazione astronomica della tassa. A chi non pagava, perché di fatto non ricava alcun beneficio da opere di bonifica, è arrivato, invece, il prima avviso di pagamento e le tariffe in questo caso sono diverse. Per gran parte dei cittadini colpiti molte sono le zone d'ombra di questo tributo. Troppe. Il dato che salta subito agli occhi è che paga di più, paradossalmente, per quanto riguarda l’irrigazione, il piccolo proprietario terriero, e non vengono esentati da tasse i proprietari di terreni inutilizzati che non ricevono alcun beneficio da interventi di bonifica. Un paradosso da moltissimi vissuto come un’ingiustizia, ma che potrebbe ricondursi a un errore di distrazione dei nostri amministratori regionali. Certo è che urge fare chiarezza. Perché le tasse si pagano anche in ragione dell'irrigazione e dei benefici ricevuti. E la logica vuole che più un terreno sia vasto, più sia probabile che il suo proprietario sprechi risorse idriche per irrorarlo. Tutto ciò ha un costo, che dovrebbe rientrare, appunto, nei tributi consortili da pagare. Invece, i terreni più vasti, pagano tra le 10 e le 30 euro in più, sulla bolletta, di chi ha un piccolo fazzoletto di terra. Il tariffario, del resto, non mente. E quando alcuni bisignanesi lo hanno letto, hanno spalancato gli occhi, increduli. Bisignano ha un cospicuo territorio a vocazione agricola e qui, nel secolo scorso, furono numerose le battaglie contadine per le terre, e non meno aspra fu quella che impedì la costruzione del termovalorizzatore. E’ un territorio di mezzo. Se ci arrivi dall'entroterra silano, il respiro del panorama si dischiude lentamente. Proprio in questo luogo ricco di fascinazioni emergono in modo lampante alcuni paradossi del tributo consortile. Il luogo dove sorge il Santuario di Sant' Umile, un convento arroccato su una collina, a picco su un dirupo, danneggiato perché gravemente colpito dal dissesto idrogeologico, è stato incluso nei terreni consortili , così come lo sono state altre zone del Bisignanese, colpite dal dissesto. Tanto che lo stesso sindaco di Bisignano, Umile Bisignano, ha scritto al Direttore del Consorzio di Bonifica di Cosenza e all'assessore all'Agricoltura della Regione Calabria, Michele Trematerra, per chiedere l'esonero del pagamento della tassa di bonifica in quelle terre. Moltissimi sono i cittadini sul piede di guerra che si sono recati a chiedere spiegazioni agli sportelli del Consorzio e non mancano le discussioni in materia sui siti on-line locali. Tante sono le domande senza risposta che riguardano l’illegitttimità di corrispondere un tributo a un ente impositore che non garantisce a tutti i contribuenti un reale servizio o beneficio. E’ giusto, per esempio, pretendere il versamento di un tributo di 35 euro per ogni ettaro di terreno asciutto se dallo stesso fondo il possidente non consegue nulla ai fini del suo reddito annuale o se il terreno non viene utilizzato perché impervio e inutilizzabile? Domanda più che lecita, se si pensa che molte particelle di terreno sono state incluse nel Consorzio all'insaputa dei loro proprietari, che hanno scoperto i fatti solo dopo aver ricevuto le bollette da pagare. E spesso i proprietari si ritrovano con parte dei propri terreni ricompresi nei limiti del consorzio e parte escluse, nonostante le particelle catastali siano adiacenti e ciò a causa del criterio non molto chiaro con cui si è proceduto a riperimetrare il territorio del consorzio. Uno scenario da commedia all'italiana, più simile a una farsa che al rilancio di uno strumento che, potenzialmente, potrebbe offrire dei servizi reali alla collettività. Il tutto farcito dalla formula vincente che vede obbligato a pagare anche chi non riceve nessun servizio dall'ente. Ma chi è alla guida di questo "ex carrozzone", tirato a lucido e celebrato come un nuovo strumento utile a offrire servizi preziosi per la collettività? Presidente del neoconsorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino è Salvatore Gargiulo, già commissario ad acta di questo e commissario liquidatore del consorzio Sibari-Crati. Quindi niente di nuvo all'orizzonte. Al di là delle cifre astronomiche che i contribuenti dovranno pagare.

Di Giulia Zanfino

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EMERGENZA CASA A COSENZA. VIAGGIO TRA CENTRO STORICO E VIA DEGLI STADI.
11 maggio 2011
Palazzo Campanella (CS)

La casa è un sogno. Ma in certi luoghi non riesci neanche più a sognare. Perché resta solo la rabbia, che esplode davanti alla miseria dei senza casa di Cosenza, quando si scontra con interi edifici ristrutturati e sigillati. Palazzi tirati a lucido e abbandonati per anni, nel cuore della città vecchia, che oggi sono immersi nella polvere e nella penombra. Così, dopo anni di attesa della casa popolare, dopo anni che vivi in macchina o in una casa pericolante perché hai perso il lavoro, dopo anni di segnalazioni alle istituzioni che non rispondono concretamente, decidi che la soluzione deve partire da te. Trattieni il respiro, forzi la serratura di uno di quei palazzoni sigillati e varchi la soglia di quel posto chiamato "casa". 


I bambini dell'occupazione

Di storie di intere famiglie senza casa la città di Telesio è piena. E se giri per i vicoli stretti del centro storico fai presto a capire il perché. Alcuni palazzi della città vecchia sono scheletri di pareti. Edifici pericolanti che i proprietari non possono ristrutturare. Case diroccate occupate da giovani senza lavoro, che un tetto forse non lo hanno mai avuto. Antonello fino a ieri dormiva in macchina. E' andata così per sei mesi. Con lui per strada dormivano anche sua moglie e la figlia di tredici anni. Ma la figlia, spesso, fortunatamente andava anche a dormire dalla nonna. "Avevo fatto presente la mia situazione al sindaco e agli assessori comunali, mi hanno detto che mi avrebbero aiutato, ma intanto ho trascorso sei mesi in strada. Ma come si fa a stare in strada con una figlia di 13 anni?". 


L'interno del palazzo, ristrutturato e sigillato da anni

Antonello si racconta un po'. La sua frustrazione è disarmante. Se lo guardi dritto negli occhi, da quello sguardo stanco, trapela tutta l'umiliazione di un padre che non può garantire un tetto ai figli, dopo una vita passata a fare l'imbianchino e il muratore. Ma l'umiliazione dovrebbe essere di chi tiene in mano le chiavi di questi palazzoni ristrutturati e permette che un'intera famiglia dorma in macchina, con una figlia tredicenne, per sei lunghi mesi. Antonello è finito in strada perché un anno e mezzo fa ha avuto un infarto, in una terra dove se ti ammali e non puoi lavorare, sei un uomo finito. Ma perdere il lavoro non basta. Dopo arrivano i tagli ai sussidi per l'affitto, ridotti al 20%. Così un' intera famiglia si è ritrovata a dormire in strada. E dopo il gelido inverno trascorso tra le lamiere della sua automobile Antonello ha deciso di smettere di chiedere "educatamente" aiuto alle istituzioni, che negano l'esistenza di edifici pubblici disponibili per far fronte a situazioni di emergenza. 


Antonello

Così, grazie ai ragazzi del comitato "Prendocasa", ha scoperto che nel centro storico, a pochi passi dalla traversa dove ha dormito per mesi al freddo, c'è un palazzo ristrutturato e sigillato. E insieme ad altre 8 famiglie ha deciso di partecipare all'occupazione di palazzo Cosentini che già da stamane era costellato dall'eco delle voci dei bambini, una decina, che i genitori hanno portato nella loro nuova casa. Palazzo Cosentini è un edificio dell'ATERP che sembra fosse stato assegnato all'Unical, insieme ad altri sei della città vecchia, dopo essere stato ristrutturato con fondi pubblici. Invece eccolo qui, immerso nel limbo dell'attesa per anni. Un destino che accomuna parecchi edifici del Cosentino. Troppi. C'è da chiedersi, dunque, chi abbia un interesse speculativo rispetto a tutta questa storia, che sembra piuttosto torbida.


Via degli Stadi (CS)

Il comitato "Prendocasa" nel suo comunicato stampa sottolinea che le assegnazioni di questi palazzi "continuano a reggersi sul vecchio disegno, ormai fallito, di portare una facoltà universitaria a Cosenza. Basti pensare alla capacità effettiva di Palazzo Bombini, che potrebbe tranquillamente soddisfare il bisogno di 13-14 famiglie, mentre attualmente ospita solo una decina di ricercatori. Otto famiglie accomunate dalla medesima condizione di precarietà abitativa, conseguenza diretta della precarietà economica, che vivono in case pericolanti, in emergenza abitativa, con sfratti esecutivi o in pochi metri quadri fatiscenti da dover condividere con altri nuclei familiari non possono più sottostare a questo come a tanti altri ricatti. Prendocasa ha costruito un percorso reale di riappropriazione dal basso dei bisogni negati". 


Via degli Stadi (CS)

Lasciamo il centro storico e ci rechiamo in Via degli Stadi. Periferia grigia dell'edilizia residenziale pubblica. Una lunga foresta in cemento armato. Su ogni edificio campeggiano slogan enfatici da cui trapela la rabbia e la solitudine di chi ci vive. A Via degli Stadi ci andiamo con Francesca Gabriele, mentre volti curiosi sbirciano dalle finestre e qualche portone si schiude. Anche qui i sogni non arrivano. L'unico punto d'incontro è il bar "Rossoblu", tappezzato da immagini che inneggiano al "Cosenza Calcio", una fede. O qualcosa a cui aggrapparsi per guardare oltre le pareti in cemento armato che ci sovrastano. Un gruppo di giovani sta davanti al bar. Ci soffermiamo a parlare con loro, gli chiediamo cosa vorrebbero nel loro quartiere, cosa manca. "Soldi, lavoro", sono le risposte che vanno per la maggiore. Ma anche non essere stigmatizzati come quelli di Via degli Stadi, che rubano le macchine, che spacciano. "Quelli di Rende hanno tutto e nessuno gli dice nulla. Noi invece siamo visti come i delinquenti!" A. ha gli occhi chiari, sogna di diventare ragioniere e di fare un viaggio a Parigi. "Se cerchi lavoro e dici che sei di Via degli Stadi la gente non ti assume" aggiunge, con un velo di amarezza che poi tenta di dissimulare scherzandoci su. Ma c'è poco da scherzare a Via degli Stadi. Di notte branchi di cani randagi girano per i palazzi e uscire da soli è un'impresa, ma nonostante le segnalazioni nessuno ha risolto il problema. 


Chiarina Magnelli, Via degli Stadi

La signora Chiarina Magnelli ha 82 anni e vive in Via degli Stadi dal 1994. Ci invita nella sua casa. Le pareti del palazzone sono marce, le mura della sua abitazione sono segnate da crepe e umidità. Lei l'affitto della casa popolare non lo paga più perché nessuno riesce a risolvere il problema dell'umidità che impregna le mura della sua casa. "Per ristrutturare il palazzo ci vogliono 20.000 euro a persona, ma qui la gente i soldi non li ha. Quindi i palazzi restano fatiscenti e continuano a degradarsi". Salutiamo la signora Chiarina e lasciamo Via degli Stadi. Un perimetro grigio che uccide la voglia di sognare.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 

Foto: copyright Giulia Zanfino

Ciao Francé
27 aprile 2011

Francesco Mazzei (foto: Giulia Zanfino)


Francesco non c'è più. E' andato via in silenzio. L'ho saputo per caso, oggi, mentre attraversavo la Cosenza "invisibile". Quella terra di frontiera dove lo hanno trovato domenica, esanime. Del centro storico di Cosenza Francesco conosceva ogni centimetro, perché era nato lì. 30 anni ad aspettare la casa popolare. Trent'anni di opportunità negate e quello sguardo malinconico. Profondo. 
Ciao Francè, ti ricordi quella mattina di maggio? Sulla tua terrazza c'era il sole, anche se nella foto non si vede... Ciao.
Giulia


Cosenza vecchia resiste. Storie dimenticate dal centro storico del Cosentino.
17 maggio 2010


Immagini che sembrano scorrere da una bobina cinematografica del secondo dopoguerra. Palazzi sventrati, appesi a un filo, nel cuore del centro abitato. Ponteggi abbandonati. Pareti grondanti. Storie di vite perdute, narrate da un sottoproletariato urbano che persino il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato. Siamo nel centro storico di Cosenza, in cui pulsa la storia della nostra terra, incastonata tra pietre asimmetrice e mattoni di terra cotta. Un arcipelago di palazzi antichi e lenzuola appese alle finestre, da cui, tra i lunghi cornicioni, si scorgono scorci di cielo. Così "Cosenza vecchia" sovrasta l'intera città, dall' alto della sua decadente bellezza. 
Francesco ha il volto scarno, solcato da qualche ruga. Un ciuffo arruffato caratterizza la sua figura esile. Attraverso il sottile vetro dei suoi occhiali osserva pensoso Santa Lucia, un tempo noto come quartiere delle "lucciole". Un posto in cui si cresce in fretta e si impara subito come si sta al mondo. "Sono nato qui" ci racconta "da una famiglia numerosa. In tutto eravamo sette fratelli". Francesco è cresciuto nelle viscere del centro storico. Ne conosce ogni centimetro. La sua storia sembra rubata da una delle più struggenti pellicole di Pier Paolo Pasolini. Quelle in cui l'intellettuale, scandagliando il mondo primitivo dei sobborghi capitolini, restituiva un posto nella storia al popolo degli esclusi. "Da piccolo facevo qualche lavoretto per le prostitute. Gli andavo a fare la spesa. Così contribuivo al reddito familiare". Poi l'amore, la famiglia e qualche "errore di gioventù". Francesco si racconta, mentre ci accompagna per i vicoli del suo quartiere. E ci rendiamo conto che le vite di alcune persone del centro storico spesso si somigliano. Sono vite segnate da promesse elettorali mai mantenute, da offerte di lavoro mai concretizzate, dalla disoccupazione dei figli, dal carcere per droga e piccolo spaccio. Eppure siamo in uno dei più bei centri storici d’Italia. Un luogo che pullula di gente, che non si sente per niente “periferia”, ma parte integrante della città. Giannino, un ex operaio, ci raggiunge di lì a poco. Anche lui è nato qui. E da dietro il cappellino che porta sempre, ben saldo sulla testa, vediamo la sua fronte corrugarsi preoccupata. Insieme a Francecso e Giannino continua il nostro viaggio, tra i gironi del centro storico. Lontano dal Paradiso apparente di Corso Telesio e piazza Prefettura. Salendo per i vicoli stretti, in via Messer Andrea, troviamo solo l'Inferno. 


La casa di Francesco è un palazzo antico arroccato sulla collina. Da qui si domina il lato nord della città, da cui il fiume Crati sembra un lungo serpente argentato che si snoda tra la terra battuta e gli edifici sottostanti. Entriamo nel palazzo. Una volta al suo interno ci rendiamo conto che questo posto non è una casa. Già nelle scale ci assale un'aria fetida, mentre scopriamo che i piani superiori sono completamente abbandonati. Ciò che resta delle stanze è un'immensa discarica di oggetti che prima facevano parte della quotidianità. Ora, questi oggetti, sono solo rifiuti arrugginiti, sventrati dalle intemperie. La stanza da letto ha le pareti incrostate di funghi. Il tetto è completamente crollato. "I vigili del fuoco hanno rattoppato il tetto con un telone di plastica, e mi hanno detto che dovevo lasciare la casa". Francesco ricorda il momento in cui il solaio è venuto giù. Eppure vive ancora qui, mentre sua zia, la moglie e i figli hanno trovato una sistemazione più dignitosa. "Non so dove andare" continua "è dagli anni ottanta che ho fatto domanda di casa popolare ma, ora per un errore burocratico, ora per un altro, non so se riuscirò a ottenere l'assegnazione. I servizi sociali, poi, da queste parti non si vedono per niente".



Lasciamo l'inferno di via Messer Andrea e scendiamo giù, a Lungo Crati. Lì Giannino ci mostra quella che un tempo era la sua casa: un enorme palazzo, imploso nel suo interno, colonne portanti comprese. In piedi è rimasto solo uno scheletro di pareti. Dall'esterno si vedono massi e vetri frantumati, accatastati ai piedi della struttura. Anche Giannino ci racconta di aver fatto la richiesta per la casa popolare. Ma non ha ancora avuto nessuna risposta. A pochi metri da quella che un tempo era la sua abitazione ci sono case abitate, ristrutturate dai proprietari con i sacrifici di una vita.
La signora Addolorata Borrello, vive in via Campagna, a ridosso del palazzo diroccato, e ci racconta anni di proteste presso le istituzioni. "Abbiamo raccolto firme, e chiesto l'intervento dell'amministrazione comunale. E dal sindaco Perugini abbiamo avuto una sola risposta: dovete lasciare le vostre case. L'amministrazione non può intervenire". La signora racconta di quanto le sia costato ristrutturare la casa, con i sacrifici di una vita, risparmiando su ogni centesimo dell' unico stipendio percepito. "Ed ora, a causa di questo palazzo che rischia di crollarci addosso" continua la signora " rischiamo di perdere tutto . A casa lavorava solo mio marito, che per anni ha fatto il boscaiolo". La casa è tutto quello che queste persone hanno. Andare via è fuori discussione.
 L'assessore Marco Ambrogio, con delega alle Attività economiche e produttive, da promuovere anche nel centro storico, chiarisce i dubbi, sostenendo che l'amministrazione comunale "non può intervenire su abitazioni private, che presentano problemi strutturali atavici". In compenso, attualmente, l'amministrazione è impegnata in un progetto di "rivitalizzazione turistico-culturale del centro storico". L'apertura del secondo asilo nido "nel bellissimo chiostro del Convento di Santa Maria delle Vergini", l'arrivo degli studenti dell'Unical a Palazzo Bombini, messo a disposizione degli studenti grazie ad un'iniziativa congiunta di Comune, Aterp e Università della Calabria, ne sono solo un esempio. A breve, infatti, la Proloco aprirà una sede, concessa dal comune, a piazzetta Toscano. Ci sarà finalmente un "punto informazione" per i turisti, si potenzierà la sicurezza dei quartieri del centro storico, così come richiesto dai cittadini, e si tenterà di far ripartire la "movida notturna". Se durante una passeggiata al chiaro di luna, però, un turista, uno studente o un semplice cittadino, viene colpito da un calcinaccio, o un intero palazzo viene giù nel bel mezzo della "movida", c'è da chiedersi in capo a chi stia la responsabilità della mancata messa in sicurezza degli edifici pericolanti. Mentre Cosenza si prepara frenetica all'Expo di Shangai, attraversiamo il Ponte Mancini, anello di congiunzione tra il centro storico e il resto della città. Alle nostre spalle "Cosenza vecchia", immersa nel tramonto, si erge maestosa, come un animale ferito . Francesco e Giannino ci accompagnano nella "città nuova". Hanno trovato alloggio presso l’ex ufficio di collocamento in viale Trieste occupato dal Comitato di Lotta per la casa. Sono stanchi di aspettare l'assegnazione di una casa popolare che "chissà se arriverà". Ad oggi, per loro, la soluzione abitativa proviene dal basso.

Giulia Zanfino
foto © Giulia Zanfino
Mezzoeuro 15/05/2010





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I ragazzi di strada di Cosenza. Storie di vite ai margini.
19 aprile 2011

11 anni fa ho fatto le valigie, sono salita su un aereo e ho sorvolato l'Oceano, per raccontare i "meninos de rua" brasiliani. Oggi che sono tornata a casa, vi racconto i ragazzi di strada di Cosenza. Non lo avrei creduto possibile, eppure è così...


Rialzo, Via Popilia (CS) - Foto Giulia Zanfino

Lo chiameremo G. 17 anni di vita vissuti nelle viscere del centro storico di Cosenza, passati tra l'istituto, qualche garage occupato e la strada. A guardarlo in faccia non lo diresti, però. I segni che porta addosso sono invisibili. Come i ragazzi di strada di Cosenza. Loro non li vedi. Non sono come i "meninos de rua" di Rio, che camminano spavaldi, in branco, sui marciapiedi che costeggiano il Copacabana Palace, quasi a voler sfidare quel sistema che li tiene ai margini. I ragazzi di strada di Cosenza, no. La Cosenza delle hogan tappezzate di strass, delle vetrine tirate a lucido, delle passerelle elettorali appassionate, non li vede nemmeno. Ma ad annientarli non è l'indifferenza. E' la solitudine. G. è stato abbandonato dai genitori all'età di cinque anni. Ci racconta la sua storia sotto un cielo di piombo, che ci sovrasta. Tutto comincia quando la madre, infermiera in un ospedale del cosentino, si innamora di un uomo, proprietario di una ditta boschiva a San Giovanni in Fiore. E quest'uomo non lo vuole tra i piedi. Così, a soli cinque anni, G. viene abbandonato dalla madre. Ad accoglierlo, da subito, è la nonna. Affettuosa, materna. Per il bambino è l'unico riferimento rimasto, ultimo frammento affettivo della sua esistenza. Ma la madre non ci sta, e per qualche ragione, tutta da decifrare, costringe la nonna ad affidare G. alla casa famiglia per minori "Sacri Cuori". Poi è la volta del convitto nazionale. Scopriamo che questo giovane ragazzo ha una sorella, che oggi ha 22 anni. Ce lo racconta a denti stretti. Ci dice che anche lei è stata abbandonata dalla madre, e si è sposata giovanissima. Forse per amore, oppure per sfuggire alla strada. Perché quando sei solo al mondo, prima o poi, con la strada devi farci i conti. Per un po' G. è vissuto da lei. Ma suo marito non lo voleva tra i piedi. Una storia dolorosa, che si ripete. Nessuno vuole prendersi cura di lui, così G. finisce per strada. 



Sgombero dei "senza casa" a Cosenza (Foto: G.Z.)

All'inizio cerca un posto dove stare e, insieme a un amico, trova un garage abbandonato, nel cuore del centro storico di Cosenza. Per ben tre anni vive lì. "C'era tutto il necessario" ci racconta, mentre accarezza il cane che gli scodinzola intorno, e si asciuga dalla fronte qualche timida goccia di pioggia. Lo osserviamo abbozzare un sorriso di circostanza, quasi a nascondere l'imbarazzo di mettersi a nudo e raccontare la sua solitudine. Nella sua voce vibra la traccia di una sofferenza troppo profonda per la sua giovane età. G. abbassa lo sguardo, come se la sua condizione sia una colpa o una sorta di pena da espiare. "La cosa che mi fa più male è vedere mia madre. A volte mi chiama di nascosto, per sapere come sto. Ma non basta, mi sento solo al mondo e quando vedo gli altri ragazzi con le loro famiglie affettuose, il dolore diventa insopportabile". G. continua la sua storia. 3 anni nel garage occupato, l'abbandono della scuola, poi il ritorno della proprietaria. "Quando quella povera vecchietta (la padrona del garage, ndr.) è tornata, le è preso un colpo", continua. La sua storia, intrisa di amarezza, sembra scorrere da una bobina cinematografica di Pier Paolo Pasolini e riecheggia uno scenario miserabile. Inconcepibile nella Cosenza del postmodernismo tecnologico. Ma dal ventre della città di Telesio, dotta e sofisticata, gli invisibili non emergono mai. Se non ti interroghi e non li cerchi non ti imbatti nelle loro storie, perché non puoi immaginare questo mondo sommerso, capace di svanire all'improvviso, inghiottito dai vicoli stretti del centro storico.



Rialzo, Via Popilia (Foto: G.Z.)

Oggi G. vive al Rialzo, il centro sociale occupato da un gruppo di giovani attivisti di Cosenza. Un enorme schiera di palazzi che corre nel cuore di Via Popilia. Qui un'intera comunità somala ha trovato rifugio. G. è l'unico italiano, minorenne, che dorme nel palazzo. "Divido la mia stanza con chi capita, qui con questi ragazzi sto bene", ci racconta. Le sue parole sono uno schiaffo all'efficienza dei servizi sociali cosentini, incapaci di prendersi cura di questo minore abbandonato, che ci racconta com'è arrivato al Rialzo. "Ero rimasto di nuovo per strada e non sapevo dove andare. Ero disperato. Sono stato sei giorni senza dormire, a vagare tutte le notti per la città. Per lavarmi andavo di nascosto a casa di un amico, quando i suoi genitori non c'erano. Poi ho incontrato Gaetano, è stato lui a trovarmi questo posto dove stare". Gaetano è un giovane attivista del centro sociale, che da anni si prodiga per aiutare le persone bisognose. Appena ha scoperto le condizioni in cui viveva G. si è fatto in quattro per trovargli una sistemazione temporanea. Come mai G. non si sia rivolto ai servizi sociali e come mai nessuno si chieda cosa ci fa per strada un minore, nella Cosenza dell'Expo di Shangai, è assurdo persino chiederselo. Ci domandiamo chi dovrebbe seguire, a oggi, il caso di G.? "L'assistente sociale che si occupava di me è la signora Miceli" ci dice il ragazzo. "Ma io ormai sono abituato alla strada, se mi chiudono da qualche parte non ci sto!", aggiunge nervosamente. Proviamo a contattare l' assistente sociale Daniela Miceli. Il numero squilla a vuoto. G. ci osserva pensoso poi ci saluta: "Non tornerete, mi dimenticherete in fretta". Ma noi non dimentichiamo. Torneremo. Salutiamo G. mentre dal cielo di piombo ci sorprende un acquazzone.

Giulia Zanfino - Mezzoeuro

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