Inchieste, reportage e articoli. Tutto questo è Donnelibertadistampa, il blog a quattromani di Valeria Brigida e Giulia Zanfino Donnelibertadistampa | donne libertà di stampa | Il Cannocchiale blog
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diritti
Il movimento “Agende Rosse Calabria”, il Comitato De Grazia e “Donnelibertadistampa Calabria” chiedono la scorta per Don Giacomo Panizza e la videosorveglianza nella sede “Pensieri e Parole”
10 aprile 2012

 

Due colpi di pistola alla saracinesca del centro per disabili e migranti “Pensieri e parole”. Ennesima intimidazione all’associazione “Comunità Progetto Sud” di Lamezia Terme. E dopo un colpo di pistola a una finestra e l’esplosione di un ordigno, ancora due colpi di pistola al palazzo requisito al clan dei Torcasio, oggi sede di attività d’integrazione e accoglienza di minori stranieri e disabili, oltre alle 2 casa accoglienza ha al suo interno la sede di “Banca Etica”, il “Forum del terzo settore”, la Ffish regionale”, “Dpi”, “Le agricole, R-evolution legalità” e lo sportello informativo sui diritti. Un fatto grave. L’ennesima dura minaccia all’attività di Don Giacomo Panizza e della Comunità, che da anni si battono in prima linea contro la ‘ndrangheta in un territorio difficile, come quello Lametino. Ciò che spaventa la società civile e le associazioni presenti sul territorio e attive sul fronte antimafia è che, a distanza di mesi, la sicurezza di Don Giacomo Panizza non sembra essere stata rafforzata. E lo stabile sede dell’associazione resta un obiettivo facile da colpire. Per l’ennesima volta. A lanciare l’allarme l’associazione “Natale De Grazia”, e il movimento “Agende Rosse della Calabria” e “Donnelibertadistampa Calabria” che lanciano un appello: “Chiediamo alla Procura, alla Prefettura, alla Questura e al Viminale di intervenire tempestivamente per dare la scorta a Don Giacomo Panizza. E ci chiediamo come mai, dopo tutto questo tempo, il palazzo oggetto delle tante intimidazioni non è ancora stato posto sotto videosorveglianza. Lo troviamo assurdo e chiamiamo in causa le istituzioni, perché provvedano il prima possibile a garantire la giusta vigilanza allo stabile” . E la associazioni aggiungono: “Invitiamo, inoltre, la Commissione Antimafia che si recherà a Monasterace il 12 aprile a passare anche a Lamezia Terme, per portare il segno della presenza delle istituzioni in una terra di confine dove la ‘ndrangheta la fa da padrone. La “Comunità Progetto Sud” non può essere dimenticata”.

“Donnelibertadistampa Calabria”- Giulia Zanfino

Comitato “Natale De Grazia”- Gianfranco Posa

Movimento Agende Rosse Calabria - Francesca Munno

Foto: internet

diritti
"NON ABBASSERO' LE SERRANDE DELLA MIA ATTIVITA', MA SONO IN GINOCCHIO". Giuseppe Morelli, testimone di giustizia lancia un grido di aiuto.
6 settembre 2011


Vibo Valentia. Non lascerà la sua terra e non abbasserà la serranda della sua attività. Quando lo dice gli trema la voce e trapela tutto il disincanto. Perché sono anni che Giuseppe Morelli ha scelto da che parte stare, diventando testimone di giustizia e facendo i conti con la sua scelta, quotidianamente. E ora è un imprenditore isolato e indebitato che chiede solo "una boccata d'ossigeno per poter tenere aperta la sua attività". In una terra dove passare dall'altra parte vuol dire essere segregati. Stigmatizzati. Ma soprattutto soli. "Mi stanno distruggendo nel silenzio" ci dice a denti stretti "ma io non cederò mai". Giuseppe vive nel vibonese, dove ha la sua attività. La sua storia sembra la pellicola di un film americano, dove riecheggia la legge del più forte. Intimidazioni, spari, taniche di benzina. Minacce ai figli. Inseguimenti. Tutto ciò nei confronti di un uomo che voleva solo lavorare in pace. Dignitosamente. La pellicola si riavvolge. Lo scenario è il Far-West calabrese, dove dominano faide e regolamenti di conti. Dov'è lo Stato è difficile dirlo. Qui certe regole sono la normalità e chi le infrange rischia tutto. Oggi Giuseppe è un bersaglio vivente, "un morto che cammina", come lui stesso si definisce in qualche intervista. Ma più di tutto è un esempio di grande coraggio e dignità. Giuseppe è un Uomo libero. Insieme a lui facciamo un salto nel passato. A quando il padre aprì il mulino, nel 1965. Dall' '88 l'attività è sempre più fiorente e Giuseppe ne prende le redini. All'inizio va tutto bene, il suo mulino rifornisce quasi tutti i panifici della provincia e la sua vita scorre tranquilla. Fino a quel maledetto giorno, in cui arrivano "loro". A vederli sembrano una banda di scalmanati, niente di più. Giuseppe non sospetta che siano collusi al malaffare di Polsi, cuore del crimine calabrese. Gli chiedono 35.000 euro subito. Poi 12.000 ogni Natale. Giuseppe i soldi non li ha e non si pone neanche il problema di un eventuale pagamento. All'inizio cerca di mediare, di capire. Poi decide di varcare la soglia e passare dall'altra parte. Lui sa bene che, una volta varcata la soglia, indietro non si torna. Ma non può immaginare quanto quel gesto cambierà la sua esistenza. Così si reca dai carabinieri e denuncia il tentativo di estorsione. Da allora a oggi sono passati più di tre anni. La sua attività è in ginocchio, la sua compagna ha perso un bambino nel corso di un inseguimento minatorio, i suoi figli hanno lasciato la scuola, la sua vita è una lunga e lenta discesa all'inferno. "Non abbiamo più clienti" ci dice "ci hanno isolati. E ci hanno detto che ci uccideranno".


Il copione del film è sempre lo stesso. Prima distruggono la serenità familiare. Poi ti tolgono il lavoro. Alla fine ti ritrovi solo. Cosa spinga un uomo a tenere duro e non arrendersi, in uno scenario come questo, è difficile immaginarlo. Perché nonostante tutto Giuseppe continua la sua battaglia. "Se fra una settimana non chiudi, la tua attività la chiudiamo noi, mi hanno detto così" continua Giuseppe "ma io non voglio abbassare la serranda della mia attività, nonostante ormai sono pieno di debiti. Ho bisogno di una boccata d'ossigeno per il mio mulino, ho bisogno d'aiuto". Se ci fossero più persone con il coraggio di Giuseppe sarebbe la 'ndrangheta a dover abbassare la serranda. Perché Giuseppe non si piega alla legge non scritta del malaffare. In una lettera scritta da Natasha, la sua compagna di vita, a Salvatore Borsellino, c'è scritto: 
"Ci hanno fatto terra bruciata intorno!!!!Nessuno più si serve del Mulino Morelli. Abbiamo lincenziato i nostri dipendenti, ormai siamo solo in due a lavorare, in qualche caso abbiamo provocatoriamente detto di voler regalare la nostra farina, ma ormai da che avevamo 70 forni siamo arrivati a 3!!!! Le chiedo: è questa democrazia? La sfiducia, la paura si possono combattere, sono stati d'animo, ma il lavoro e la protezione rispetto a chi denuncia non sono forse diritti elementari? Se il mio compagno sparisse che cosa mi direbbero le Istituzioni? Che bisogna combattere? Che bisogna lottare? Abbiamo denunciato, abbiamo testimoniato che cosa dobbiamo fare ancora? Dovremmo forse scappare per vivere rintanati in una località protetta e aspettare che le cose cambino? Non abbiamo forse contributio a farle cambiare ? Ma ora?????? "Ora? Questa è la domanda che martella la vita di chi si ritrova con le spalle al muro. Da una parte la 'ndrangheta che ti uccide lentamente, dall'altra il silenzio istituzionale, che uccide ciò in cui credi. "Tutto questo lo faccio per i miei figli, perché mio padre mi ha insegnato che si può vivere anche lavorando onestamente" ci dice Giuseppe, con tono deciso, quasi a far trapelare quel guerriero che c'è in lui. Anche suo zio, in punto di morte, si è rivolto al nipote strappandogli la promessa che non avrebbe mai pagato. Che non si sarebbe mai piegato alle leggi della 'ndrangheta. Leggi che governano la pellicola di questo film. E il protagonista è l'ennesimo eroe solitario che si batte contro tutto e tutti. Giuseppe Morelli, un uomo libero, a cui spetta di diritto poter continuare a vivere e lavorare, insieme alla sua famiglia, nella sua terra. Protetto dalle isituzioni. Sostenuto dalla società civile. Temuto dal malaffare. Perché il finale è ancora tutto da scrivere.

Giulia Zanfino
Mezzoeuro
Foto: internet
diritti
Solidarietà al giornalista Emilio GrimaldiSolidarietà al giornalista Emilio Grimaldi, citato davanti al giudice civile, forse per aver riacceso i riflettori sull'operazione "Why not"?
7 marzo 2011

COMUNICATO STAMPA


 emiliogrimaldi.blogspot.com


La nostra solidarietà al collega giornalista Emilio Grimaldi, citato davanti al giudice civile dopo aver scritto e pubblicato, in piena libertà e onestà intellettuale, sul suo blog www.emiliogrimaldi.blogspot.com, un articolo su un Master sulla legislazione Antimafia tenutosi all’Università "Magna Graecia" di Catanzaro, tra il febbraio e l'aprile 2010. L'articolo, che si limita a riportare dichiarazioni di personaggi accreditati, riaccende i riflettori su alcuni dei protagonosti della nota operazione "Why not", svolgendo un ruolo di divulgazione della notizia, endemico al concetto stesso di sano giornalismo.

Domani mattina, presso il Tribunale di Lametia Terme, si terrà la prima udienza tra le parti. Invitiamo la stampa locale, le associazioni e i cittadini ad aderire alla campagna di solidarietà da noi indetta, per il collega Emilio Grimaldi.


Sotto, il link all'articolo incriminato.


http://emiliogrimaldi.blogspot.com/2010/02/master-antimafia-in-cattedra-murone.html


Agende Rosse Cosenza


Giulia Zanfino

diritti
Alla sbarra gli imputati del processo "Marlane".
27 novembre 2010
di Giulia Zanfino

Redattore Sociale

Paola. Alla sbarra i tredici imputati del processo "Marlane", la tristemente nota "fabbrica dei veleni" del Tirreno cosentino. Sarà dunque un processo in piena regola a mettere a fuoco la controversa vicenda del lanificio di Praia a Mare dove, per anni, morti e malattie sospette tra gli operai, hanno sollevato dubbi sulle misure di sicurezza adottate nel processo produttivo della fabbrica. Tra gli imputati spicca la dirigenza del vicentino Gruppo Marzotto, difesa dal noto avvocato Niccolò Ghedini. E proprio venerdì, dopo 5 ore di camera di consiglio, il Gup del Tribunale di Paola, Salvatore Carpino, ha rinviato a giudizio gli imputati, a vario titolo, per omicidio colposo plurimo, aggravato dall' omissione delle cautele sul lavoro, lesioni colpose gravissime, omissione dolosa delle cautele antinfortunistiche, disastro ambientale doloso. Nonostante la richiesta di "non luogo a procedere perché il fatto non sussiste", avanzata dall'intero pool difensivo. E il Procuratore del Tribunale di Paola, Bruno Giordano, afferma: "Auspico che sia fatta giustizia. Se ci sono delle responsabilità, com'è convinzione dell''ufficio di Procura, convinzione dimostrata da consulenze, oltre che attraverso le testimonianze delle vittime e degli operai che lavoravano in fabbrica, auspico che sia fatta giustizia e che non si ripropongano situazioni di questo tipo, da Terzo Mondo". Il 19 aprile, data fissata per la prima udienza, prenderà il via il più importante processo, in materia di Lavoro, di tutto il Meridione d'Italia. Qui verranno ripercorsi e scandagliati 40 anni di storia aziendale di una fabbrica, considerata vero e proprio "fiore all'occhiello" dell'industria tessile meridionale. Tra i grandi protagonisti del processo anche l'ENI, tra le aziende proprietarie della "fabbrica dei veleni", fino alla prima metà degli anni '80. A costituirsi parte civile, insieme agli operai ammalati e ai familiari delle vittime, l'associazione Legambiente, il WWF, i sindacati CISL, Slai Cobas, Si Cobas e altre realtà radicate sul territorio, sensibili alle sorti di un processo che squarcia il velo del silenzio su un'ecatombe silenziosa, durata decine di anni. Natalia Branda, avvocato di parte civile di ben 50 tra operai ammalati ed eredi degli operai deceduti, si pronuncia sul risultato ottenuto. "Sono estremamente soddisfatta, ma la vera battaglia, per il processo "Marlane", inizierà ad aprile". E sottolinea come l'ombra della prescrizione sia dietro l'angolo. Proprio nel corso dell'udienza preliminare, infatti, è stata dichiarata con sentenza la prescrizione di una contravvenzione, limitatamente al capo di "discarica abusiva". Quindi, il tempo stringe. Tra i familiari delle vittime, presenti in aula al momento della sentenza, grande commozione. "Nel novembre del 1995 ho fatto il mio primo ricorso, quando mi sono ammalato di cancro" racconta Luigi Pacchiano, operaio della Marlane, che per anni ha lavorato tra le mura della fabbrica, a ridosso della tintoria, "reparto killer" da cui si propagavano i fumi tossici. "Dop 15 anni dall'inizio della mia battaglia, oggi finalmente posso sperare di avere giustizia". Pacchiano è il coordinatore calabrese del sindacato SI Cobas, anch'esso costituitosi parte civile nel processo. Tra gli imputati eccellenti di questo processo spicca il nome di Carlo Lomonaco, attuale sindaco di Praia a Mare. Proprio su Lomonaco, ex chimico dell'azienda, responsabile del reparto tintoria dal 1973 al 1988, sono puntati i riflettori regionali. Il suo attuale ruolo istituzionale sembra testimoniare in modo incontrovertibile quanto la "fabbrica dei veleni" abbia inciso sugli equilibri politico-amministrativi del territorio. Ora non resta che aspettare il 19 aprile.

diritti
Catanzaro: proteste contro i fumi della fabbrica dei veleni "Seteco"
12 agosto 2010

Foto: Emilio Grimaldi (www.emiliogrimaldi.blogspot.com)

Catanzaro. "Un disastro ambientale senza precedenti". Queste le dure affermazioni del comitato "Seteco, la fabbrica dei veleni nascosti", durante l'incontro tenutosi nel Palazzo della Regione Calabria, a Catanzaro, con Sonia Munizzi, vicecapo di Gabinetto del presidente della Regione, Scopelliti. Il comitato, nato dall'esasperazione di un gruppo di cittadini che da anni denuncia invano le esalazioni tossiche sprigionate dal grigio capannone della seteco srl, che giace sotto sequestro nella zona industriale, a ridosso della strada statale dei Due Mari, ha promosso una manifestazione di protesta proprio a Catanzaro. Per accendere i riflettori regionali su quella che è una catastrofe ambientale, che va avanti da ben quattro anni. Siamo in località Marcellinara e dal ciglio della statale 280, all'altezza della zona industriale, chiunque può sentire le folate di cattivo odore che si sprigionano vicino al capannone della Seteco. Le spesse spirali di fumo bianco, frutto del processo di autocombustione di un ammasso di rifiuti accatastati nella struttura, posta sotto sequestro la prima volta già nel duemilasei, la dicono lunga sul grado di pericolosità di queste esalazioni. Provenienti forse dai residui dei fertilizzanti un tempo prodotti dalla Seteco. Ma secondo alcuni "lì dentro c'è qualcosa che non va", perché dal duemilasei il fascicolo gira nelle procure e tra i tavoli istituzionali. Eppure, ad oggi, i rifiuti continuano a bruciare. Proprio per questo, venerdì, il volto coperto da una simbolica mascherina, i membri del comitato "Seteco, la fabbrica dei veleni nascosti", un nutrito gruppo di cittadini, e qualche rappresentante dei partiti politici IDV e i Radicali Italiani, si sono recati a Catanzaro, in piazza Grimaldi, per manifestare la loro indignazione. Grande assente alla manifestazione, l'associazione "Legambiente", che però ha aderito alla battaglia del comitato. 

Foto: Emilio Grimaldi

Grandi assenti i cittadini che vivono e lavorano nelle zone adiacenti al capannone dei veleni, prime vittime di questo scempio silenzioso. "Il fatto che alla manifestazione non ci fosse chi abita vicino all'area colpita dai fumi è segno che le persone hanno paura di esporsi" afferma il comitato. " Se sono quattro anni che il capannone sprigiona fumi nocivi e nulla è stato fatto per porvi rimedio, vuol dire che c'è qualcosa che non và" prosegue il comitato. Ma sono stati assenti anche i rappresentanti politici del Comune di Marcellinara. Nessun delegato del sindaco Scerbo, che ha più volte confermato il suo impegno verso la questione "Seteco", ha partecipato al sit-in. Ennesimo triste segnale della voragine che troppo spesso divide cittadini attivi e loro rappresentanti istituzionali, specchio di una politica che stenta ad uscire dalle stanze dei palazzi padronali, per battersi quotidianamente insieme alla collettività e difenderne il diritto alla salute e alla vita, nelle nostre terre. 


Dopo aver manifestato a colpi di slogan enfatici, tra i quali "Seteco: licenza di uccidere", nel cuore di piazza Garibaldi, una delegazione del comitato è stata ricevuta dalla dottoressa Munizzi, vicecapo di Gabinetto del presidente Scopelliti, che ha sottolineato subito come il presidente fosse stato messo a conoscenza della vicenda solo a seguito della manifestazione. Secondo alcuni, invece, poco dopo il suo insediamnto in Regione, il neo presidente Scopelliti aveva ricevuto un fascicolo contenente il caso "Seteco" e le esalazioni velenose sprigionate dal capannone, per anni. Del resto chiunque attraversa la Due Mari sente le folate di cattivo odore che arrivano dalla zona industriale, ed è curioso immaginare che il presidente della Regione non si sia posto delle domande. Durante l'incontro il comitato ha espresso preoccupazione sia per i cittadini che vivono e lavorano nell'ambiente adiacente al capannone Seteco, sia per la catena alimentare, danneggiata profondamente dalle esalazioni della fabbrica abbandonata. Attorno alla zona industriale ci sono pascoli e coltivazioni. E bisogna cercare di capire quanto sia grave il danno e come farvi fronte. Nell'ambito dell'incontro la dottoressa Munizzi, a cui il comitato ha spiegato dettagliatamente tutta la vicenda, ha affermato: "La vostra è una denuncia giusta e legittima". La vice capo gabinetto si è impegnata a fare in modo che il presidente Scopelliti, in concerto con la Procura, l'Arpacal e Vincenzo Iiritano, curatore fallimentare della Seteco srl, trovi una soluzione per poter intervenire il prima possibile a tutela della salute pubblica del catanzarese. E dopo quattro anni di inerzia sembra toccherà proprio al presidente Scopelliti prendere di petto una situazione letteralmente esplosiva. La prossima settimana il comitato attende notizie sul da farsi. Altrimenti organizzerà una grossa manifestazione, per rompere definitivamente il silenzio che ha avvolto per anni questa torbida vicenda.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 31/07/2010

foto: Emilio Grimaldi

POLITICA
Aiello Calabro. Dibattito su "Dissesto idrogeologico e inquinamento ambientale". Le istituzioni negano l'esistenza delle navi dei veleni
2 agosto 2010


Aiello Calabro. Rassicurare i cittadini e difendere l'economia della stagione balneare. Questo il probabile obiettivo dell'assessore regionale all’Ambiente, on.le Francesco Pugliano, nell'incontro tenutosi giovedì pomeriggio ad Aiello Calabro. Il macroscopico argomento affrontato, del resto, la dice lunga. Perché in, Calabria quando si parla di “Dissesto idrogeologico e inquinamento ambientale”, dire che và tutto bene è diventato un classico. Ed è chiaro che la Regione Calabria deve difendere a tutti i costi il fragile equilibrio su cui è adagiata l'economia della stagione estiva. Così, nell'incontro tenutosi giovedì 29 luglio, ad Aiello Calabro, paese colpito duramente dalle morti di cancro a seguito del quasi certo traffico di rifiuti tossici e radioattivi connessi alla torbida vicenda della Jolly Rosso, l'assessore ha smentito la possibile contaminazione delle nostre terre. Pur parlando a pochi chilometri dalla cava dove giace il cesio 137, uno ione radioattivo pericolosissimo rinvenuto da più di un anno nelle terre circostanti il fiume Oliva. Il tema trattato è certamente tra i più spinosi attualmente in circolazione in Calabria. E il tavolo dei relatori è ricco di geologi esperti, quali il presidente regionale dell’ordine dei geologi Franco Violo , il geologo Gino Merenda già direttore dell’Istituto per la protezione idrogeologica del CNR di Rende. Tra i relatori anche l’ambientalista e giornalista d'inchiesta Francesco Cirillo, oltre ai politici locali quali Michele Bruni, capogruppo consiliare di Alleanza per il progresso di Aiello Calabro, e il consigliere regionale del Pdl, Fausto Orsomarso. La fotografia scattata dai geologi e dell’ambientalista Cirillo è impietosa. Trapela l'immagine di una Calabria duramente ferita da veleni e dissesti idrogeologici. E proprio il geologo Franco Violo sforna dati incredibili, che nella sala fanno calare il gelo, nonostante il caldo afoso di quel pomeriggio estivo. Violo sottolinea come, in Calabria, negli ultimi due anni ci siano state 550 frane ed oltre 1000 smottamenti, e ciò nonostante manchino leggi specifiche per intervenire sul territorio. Manca, infatti, una legge sismica, una legge sulle cave e una sul territorio. Come se non bastasse, per intervenire sui danni subiti dalle nostre terre, occorrerebbero 4 miliardi di euro, e un investimento diretto, da gestire attraverso una rete di geologi che in Calabria c'è già, ma non viene sfruttata nelle sue potenzialità. Durante il dibattito sono state proiettate su uno schermo le inquietanti immagini delle frane avvenute negli ultimi anni in Calabria. E a mettere il dito nella piaga anche le dure affermazioni del dott. Merenda. E' lui che parla di 180 centri storici completamente abbandonati in tutta la nostra terra. 180 centri storici che potrebbero essere recuperati e, invece, sono stati dimenticati dai governi che si sono susseguiti nella regione. Uno su tutti il centro storico di Laino Borgo quasi ancora integro nonostante sia stato abbandonato da un decennio circa. Il dottor Merenda rivela di essersi opposto all’abbandono dell’intero paese di Cavallerizzo e di essere stato estromesso dai studi effettuati sul territorio, perché contrario a operazioni che prevedevano l’utilizzo di fondi europei e nazionali, in operazioni di riqualificazione assolutamente sterili. E sforna una competenza mostruosa condita a una profonda amarezza, per come sono state trattate professionalità come la sua, negli anni pregressi.

Manifestazione per la verità sulle navi dei veleni, 2004

L’intervento di Francesco Cirillo, seguito a quello di Merenda, è stato accolto dall’ applauso di tutti i presenti in sala. Cirillo è conosciuto da tempo nel territorio, per le sue battaglie sulle navi dei veleni, e all’ingresso della sala il banchetto allestito per la vendita del suo ultimo lavoro, è stato preso d'assalto. Il libro tratta proprio della torbida vicenda degli affondamenti di navi cariche di rifiuti radioattivi, nei fondali del Tirreno cosentino. Così “La notte di Santa Lucia”, ultima fatica del giornalista, è andata letteralmente a ruba. Cirillo, nel suo intervento, racconta la sua Calabria, sottolineando la rottura del rapporto fra l’uomo e la natura. Una rottura dovuta da uno sviluppo del territorio, da lui definito “scriteriato”, che ha visto l'edificazione selvaggia deturpare spiagge, fiumi e consegnare il territorio alle ‘ndranghete, che, secondo Cirillo, hanno sotterrato rifiuti tossici ovunque. Cirillo è convinto che i propri fusti tossici trasportati dalla Jolly Rosso non siano una chimera e che quel carico radioattivo sia stato sotterrato sul letto del fiume Oliva, nella cava e nelle briglie adiacenti. Riferisce di quanto detto dalla Procura della repubblica di Paola rispetto ai centomila metri cubi di rifiuti tossici rinvenuti nella valle dell'Oliva, paragonando quella massa di veleni a un Colosseo seppellito nel fiume. E subito dopo il suo intervento sono arrivate le rassicurazioni, offerte al pubblico dai rappresentanti istituzionali. Prima il consigliere regionale Orsomarso, poi l’assessore regionale all’Ambiente, Pugliano, poi il sindaco di Aiello Calabro, Iacucci. I tre sono concordi nell'affermare che le navi dei veleni non ci sono perché lo hanno detto la ministra all’Ambiente e alla tutela del Territorio e dei Mari, Stefania Prestigiacomo e i tecnici della Mare Oceano, l'imbarcazione che ha effettuato i rilievi sulle zone sospette, mesi addietro. Poco importa che il proprietario della Mare Oceano sia, di fatto, quall’Attanasio amico di Berlusconi e testimone al processo Mills; lungo il fiume Oliva non ci sono scorie radioattive perché lo ha affermato l’Ispra (istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) che è un soggetto legato al Ministero dell’Ambiente. Quindi solo chiacchiere quelle degli ambientalisti catastrofisti. E sia l’assessore Pugliano, che Orsomarso si rivolgono a Cirillo, ritenuto per l'ennesima volta la “Cassandra” della Calabria pulita. Ma ad attenderli non è solo l' infiammata risposta di Cirillo. Vi è anche la reazione dell'intera platea. Diversi cittadini chiedono la parola e rivolgendosi direttamente all’assessore all’ambiente ricordano l'ecatombe silenziosa legata alle morti per tumore, che ha messo in ginocchio l'intero territorio. E ricordano i fiumi di testimonianze susseguitesi negli anni, sui presunti traffici di rifiuti. E’ un fuoco di fila che fa vacillare i rappresentanti delle istituzioni, obbligati a fare i conti, sulla propria pelle, con lo stato di esasperazione esistente nelle popolazioni locale, che vedono svanire la possibilità di raggiungere una qualche verità su quanto è avvenuto lungo il fiume Oliva e nel mare antistante. Il sindaco Iacucci, sollecitato dalla sua minoranza in consiglio, dice che si costituirà parte civile quando finirà tutta la storia e solo se necessario. Adesso Iacucci afferma di non vederne l’urgenza e chiede alla Procura di Paola di sollecitare tutte le procedure riguardo ai prelievi, pe mettere la parola fine a questa dolorosa vicenda. Eppure sembra non siamo ancora vicini alla verità, sulla vicenda delle navi dei veleni. La parola “fine” è lontano dall'esser posta.


Giulia Zanfino

Mezzoeuro 31/07/2010

Foto: internet

CULTURA
Pino Aprile, autore del libro "Terroni", a proposito del federalismo
30 luglio 2010
Nonostante la cattiva qualità audio-video, dovuta a problemi tecnici, ho ritenuto necessario riportare uno scorcio di quell'onda lunga, che è il Meridionalismo, pronto a sommergere l'intero Sud Italia.


Donna Z
diritti
Acri: paese dell'accoglienza.
29 luglio 2010


La traversata del mare, rappresentata nel dipinto realizzato dai ragazzi del Rifugio di Isaac

"Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell'economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera. Il pensiero meridiano infatti è nato proprio nel Mediterraneo, sulle coste della Grecia, con l'apertura della cultura greca ai discorsi in contrasto, ai dissoi logoi". Nella seconda metà degli anni novanta Franco Cassano, con il suo libro "Il Pensiero Meridiano", tracciava un percorso per ridisegnare un'idea di Meridione, come "centro di un'identità ricca e molteplice, capace di conoscere più lingue, più religioni, più culture, secondo la più autentica vocazione mediterranea". Due anni dopo la Calabria sarebbe stata attraversata dai primi sbarchi dei migranti. Quelle centinaia di curdi che, approdati sulle spiagge di Badolato, hanno segnato la nascita di quei percorsi d'accoglienza, che in Calabria, oggi, si sono consolidati in veri e propri processi politici d'avanguardia. Consacrati da una recente legge regionale, incentrata sul modello d'accoglienza e integrazione, sul nostro territorio, dei migranti in fuga dai teatri di guerra, o per motivi umanitari. Delle strutture destinate all'accoglienza dei migranti, in Calabria, solo una accoglie i minorenni stranieri non accompagnati, che ad oggi, a causa dei tagli agli enti locali, potrebbe essere chiusa. Si tratta del centro di seconda accoglienza "Il rifugio di Isaac", che in due anni, ad Acri, ha ospitato ben ventitrè ragazzi, provenienti da Afghanistan, Nigeria, Sudan, Burkina Faso e altri luoghi, teatri di guerra e di conflitti politico-sociali. Giovani ragazzi spesso approdati in Italia dopo aver percorso "la rotta degli schiavi". Quella che un tempo i loro antenati africani attraversavano per essere deportati come fossero merce, e che oggi rappresenta un salto nel buio per chi è costretto a lasciare la sua terra. A questo viaggio si può sopravvivere, oppure no. Non ci sono regole. Ci si affida al caso e a individui che organizzano le traversate da decenni, passando dal Medioriente o dal Corno d'Africa, per arrivare alla Libia. E molto spesso si cade nella rete di trafficanti e stupratori o si finisce per approdare nei centri di tortura libici. Quello di Kufra, nella striscia di deserto che confina con l'Egitto, è uno dei peggiori. E pare sia finanziato anche dal Governo italiano. Da Kufra, ad oggi, è sempre più difficile uscire indenni, e chi ci riesce racconta di aver subito atroci torture. 


Il viaggio nel deserto

In questo feroce scenario il ruolo di chi accoglie è determinante. E il centro "Il rifugio di Isaac", di cui è titolare il Comune di Acri, ma che è gestito dalla cooperativa "Promidea", ha un onere in più: accompagnare i minorenni, in un delicato percorso di accoglienza e integrazione. Un compito difficile, che vede i due operatori, Luigi Branca e Geppino Ritacco impegnati quotidianamente innanzitutto nella gestione delle partiche di riconoscimento del diritto d'asilo o dei permessi per motivi umanitari, per garantire la permanenza nelle nostre terre, di questi giovani esuli. Un impegno, quello dell'accoglienza, sentito come proprio anche dai monaci cappuccini di Acri, che da due anni, ospitano con grande generosità il centro nella loro struttura, dando sostegno ai ragazzi e agli operatori. Tra i progetti che si sviluppano all'interno del "rifugio", per aiutare questi giovani ad intraprendere un percorso d'integrazione, vi è l'assegnazione di borse lavoro, utili ad immergersi nel mondo degli adulti, attraverso il sostegno degli operatori. Ma vi sono anche progetti che aiutano i ragazzi ad esprimere ciò che con le parole, spesso, non si può raccontare. "Partire come persona e arrivare come straniero, anzi come clandestino, in un paese diverso" sottolinea Geppino Ritacco, operatore del centro " costretto a lasciare tutto senza la certezza che ci sia una meta, che può diventare una triste illusione, quando il mito di un' Europa che accoglie s'infrange e il profugo, partito su imbarcazioni di fortuna, spesso paga con la sua stessa vita un prezzo troppo alto". Per raccontare il viaggio di questi giovani migranti, sopravvissuti alla traversata del deserto e del mare, gli operatori del centro hanno proposto lo strumento della pittura. Pennellate ocra per raccontare il deserto, tonalità azzurre per evocare le acque trasparenti del Mediterraneo, tonalità scure, espressioniste, per disegnare l'efferatezza degli scontri di Rosarno. Un progetto realizzato con la collaborazione volontaria dell'architetto Giacinto Ferraro, che ha accompagnato i ragazzi in questo percorso in parte terapeutico, da cui emerge un punto di vista molto duro sull'esodo affrontato. Perchè nel deserto diventi un "figlio di nessuno". Come lo è diventato un giovane studente, attivista politico del Burkina Faso, approdato ad Acri da un paio d'anni.


Gli scontri di Rosarno

Lo chiameremo A. Ha il volto di adolescente e gli occhi vividi. Le trecce scure sottolineano il forte legame con la sua terra. Questo giovane ragazzo, che apparteneva ai movimenti studenteschi, è stato costretto a lasciare il suo Paese per motivi politici. Militava, infatti, nel folto gruppo di studenti che chiedono sia fatta luce sulla misteriosa morte di Norbert Zongo, il giornalista, direttore del settimanale "L’independant". Un personaggio noto per il suo impegno nella causa del Burkina Faso, probabilmente per questo assassinato in circostanze ancora oggi misteriose. "Ogni anno, noi dei movimenti studenteschi, in tutto il Paese, organizziamo delle grandi manifestazioni per chiedere al Capo di Stato che sia fatta giustizia per Norbert Zongo", racconta A. "Tre anni fa ero rappresentante d'istituto, nella mia scuola. Sono stato uno dei principali organizzatori della manifestazione nella città di Quagadougou. Lì abbiamo bloccato le strade, per non far passare il traffico" continua " Eravamo decisi a farci sentire". Quella manifestazione, a cui l'intero Burkina Faso ha partecipato, è stata la causa che ha spinto la polizia sulle tracce di A. "Per questo sono dovuto fuggire via" continua il giovane. "Se la polizia mi avesse preso non sarei mai più tornato a casa". A. è dunque un partigiano contemporaneo, che si batteva per la libertà d'informazione e la verità, nella sua terra. A soli diciannove anni parla quattro lingue, ha terminato brillantemente il percorso attraverso il centro d'accoglienza di Acri e, ad oggi, lavora nel paese stesso. Come lui sono undici, dei ventitrè giovani ospitati nel centro, quelli che hanno deciso di rimanere ad Acri e qui hanno trovato lavoro. Un dato importante, nella Calabria feroce, quella di Rosarno e dello sfruttamento dei migranti. "La Calabria è Rosarno" afferma Pietro Caroleo, direttore generale della cooperativa Promidea. "Riace, come Acri, rappresenta la speranza". Caroleo è tra coloro i quali, infatti, sottolineano che c'è una grossa differenza tra il concetto di accoglienza e quello di integrazione, in una Calabria che ha raso al suolo le proprie origini, fortemente legate al mondo contadino. Radici ormai lontane, dalla Calabria e dalla provincia di Cosenza. Quella schiava dei falsi miti. Quella delle belle donne che sfilano a corso Mazzini, tra i Dalì e i De Chirico, sulle loro hogan tappezzate di strass. Quella dei mestieranti della politica, avvolti nelle loro camicie, troppo strette. O quella dei centri sociali, dei piercing, delle converse. Delle divise alternative. Uguali e diverse. In un panorama sommerso dall'ansia di conformismo, pensare all'integrazione del diverso è un azzardo. Eppure le avanguardie ci sono. Si moltiplicano. Ripopolano i centri storici abbandonati. Recuperano i mestieri dimenticati. Rieccheggiano le parole di Franco Cassano: "quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera". Intanto il centro di Acri è sospeso a metà, nell'attesa di sapere se sopravviverà, o se sarà l'ennesima vittima delle politiche di chiusura ai migranti, attuate dal Governo. " Siamo vicini a questo centro perchè è l'unico in Calabria che accoglie i minorenni" afferma Enza Papa, de "La Kasbah", associazione culturale multietnica di Cosenza " e siamo pronti ad offrire il nostro sostegno al centro, per scongiurare la sua chiusura". Per il momento, dall'amministrazione arrivano buone notizie: sembra che il pericolo "chiusura" sia stato scongiurato. Ma siamo ancora in attesa di avere certezze.

G.Z.

Mezzoeuro 10/07/201

Foto: G.Z. 

diritti
Seteco: la fabbrica dei "veleni nascosti" continua a sprigionare fumi nocivi
24 luglio 2010

(Marcellinara, il capannone Seteco che sprigiona fumi velenosi)

Catanzaro. Lunghe spirali di fumo bianco si sprigionano lungo il tetto di un imponente capannone industriale. Da più di un anno. Nel grigiore della struttura avvolta dai fumi è impresso il marchio "Seteco". Un blogger un po’ matto si è spinto al suo interno, armato di telecamera. Da allora il suo video-documento, che mostra l’agghiacciante autocombustione di una massa di rifiuti accatastati in quella struttura abbandonata, sta spopolando sul blog “emiliogrimaldi.blogspot.com”. L’autore è, infatti, il giornalista Emilio Grimaldi, che si occupa della questione da qualche mese. Così veniamo a conoscenza dei fatti e ci rechiamo sul posto, per vedere con i nostri occhi l’ennesimo scempio ambientale e umano della nostra Calabria. Il capannone che “brucia”appartiene alla Seteco srl, di proprietà di Pasquale Leone, e si trova sul territorio di Marcellinara, nell’area industriale che corre lungo la strada dei Due Mari. Poco lontano da Catanzaro. La fabbrica, fino a qualche tempo fa, produceva fertilizzanti. Ma come succede spesso nella nostra regione, pare che i proprietari abbiano violato le leggi, seppellendo i rifiuti provenienti dall’ azienda in una collinetta all’interno del perimetro aziendale. Così ecco il primo sequestro dell’azienda, nel 2006, con l'accusa appunto di reati ambientali. Da allora la Procura di Catanzaro si è attivata perché l’azienda provvedesse a mettere le cose in regola. Sembra invano. E i fumi sprigionati da mesi dal capannone ne sono una testimonianza indelebile. Inoltre, nel corso degli anni, prima della chiusura, la Seteco ha avuto vita movimentata. Scandita dal tipico balletto calabrese della chiusura e la riapertura aziendale. E i vari ricorsi dei suoi avvocati sono rimbalzati fra il Tribunale di Catanzaro, l’ASL e il Comune. Fino al sequestro definitivo. Ed ecco l’inizio del dramma. La fabbrica, ad oggi, continua a espellere fumi maleodoranti, che si spargono in un’area abitata da cittadini del posto e frequentata, perché ricca di diverse aziende, che sono appunto nell’area industriale dov’è ubicato il capannone Seteco. La sostanza acre che si sprigiona dal capannone crea un forte bruciore agli occhi e assale alla gola, se ci si avvicina più del dovuto. Eppure, sul ciglio della strada adiacente le mucche pascolano e le persone continuano a lavorare poco lontano da lì. Del resto, non possono fare altrimenti. Infatti sono tantissimi gli esposti presentati da cittadini e imprenditori. Eppure nessuno riesce a fermare quell’incendio di prodotti chimici. E nessuno sa dire perché la fabbrica continui a fumare. Tantomeno perché l’amministrazione comunale e la magistratura non siano ancora intervenute per fermare i fumi tossici. Resta il fatto che, dopo i veleni della Marlane di Praia a Mare, quelli del Fiume Oliva, le ferriti di zinco della Sibaritide, i cubilot tossici di Crotone, si consuma l’ennesimo, lampante, scempio ambientale calabrese. Quello della Calabria che continua a subire.

(Una mucca che pascola vicino al capannone Seteco)

Il PD di Marcellinara ha interrogato il sindaco Scerbo sulla questione. Nel testo si legge:“Il Circolo PD di Marcellinara con la presente chiede al Sindaco Giacomo Scerbo quali interventi fino ad oggi abbia adottato e quali intenda adottare in merito all’emergenza sanitaria ed ambientale provocata dall’emissione di fumi nocivi dai capannoni, in località Serramonda, della SETECO, azienda posta in fallimento e in fermo produttivo dal febbraio 2009. Chiediamo al primo cittadino di Marcellinara, nonché autorità sanitaria locale, quanto e cosa ancora si debba aspettare prima di porre fine al fenomeno di autocombustione dei materiali semilavorati abbandonati nei capannoni.Il disastro ambientale è sotto gli occhi di tutti così come il pericolo per la salute e l’incolumità pubblica. Chiunque percorra la “Due mari”, una volta giunto nei pressi della zona industriale di Marcellinara, da mesi assiste allo spettacolo indecoroso dei fumi maleodoranti che fuoriescono e circondano la SETECO, più simile a un set cinematografico di un film dell’orrore (immaginando cosa possa essere contenuto in quei capannoni), o un inferno dantesco. Il tutto è ormai assurto ad immagine negativa, per chiunque si trovi a ansitare nei pressi, a danno della nostra comunità e del nostro territorio più produttivo. I cittadini di Marcellinara, in particolare quelli che abitano nei pressi dell’azienda in discussione, i lavoratori e gli imprenditori danneggiati che hanno presentato numerosi esposti e denunce per le conseguenze sulla salutee sull’ambiente, aspettano da questa Amministrazione risposte e atti concreti; evidentemente non sono sufficienti ordinanze che vengono puntualmente annullate. Chiediamo al Sindaco e all’Amministrazione se e quando è stata formalizzata dalla SETECO la richiesta di autorizzazione allo smaltimento dei rifiuti organici così come dichiarato dal titolare dell’azienda e cosa è stato risposto in merito. Ci appelliamo ai Consiglieri di minoranza del gruppo "Uniti per Marcellinara" affinché si facciano portavoce delle nostre richieste in seno al Consiglio Comunale con una interrogazione ufficiale al Sindaco e alla Giunta. Attendiamo risposte, in tempi brevissimi, ai quesiti sollevati, dal momento che la stagione estiva potrebbe aggravare la situazione già ora molto pericolosa.

Il sindaco Scerbo risponde: “Abbiamo come unico interesse la salvaguardia e la tutela della salute dei cittadini e del territorio di Marcellinara,abbiamo già assunto determinazioni in merito e non stiamo certo con le mani in mano a guardare l’evolversi della situazione senza far nulla. Non doveva essere certo un volantino politico con una alquanto sommaria e frettolosa ricostruzione dei fatti a far comprendere all’Amministrazione Comunale di Marcellinara la delicata situazione che si vive nella zona di Serramonda nei pressi della Ditta Seteco srl, posta sotto sequestro dal gennaio 2010 e amministrata dalla curatela fallimentare dalla fine del mese di febbraio scorso».«Quando si parla di questioni così delicate è bene farlo con cognizione di causa e non a caso” continua il sindaco “In ogni modo gli atti adottati dall’Ente sono pubblici e quindi a disposizione della collettività che può sentirsi sollevata dall’allerta massima sul problema mantenuta dall’Amministrazione Comunale. Sono state sollecitate e continuano ad essere sollecitate quotidianamente tutte le autorità preposte, un dossier è pronto per la trasmissione al Ministero dell’Ambiente. Alle ordinanze finora emesse a carico della Seteco srl è stato solo risposto con la comunicazione di impossibilità per mancanza di sostanze economiche. Mentre una tra le ultime, già pubblicata, ordinanza sindacaleN°31/2010 con la quale si ordina il monitoraggio e l’avvio di tutti gli interventi necessari per la sicurezza antincendio all’interno dell’opificio della medesima ditta Seteco in ottemperanza anche a quanto indicato nei verbali dei Vigili del Fuoco intervenuti più volte per domare i focolai che si creano mediante autocombustione dei rifiuti solidi giacenti all’interno del capannone. Pertanto la Giunta Comunale di Marcellinara condeliberazione n.58 del 25 maggio 2010 ha ritenuto di dover attivare con ditte specializzate la richiesta di preventivi per lo smaltimento, mettendo comunque in evidenza che la Ditta Seteco srl è già debitrice nei confronti dell’Ente di circa 350.000 euro per il mancato pagamento dei tributi comunali per diverse annualità.Tutti i provvedimento adottati sono stati depositati per l’opportuna conoscenza presso la Procura della Repubblica di Catanzaro”.Intanto gli ambientalisti della Rete per la Difesa della Calabria“Franco Nisticò” annunciano un sit in davanti al capannone Seteco. Forniti di mascherine antigas. Loro, nonostante le dichiarazioni del sindaco Scerbo, non si sentono per nulla sollevati dall’ “allerta massima” sul problema Seteco. Intendiamoci: la risposta del sindaco all’interrogazione del PD è stata impeccabile. Ma dal venticinque maggio ad oggi nulla è cambiato. E il tempo continua a dilatarsi tra le lunghe spirali di fumo che avvolgono il grigio capannone della Seteco. Nell’attesa di un intervento istituzionale che, nei casi di necessità ed urgenza per tutelare la salute pubblica, deve avvenire tempestivamente. Almeno questo è quanto prevede la legge.  

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 24/07/2010

foto: Giulia Zanfino

CULTURA
Gaiart Video: premiati gli autori della Calabria ribelle. Si riaccendono i riflettori su vittime di mafia e navi dei veleni.
7 luglio 2010
Foto: Massimiliano Carbone

Massimiliano Carbone è un ragazzo di Locri. Uno di quelli che sono rimasti a vivere in quelle terre, senza avere padrini, nè collusioni, ma lavorando onestamente. E a Locri è stato ammazzato, con un colpo di arma da fuoco, nel giardino di casa sua. Dopo una partita di calcetto. Da allora Liliana Esposito Carbone, madre di Massimiliano, non si dà pace. E ad oggi il caso è stato archiviato. 

Tra le pellicole premiate ad Aieta nell'ambito del GAIART VIDEO INTERNATIONAL FESTIVAL, scorre la sua storia. E quella delle navi dei veleni. La prima edizione del festival, una rassegna del documentario svoltasi nel palazzo rinascimentale che sovrasta Aieta, domenica ventisette, premia, infatti, i documentari sulla Calabria. Quelli nati dalla percezione che ci sia l'urgenza di mettere a fuoco ciò che accade in queste terre. Non restando in superficie, ma osservando il territorio attraverso lo sguardo di autori attenti, che raccontano il mondo attraverso la profondità dell'approccio documentaristico. Il grande tema esplorato è l'ambiente. Inteso in accezione estremamente contemporanea, che sottende la conoscenza e la capacità di raccontare il territorio, come palcoscenico di cambiamenti etici, antropologici e sociali, di cui le mutazioni climatiche sono solo l'effetto. Qui il Meridione rappresenta un' enorme tela, attraverso la quale dipingere dei percorsi possibili, per valorizzare queste terre, la loro storia, la loro memoria. Carl T. Dreyer afferma che "l'anima appare nello stile" di un autore. E lo stile degli autori calabresi, premiati nella categoria "premio speciale fuoriconcorso", con la statuetta dell'artista internazionale Silvio Vigliaturo, denota un'anima simile a una fiammata ardente. I due film possono essere definiti memoria storica della Calabria delle contraddizioni. 

I documentari

Foto: Liliana Carbone

Uno, "Oltre L'Inverno", è un eccezionale documentario scritto da Massimiliano Ferraina, Raffaella Cosentino e Claudia Di Lullo, con musiche di Marcello Politano e regia di Massimiliano Ferraina, che narra le dolorose vicende di Liliana Carbone, madre coraggio della Locride. L'altro, "L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana", è un magistrale reportage di Massimo De Pascale, con la fotografia di Nicola Carvello, che ricostruisce la vicenda delle navi dei veleni, attraverso un viaggio costellato da testimonianze inedite, che si intrecciano nel racconto toccante di un genocidio silenzioso. Due documentari, due facce di una Calabria ferita.

Oltre L'Inverno

 "Oltre L'Inverno" è un monumento alla memoria e alla libertà, di tutte le vittime di mafia. Quelle non celebrate, quelle archiviate, quelle che attendono che sia fatta giustizia, in queste terre dove la giustizia è vilipesa. Impietrita. Asserragliata tra cose non dette e leggi non scritte. Eppure può succedere che quell' incatalogabile pianta che è la memoria di una madre per un figlio ammazzato, crei uno sconfinamento. Un cortocircuito. Che un giovane volto incastonato nel marmo diventi l'emblema di una lotta a un intero sistema. E che quel monolite secolare, che è la mentalità mafiosa, possa vacillare, sotto i colpi della memoria ostinata di una madre che non dimentica. "Oltre L'Inverno" narra dunque la storia di una donna, di una madre corraggio, e della sua battaglia intrisa di dolore, solitudine, caparbietà, passione e speranza. Una madre che chiede giustizia per una morte ancora oggi impunita, quella di Massimiliano Carbone. "A sei anni dalla morte di Massimiliano non ha un volto, né un nome il sicario che ha posto fine ai suoi giorni", scrivono gli autori del documentario. Attraverso le immagini che scorrono sullo schermo Liliana ci mostra i luoghi, ci racconta gli eventi, ricostruisce l'agguato a suo figlio. Racconta la sua passione per il calcio. E poco a poco il profilo di quest' uomo, stroncato nel fiore degli anni, ci appare più definito. Il suo volto, che vediamo scorrere più e più volte sullo schermo, acquista un'anima. Dal testo filmico emerge che Massimiliano lascia un figlio, avuto da una relazione con una donna sposata, in una terra dove non si preme il grilletto senza il consenso della 'ndrangheta. Così il suo racconto assume una dimensione universale. Metaforica. E quello di Liliana, madre coraggio, diventa un viaggio solitario, nel deserto della Locride, quasi a gettare i semi della libertà e dell'emancipazione. Per non dimenticare Massimiliano. E raccogliere la memoria, per quel figlio che non conoscerà suo padre. Dai semi lanciati da Liliana nasceranno teneri germogli di libertà? Sarà il tempo a dirlo. A noi piace pensare di sì. 


Foto: Claudia Di Lullo e Massimiliano Ferraina, autori di "Oltre L'Inverno"

Il testo filmico del racconto è privo di sofisticazioni, come sottolinea il regista Massimiliano Ferraina. "Ho voluto fotografare Locri e raccontare la storia di Liliana così com'è", afferma. "Ma non è stato facile. Io e le mie colleghe siamo stati anche vittime di minacce velate". Perchè la Locride è un territorio difficile. E raccontarla nella sua essenza può avere un prezzo. La trama narrativa del racconto è quindi asciutta. Assenti i virtuosismi. Le fascinazioni sono rimesse alla forza intrinseca di una storia drammatica e attuale. Che termina con parole di speranza, pronunciate da Liliana presso La Gurfata, la cooperativa di artisti di strada che si occupa del recupero dei ragazzi di Locri. Un finale che è un messaggio a non arrendersi e continuare a cercare il cambiamento.

L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana

L'altro lavoro premiato, "L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana" di Massimo De Pascale, narra la torbida vicenda delle navi dei veleni, ed è stato realizzato con la collaborazione del WWF e del comitato civico "Natale De Grazia". Possiamo definirlo un monumento alla verità, per impostazione e sviluppo narrativo. Con questo film il regista coglie nel segno, e lo fa attreverso una serie di interviste che ricostruiscono la storia delle navi affondate nel Tirreno cosentino, partendo dallo spiaggiamento della Jolly Rosso sino ad arrivare alla contorta vicenda della nave Cunsky che, secondo le recenti dichiarazioni del pentito Francesco Fonti, fu affondata a largo delle coste di Cetraro, con il suo carico di rifiuti radioattivi. 

 

Foto: Massimo De Pascale, regista de "L'Ultima Spiaggia. Un saggio di geografia disumana"

Massimo De Pascale ripercorre questi eventi lentamente, centellinando i fatti, mettendoli insieme, tassello dopo tassello. Come se stesse componendo un puzzle. E la storia cresce, acquista ritmo e si sviluppa attraverso la poetica dell'autore e le testimonianze di chi ha vissuto i fatti, da testimone o vittima, da ambientalista stigmatizzato, tacciato di essere allarmista, o da osservatore incredulo. Una verità soffocata per anni negli abbissi del mare, che riemerge come un urlo di dolore, tra gli scogli del Tirreno. La poesia dei giochi di luce che evocano le verità sottese di questa vicenda fa da cornice a un'opera tecnicamente vincente. Il ritmo e gli scenari si fondono, al crescere dell'intensiatà delle storie narrate. Emergono i volti scolpiti dalla storia dell'entroterra adamantino. Quelli dei pensionati che vivono nelle casette arroccate tra le montagne di San Pietro in Amantea. O in un fazzoletto di terra, ai piedi di Serra d'Aiello. E la gente si apre. Dialoga in presa diretta, diviene parte essenziale di questa pellicola. Così il documentario sfiora una dimensione neorealista. Dove rieccheggiano il sottoproletariato pasoliniano e gli scenari eloquenti e suggestivi di Vittorio De Seta. La capacità critica di Rosi e la drammaticità dell'analisi rosselliniana. E le persone assumono la dimensione di preziosi documenti viventi. De Pascale ne raccoglie la memoria, alla ricerca delle verità nascoste, che giacciono da troppo tempo, sepolte insieme ai fusti radioattivi, nella valle dell’Oliva. E crea un'opera che è una pietra monumentale indelebile, con la quale persino gli scettici dovranno fare i conti. Istituzioni in testa. 


Foto: la motonave "Rosso", arenatasi sulla spiaggia di Formicice nel 1990

Il GAIART consacra dunque autori calabresi, che vivono in queste terre e che le raccontano sapientemente. Un segnale forte, che dimostra che c'è un nocciolo duro di registi caparbi e talentuosi che non lascia questi luoghi. Ma resiste e racconta. Se è dunque vero ciò che afferma Carl T. Dreyer "l'anima appare nello stile".

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 03/07/2010

Foto: Giulia Zanfino, internet



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