Inchieste, reportage e articoli. Tutto questo è Donnelibertadistampa, il blog a quattromani di Valeria Brigida e Giulia Zanfino Donnelibertadistampa | donne libertà di stampa | Il Cannocchiale blog
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politica estera
Appello dall'Iran: un altro giornalista arrestato
22 giugno 2009

Un collega che vive qui a Beirut, ma che attualmente sitrova ancora in Iran, ci chiede di dare la massima visibilità alla seguente notizia.

NEWSWEEK Reporter Detained

Journalist and filmmaker Maziar Bahari was taken intocustody without charge on Sunday morning in Tehran.

Newsweek Web Exclusive

Jun 21, 2009

 

NEWSWEEK Magazine issued the following statement on June 21:OnSunday morning in Tehran, Newsweek's Maziar Bahari was detained without chargeby Iranian authorities and has not been heard from since. Mr. Bahari is aCanadian citizen and a renowned journalist and filmmaker, who has been livingin and covering Iran for the past decade. Newsweek strongly condemns thisunwarranted detention, and calls upon the Iranian government to release himimmediately.

Mr.Bahari's coverage of Iran, for Newsweek and other outlets, has always been fairand nuanced, and has given full weight to all sides of the issues. He hasworked well with different administrations in Tehran, including the currentone.  Since the elections over 20 journalists and bloggers have reportedlybeen detained; the seizure of innocent journalists is a violation of the rightto a free press in Iran. Newsweek asks that world governments use whateverinfluence they have with the government in Tehran to make clear that thisdetention is unwarranted and unacceptable, and to demand Mr. Bahari's release.

(Valeria Brigida) 

politica estera
Vince il 14 Marzo: sorpresa reale?
8 giugno 2009
Beirut. Se in un primo momento siamo tutti rimasti a bocca aperta di fronte ai primi risultati delle elezioni parlamentari libanesi di ieri, dopo qualche attimo è arrivata la riflessione. Era davvero così poco prevedibile? No. Anzitutto perché i sondaggi davano la proiezione di un futuro parlamento quasi spaccato a metà. E poi perché, ieri, bastava andare in giro per i seggi sparsi nel paese (soprattutto quelli dove si sarebbe deciso tutto, come a Zahlé, nel Metn e a Beirut 1 cioè Achrafieh) per vedere come si svolgeva materialmente il voto. Più volte di fronte a determinate situazioni mi sono chiesta: "E le missioni degli osservatori elettorali internazionali qui dove sono?". Spero di trovare presto la risposta e di poterla diffondere. Altrimenti si tratterebbe di un ennesimo spreco di denaro pubblico, anche italiano e questa volta in Medio Oriente. Da parte mia posso solo raccontare che ieri gli osservatori li ho incrociati più di una volta in giro per il Libano. All'apertura dei seggi erano comodamente seduti all'ombra del tendone di Starbucks in Place Sassine (Achrafieh, quartiere più "in" di Beirut), a bere e chiacchierare, mentre sotto il sole c'erano file interminabili di elettori ad aspettare perché nei seggi regnava l'anarchia e la legge del più forte. Se questo è aiutare un paese a garantire democrazia e libere elezioni io, come cittadina europea, rivoglio indietro i miei soldi!

Valeria Brigida

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permalink | inviato da Donnelibertadistampa il 8/6/2009 alle 8:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
politica estera
Libano al voto
7 giugno 2009
Di Valeria Brigida

Beirut. Il coprifuoco è scattato. Oggi oltre tre milioni di libanesi si recheranno alle urne per decidere le sorti del nuovo Parlamento. Nella capitale regna un silenzio surreale. Solo ogni tanto, in lontananza, si odono delle sirene: in tutto il paese c’è un dispiegamento che conta più di 40.000 soldati libanesi e circa 15.000 ufficiali delle Forze di Sicurezza interna. Senza contare i volontari che fanno parte del braccio armato dei maggiori partirti, tra cui il Partito di Dio. Ed è proprio la coalizione filo siriana dell’8 Marzo, guidata dagli sciiti di Hezbollah, la grande favorita per questo appuntamento storico del Libano che vede la spartizione dei 128 seggi parlamentari. Con i “gialli” di Hassan Nasrallah anche Nabih Berri, l’attuale speaker del Parlamento a capo del partito sciita di Amal (in arabo “speranza”), e Michael Aoun, il generale cristiano maronita leader del Movimento patriottico libero. L’avversario di questa sfida politica vede sull’altro fronte la coalizione del 14 Marzo con Saad Hariri. Il figlio dell’ex premier assassinato nel 2005 è a capo del Partito Al Mustaqbal (Il futuro) e in questa corsa elettorale conta sull’alleanza cristiana delle Forze Libanesi (cristiane) di Samir Geagea e del Kataeb della famiglia Gemayel e il druso socialista Walid Jumblat che, più che per condivisione di ideali, sembrerebbe aver deciso di far parte di questo blocco per non condannare la minoranza drusa a una posizione eccessivamente minore sulla scena politica libanese. La campagna elettorale delle ultime settimane non è stata priva di colpi di scena, scontri violenti tra militanti politici e “scoop” giornalistici. L’ultimo è quello del quotidiano tedesco Der Spiegel che ha gettato pesanti accuse su Hezbollah, ritenendolo responsabile dell’attentato sanguinario contro Rafiq Hariri. Eppure l’esito delle consultazioni sembrerebbe già deciso. C’è chi sostiene addirittura che già da ora è possibile vedere un futuro Parlamento diviso a metà tra i due principali schieramenti, con un leggero vantaggio dell’8 Marzo che potrebbe arrivare a vantare tra i 2 e i 5 seggi in più, assicurandosi un’esile maggioranza. Cresce il timore, dunque, che a poche settimane dal voto – qualunque sia l’esito – si possa profilare una crisi politica: ottenendo un lieve vantaggio, infatti, quella che apparirebbe come una “maggioranza sulla carta” non sarebbe in grado di adottare pienamente le decisioni per l’intero Libano. E, come un triste copione mediorientale, il Paese potrebbe ripiombare nell’instabilità che lo ha reso noto negli ultimi trent’anni. E se in passato le pagine più nere sono state scritte dalla profonda spaccatura tra i musulmani, questa volta cresce il timore di una crepa senza precedenti tra i cristiani. Possibili scontri, infatti, sono attesi nelle prossime ore a Saida, città costiera a circa 50 chilometri a sud di Beirut, dove ancora non è chiaro chi guadagnerà la vittoria tra i candidati musulmani sciiti e sunniti dei due blocchi contrapposti. Ad aumentare la preoccupazione in questa zona è anche la massiccia presenza di campi palestinesi attorno alla città negli ultimi anni, purtroppo, la violenza è diventata routine. Alta tensione, poi, a Beirut. In particolare ad Ashrafiye, la zona cristiana, gran parte della quale durante la guerra civile era conosciuta come la East Beirut, che per la prima volta si presenta politicamente frammentata. Più ombre che luci, infine, sulla democraticità reale del voto. Per quanto, infatti, siano giunti da settimane centinaia di osservatori internazionali a monitorare le elezioni, restano molti dubbi di fronte ad un sistema che non prevede la consegna di un’unica scheda elettorale stabilita dal Ministero degli Interni a ciascun votante: ogni partito, infatti, consegnerà la propria all’entrata del seggio e avrà la possibilità di compilarla a proprio piacimento senza un preventivo controllo superpartes. Il silenzio potrebbe essere interrotto da un momento all’altro. Sono molti i militanti già pronti a riversarsi nelle strade durante e subito dopo il voto. E con la comunicazione degli esiti, prevista per domani pomeriggio, la quiete apparente delle ultime ore potrebbe dissolversi nel nulla.
politica estera
Zuccherino o segnale di apertura?
13 maggio 2009
Israele Consegna a Unifil le mappe dei bombardamenti condotti con le bombe a grappolo nel conflitto del 2006

Ieri sera Unifil ha ricevuto dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) i dati tecnici e le mappe dei bombardamenti condotti con bombe a grappolo lanciate dall’IDF (Forze di Difesa Israeliane) sul Libano durante il conflitto del 2006.
Gli esperti di UNIFIL stanno attualmente esaminando e valutando i dati ricevuti.
Il Comandante di UNIFIL, Generale di Divisione Claudio Graziano, ha informato il Primo Ministro del Libano, Fouad Siniora ed il Comandante delle Forze Armate Libanesi, Generale Jean Kahwaji del rilascio dei dati che saranno consegnati da UNIFIL alle Forze Armate Libanesi.
Le Nazioni Unite hanno, in passato, ripetutamente chiesto ad Israele di fornire i dati tecnici dei bombardamenti in merito a numero, tipo e luogo in cui le munizioni sono state lanciate durante il conflitto del 2006, cio’ al fine di accelerare le operazioni di bonifica e prevenire il verificarsi di nuove vittime tra la popolazione civile e tra gli esperti addetti alle operazioni di bonifica.

Fonte Stato Maggiore della Difesa
politica estera
Cronaca dal campo palestinese di Nahr al Bared
12 marzo 2009
di Valeria Brigida



“Non penso che il nostro campo sarà realmente ricostruito: ci stanno prendendo in giro”.  Per il dottor Nazer, palestinese quarantenne nato e cresciuto a Nahr al Bared, la cerimonia del 9 marzo è solo “una grande farsa da utilizzare politicamente, in vista delle elezioni di giugno”. Ore 13.30. Con un lieve ritardo viene deposta la prima pietra per la ricostruzione di Nahr alBared. Nel maggio 2007 il campo palestinese, che si trova a circa 80 chilometri a nord di Beirut, è stato teatro dei violenti scontri tra l’esercito libanese e il gruppo jihadista Fatah al Islam. Una lotta sanguinosa che si è presto allargata ai territori limitrofi assumendo tutte le caratteristiche di una vera e propria “guerra”. Tre mesi di pesanti scontri a fuoco e bombardamenti in cui persero la vita cinquanta civili, centosettantanove soldati libanesi e duecentoventisei miliziani di Fatah al Islam. Le cifre ufficiali dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees) parlano, inoltre, di seimila famiglie sfollate. In tutto trentamila persone in fuga, di cui solo diecimila hanno fatto ritorno al campo. Dopo severi divieti di accesso, solo recentemente è stato permesso alla stampa di entrare nell’area devastata. Per accedere al campo bisogna oltrepassare un checkpoint dell’esercito libanese. Una volta superato il controllo si percorre un ampio viale di terra e fango. Sciami di bambini si rincorrono giocando. Donne sedute su sedie di plastica chiacchierano, mentre gli uomini fumano annoiati i loro narghilè. I palestinesi in Libano non hanno molti dei diritti più elementari. Neanche la possibilità di esercitare numerosi mestieri e professioni. Sullo sfondo, il grigio di palazzi sventrati. Macerie accatastate disordinatamente. Brandelli di mattoni, attaccati a spessi fili d’acciaio, penzolano immobili giù dai cornicioni. Quasi sfiorando il groviglio di automobili incenerite che ancora sostano di fronte a quelle che, un tempo, sembrano essere state abitazioni. Dai tetti, vigili come sentinelle, i soldati libanesi armati fino ai denti. Controllano che nessuno dei fotografi o cameramen presenti tentino di scattar loro foto o riprendere immagini. L’atmosfera è spettrale. Surreale. La sensazione è di essere entrati in una città fantasma. In un set cinematografico dove si è svolto un film di azione. E, invece, non c’è nessuna finzione. La realtà drammatica di Nahr al Bared appare in tutta la sua violenza e riporta alle recenti immagini di Gaza. Con una sola “sottile” differenza: al posto degli israeliani, qui, ci sono i libanesi. La storia di questo campo è stata ignorata, o forse presto dimenticata, dall’opinione pubblica occidentale. Tutto ha avuto inizio quando, secondo le fonti ufficiali, membri appartenenti a Fatah al Islam cercavano di prelevare illegalmente del denaro da un istituto bancario di Tripoli. L’esercito libanese ha reagito cercando di contrastare queste azioni. Ma il risultato è stato l’inizio di un confronto armato sfociato in tutta l’area. E Nahr al Bared si è trasformato nell’arena centrale di una lotta in cui il Libano ha inizialmente dimostrato la sua debolezza nel ripristinare l’ordine di fronte a un gruppo armato più piccolo, ma ben organizzato. Le origini del movimento jihadista Fatah al Islam sono incerte. C’è chi sostiene che, a partire dal 2006, mirasse a stabilire un emirato islamico nel nord del Libano. Membri del movimento politico “14 Marzo”, invece, sono convinti che dietro ci sia una regia siriana per la destabilizzazione del paese e del tribunale internazionale incaricato di far luce sull’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri. Gli alleati della Siria, al contrario, ritengono che dietro al gruppo ci siano proprio l’Arabia Saudita e il Future Movement, nel tentativo di formare una forza anti-sciita ed eseguire operazioni anti-siariane. Non manca, infine, chi sostiene che l’obiettivo di Fatah al Islam sia la creazione di una base jihadista nel nord del Libano per addestrare miliziani nel commettere azioni contro gli Stati Uniti e i suoi alleati in Iraq e Afghanistan. “Una cosa è sicura – afferma una giornalista di Al Jazeera – potenzialmente la maggior parte degli attori politici libanesi hanno interesse nell’esistenza di una simile organizzazione”. Superati i primi cinquecento metri di “poltiglia urbana”, si arriva al secondo checkpoint. Qui, possono accedere solo gli invitati alla celebrazione per la deposizione della prima pietra per la ricostruzione. La cerimonia, fortemente voluta dal primo ministro Fouad Siniora, ha inizio solo quando sono tutti presenti. C’è Abbas Zaki, ambasciatore dello Stato della Palestina a Beirut, Jean Kahwaji, in rappresentanza del comandante dell’esercito libanese, il direttore generale dell’UNRWA in Libano. Non manca neanche l’ambasciatore italiano Gabriele Cecchia. Per la ricostruzione di Nahr al Bared sono stati richiesti 455 milioni di euro. Di questi ne sono arrivati solo circa 120 milioni. Di cui 5 milioni, da parte dell’Italia, uno dei maggiori donatori europei. È un attimo, e il masso, che dovrebbe rappresentare simbolicamente “la prima pietra”, scompare e viene inghiottito da fotografi e cameraman. Quella a cui si assiste sembra una surreale sfilata di celebrità su una passerella fatta di macerie. Unico elemento di disturbo sembra essere un forte vento che, soffiando, solleva grandi nubi di polvere. Ha inizio la conferenza. Il ministro dell’Informazione libanese, Tarek Mitri, è visibilmente imbarazzato. Serio. Sembra essere uno dei pochi a capire che quella in cui si trova non è una festa. Lontano dai flash e dalle videocamere si avverte uno strisciante malcontento popolare. “Siamo considerati i nemici: Gaza era qui, prima ancora che ci fosse Gaza!” grida Abu Ettayeb, palestinese di 65 anni, nato ad Haifa, oggi villaggio nel nord di Israele, e arrivato come profugo a Nahr al Barednel 1949, all’età di quattro anni. “Perché hanno distrutto il campo? La domanda va fatta al primo ministro, al Capo dell’esercito libanese – sostiene Abu Ettayeb, continuando – vogliamo che sia istituito un tribunale internazionale anche per quel che è stato fatto qui”. “In altri paesi un ministro della Difesa si dimette per un semplice incidente aereo. Qui in Libano, invece, più si uccide, più si vincono stellette da attaccare sulla propria uniforme, più si fa carriera politica!”. Aldilà dell’area dedicata alla celebrazione sostano centinaia di palestinesi: i bambini si aggrappano al filo spinato presieduto dai soldati. Dietro di loro, i volti arrabbiati degli adulti. Qualcuno inizia a urlare l’odio contro l’esercito libanese, ritenuto responsabile della distruzione del campo. In pochi minuti, le frasi si trasformano in slogan. Le voci si tramutano in grida. In un attimo si arriva allo scontro. I soldati aprono il fuoco: sparano in aria. Poi iniziano a puntare i civili. Arrivano i carri armati. La stampa non c’è: è impegnata nelle interviste ai politici. Solo noi siamo lì: gli unici testimoni. Finchè un militare ci raggiunge, cerca di prendere la macchina fotografica e urla: “Vai via: questa è una questione tra libanesi e palestinesi”.
Sono tornata in Libano
27 dicembre 2008

L’ho rifatto. Sono nuovamente in Libano. Esattamente da 13 giorni. Eoggi per puro caso mi imbatto nel sito www.informazionecorretta.it cheriporta:

SulRIFORMISTA di oggi, 20/12/2008, a pag.15, un servizio di Valeria Brigida daltitolo " Hezbollah in piazza per sostenere Hamas ", L'abbiamo lettocon un senso di fastidio e stupore. Ci chiediamo come un giornale come il RIFORMISTA,dalla chiara linea filoccidentale, pubblichi dei servizi ambigui coe questo daBeirut, L'autrice non distingue, nell'impostazione del suo pezzo, le differenzeprofonde fra terroristi e democrazia, le azioni di Hezbollah sono equiparate aquelle di Israele, del quale viene persino messo in dubbio il diritto adifendersi. Lo stato ebraico viene presentato in tutto l'articolo in mododecisamente ostile. Chiediamo ai nostri lettori di segnalarlo al direttoreAntonio Polito, chiedendogli se il pezzo di Valeria Brigida esprime laposizione del suo giornale. Ecco l'articolo:

Beirut. «Freedom for Gaza». Libertàper Gaza: questo lo slogan che ieri dominava l'imponente corteo per le stradedei sobborghi di Beirut sud. E, proprio ieri, le brigate Qassam, braccio armatodi Hamas, hanno ufficialmente dichiarato la fine della tregua iniziata loscorso 19 giugno con Israele, grazie alla mediazione egiziana. In un comunicatodiffuso via internet si legge: «Il cessate-il fuoco non sarà rinnovato perchéil nemico sionista non ha rispettato le condizioni».?Accuse reciproche, quelletra Israele e Hamas, per aver violato gli accordi di sei mesi fa. Hamas èintenzionato a rispondere a ogni attacco israeliano sulla Striscia di Gaza. «Sela situazione lo richiede - ha dichiarato il ministro della Difesa israeliano,Ehud Barak - noi agiremo». Il Libano non è rimasto a guardare. Decine dimigliaia di persone sono accorse da tutto il Paese al richiamo lanciato loscorso lunedì dal segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah.Anziani, adolescenti e addirittura bambini spinti in carrozzina da donneavvolte, da capo a piedi, in pesanti vesti nere. Libanesi e palestinesi,insieme in un'unica marcia. «La gente di Gaza - urlava Sheikh Naim Kassem,numero due del Partito di Dio - non sarà mai sconfitta perché ha scelto ilpatto della Resistenza». «E - ha proseguito - noi siamo con la Resistenza». Una"resistenza regionale", dunque, non più solo nazionale.?La sua voce,diffusa attraverso gli innumerevoli altoparlanti posti a tutti gli angoli dellestrade, sembrava inferocita. Infervorata. Un fiume umano trascinava bandierepalestinesi ed hezbollah lungo le strade di Dahiye (Beirut sud). Quindi,confluito a Sayyed al Shouhadaa', quartiere che ancora porta i segni dei pesantibombardamenti israeliani del 2006, gridava: «I palestinesi rimarranno inPalestina, i sionisti saranno gli unici a essere cacciati!». E, ancora: «Morteall'America, morte a Israele». La scena si ripeteva in più punti del Libano, danord a sud. La voce di Kassem incalzava, ma non proveniva da un palcoscenico.Lo sceicco, infatti, ha deciso di non apparire in pubblico e di diffondere ilsuo messaggio "live", contemporaneamente in tutti i luoghi diraccolta, da un luogo segreto.?Intanto a Gaza i militanti palestinesilanciavano razzi e mortai su numerosi villaggi israeliani, gli aerei con lastella di David rispondevano con «raid punitivi». Da Beirut Naim Kassem hacriticato «il sospettoso silenzio arabo e internazionale» sul trattamentoriservato agli abitanti di Gaza. E ha puntato il dito anche contro il Consigliodi Sicurezza dell'Onu, «colpevole» d'inerzia di fronte all'assedio di Gaza.Molti manifestanti raccontano al Riformista che l'intento è quello di fareanzitutto pressione sul governo egiziano affinché siano riaperte le frontieredi Rafah, unica «valvola d'ossigeno» per la crisi umanitaria in atto a Gaza.Quindi, di scuotere l'opinione pubblica araba e internazionale. Un ragazzo piùscettico e cinico ci rivela il suo stupore di fronte a quella massa accorsa insolidarietà al popolo palestinese, perché «anche in Libano i palestinesi sonoun problema, un peso per la società». «L'unica spiegazione - ha continuato - èIsraele: il nemico unico». «Vergognoso rimanere inerti a guardare Gaza sottoassedio, per questo - ha annunciato Kassem - è necessario tornare in Palestinacon aiuti e armi».

Perinviare al Riformista la propria opinione, cliccare sulla e-mailsottostante.

info@ilriformista.it

 

Proprio perché fortemente sostenitrice del principio democratico, chesempre più spesso viene calpestato nella nostra Patria, mi sono permessa dirispondere in questo modo. Ora non rimane che attendere e vedere se la replicaverrà pubblicata.

“Gentile redazione sono Valeria Brigida, l'autrice dell'articoloapparso sul Riformista il 20 dicembre e da voi fortemente criticato. Devoammettere che sono io che provo stupore nel leggere questi commenti. Io sonouna giornalista. Riporto quel che vedo e sento. Non commento. Questo lo lascioagli opinionisti. E, data la mia umiltà e la mia giovane età, non voglioarrogarmi la presunzione di simili arti. Pertanto vi chiedo di astenervi dasimili critiche gratuite che offendono il mio lavoro. È chiaro che se sto inLibano e vado di persona a una manifestazione di Hezbollah non potrò mairiportare di aver letto striscioni con scritte "I LOVE ISRAEL".Esorto, dunque, a rileggere quanto da me scritto, facendo attenzione allecitazioni e alle dichiarazioni o ai virgolettati che nella lingua italianavengono adoperati proprio per prendere con professionalità le distanze daaffermazioni fatte da terzi che ogni buon giornalista ha il dovere diriportare. La notizia era la reazione del mondo arabo rispetto a quanto staaccadendo nella Striscia di Gaza. Grazie comunque per l’attenzione mostrata neimiei confronti. Umanamente, mi permetto di dare un consiglio sperando di nonesser tacciata di scarsa umiltà. È ciò che anche io cerco di ricordare ognigiorno a me stessa: prima di giudicare bisogna leggere e osservareattentamente. Compito arduo, ne sono consapevole. Pena la disinformazione o ladiffamazione. Confido nella serietà e nelle note capacità di apertura mentalidel direttore Antonio Polito. Proprio per questo mi sento serena.

diari di viaggio
"Un tremendo sforzo che va celebrato"
3 dicembre 2008

Questa mattina sono uscita da casa molto presto. Chissà perché - forse il freddo - ho ripensato al vento caldo del Libano. Mi è tornato in mente uno tra i tanti articoli che non mi sono stati pubblicati durante la mia permanenza in Medio Oriente. E, allora, ho deciso che non sarebbe stato giusto mantenerlo, insieme alle foto scattate, "nel cassetto" della scrivania del mio computer ...

La marina italiana in Libano: "Un tremendo sforzo che va celebrato".

Così il generale Claudio Graziano, comandanteUnifil, saluta la prima task force navale a supporto di una missione di peacekeeping della Nazioni Unite.

Beirut, 1 Settembre. "L'allarme delle minacce è bianco!". È l'ora di salpare. Sono passate da poco le 9 del mattino e Beirut, vista dalla nave "Scirocco", appare in tutto il suo splendore decadente. A bordo ogni più piccolo dettaglio è pronto: la forza navale italiana passa le consegne a quella francese attraverso una grande cerimonia. Lo scenario è il mare aperto. A largo delle coste libanesi, dove per sei mesi l'ammiraglio Ruggiero Di Biase è stato a comando della task force navale di UNIFIL (United NationsInterim Force in Lebanon). Dal 20 febbraio a oggi, infatti, sono stati proprio gli italiani a condurre le operazioni a supporto e implementazione delle risoluzioni numero 1701 e 1773 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Assistere le Laf (forze armate libanesi) nel monitorare le acque territoriali libanesi con lo scopo ultimo di impedire l'entrata di armi senza il consenso delle autorità nazionali. Questo il compito primario, a cui si aggiunge quello, altrettanto arduo, di aiutare le Laf ad affinare le proprie capacità operative per poter arrivare ad affermare la propria sovranità marittima. Italia, Francia, Spagna e Portogallo, che insieme costituiscono Euromarfor (EuropeanMaritime Force), sono quattro grandi esperte nel settore della marina militare. Insieme costituiscono una forza multinazionale composta da 37 unità navali che dal mare cerca di fronteggiare la minaccia del terrorismo globale. Per la prima volta le Nazioni Unite hanno deciso di utilizzare anche questo strumento all'interno del teatro libanese. Negli ultimi sei mesi "abbiamo garantito il pieno controllo dell'area delle operazioni marittime", spiega l'ammiraglio Di Biase. Infatti, su circa 4400 imbarcazioni incrociate durante la missione, più di 80 sono state dichiarate sospette e ispezionate dalle forze libanesi. Sì, perché, anche in mare, bisogna fare attenzione a non scivolare sull'essenza delle regole d'ingaggio: solo il Libano può intervenire nel caso di "sospetto". Sulla nave "Scirocco" è presente anche il generale Claudio Graziano che definisce questa nuova forza navale multinazionale "un vitale strumento per Unifil" che "assiste il Libano nel diventare capace a controllare i confini delle sue acque territoriali".  Il problema del controllo delle acque libanesi non è questione recente. Da sempre è stato motivo di lunghe contese regionali perché storicamente quelle coste rappresentano lo sbocco tra oriente e occidente. Senza quella "valvola d'ossigeno" molti paesi a ridosso del Libano soffrono economicamente, socialmente e culturalmente. La delicata questione si è aggravata quando nell'estate del 2006 gli israeliani hanno imposto un blocco navale, con lo scopo principale di impedire il traffico di armi in Libano: un punto su cui lo stato ebraico ha sempre fondato il suo timore sia via terra che via mare. Ed effettivamente, se i confini dell'entroterra sono visibilmente porosi, quelli via mare sono assai meno controllabili. Per tale motivo Graziano ha sottolineato gli sforzi che italiani, francesi, spagnoli e portoghesi stanno sostenendo nell'aiutare il Libano a diventare totalmente sovrano nel fronteggiare quelle che costituiscono, anche per sé, minacce alla stabilità interna, oltre che regionale. Per questo, la solennità della cerimonia di passaggio delle consegne: nelle tiepide acque mediterranee le navi delle quattro nazioni si sono alternate in una inusuale danza. Questi giganti del mare hanno salutato silenziosamente il "vecchio" comandante italiano e il "nuovo" francese. Qui in Libano la missione continua. Ma l'equipaggio italiano, salutata Beirut, ha già  preso il largo. Direzione: Taranto. E, ora, naviga in acque più sicure.

Valeria 

diari di viaggio
Il ritorno
15 ottobre 2008

Sono tornata a Roma. Ma come una volta scrissi a una cara amica:“Tornare per ripartire. Viaggiare per vivere, o vivere per viaggiare?”. Ognuno ha la sua risposta. Che può cambiare a seconda della fase in cui ci si trova o rimanere salda per tutta la vita. Questo diario non è finito. Continuerà. Dal Libano o dalle periferie della mia città, della società in cui decido ogni giorno d'immergermi. Quella società fatta di un tessuto con cui inevitabilmente decido di vestirmi e che solo l’ignoranza può definire “poco prezioso”. Questo post lo scrivo mentre il mio corpo è in Italia. Il mio cuore e la mia mente sono ancora in Medio Oriente. E’ una sfida, ogni giorno. Tacere o raccontare. Accettarne le conseguenze. Per ora voglio solo dire grazie a chi mi ha tenuta per mano in silenzio, dietro le quinte di questo blog. A chi mi leggeva e non commentava. A chi non mi conosceva e ha confessato di leggermi solo una volta che ci siamo incontrati. Alle mie amiche della Fondazione internazionale Lelio Basso che mi hanno insegnato tanto e continuano a farlo anche solo attraverso la loro esistenza. A chi avrebbe voluto lasciare i commenti e ha preferito scrivermi un’e-mail, una lettera, un sms. A chi, senza far cenno a questo diario frammentario, mi trasmetteva il suo punto di vista. A chi ha deciso di viaggiare attraverso i miei occhi. Attraverso le mie parole.

Valeria


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permalink | inviato da Donnelibertadistampa il 15/10/2008 alle 13:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
diari di viaggio
La digestione
9 ottobre 2008
Il rientro in Italia si avvicina. Ho sviluppato uno strano sentimento per questa terra. Cos'è il Libano? Amore e odio allo stesso tempo. Chiarezza e contraddizione. Risate e rabbia. Punti esclamativi e interrogativi. Cerco di digerire quel che vedo, vivo, sento, osservo, racconto. Ma forse non è ancora il momento. Ripenso a Sabra e Chatila. Ripenso ai rom della mia città. Della mia Italia. Continuerò a girare per il mondo pensando che in fondo è sempre lo stesso. Ovunque. Ripenso ai bambini del campo di Beddawi e mi chiedo "perché". Sbalordita di fronte alla distruzione di ospedali, case e scuole del sud continuo a pormi la stessa domanda. Non smetterò. Questo è certo. Così come non saranno gli ultimi giorni che passerò in Libano. Tornerò. Cosa rimarrà nella mia memoria? Il profondo sorriso della gente. La dignità.
Valeria
diari di viaggio
Ottobre in Medio Oriente
1 ottobre 2008

Il 1° ottobre. Sono seduta nella mia terrazza di Gemmayzé. Bevo il mio caffè ascoltando i rumori di una Beirut che si risveglia. Se alzo lo sguardo riesco a vedere solo uno spicchio di cielo azzurro incastonato tra i muri bianchi degli antichi palazzi che mi sovrastano. Tutti dormono. Sono sempre io la prima a svegliarsi. I ragazzi sono qui da ormai dieci giorni. Penso che un po' siano rimasti delusi. Soprattutto Roxana, di nazionalità rumena. In questo caso, sì che ce ne sarebbero di cose da raccontare. Non le hanno dato i permessi per seguire le attività Cimic, come, al contrario, li hanno forniti a noi altri. E per quanto anche noi altri lo abbiamo fatto in qualità di frequentanti del master in Peacekeeping and SecurityStudies di Roma Tre, lei non è stata autorizzata dallo Stato Maggiore della Difesa italiano perché rumena. Perché, da quanto emerge, è la sua ambasciata che non si è mossa adeguatamente. Sarà vero? Non so.

È il 1° ottobre. E dalla mia terrazza sento che anche qui inLibano, alle sette del mattino, la temperatura sta cambiando. Mi fanno sapere dall’Italia che ormai lì è autunno.

Guardo le pagine web delle testate giornalistiche italiane e vedo articoli pieni di errori. E l’errore non è una “d” di troppo, col risultato di un’eccessiva eufonia. Leggo l’implicito incitamento all’odio contenuto in parole che formano frasi e si traducono in slogan. Sto male al pensiero di dover rientrare a breve in Italia, dove imbarazzanti burattini d’argilla s’agitano su un palcoscenico, tenuti sospesi solo da fili di silicone emenzogne buoniste. Credono che qualcuno stia lì a guardare. Ma da tempo gli spettatori hanno lasciato vuoto il loro posto in sala. E allora loro gridano e gridano per richiamare l’attenzione. E le voci arrivano lontane come quelle di commercianti al mercato. Ma come è possibile che in un Paese dove l’identità nazionale è così forte possano accadere queste cose? E come è possibile che, invece, qui in Libano dove l’identità si caratterizza per la sua assenza, il rispetto, almeno di facciata, non manca? Tento di immaginare Seniora che dà del “racconta balle” a, non so … Suleiman?

Qui in Libano. Qui in Libano gli avvenimenti mi sfiorano e non li trattengo. Non ci riesco. Sono quasi due settimane che sta accadendo. E non riesco a capire. Mi arrovello, ma è inutile. Dopo il dialogo nazionale tutto è diventato a me incomprensibile. Una riconciliazione frettolosa. Ma infondo chi sono io per poter giudicare? Se lo facessi rischierei di esser tacciata – e a ben vedere – di presunzione tipicamente italiana.

E allora bevo il mio caffè, ammiro il cielo terso e penso che il Ramadan è finito. E che tra qualche ora varcherò l’entrata di Sabra e Chatila.

Valeria

sfoglia
maggio