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Le sorti dell'ospedale di Acri appese a un filo. In vista un forte ridimensionamento.
17 novembre 2010

Chiudere e ridimensionare piccoli ospedali pubblici e tenere in vita solo alcune cliniche private convenzionate, per un giro d'affari milionario. Lo tzunami del commissariamento si abbatte sulla Calabria, e potrebbe assumere la forma di un'onda anomala. Perché l'anomalia è lampante, laddove il servizio pubblico è soppresso, e parte di quello privato accreditato, alimentato con finanziamenti regionali, a meno che non si tratti di strutture d'eccellenza. Se l'obiettivo millantato è quello di rimettere i conti in ordine, a primo colpo d'occhio la percezione imperante è che la Sanità calabrese assuma nuovamente i contorni di una "piazza affari" che governa il destino delle nostre strutture sanitarie in nome di interessi di ceto, che poco hanno a che vedere con la tutela del diritto alla salute. Perché se il Piano di Rientro della Sanità mira al recupero di fondi e ad ottenere un finanziamento di ben 800mln di euro, la domanda scontata è: come saranno investiti realmente questi fondi? E in base a quali criteri si decideranno le sorti delle strutture private accreditate? Sono bastati così pochi mesi a sradicare la presenza del malaffare in un settore che gestisce da sempre cifre astronomiche? Tra le struttue colpite dai tagli serpeggia il malcontento. Perché è risaputo che alcuni politici, e non solo, acquistano azioni nelle cliniche private accreditate. Miniere d'oro, sovvenzionate per anni da finanziamenti regionali. Su cui pendono molti interrogativi. Se ad oggi non sembra facile mettere a fuoco il reale destino delle strutture sanitarie regionali, non mancano le sorprese agli ospedali che si ritenevano messi in salvo dal "risiko" del commissariamento calabrese. Ad Acri, paese del Cosentino, proprio mercoledì, la quotidianità dell'ospedale cittadino è stata turbata da una visita inattesa. L'assessore all'Agricoltura e Foreste, Michele Trematerra, ha accompagnato in un giro d'ispezione silenziosa il rappresentante di un organismo "Sovraregionale", con il compito di monitorare la situazione degli ospedali da ridimensionare. Dalle mura dell'ospedale acrese trapela poco o nulla. Ma le voci che girano parlano di un forte ridimensionamento, che priverebbe la struttura della possibilità di far fronte alle emergenze e alle urgenze. Sembra, infatti, sia prevista la chiusura del reparto di Ginecologia e Ostetricia, e quello di Chirurgia, che diventerebbe un Day Surgery. Sarebbe poi prevista la nascita di un reparto di Riabilitazione, che prevede la presenza di ben trenta posti letto. Un fulmine a ciel sereno, perché proprio il governatore Scopelliti aveva affermato, nell'ambito della presentazione cosentina del Piano di Rientro della Sanità, dal palco del teatro "Morelli", che gli ospedali montani sarebbero rimasti così com'erano, con qualche piccola modifica. Niente di più. Invece, sull'ospedale di Acri, un colpo di scimitarra e le rassicurazioni del governatore si vestono di un tessuto ambiguo, fatto di "parate e chiacchiere", sfilate in abiti scuri, camicie immacolate e sorrisi scolpiti su volti che celano altre verità. Quelle che fanno male e che è meglio centellinare. La chiusura del reparto di chirurgia di Acri, dove da anni si eseguono egregiamente delicati interventi in laparoscopia, non è il solo pericolo che appare all'orizzonte. Preoccupa molto di più la previsione della chiusura del reparto di Ginecologia e Ostetricia, da anni riconosciuto per la qualità del servizio offerto. Qui, oltre ai parti, si eseguono interventi delicati sulle pazienti ginecologiche e si partecipa alla donazione del cordone ombelicale, grazie all'interazione del reparto con l'associazione "Susy sorriso di Dio". Servizi che non tutti gli ospedali sono in grado di garantire, nel martoriato scacchiere calabrese. Rieccheggiano i parti per strada, quando un tempo il paese non aveva il reparto di Ginecologia, e si doveva raggiungere l'ospedale di Cosenza. In caso di parti precipitosi, la situazione rischia di diventare drammatica. "Potrebbe tornare di moda partorire al Cocozzello, come accadeva un tempo" affermano amaramente alcuni cittadini. Quali saranno le posizioni dell'amministrazione comunale, è difficile dirlo. Dalle mura di palazzo Gencarelli, non trapela nulla. Non riusciamo a intervistare il sindaco Trematerra e l'agenda fitta del governatore Scopelliti non ci consente di chiedergli delucidazioni. Ma la storia dell'ospedale di Acri è costellata da anni di battaglie, per scongiurarne la chiusura. Già negli anni Novanta, nel primo Governo Berlusconi, c'era stato un tentativo di chiudere i piccoli ospedali, tra cui l'ospedale di Acri. Allora ci fu una serrata di parlamentari e cittadini, e il tentativo fallì. Qualche anno fa un nuovo tentativo scatenò lo sciopero generale del comprensorio, e tutta la popolazione e i politici parteciparono alla protesta. Del resto l'ospedale di Acri ha un ruolo sociale consolidato, per le risposte che ha dato e continua a dare e per i servizi che eroga da anni, su un territorio in cui i dissesti idrogeologici hanno isolato più volte il paese intero. "Non è chiudendo la struttura, ma migliorando i servizi e la qualità, che si può discutere di un Piano di Rientro" affermano alcuni cittadini. La vera sfida sarebbe, quindi, rendere i servizi di qualità, con una spesa contenuta. Ma a quanto pare per la Regione Calabria i tempi non sono maturi. Ora i riflettori sono puntati sulla collettività acrese e soprattutto sui suoi esponenti politici di spicco. I Trematerra, padre e figlio, l'uno alla guida del Comune di Acri, l'altro al timone dell'assessorato all'Agricoltura e il consigliere provinciale De Vincenti. Tutti rappresentanti politici di un UDC calabrese che potrebbe fare la differenza sulle sorti dell'ospedale di Acri.

Fonte: Mezzoeuro

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Sanità, terra di confine. Viaggio tra i reparti interrotti di Cosenza.
8 maggio 2010


In Calabria la sanità è terra di confine. E' un salto senza rete di protezione. Un settore in cui girano capitali astronomici, spesso ingurgitati in un sistema improntato alla malagestione. Su cui pende minacciosa la sciabola del commissariamento. In queste terre quando ti ammali devi scegliere se curarti al Nord, o dimenarti tra le maglie del sistema sanitario regionale. Facendo i conti con tutti i suoi limiti. Quotidianamente.
L'ospedale "Annunziata" di Cosenza è un gigante bianco. Un' imponente struttura, il cui cuore, nato nel 1939, sorge poco lontano dal centro cittadino. Tristemente noto per i recenti fatti di cronaca nera, che hanno visto protagonista Angela, una bambina cinese deceduta nel reparto di pediatria in circostanze tutte da accertare, questo ospedale è il centro vitale del sistema sanitario provinciale. Dal duemilacinque, infatti, gode di un' unità operativa di Ematologia, nata per essere l'"eccellenza" della sanità del cosentino. Da allora i pazienti ematologici che vivono su questo territorio hanno un riferimento. E possono scegliere tra la migrazione extraregionale e la cura sul proprio territorio, superando la necessità di recarsi nel centro di Catanzaro o quello di Reggio Calabria. Da più di due anni questa unità ha trovato sede nei nuovi locali. E qui, quello che per il dottor Morabito, dirigente del reparto, dovrebbe essere "il fiore all'occhiello" dell'ematologia meridionale, si consuma tra splendore e contraddizioni. Se si passeggia per il secondo piano di questa struttura, infatti, si finisce in un corridoio che di colpo si interrompe. Da qui si scorge una parte dell'intero piano. Immersa nel limbo dell'attesa, da più di due anni. Dagli spessi vetri dei portelloni, che dividono questa zona dal resto del reparto, si intravede un lungo corridoio vuoto. Sulle pareti laterali si susseguono una serie di porte chiuse. Intorno, gli spessi vetri, sono rattoppati con carte di giornale. Accanto: una stanza immersa nel disordine e nell'abbandono. E' il reparto di degenza ordinaria dell'Unità Operativa di Ematologia, anello mancante che "completerebbe il percorso assistenziale del paziente ematologico". Un fiume di soldi investiti per la costruzione, che stanno li, cristallizzati nell'attesa tra le pareti vuote e i lunghi corridoi. Senza l'apertura di questo reparto, se hai il cancro, per fare la chemio, devi viaggiare. Talvolta per centinaia di chilometri. Poco importa quale sia la tua condizione. Oppure puoi trovare una sistemazione nel Dipartimento di Medicina. Mentre le stanze preposte all'accoglienza del paziente ematologico restano vuote. Vogliamo capire il perchè di una tale assurdità. Ma l'agenda fitta del nuovo direttore sanitario non ci concede di incontrarlo prima di sabato. Allora decidiamo di affrontare un viaggio e raccontarvi una storia, con gli occhi di chi vive le conseguenze di questa contraddizione sulla propria pelle. Di pellegrinaggio in pellegrinaggio.

                                              

Ad Acri, paese incastonato tra le montagne dell'entroterra cosentino, ci si ammala di cancro e leucemia sempre più frequentemente. Nonostante questo fazzoletto di terra sia immerso nel verde. In soli tre giorni, Palazzo Gencarelli, sede del municipio, è stato colpito da ben due lutti. Un' ecatombe silenziosa, che rieccheggia il fantasma del traffico di rifiuti tossici, da cui il paese è stato coplito negli anni novanta. Tra le vittime di questo male, che assume la forma di un vero e proprio massacro, c'è anche la signora Bianca. I riccioli scuri attorniano un viso pallido, segnato dalla sofferenza. Eppure questa donna non sprigiona un lamento. Solo qualche sospiro, a scandire i lunghi silenzi. "Oggi è un anno". La sorella ricorda perfettamente quando è iniziato tutto. Un anno fa Bianca ha scoperto la sua malattia. E da allora è la chemio a scandire i mesi che costellano la sua esistenza. Seguendo questa donna in uno dei suoi faticosi pellegrinaggi verso l'ospedale Annunziata di Cosenza, l'importanza dell'apertura del padiglione di degenza ordinaria diventa sempre più palpabile. Da mesi le gambe hanno ceduto e Bianca non può più camminare. I quattro piani che la separano dalla strada cittadina sono una barriera insormontabile. Per scendere le scale quattro persone robuste devono trasportarla, su una sedia che assume la funzione di una barella improvvisata. Arrivare all'ospedale per fare la chemioterapia, viaggiando, giorno dopo giorno, è un martirio. Per lei e per la sua famiglia. Sette giorni al mese. Tutti i mesi. Sono la Croce Rossa e l'associazione "Susy sorriso di Dio" ad accompagnare Bianca nei suoi pellegrinaggi. Ad Acri, infatti, l'ossatura dei servizi sociali è rappresentata dalle associazioni. Con loro si parte la mattina presto. E alle nove si è già in reparto. Spesso, poi, bisogna aspettare ore, ed ore. Interminabili. A causa della carenza di personale, che da anni incide pesantemente sulla qualità dell'assistenza prestata, i medici e gli infermieri sono spesso costretti a pesanti turnazioni. Gli straordinari si susseguono, ma non c'è l'ombra di un concorso per l'assunzione di nuovo personale. In mezzo a questo tempo, scandito dalla sofferenza di chi è debilitato dalle cure e dalle lunghe traversate da un versante all'altro della provincia, il piano vuoto del reparto di degenza ordinaria sembra un miraggio. Stretto tra le mani nude della provincia cosentina. Così, ogni singolo caso, va risolto attraverso l'intervento delle istituzioni locali. Maurizio Simone, neo assessore alle Politiche Sociali del comune di Acri, ha affrontato tempestivamente il problema di Bianca. "Ho incontrato personalmente un dirigente dell'ospedale Annunziata", ci dice. "Al prossimo ciclo di chemioterapia mi hanno assicurato che la signora verrà ricoverata". Dalla prossima settimana Bianca non viaggerà più. Eppure, tante altre persone, vittime come lei di un male terribile, continueranno a subire le conseguenze di questo ingranaggio inceppato. Sulla propria pelle. 
Cinque mesi fa un folto gruppo di politici e rappresentanti del mondo dell'associazionismo, si era recato in visita presso l'Unità operativa di Ematologia. In quell'occasione il Direttore Generale dell'Ao, Puzzonia, aveva assicurato che la degenza ordinaria sarebbe stata aperta a breve. Parole cadute nel vuoto. Per l'ennesima volta. Ora si tratta di capire se ci sono responsabilità politico-istituzionali, che hanno contribuito alla paralisi dell'apertura del reparto di degenza ordinaria. Perchè il sogno di un modello di "progetto integrato di umanizzazione delle strutture ospedaliere" non sia destinato a infrangersi tra gli scogli della burocrazia calabrese. 

Giulia Zanfino
foto © Giulia Zanfino
Mezzoeuro 05/05/2010





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