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I ragazzi di strada di Cosenza. Storie di vite ai margini.
19 aprile 2011

11 anni fa ho fatto le valigie, sono salita su un aereo e ho sorvolato l'Oceano, per raccontare i "meninos de rua" brasiliani. Oggi che sono tornata a casa, vi racconto i ragazzi di strada di Cosenza. Non lo avrei creduto possibile, eppure è così...


Rialzo, Via Popilia (CS) - Foto Giulia Zanfino

Lo chiameremo G. 17 anni di vita vissuti nelle viscere del centro storico di Cosenza, passati tra l'istituto, qualche garage occupato e la strada. A guardarlo in faccia non lo diresti, però. I segni che porta addosso sono invisibili. Come i ragazzi di strada di Cosenza. Loro non li vedi. Non sono come i "meninos de rua" di Rio, che camminano spavaldi, in branco, sui marciapiedi che costeggiano il Copacabana Palace, quasi a voler sfidare quel sistema che li tiene ai margini. I ragazzi di strada di Cosenza, no. La Cosenza delle hogan tappezzate di strass, delle vetrine tirate a lucido, delle passerelle elettorali appassionate, non li vede nemmeno. Ma ad annientarli non è l'indifferenza. E' la solitudine. G. è stato abbandonato dai genitori all'età di cinque anni. Ci racconta la sua storia sotto un cielo di piombo, che ci sovrasta. Tutto comincia quando la madre, infermiera in un ospedale del cosentino, si innamora di un uomo, proprietario di una ditta boschiva a San Giovanni in Fiore. E quest'uomo non lo vuole tra i piedi. Così, a soli cinque anni, G. viene abbandonato dalla madre. Ad accoglierlo, da subito, è la nonna. Affettuosa, materna. Per il bambino è l'unico riferimento rimasto, ultimo frammento affettivo della sua esistenza. Ma la madre non ci sta, e per qualche ragione, tutta da decifrare, costringe la nonna ad affidare G. alla casa famiglia per minori "Sacri Cuori". Poi è la volta del convitto nazionale. Scopriamo che questo giovane ragazzo ha una sorella, che oggi ha 22 anni. Ce lo racconta a denti stretti. Ci dice che anche lei è stata abbandonata dalla madre, e si è sposata giovanissima. Forse per amore, oppure per sfuggire alla strada. Perché quando sei solo al mondo, prima o poi, con la strada devi farci i conti. Per un po' G. è vissuto da lei. Ma suo marito non lo voleva tra i piedi. Una storia dolorosa, che si ripete. Nessuno vuole prendersi cura di lui, così G. finisce per strada. 



Sgombero dei "senza casa" a Cosenza (Foto: G.Z.)

All'inizio cerca un posto dove stare e, insieme a un amico, trova un garage abbandonato, nel cuore del centro storico di Cosenza. Per ben tre anni vive lì. "C'era tutto il necessario" ci racconta, mentre accarezza il cane che gli scodinzola intorno, e si asciuga dalla fronte qualche timida goccia di pioggia. Lo osserviamo abbozzare un sorriso di circostanza, quasi a nascondere l'imbarazzo di mettersi a nudo e raccontare la sua solitudine. Nella sua voce vibra la traccia di una sofferenza troppo profonda per la sua giovane età. G. abbassa lo sguardo, come se la sua condizione sia una colpa o una sorta di pena da espiare. "La cosa che mi fa più male è vedere mia madre. A volte mi chiama di nascosto, per sapere come sto. Ma non basta, mi sento solo al mondo e quando vedo gli altri ragazzi con le loro famiglie affettuose, il dolore diventa insopportabile". G. continua la sua storia. 3 anni nel garage occupato, l'abbandono della scuola, poi il ritorno della proprietaria. "Quando quella povera vecchietta (la padrona del garage, ndr.) è tornata, le è preso un colpo", continua. La sua storia, intrisa di amarezza, sembra scorrere da una bobina cinematografica di Pier Paolo Pasolini e riecheggia uno scenario miserabile. Inconcepibile nella Cosenza del postmodernismo tecnologico. Ma dal ventre della città di Telesio, dotta e sofisticata, gli invisibili non emergono mai. Se non ti interroghi e non li cerchi non ti imbatti nelle loro storie, perché non puoi immaginare questo mondo sommerso, capace di svanire all'improvviso, inghiottito dai vicoli stretti del centro storico.



Rialzo, Via Popilia (Foto: G.Z.)

Oggi G. vive al Rialzo, il centro sociale occupato da un gruppo di giovani attivisti di Cosenza. Un enorme schiera di palazzi che corre nel cuore di Via Popilia. Qui un'intera comunità somala ha trovato rifugio. G. è l'unico italiano, minorenne, che dorme nel palazzo. "Divido la mia stanza con chi capita, qui con questi ragazzi sto bene", ci racconta. Le sue parole sono uno schiaffo all'efficienza dei servizi sociali cosentini, incapaci di prendersi cura di questo minore abbandonato, che ci racconta com'è arrivato al Rialzo. "Ero rimasto di nuovo per strada e non sapevo dove andare. Ero disperato. Sono stato sei giorni senza dormire, a vagare tutte le notti per la città. Per lavarmi andavo di nascosto a casa di un amico, quando i suoi genitori non c'erano. Poi ho incontrato Gaetano, è stato lui a trovarmi questo posto dove stare". Gaetano è un giovane attivista del centro sociale, che da anni si prodiga per aiutare le persone bisognose. Appena ha scoperto le condizioni in cui viveva G. si è fatto in quattro per trovargli una sistemazione temporanea. Come mai G. non si sia rivolto ai servizi sociali e come mai nessuno si chieda cosa ci fa per strada un minore, nella Cosenza dell'Expo di Shangai, è assurdo persino chiederselo. Ci domandiamo chi dovrebbe seguire, a oggi, il caso di G.? "L'assistente sociale che si occupava di me è la signora Miceli" ci dice il ragazzo. "Ma io ormai sono abituato alla strada, se mi chiudono da qualche parte non ci sto!", aggiunge nervosamente. Proviamo a contattare l' assistente sociale Daniela Miceli. Il numero squilla a vuoto. G. ci osserva pensoso poi ci saluta: "Non tornerete, mi dimenticherete in fretta". Ma noi non dimentichiamo. Torneremo. Salutiamo G. mentre dal cielo di piombo ci sorprende un acquazzone.

Giulia Zanfino - Mezzoeuro

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Omar Al Bashir colpevole! Emanato mandato d'arresto dal Tribunale dell'Aja
5 marzo 2009



“Al Bashir in prigione!”. Ieri, ai piedi del colosseo, nell'antico scenario capitolino un'ondata di slogan accesi ha scandito il tempo, nella lunga attesa del verdetto. La speranza era che il presidente del Sudan fosse riconosciuto ufficialmente responsabile di un conflitto di cui, ancora oggi, non si può stabilire il numero effettivo delle vittime. La voce dei rifugiati del Darfur, giunti da tutt' Italia, ha chiesto giustizia per le vittime innocenti di un conflitto che da sei anni non sembra volersi placare. "Tutte le persone che si sono raccolte quì hanno perso qualcuno nel conflitto in Darfur, e chiedono giustizia!" dice Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur. 



Alle 14:00 finalmente il verdetto: il presidente sudanese, Omar Al Bashir è colpevole di “crimini di guerra e crimini contro l'umanità”. Nei suoi confronti la Cpi ha emanato il mandato d'arresto. Un gesto simbolico di grande valore (perchè tale tribunale ha effetti solo se lo stato colpito dal mandato riconosce la sua autorità), che è bastato a suscitare l'ira di “Pechino” e della Lega Araba. La Russia parla di “decisione intempestiva” che crea un precedente pericoloso. A Karthoum in migliaia sono scesi in piazza a protestare contro la decisione della Corte. Le parole del presidente alla folla sono state forti e decise :“I crimini di guerra e di sterminio li hanno fatti loro (Europa ed USA) in Vietnam, in Irak ed in Palestina. Contro di noi parlano di difesa dei diritti, mentre in realtà sono proprio loro i primi a violare tali diritti!”. Intanto, a Roma, tra i manifestanti, la gioia è grande. 



Giulia
(foto Giulia Zanfino)


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