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La grande forza del cuore di mamma.
18 febbraio 2012

Dire che conosco la Calabria è una falsità. Io la mia terra l'ho solo lambita. Il coraggio di navigarne gli abissi non l'ho ancora trovato. Questa lettera, in memoria di Maria Concetta Cacciola, che voleva collaborare con la giustizia e qualche mese dopo si è spenta ingerendo acido muriatico, mi ha trascinata di nuovo tra i vicoli stretti dell'entroterra calabrese. Quelli dove essere donna, figlia, madre, moglie, può avere significati diversi. E conseguenze di vita estreme. Ringrazio Francesca Munno e Emma Leone, due donne calabresi, coraggiose e ribelli.

La lettera di Emma Leone e Francesca Munno

Abbiamo letto oggi, sul “Quotidiano della Calabria”, la lettera che Maria Concetta Cacciola scrisse nel Maggio 2011 alla madre prima di andare via da casa sua e collaborare con la giustizia. Maria Concetta andava via da una realtà che la opprimeva, da un marito (Salvatore Figliuzzi, che appartiene ad una delle famiglie di ndrangheta di Rosarno) che aveva sposato a soli 13 anni. Maria Concetta andava via da quella vita che non le permetteva di vivere liberamente sin dall’infanzia.

Una figlia che scrive alla madre, una madre che prova a proteggere i figli, e un'altra madre che chiude il suo cuore e, invece di proteggere la figlia e i suoi nipoti, versa violenza su di loro! Sofferenza nelle parole e nell'ultimo gesto di Maria Concetta, “suicidatasi” con l’acido muriatico il 20 Agosto 2011.

Spesso ci siamo fermate a riflettere sulle donne che sono nate in una famiglia di ‘ndrangheta. Spesso abbiamo riflettuto sul ruolo della donna sia all’interno della società che dentro le famiglie mafiose. Ci siamo sempre chieste come fa una donna a vivere cosi, priva di libertà, ma soprattutto: il cuor di mamma dove va a finire?
La lettera che abbiamo letto stamattina è di una ragazza di 31 anni, cresciuta troppo in fretta, cresciuta in ambiente malavitoso, ma è anche di una figlia che tenta di aggrapparsi proprio a quel “cuor di mamma” con una richiesta d’aiuto, non per sé stessa, ma per i suoi figli. Maria Concetta sentiva di non appartenere a quel sistema criminale, pur facendo parte di quella famiglia. Lei subiva violenze, privazioni, era solo e semplicemente una ragazza di 31 anni che non si è amalgamata a quel tessuto sociale a cui apparteneva la famiglia. Lei stava scegliendo di vivere, di dare un futuro diverso a lei e ai suoi figli.
In quelle parole di Maria Concetta si legge benissimo di quanto era consapevole del sistema criminale, di quell’ “Onore” che deve essere rispettato e lei comprendeva lo stato della madre, sapeva che non era facile uscire da quella “famiglia”. Si appellò alla coscienza di una donna; quelle parole di figlia si rivolgono al cuore di una madre. Nonostante le violenze psicologiche che le aveva riservato, Maria Concetta và oltre, le chiede perdono per la scelta che aveva fatto: collaborare con la giustizia. E nonostante tutto, lei ,figlia , madre, scrisse a sua madre: "Ti supplico non fare l’errore a loro che hai fatto con me … dagli i suoi spazi … se la chiudi è facile sbagliare, perché si sentono prigionieri di tutto. Dagli quello che non hai dato a me.”
Quegli spazi che le hanno privato sin da quando era piccola. Prigionieri in una casa, prigionieri di quelle catene che la ndrangheta con forza e arroganza mette alla famiglia.
La madre di Maria Concetta è vittima anche lei del sistema della ‘ndrangheta? E allora perché tanta violenza psicologica?! Perché una madre si riduce a tutto questo?
Non voleva niente Maria Concetta, lo scrisse lei: “mi sono resa conto che in fondo sono sola, sola con tutti e tutto, non volevo soldi … era la serenità l’amore”. Già, quell’amore negato, ma anche quell’amore infinito per i suoi figli. Non sappiamo se si poteva far prima qualcosa. Non sappiamo perché i figli erano rimasti ai genitori di Maria Concetta. Lei ha deciso di suicidarsi perché le avevano detto, in maniera errata, che non avrebbe più rivisto i suoi figli, e quell’amore di madre non avrebbe mai sopportato quel dolore. Noi non sappiamo se si poteva fare di più e meglio per evitare il suicidio, per “proteggere” lei e i suoi figli, ma oggi, per quanta rabbia si possa provare, da donna, questa lettera non può che suscitare sofferenza, dolore. È uno spaccato crudele di una realtà all’interno di una famiglia ‘ndranghetista, ma è uno spaccato che richiede una riflessione più profonda, seria, perché nessun’altro può vivere con le catene dell’oppressione, della mancata libertà di scegliere.
Oggi però il nostro pensiero va ai figli di Maria Concetta Cacciola, alla figlia di Lea Garofalo, che con coraggio sta testimoniando al processo per la morte atroce di sua madre a Milano, ai figli di Giuseppina Pesce, a cui auguriamo quella vita di libertà che le loro madri desideravano per loro.
Spero che possano curare quelle “ferite” che hanno procurato loro, madri che amavano e amano i loro figli, e che da quell’amore ricominciare un’altra vita, priva di violenze, priva di pressioni, semplicemente una vita di libertà e di serenità. Nessun’altro bambino, nessun’altra donna, nessun’altro uomo, deve subire tutto questo. Non loro che hanno scelto di VIVERE LIBERI.
Chi sceglie il coraggio di denunciare ha bisogno di essere ricordato. Tre giovani donne, nate in ambienti “ostili” ma che hanno preferito la dignità e l’amore per i propri figli: pur pagando un prezzo altissimo, tutto questo, la loro esperienza, possa essere ricordato per stimolare donne che ancora vivono in famiglie di ‘ndrangheta, possa nascere davvero la forza delle donne e di quelle madri che per amore dei loro figli possono cambiare la Calabria.
E far risplendere quella mimosa come simbolo che nulla è perduto.
Emma Leone

Francesca Munno


diritti
"NON SI PUO' MORIRE DI ACIDO MURIATICO". A REGGIO L'8 SETTEMBRE UN SIT IN PER ACCENDERE I RIFLETTORI SU ALCUNE MORTI SOSPETTE.
28 settembre 2011



                           Le donne del movimento "Se non ora quando" di Reggio Calabria

Reggio Calabria. "E ora lo Stato intervenga per tutelare i figli della Cacciola, tutti minorenni!". L'on. Angela Napoli esce dalla Prefettura di Reggio Calabria, mentre sulla città è calata la notte. Insieme a lei un gruppo di donne, tra cui l'on. Maria Grazia Laganà, organizzatrici della manifestazione "Chi collabora non deve morire di acido muriatico". Donne diverse le une dalle altre. Attiviste politiche di Fli, Idv, Pd, le donne del movimento "Se non ora quando?", insegnanti in pensione, studentesse. Donne arrivate in piazza Italia per un'emozione forte. "Abbiamo seguito in poco tempo suicidi di donne con acido muriatico. Tutte donne che erano testimoni di giustizia" afferma Antonia Lanucara, prima firmataria della petizione che verrà presentata alle più alte cariche del Governo, per accendere i riflettori sulla questione dei testimoni di giustizia. "Il problema che ci ha spinto qual'è?" continua la Lanucara "E' che ci si può ammazzare con un tubetto di sonnifero, così ti addormenti serenamente. Invece queste donne ricorrono al suicidio sapendo che soffriranno in maniera terribile. Allora non si tratta solo di suicidio, ma di una volontà auto-assassina. Questa cosa in qualche maniera ci ha fatto pensare. Non so quali fossero le condizioni quando queste donne hanno bevuto l'acido. Voglio pensare a qualunque cosa... Maria Concetta aveva solo 32 anni e 3 figli e aveva deciso di diventare testimone di giustizia". I dubbi sono più che leciti. Testimoni di giustizia e acido è il binomio agghiacciante che sembra governare le sorti delle donne che decidono di schierarsi contro la 'ndrangheta. Maria Concetta Cacciola, Tita Buccafusca, Lea Garofalo. Donne che hanno fatto una scelta difficile, che non lascia scampo: sangue contro sangue, perché il clan è una famiglia. Un sofisticato meccanismo capace di preservare l'endogamia di ceto che costituisce l'ossatura della mafia calabrese, da più di un secolo. Queste tre donne oggi non possono più parlare. La loro morte, certo sospetta, è più simile a un monito. A un messaggio chiaro e netto: chi collabora muore. Di una morte dolorosa. Spietata. "L'obiettivo del nostro sit-in" continua la Lucanara "è quello di mettere mano alla legge che già esiste sui testimoni di giustizia, per fare in modo che le protezioni siano saggiamente guidate". 



Tre giorni prima della morte, Maria Concetta Cacciola aveva richiesto la protezione a cui aveva rinunciato, tornando a Rosarno. Bisognerebbe forse garantire maggiore protezione a chi diventa testimone e quindi rivedere la legge. Sotto il palazzo della Prefettura le donne del movimento "Se non ora quando?" di Reggio Calabria stringono tra le mani gli striscioni. Hanno un bavaglio rosa stretto sul volto. Sopra c'è scritto "Acido", "'Ndrangheta", "Silenzio". Luciana, Teresa, Rosamaria, Consuelo, Rosanna. Donne che si muovono per le donne. Sorridono sotto il bavaglio e si scambiano sguardi complici. Prima di arrivare al sit-in hanno fatto volantinaggio sul Corso, per divulgare l'evento. "Il nostro movimento non fa assistenzialismo. Per ribaltare l'assioma mafioso bisogna sollecitare le coscienze a una presa di posizione netta". Ma Piazza Italia è quasi vuota. I reggini passeggiano sul corso, tra vetrine ammiccanti e palazzi padronali. Forse la presa di coscienza è ancora lontana. Forse si vuole fingere di non vedere. Eppure mai come in questo momento storico, in Calabria, si assiste a un movimento di donne che decidono di schierarsi contro la 'ndrangheta e denunciare la propria famiglia. E c'è da chiedersi se queste morti saranno un deterrente per chi vorrebbe, ma non ha ancora avuto il coraggio di passare dall'altra parte. Perché la scelta di essere testimone di giustizia, in Calabria, ha un costo altissimo. Significa schierarsi contro il marito, i figli, i fratelli, le sorelle. E ritrovarsi soli. Perché il sangue è il cemento di ogni rapporto mafioso e la donna è un capitale sociale inestimabile, bullone di quell'ingranaggio determinante, per muovere il mondo parallelo dominato dai clan. 



                                    L'On. Angela Napoli e Teresa Libri (Fli Calabria)


"Il Prefetto si è fatto carico di segnalare al Ministero dell'Interno questa sollecitazione che proviene dalla società civile, rispetto all'attenzione necessaria per i testimoni di giustizia ed in particolare per le donne" afferma l'on. Angela Napoli. "Donne che decidono di ribellarsi a volte anche perché appartenenti a famiglie mafiose, ma che poi si ritrovano completamente isolate e quindi incoraggiata al suicidio. Abbiamo voluto fare attenzionare al Prefetto la modalità, che deve far preoccupare, dell'uso dell'acido muriatico. Non dimentichiamo che Reggio ha visto anche un'altra donna, funzionaria del Comune, usare l'acido muriatico per il suicidio (Orsola Fallara, ndr). Sono fatti molto, molto strani, che vanno attenzionati e sui quali pretendiamo chiarezza. Lo dobbiamo ai sacrifici di queste donne, per evitare che accadano nuovi fatti di questo genere". L'obiettivo è quello che si riveda la legge sui testimoni di giustizia, per garantire loro una tutela più ampia. Chiediamo all'on. Napoli cosa ne sarà dei figli di Maria Concetta Cacciola. "Lo Stato intervenga per tutelarli" ci risponde l'onorevole. Cosa ne sarà di loro ce lo dirà il tempo. A oggi sono tre minorenni, orfani di madre, in terra di 'ndrangheta.

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Giulia Zanfino (foto G.Z.)

Fonte: Mezzoeuro


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