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Per triste impertinente passione: Liliana Esposito Carbone, madre coraggio della locride, chiede ancora giustizia per la morte impunita di Massimiliano Carbone.
18 ottobre 2010

Massimiliano Carbone

Locri. La menzogna è un abuso. E' il peggiore dei veleni. La più triste delle condanne, per chi è costretto a subirla. Perché se vivi in una terra di confine, non c'è Chiesa, non c'è Stato, non c'è istituzione che possa proteggerti. E per difendere un innocente che vive avvolto nella cortina della menzogna, da tutta la vita, resta solo il coraggio di chi si batte per la memoria e la varità.

A Locri c'è chi ricorda ancora Massimiliano Carbone, un giovane falciato da un proiettile nel giardino di casa, al ritorno da una partita di calcetto. Un trentenne ritratto della bellezza delle nostre terre, che ha vissuto la sua breve esistenza a Locri, trincea di confine dominata dalle leggi non scritte della 'ndrangheta. Un giovane imprenditore onesto, appassionato di calcio, innamorato della vita, stroncato da una pallottola esplosa da un fucile calibro 12, nel settembre 2004, ancora oggi in attesa di giustizia. La sua triste vicenda non ha precedenti giuridici, nella storia dei delitti di 'ndrangheta. Perché Massimiliano Carbone ha pagato con la vita il fatto di essere padre di una creatura, nata dall'amore con la donna di un altro uomo, in una terra dove, se ami la donna sbagliata, puoi pagare con la vita. Solo il sangue lava il disonore. Il silenzio complice fa il resto. 

Lo spiegano bene Danilo Chirico e Alessio Magro, che nel libro "Dimenticati" narrano anche la storia di Massimiliano: "L'onore è tutto per lo 'ndranghetista, è il rispetto dei suoi simili e la misura del proprio valore. Inutile dirlo, il metro con cui si giudica un uomo d'onore poco ha a che fare con le regole civili. Onore fa rima con dominio sessuale", scrivono ancora gli autori. "Che le donne debbano sottostare al volere dell'uomo-padrone, che debbano restare chiuse in casa, ubbidire, subire un giogo fisico, ma soprattutto mentale, è il riflesso di una mentalità antica, che si è trasformata più e più volte, ma che resiste ancora oggi". E che con tutta probabilità ha portato alla morte di Massimiliano, lasciando come segno indelebile del suo amore per la vita, quella creatura che non lo conoscerà. Perché quella del delitto d'onore è l'unica pista possibile, per arrivare all'assassino di Massimiliano. 

Eppure questa vicenda giudiziaria è stata troppo a lungo sottovalutata. La Procura a Locri è sguarnita, e per fare la guerra alla 'ndrangheta i mezzi insufficienti sembra vengano potenziati solo per arrivare ai mandanti dell'omicidio Fortugno. E' Liliana Esposito Carbone, madre di Massimiliano, a battersi negli anni, perché il figlio non sia dimenticato. E perché a quella creatura nata da un atto d'amore, un giorno, venga consegnata la verità. Nella terra dei Cordì, dei Cataldo e dei Commisso, stretta nella morsa di un controllo serrato, dove non si preme il grilletto senza il consenso dei capibastone. Nella ricerca della verità sull'omicidio di Massimiliano Carbone, non si può prescindere da questo dato agghiacciante. Eppure non bastano le tante pagine di intercettazione in cui scorre l'orrore della mafia. Non basta l'esumazione del corpo di Massimiliano dopo mesi dalla morte, per fare un ennesimo, inutile e straziante, test del DNA che confermerà la paternità del bambino. Non basta l'aggressione subita da Liliana nel cimitero comunale, sulla tomba del figlio. Il caso è archiviato nel 2007. Liliana però non si arrende. Il ponte di San Giacomo è quel legame ideale tra lei e il figlio. Un ponte da cui Massimiliano è tornato, dopo l'esumazione, per consegnare alla madre la certezza che quella creatura è il segno del suo passaggio nel mondo. "Questa battaglia non la faccio in nome di un figlio, ma al suo posto" afferma Liliana a più riprese. 

Dove sia lo Stato in questa vicenda delicata e tragica, è difficile dirlo. Liliana è sola. La sua colpa è quella di non arrendersi. Di battersi quotidianamente, per squarciare il sordo sudario dell'ipocrisia e del silenzio istituzionale, che coprono la morte di Massimiliano da troppo tempo. E negano la verità e la memoria alla sua creatura innocente, "abusata dalla menzogna", incapace di difendersi. Liliana non ha strumenti per proteggere il bambino, in nome di quella promessa, sussurrata a suo figlio, sul letto di morte. La sua unica arma è la parola. La battaglia mediatica diventa un percorso di vita non voluto, ma necessario, per costruire un monumento alla memoria e alla verità di Massimiliano, e un anelito al cambiamento in una realtà pietrificata e offesa. L'unico strumento per proteggere il frutto di quell' amore, che a Massimiliano è costato la vita. 

A oggi, la lotta di Liliana è un manifesto dirompente, capace di scardinare regole intoccabili. Sacre. Questa sua lotta caparbia, intrisa di amore e coraggio, scorre nella pellicola "Oltre l'Inverno", il documentario che il regista Massimiliano Ferraina, la dialoghista Claudia Di Lullo e la giornalista Raffaella Maria Cosentino hanno realizzato, per imprimere nella pellicola ciò che in molti non vogliono vedere. Nè sentire. E la storia di Liliana scorre come un fiume in piena, a Locri, nell'ambito della manifestazione "Storie di vita", presso i locali della cooperativa "Mistya", alla presenza dei ragazzi della "Gurfata". E la pellicola scorre in un'atmosfera commossa e attenta. Non c'è spettacolarizzazione del dolore, non ci sono speculazioni filmiche, non ci sono sofisticazioni. Dalla pellicola trapela il profondo rispetto che gli autori hanno per questo spaccato umano disarmante. E fanno della lotta di Liliana un manifesto alla memoria e alla libertà, di tutte le vittime di 'ndrangheta, dimenticate. Ma Locri non vuole vedere. Il pubblico c'è, ma viene da fuori. I locresi sono in pochi. Assenti le istituzioni, assente l'assessore alla Legalità. Assenti i cittadini. Assenti gli invitati illustri, che avrebbero dato riconoscimento a un evento importante, forte segnale di anelito al cambiamento. " Non siamo delusi perché non ci aspettavamo condivisione" afferma Liliana, che da anni fa i conti con quel muro di gomma, che respinge ogni tentativo di cambiamento. Ma la triste vicenda di Massimiliano è una ferita ancora aperta sull'epidermide di queste terre. Anche se Locri non vuole vedere. Fare finta di niente significa essere complici.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 16/10/2010




CULTURA
Gaiart Video: premiati gli autori della Calabria ribelle. Si riaccendono i riflettori su vittime di mafia e navi dei veleni.
7 luglio 2010
Foto: Massimiliano Carbone

Massimiliano Carbone è un ragazzo di Locri. Uno di quelli che sono rimasti a vivere in quelle terre, senza avere padrini, nè collusioni, ma lavorando onestamente. E a Locri è stato ammazzato, con un colpo di arma da fuoco, nel giardino di casa sua. Dopo una partita di calcetto. Da allora Liliana Esposito Carbone, madre di Massimiliano, non si dà pace. E ad oggi il caso è stato archiviato. 

Tra le pellicole premiate ad Aieta nell'ambito del GAIART VIDEO INTERNATIONAL FESTIVAL, scorre la sua storia. E quella delle navi dei veleni. La prima edizione del festival, una rassegna del documentario svoltasi nel palazzo rinascimentale che sovrasta Aieta, domenica ventisette, premia, infatti, i documentari sulla Calabria. Quelli nati dalla percezione che ci sia l'urgenza di mettere a fuoco ciò che accade in queste terre. Non restando in superficie, ma osservando il territorio attraverso lo sguardo di autori attenti, che raccontano il mondo attraverso la profondità dell'approccio documentaristico. Il grande tema esplorato è l'ambiente. Inteso in accezione estremamente contemporanea, che sottende la conoscenza e la capacità di raccontare il territorio, come palcoscenico di cambiamenti etici, antropologici e sociali, di cui le mutazioni climatiche sono solo l'effetto. Qui il Meridione rappresenta un' enorme tela, attraverso la quale dipingere dei percorsi possibili, per valorizzare queste terre, la loro storia, la loro memoria. Carl T. Dreyer afferma che "l'anima appare nello stile" di un autore. E lo stile degli autori calabresi, premiati nella categoria "premio speciale fuoriconcorso", con la statuetta dell'artista internazionale Silvio Vigliaturo, denota un'anima simile a una fiammata ardente. I due film possono essere definiti memoria storica della Calabria delle contraddizioni. 

I documentari

Foto: Liliana Carbone

Uno, "Oltre L'Inverno", è un eccezionale documentario scritto da Massimiliano Ferraina, Raffaella Cosentino e Claudia Di Lullo, con musiche di Marcello Politano e regia di Massimiliano Ferraina, che narra le dolorose vicende di Liliana Carbone, madre coraggio della Locride. L'altro, "L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana", è un magistrale reportage di Massimo De Pascale, con la fotografia di Nicola Carvello, che ricostruisce la vicenda delle navi dei veleni, attraverso un viaggio costellato da testimonianze inedite, che si intrecciano nel racconto toccante di un genocidio silenzioso. Due documentari, due facce di una Calabria ferita.

Oltre L'Inverno

 "Oltre L'Inverno" è un monumento alla memoria e alla libertà, di tutte le vittime di mafia. Quelle non celebrate, quelle archiviate, quelle che attendono che sia fatta giustizia, in queste terre dove la giustizia è vilipesa. Impietrita. Asserragliata tra cose non dette e leggi non scritte. Eppure può succedere che quell' incatalogabile pianta che è la memoria di una madre per un figlio ammazzato, crei uno sconfinamento. Un cortocircuito. Che un giovane volto incastonato nel marmo diventi l'emblema di una lotta a un intero sistema. E che quel monolite secolare, che è la mentalità mafiosa, possa vacillare, sotto i colpi della memoria ostinata di una madre che non dimentica. "Oltre L'Inverno" narra dunque la storia di una donna, di una madre corraggio, e della sua battaglia intrisa di dolore, solitudine, caparbietà, passione e speranza. Una madre che chiede giustizia per una morte ancora oggi impunita, quella di Massimiliano Carbone. "A sei anni dalla morte di Massimiliano non ha un volto, né un nome il sicario che ha posto fine ai suoi giorni", scrivono gli autori del documentario. Attraverso le immagini che scorrono sullo schermo Liliana ci mostra i luoghi, ci racconta gli eventi, ricostruisce l'agguato a suo figlio. Racconta la sua passione per il calcio. E poco a poco il profilo di quest' uomo, stroncato nel fiore degli anni, ci appare più definito. Il suo volto, che vediamo scorrere più e più volte sullo schermo, acquista un'anima. Dal testo filmico emerge che Massimiliano lascia un figlio, avuto da una relazione con una donna sposata, in una terra dove non si preme il grilletto senza il consenso della 'ndrangheta. Così il suo racconto assume una dimensione universale. Metaforica. E quello di Liliana, madre coraggio, diventa un viaggio solitario, nel deserto della Locride, quasi a gettare i semi della libertà e dell'emancipazione. Per non dimenticare Massimiliano. E raccogliere la memoria, per quel figlio che non conoscerà suo padre. Dai semi lanciati da Liliana nasceranno teneri germogli di libertà? Sarà il tempo a dirlo. A noi piace pensare di sì. 


Foto: Claudia Di Lullo e Massimiliano Ferraina, autori di "Oltre L'Inverno"

Il testo filmico del racconto è privo di sofisticazioni, come sottolinea il regista Massimiliano Ferraina. "Ho voluto fotografare Locri e raccontare la storia di Liliana così com'è", afferma. "Ma non è stato facile. Io e le mie colleghe siamo stati anche vittime di minacce velate". Perchè la Locride è un territorio difficile. E raccontarla nella sua essenza può avere un prezzo. La trama narrativa del racconto è quindi asciutta. Assenti i virtuosismi. Le fascinazioni sono rimesse alla forza intrinseca di una storia drammatica e attuale. Che termina con parole di speranza, pronunciate da Liliana presso La Gurfata, la cooperativa di artisti di strada che si occupa del recupero dei ragazzi di Locri. Un finale che è un messaggio a non arrendersi e continuare a cercare il cambiamento.

L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana

L'altro lavoro premiato, "L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana" di Massimo De Pascale, narra la torbida vicenda delle navi dei veleni, ed è stato realizzato con la collaborazione del WWF e del comitato civico "Natale De Grazia". Possiamo definirlo un monumento alla verità, per impostazione e sviluppo narrativo. Con questo film il regista coglie nel segno, e lo fa attreverso una serie di interviste che ricostruiscono la storia delle navi affondate nel Tirreno cosentino, partendo dallo spiaggiamento della Jolly Rosso sino ad arrivare alla contorta vicenda della nave Cunsky che, secondo le recenti dichiarazioni del pentito Francesco Fonti, fu affondata a largo delle coste di Cetraro, con il suo carico di rifiuti radioattivi. 

 

Foto: Massimo De Pascale, regista de "L'Ultima Spiaggia. Un saggio di geografia disumana"

Massimo De Pascale ripercorre questi eventi lentamente, centellinando i fatti, mettendoli insieme, tassello dopo tassello. Come se stesse componendo un puzzle. E la storia cresce, acquista ritmo e si sviluppa attraverso la poetica dell'autore e le testimonianze di chi ha vissuto i fatti, da testimone o vittima, da ambientalista stigmatizzato, tacciato di essere allarmista, o da osservatore incredulo. Una verità soffocata per anni negli abbissi del mare, che riemerge come un urlo di dolore, tra gli scogli del Tirreno. La poesia dei giochi di luce che evocano le verità sottese di questa vicenda fa da cornice a un'opera tecnicamente vincente. Il ritmo e gli scenari si fondono, al crescere dell'intensiatà delle storie narrate. Emergono i volti scolpiti dalla storia dell'entroterra adamantino. Quelli dei pensionati che vivono nelle casette arroccate tra le montagne di San Pietro in Amantea. O in un fazzoletto di terra, ai piedi di Serra d'Aiello. E la gente si apre. Dialoga in presa diretta, diviene parte essenziale di questa pellicola. Così il documentario sfiora una dimensione neorealista. Dove rieccheggiano il sottoproletariato pasoliniano e gli scenari eloquenti e suggestivi di Vittorio De Seta. La capacità critica di Rosi e la drammaticità dell'analisi rosselliniana. E le persone assumono la dimensione di preziosi documenti viventi. De Pascale ne raccoglie la memoria, alla ricerca delle verità nascoste, che giacciono da troppo tempo, sepolte insieme ai fusti radioattivi, nella valle dell’Oliva. E crea un'opera che è una pietra monumentale indelebile, con la quale persino gli scettici dovranno fare i conti. Istituzioni in testa. 


Foto: la motonave "Rosso", arenatasi sulla spiaggia di Formicice nel 1990

Il GAIART consacra dunque autori calabresi, che vivono in queste terre e che le raccontano sapientemente. Un segnale forte, che dimostra che c'è un nocciolo duro di registi caparbi e talentuosi che non lascia questi luoghi. Ma resiste e racconta. Se è dunque vero ciò che afferma Carl T. Dreyer "l'anima appare nello stile".

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 03/07/2010

Foto: Giulia Zanfino, internet



diritti
Oltre L'Inverno. Un monumento alla memoria di Massimiliano Carbone.
1 luglio 2010
"Oltre L'Inverno", il documentario che narra la storia di Liliana Esposito Carbone, mamma di Massimiliano Carbone, vince il premio come miglior documentario fuoriconcorso, nell'ambito del GAIART FESTIVAL INTERNAZIONALE. La storia narra la lotta di una madre, che tenta in tutti i modi di ottenere giustizia per la morte di suo figlio, Massimiliano Carbone, in un territorio difficile come quello di Locri.  Massimiliano era un ragazzo di Locri, ucciso a trent'anni, con un colpo di arma da fuoco, sotto casa sua. Il suo caso è stato archiviato, ma Liliana non si arrende. Vi invito visitare il blog, dove troverete anche il trailer del documentario, che è un monumento alla memoria e alla libertà. Il lavoro è stato realizzato dal documentarista Massimiliano Ferraina, dalla giornalista Raffaella Cosentino, dalla dialoghista Claudia Di Lullo.

http://www.oltrelinverno.blogspot.com/
Caffè delle Arti, domenica due appuntamenti su Giuseppe Valarioti e Massimiliano Carbone. Saranno presentati un libro e un documentario.
12 giugno 2010

                       

             (Giuseppe Valarioti)                                        (Massimiliano Carbone) 

Per i 30 anni dalla morte di Giuseppe Valarioti la programmazione del Caffè delle Arti al Centro polivalente di via Fontana Vecchia – servizio attivato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Catanzaro - ospiterà domenica 13, con inizio alla ore 21.00, una manifestazione in omaggio al politico ucciso negli anni ’80. La serata del Caffè delle Arti prevede la presentazione di un libro inchiesta e di un documentario realizzati da giovani autori calabresi. Il primo per ricordare il movimento antimafia degli anni Settanta con la vicenda di Giuseppe Valarioti a Rosarno. Il secondo per dare una testimonianza attuale di resistenza civile all’oppressione mafiosa, con la storia di Liliana Carbone, madre coraggio di Locri. 


                                              (Liliana Esposito Carbone)

Domenica 13 giugno, con una serata dedicata all’impegno contro la ‘ndrangheta, il Caffè delle Arti di Catanzaro ospiterà la presentazione del libro “Il caso Valarioti – Così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”, Round Robin Editrice, dei giornalisti Danilo Chirico e Alessio Magro. Nel corso della serata sarà proiettato in anteprima anche il documentario indipendente “Oltre l’inverno”, che ricostruisce la battaglia quotidiana della maestra elementare Liliana Carbone per chiedere giutizia e verità sull’omicidio del figlio Massimiliano, ucciso nel 2004 in un agguato a Locri all’età di 30 anni. Al dibattito interverranno gli scrittori Alessio Magro, Danilo Chirico e Mauro Minervino, il caporedattore di Ansa Calabria Filippo Veltri. Saranno presenti anche gli autori del documentario: il regista catanzarese Massimiliano Ferraina, la sceneggiatrice Claudia Di Lullo e la giornalista Raffaella Cosentino (Redattore Sociale/Il Manifesto).

L’evento è stato organizzato con la collaborazione di alcune associazioni di giovani: Confine Incerto di Catanzaro, daSud Onlus di Reggio Calabria e Metasud di Soverato. I casi Valarioti e Carbone sono le storie di due trentenni assassinati dalla ‘ndrangheta. Peppe perché a 25 anni aveva scelto consapevolmente la strada dell’impegno politico contro le ‘ndrine, Massimiliano semplicemente perché viveva una vita normale e onesta in un contesto pervaso dalla violenza mafiosa. Due omicidi senza colpevoli. Due nomi dimenticati che il silenzio ha ucciso per la seconda volta. Dopo le celebrazioni dell’11 giugno a Rosarno, nel trentennale della morte anche il capoluogo riporta in vita la memoria di Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese. Il giovane professore e segretario della sezione del Pci di Rosarno è stato ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980 dopo la vittoria alle elezioni amministrative. Il libro di Alessio Magro e Danilo Chirico ricostruisce la lunga vicenda giudiziaria sul primo omicidio politico della nuova ‘ndrangheta, che tre decenni fa entrò nei gangli del potere. L’ incontro sarà un’occasione aperta per discutere anche della fase delicata che vive oggi la Calabria. Il 2010 si è aperto con la rivolta dei migranti di Rosarno contro la violenza delle ‘ndrine. Nei mesi seguenti una scia di omicidi ha insanguinato la zona jonica catanzarese e l’alta locride. Una nuova guerra di ‘ndrangheta che ha fatto contare già 8 morti in 11 mesi, a partire dall’omicidio di Vincenzo Varano a Isca sullo Ionio a luglio del 2009 fino a quello di Giovanni Bruno a Vallefiorita a metà maggio.

( COMUNICATO STAMPA)

"Ammazzatecitutti.org" non deve essere chiuso
25 settembre 2008

 Come un urlo di libertà, dal cuore di un paese sommerso dalla 'ndrangheta, da tre anni www.ammazzatecitutti.org analizza, racconta e denuncia il malaffare, nel complesso mondo del "far west calabrese". Un Consiglio Regionale con ben trentatrè inquisiti, un giro d'affari illeciti globale e ramificato, un territorio che si manifesta in tutta la sua profonda arretratezza, urbana e morale. Di calabria si parla poco, e male, e forse ad oggi nessuno è riuscito realmente a quantificare il grado di devastazione materiale e culturale sulla quale la 'ndrangheta, in molti paesi, ha plasmato intere generazioni. La calabria tace, sconfitta ed annichilita, inetta e disarmata, complice e vittima di se stessa. Eppure un tentativo è stato fatto, un coraggioso, improbabile, caparbio tentativo di sbattere il pugno sul tavolo, di dar voce ad un sud "ribelle" che continua a tacere, di dimostrare che la 'ndrangheta può essere messa con le spalle al muro, che non è più forte di noi, che possiamo riprenderci la nostra terra e la nostra vita e viverla dignitosamente, senza avere paura. Questo tentativo ha tanti volti e nomi, di ragazzi e ragazze, di giovani calabresi e non, che da tre anni sono il vero volto della lotta alla 'ndrangheta in calabria. Ad oggi questa coraggiosa e democratica iniziativa potrebbe scomparire, a causa di problemi finanziari dovuti all'indipendenza della testata stessa. In un paese che celebra il proprio esercito, non è accettabile che chi va "al fronte" contro la mafia sia lasciato solo . In un paese che scandisce slogan a suon di "Sicurezza" e "Legalità" non può non farsi chiarezza sulla collusione tra politica e malaffare in calabria. In un paese che si definisce civile non dobbiamo permettere che la 'ndrangheta ci infligga una così grande sconfitta. Aiutiamoli.
Giulia

Massimiliano Carbone non può essere archiviato.
28 gennaio 2008


Stamattina apro la posta e mi ritrovo una mail. Poche volte succede di leggere una mail e di sentirsi soddisfatti per quel poco che si poteva fare e che s'è fatto. E che si continuerà fare. Liliana Esposito, madre di Massimiliano Carbone, ucciso dalla mafia. Una caso archiviato. Questa donna non si arrende. Anche Locri e il movimento "eadessoammazzatecitutti" tornano a farsi sentire. Così donnelibertadistampa.Io quel poco che potevo fare, ripeto, l'ho fatto. Scrivendo su formiche.net
questo articolo. Liliana mi ha ringraziato in una mail personale e pubblicamente, qui. Un appello che viene da Catanzaro: far circolare la notizia perché neanche gli uomini che vestono l'uniforme di Carabinieri credono in quell'archiviazione.
Valeria

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