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diritti
Acri: paese dell'accoglienza.
29 luglio 2010


La traversata del mare, rappresentata nel dipinto realizzato dai ragazzi del Rifugio di Isaac

"Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell'economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera. Il pensiero meridiano infatti è nato proprio nel Mediterraneo, sulle coste della Grecia, con l'apertura della cultura greca ai discorsi in contrasto, ai dissoi logoi". Nella seconda metà degli anni novanta Franco Cassano, con il suo libro "Il Pensiero Meridiano", tracciava un percorso per ridisegnare un'idea di Meridione, come "centro di un'identità ricca e molteplice, capace di conoscere più lingue, più religioni, più culture, secondo la più autentica vocazione mediterranea". Due anni dopo la Calabria sarebbe stata attraversata dai primi sbarchi dei migranti. Quelle centinaia di curdi che, approdati sulle spiagge di Badolato, hanno segnato la nascita di quei percorsi d'accoglienza, che in Calabria, oggi, si sono consolidati in veri e propri processi politici d'avanguardia. Consacrati da una recente legge regionale, incentrata sul modello d'accoglienza e integrazione, sul nostro territorio, dei migranti in fuga dai teatri di guerra, o per motivi umanitari. Delle strutture destinate all'accoglienza dei migranti, in Calabria, solo una accoglie i minorenni stranieri non accompagnati, che ad oggi, a causa dei tagli agli enti locali, potrebbe essere chiusa. Si tratta del centro di seconda accoglienza "Il rifugio di Isaac", che in due anni, ad Acri, ha ospitato ben ventitrè ragazzi, provenienti da Afghanistan, Nigeria, Sudan, Burkina Faso e altri luoghi, teatri di guerra e di conflitti politico-sociali. Giovani ragazzi spesso approdati in Italia dopo aver percorso "la rotta degli schiavi". Quella che un tempo i loro antenati africani attraversavano per essere deportati come fossero merce, e che oggi rappresenta un salto nel buio per chi è costretto a lasciare la sua terra. A questo viaggio si può sopravvivere, oppure no. Non ci sono regole. Ci si affida al caso e a individui che organizzano le traversate da decenni, passando dal Medioriente o dal Corno d'Africa, per arrivare alla Libia. E molto spesso si cade nella rete di trafficanti e stupratori o si finisce per approdare nei centri di tortura libici. Quello di Kufra, nella striscia di deserto che confina con l'Egitto, è uno dei peggiori. E pare sia finanziato anche dal Governo italiano. Da Kufra, ad oggi, è sempre più difficile uscire indenni, e chi ci riesce racconta di aver subito atroci torture. 


Il viaggio nel deserto

In questo feroce scenario il ruolo di chi accoglie è determinante. E il centro "Il rifugio di Isaac", di cui è titolare il Comune di Acri, ma che è gestito dalla cooperativa "Promidea", ha un onere in più: accompagnare i minorenni, in un delicato percorso di accoglienza e integrazione. Un compito difficile, che vede i due operatori, Luigi Branca e Geppino Ritacco impegnati quotidianamente innanzitutto nella gestione delle partiche di riconoscimento del diritto d'asilo o dei permessi per motivi umanitari, per garantire la permanenza nelle nostre terre, di questi giovani esuli. Un impegno, quello dell'accoglienza, sentito come proprio anche dai monaci cappuccini di Acri, che da due anni, ospitano con grande generosità il centro nella loro struttura, dando sostegno ai ragazzi e agli operatori. Tra i progetti che si sviluppano all'interno del "rifugio", per aiutare questi giovani ad intraprendere un percorso d'integrazione, vi è l'assegnazione di borse lavoro, utili ad immergersi nel mondo degli adulti, attraverso il sostegno degli operatori. Ma vi sono anche progetti che aiutano i ragazzi ad esprimere ciò che con le parole, spesso, non si può raccontare. "Partire come persona e arrivare come straniero, anzi come clandestino, in un paese diverso" sottolinea Geppino Ritacco, operatore del centro " costretto a lasciare tutto senza la certezza che ci sia una meta, che può diventare una triste illusione, quando il mito di un' Europa che accoglie s'infrange e il profugo, partito su imbarcazioni di fortuna, spesso paga con la sua stessa vita un prezzo troppo alto". Per raccontare il viaggio di questi giovani migranti, sopravvissuti alla traversata del deserto e del mare, gli operatori del centro hanno proposto lo strumento della pittura. Pennellate ocra per raccontare il deserto, tonalità azzurre per evocare le acque trasparenti del Mediterraneo, tonalità scure, espressioniste, per disegnare l'efferatezza degli scontri di Rosarno. Un progetto realizzato con la collaborazione volontaria dell'architetto Giacinto Ferraro, che ha accompagnato i ragazzi in questo percorso in parte terapeutico, da cui emerge un punto di vista molto duro sull'esodo affrontato. Perchè nel deserto diventi un "figlio di nessuno". Come lo è diventato un giovane studente, attivista politico del Burkina Faso, approdato ad Acri da un paio d'anni.


Gli scontri di Rosarno

Lo chiameremo A. Ha il volto di adolescente e gli occhi vividi. Le trecce scure sottolineano il forte legame con la sua terra. Questo giovane ragazzo, che apparteneva ai movimenti studenteschi, è stato costretto a lasciare il suo Paese per motivi politici. Militava, infatti, nel folto gruppo di studenti che chiedono sia fatta luce sulla misteriosa morte di Norbert Zongo, il giornalista, direttore del settimanale "L’independant". Un personaggio noto per il suo impegno nella causa del Burkina Faso, probabilmente per questo assassinato in circostanze ancora oggi misteriose. "Ogni anno, noi dei movimenti studenteschi, in tutto il Paese, organizziamo delle grandi manifestazioni per chiedere al Capo di Stato che sia fatta giustizia per Norbert Zongo", racconta A. "Tre anni fa ero rappresentante d'istituto, nella mia scuola. Sono stato uno dei principali organizzatori della manifestazione nella città di Quagadougou. Lì abbiamo bloccato le strade, per non far passare il traffico" continua " Eravamo decisi a farci sentire". Quella manifestazione, a cui l'intero Burkina Faso ha partecipato, è stata la causa che ha spinto la polizia sulle tracce di A. "Per questo sono dovuto fuggire via" continua il giovane. "Se la polizia mi avesse preso non sarei mai più tornato a casa". A. è dunque un partigiano contemporaneo, che si batteva per la libertà d'informazione e la verità, nella sua terra. A soli diciannove anni parla quattro lingue, ha terminato brillantemente il percorso attraverso il centro d'accoglienza di Acri e, ad oggi, lavora nel paese stesso. Come lui sono undici, dei ventitrè giovani ospitati nel centro, quelli che hanno deciso di rimanere ad Acri e qui hanno trovato lavoro. Un dato importante, nella Calabria feroce, quella di Rosarno e dello sfruttamento dei migranti. "La Calabria è Rosarno" afferma Pietro Caroleo, direttore generale della cooperativa Promidea. "Riace, come Acri, rappresenta la speranza". Caroleo è tra coloro i quali, infatti, sottolineano che c'è una grossa differenza tra il concetto di accoglienza e quello di integrazione, in una Calabria che ha raso al suolo le proprie origini, fortemente legate al mondo contadino. Radici ormai lontane, dalla Calabria e dalla provincia di Cosenza. Quella schiava dei falsi miti. Quella delle belle donne che sfilano a corso Mazzini, tra i Dalì e i De Chirico, sulle loro hogan tappezzate di strass. Quella dei mestieranti della politica, avvolti nelle loro camicie, troppo strette. O quella dei centri sociali, dei piercing, delle converse. Delle divise alternative. Uguali e diverse. In un panorama sommerso dall'ansia di conformismo, pensare all'integrazione del diverso è un azzardo. Eppure le avanguardie ci sono. Si moltiplicano. Ripopolano i centri storici abbandonati. Recuperano i mestieri dimenticati. Rieccheggiano le parole di Franco Cassano: "quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera". Intanto il centro di Acri è sospeso a metà, nell'attesa di sapere se sopravviverà, o se sarà l'ennesima vittima delle politiche di chiusura ai migranti, attuate dal Governo. " Siamo vicini a questo centro perchè è l'unico in Calabria che accoglie i minorenni" afferma Enza Papa, de "La Kasbah", associazione culturale multietnica di Cosenza " e siamo pronti ad offrire il nostro sostegno al centro, per scongiurare la sua chiusura". Per il momento, dall'amministrazione arrivano buone notizie: sembra che il pericolo "chiusura" sia stato scongiurato. Ma siamo ancora in attesa di avere certezze.

G.Z.

Mezzoeuro 10/07/201

Foto: G.Z. 

diari di viaggio
La digestione
9 ottobre 2008
Il rientro in Italia si avvicina. Ho sviluppato uno strano sentimento per questa terra. Cos'è il Libano? Amore e odio allo stesso tempo. Chiarezza e contraddizione. Risate e rabbia. Punti esclamativi e interrogativi. Cerco di digerire quel che vedo, vivo, sento, osservo, racconto. Ma forse non è ancora il momento. Ripenso a Sabra e Chatila. Ripenso ai rom della mia città. Della mia Italia. Continuerò a girare per il mondo pensando che in fondo è sempre lo stesso. Ovunque. Ripenso ai bambini del campo di Beddawi e mi chiedo "perché". Sbalordita di fronte alla distruzione di ospedali, case e scuole del sud continuo a pormi la stessa domanda. Non smetterò. Questo è certo. Così come non saranno gli ultimi giorni che passerò in Libano. Tornerò. Cosa rimarrà nella mia memoria? Il profondo sorriso della gente. La dignità.
Valeria
Perché sei in Libano?
20 settembre 2008
Alle 22.30 i miei colleghi del master in "Peacekeeping and Security Studies" atterreranno a Beirut. Viviana, Giovanni, Ernesto e Roxana. Sono mesi che sognamo, lavoriamo, pianifichiamo questo momento. Sono carichi di aspettative. Rimarranno delusi? Non lo so. So solo che verranno ad abitare nella mia casa per le prossime tre settimane. Il mio favoloso e vecchio appartamento libanese in Gemmayzé. Ormai sono qui dal 2 settembre. Più ci trascorro il tempo e più me ne innamoro. Giro per le stanze osservando i vecchi e solidi muri. E penso a come hanno saputo resistere a tutti gli eventi che hanno colpito questa città. Mi trovo nel lato cristiano di Beirut. A dividerlo dalla parte musulmana ora c'è un'autostrada. Quella che va all'aeroporto. La stessa che Hezbollah ha bloccato a maggio, dimostrando la sua forza nel braccio di ferro con lo Stato. Lo scorso inverno sono rimasta molto colpita dalla dolce sensualità del film "Caramel". Ancora non avevo deciso di venire qui. E certamente non è stato quel film a convincermi. Ma come dice una persona, a me molto cara, "è destino". Qualche giorno fa mi trovavo a parlare di quel film con una ragazza libanese. E lei mi ha detto: "Ma lo sai che tu vivi proprio nel quartiere dove lo hanno girato?". Non so se sia vero o meno. Ma mi è venuta una gran voglia di rivedere su youtube il trailer del film. E nel rivedere gli spezzoni mi sono ricordata della vecchina un po' suonata con la mania di raccogliere le lattine dalla strada. E, sorpresa! Io l'avevo conosciuta. E' la mia dirimpettaia. L'incontro non poteva cadere con facilità nel dimenticatoio delle pieghe della mia memoria. E' accaduto un pomeriggio. Stavo tornando a casa. Poco prima delle scale di Saint Nicolais, mi sono sentita chiamare. Qualcuno mi stava parlando in arabo. Voleva richiamare la mia attenzione. La voce proveniva dall'alto. Alzo il volto. E vedo questa anziana signora che fa calare un cestino di vimini appeso ad una cordicella che teneva saldamente tra le sue mani rugose. Non capivo esattamente cosa stesse dicendo. Ma si lamentava. E cercava di farmi capire che voleva che io raccogliessi un foglio di carta con su scritto qualcosa e che lo infilassi nel suo cestino. Naturalmente l'ho fatto. Ma lei non era contenta. Voleva che raccogliessi anche una lattina di coca cola che era un pò più giù. E allora, mentre stavo per farlo, un signore si è avvicinando e in inglese mi ha fatto capire di non farlo, perché lei avrebbe continuato con quelle assurde richieste all'infinito. Io, invece, l'ho raccolta. Ma poi l'ho salutata e mi sono diretta verso casa. La potevo sentire. O se la potevo sentire! Urlava e si disperava come una bimba a cui hanno tolto il suo giocattolo preferito. Dio, come mi si è stretto il cuore! Ma da una parte mi veniva anche da ridere. Perché pensavo: ma perché capitano tutte a me? Ebbene. Rivedendo il trailer di "Caramel" mi sono accorta che sembrava proprio la stessa persona. Le coincidenze.
Ieri sera ero in un locale di Gemmayzé con un gruppone di giornalisti, ricercatori e studenti. Gli unici a non essere americani eravamo io e Andrew, il mio amico e collega inglese. Mi sono ritrovata in una conversazione ai limiti dell'incredibile: si parlava del perché della nostra presenza individuale in Libano. Ebbene: tutti concordavano sul ritenere che il motivo principale fosse il mettersi alla prova in un luogo difficile come questo. Dove acqua ed elettricità non sono distribuiti ugualmente e continuamente. Dove non esiste un vero e proprio piano nazionale di smaltimento dei rifiuti. E, dove, aggiungo io, proprio questo sarà il motivo scatenante di qualche prossimo disastro. E spero di sbagliarmi. Poi hanno guardato me e, con fare amicone, qualcuno ha detto: "Beh, non per te! Tu sei italiana. Almeno sui rifiuti dovresti essere abituata!". Tutti giù a ridere come matti. Io non avevo proprio nessuno stimolo a tirare su gli angoli della mia bocca per emettere suoni simili a quella che nell'insieme viene definita risata. Quindi "l'amicone" s'è fatto serio e mi ha chiesto: "Perché tu sei in Libano?". Non avevo alcuna intenzione di condividere quella mia intima informazione con loro. La mia risposta è stata: "Perché sono alla ricerca di un Paese che mi possa accettare come rifugiata politica. E ho pensato che magari questo pazzo Libano potrebbe fare al caso mio!". Silenzio. Tutti a ridere. Stavolta anche io. Dopodiché la conversazione si è ristretta a "noi" giornalisti. Si parlava del perché venire in un Paese in guerra. Perché qui, mie cari, c'è la guerra. E c'era chi diceva che non lo sapeva ma voleva provare. Chi, invece, l'aveva vissuta nel 2006 sul lato israeliano ed era curioso di vedere che succedeva qui. Chi ancora diceva: "Voglio stare qui quando riprenderanno a combattersi apertamente! Voglio stare in mezzo e vedere che succede." Chi ancora si diceva troppo annoiato e bisognoso di stimoli. Chi ancora voleva provare a se stesso, o a non so chi, che cosa. A quel punto non ascoltavo più. Mi ero di nuovo chiusa nel mio mondo di silenzi. E ripensavo a "Niente e così sia" della mia cara Oriana Fallaci. In particolare ripensavo a quando scriveva: 

"Che strani tipi questi miei colleghi in Vietnam. Alcuni, come Pelou, sono fior di giornalisti e potrebbero stare a Londra o a Parigi: invece bestemmiano e rimangono. Molti altri, come Catherine, sono reporter improvvisati e nessuno li avrebbe mandati se non si fossero pagati il viaggio. Cosa cercano qui? Uno scopo che non avevano prima? Un brivido che li scuota dalla noia? Una pallottola che risolva un loro dolore? Un'imitazione di Hemingway? Ho tentato un'indagine, uno ha risposto: "Voglio mostrare a mio padre di non essere il cretino che dice". Un altro ha risposto: "Mia moglie ha divorziato". Un altro ha risposto: "E' eccitante e, se fai la cosa giusta, sei a posto per sempre". Catherine ha risposto: "Volevo vedere com'è fatta la guerra, ne sentivo parlare". Quasi nessuno m'ha dato la risposta che a me sembra valida: io sono qui per capire gli uomini, cosa pensa e cosa cerca un uomo che ammazza un altro uomo che a sua volta lo ammazza. Sono qui per provare qualcosa a cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre. Sono qui per spiegare quanto è ipocrita il mondo quando si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore con un altro cuore; e poi accetta che migliaia di creature giovani, col cuore a posto, vadano a morire come vacche al macello per la bandiera".

Ho finito la mia Almaza, spento la sigaretta. E, dopo aver salutato la compagnia, me ne sono andata a dormire.

Valeria

diari di viaggio
Basta solo voler vedere
10 settembre 2008
Settimana intensa. Lunedì scorso sulla nave Scirocco sono diventata amica di Andrew Wander, giovane reporter inglese che ha documentato la guerra del 2006 dal lato israeliano. Con lui il bicchiere di vino o di birra è diventato tappa serale quotidiana, per condividere la frustrazione di chi si trova ad esser freelance, perché non ha contratto da giornalista, da inviato nelle aree calde del pianeta.
Domani andremo a Nabatiye, al sud. Ci condurrà la cooperazione italiana che in questo luogo ha creato un centro di riabilitazione. Non so quel che ci aspetterà. Ma sono "armata" di macchina fotografica, videocamera e della mia mente che continua a registrare incessantemente le mille sfaccettature di questo complesso paese.
Oggi, dopo giorni e giorni, sono scesa nuovamente al sud. A Tyr. Qui ho incontrato il colonnello che mi ha dato l'ok: posso circolare liberamente nel sud senza le resistenze del Laf, l'esercito libanese. Questo permesso mi permetterà di parlare con i militari e soprattutto di raggiungere quelle zone dimenticate dove nessuno vuole spingersi. Neanche chi, al contrario di me, viene pagato profumatamente per fare "questo mestiere". Questa gente è convinta che in Libano regna la calma. Ed io lo spero. Io spero di sbagliarmi. Ma se è vero che qui ciò che conta è "la voce del popolo", allora c'è tutt'altro da fare che baldoria.
Qui si parla di grossi eventi. qui la gente al supermercato litiga animosamente per chi sarà il primo a sferrare il primo colpo: se Hezbollah o Israele. 
Intanto si aspetta. E il tempo, durante il giorno, sembra rallentare con il ramadan. Io aspetto, insieme a loro. 
oggi, sul van che mi portava al sud ero schiacciata tra gente semplice che come me aspettava di arrivare a destinazione. 
Viaggio sempre insieme alla popolazione. Lo preferisco. E' il solo modo per cercare di capire. Non di riuscire, ma almeno di tentare. E, così, stipata in un piccolo mezzo di trasporto, insieme ad altre 15 persone. Accanto a me una mamma e un bambino. Quest'ultimo seduto tra me e la donna. Si è addormentato e riuscivo a sentire il suo sonno tranquillo attraverso il suo respiro che faceva alzare e abbassare il petto a contatto col mio braccio sinistro. L'autista del van ha acceso l'autoradio e, come se fossi stata al cinema, ho rivisto me stessa percorrere quell'autostrada appena ricostruita dopo i bombardamenti israeliani, a folle velocità. I miei capelli sfuggivano all'elastico che tentava di tenerli fermi. E si muovevano come lacci impazziti al ritmo di quelle note mediorientali. Ho sentito un brivido percorrere il mio corpo. Era felicità. la mia vita, la mia casa, la mia famiglia era lontana chilometri e chilometri. Ma io non mi sentivo sola. Ho guardato un anziano seduto di fronte a me. Appoggiato anche lui, come il bambino, ma alla spalla di un giovane. Quell'uomo non riusciva a respirare, neanche con la canna di plastica che gli traforava la gola. Ma anche lui aspettava, stipato, di arrivare a destinazione. Ho guardato la sua mano sinistra. Non aveva più le dita. Ho guardato le sue braccia. Cicatrici ovunque. Ho aperto gli occhi e attorno a me non ho visto più le belle giovani donne siliconate di Beirut. Attorno a me c'era tutta gente, vecchia e giovane, che trascinava con sé i segni di una guerra troppo lunga. Chi negli occhi, chi sulla pelle. Ognuno la raccontava a modo suo.

Valeria
diari di viaggio
La normalità
8 agosto 2008

di Valeria Brigida


Il primo giorno è andato. Per accontentare tutti, e anche me stessa, ho dormito solo cinque ore. Ora sto ciondolando dal sonno. Sveglia alle ore 10.30 del mattino per telefonata inaspettata che voleva solo sincerarsi che io fossi arrivata sana e salva e che ci teneva a darmi il benvenuto in Libano. Inutile tentare di nascondere la voce impastata di chi è stato appena strappato dal mondo dei sogni. Alle 11 colazione nel bellissimo albergo che un amico mi ha gentilmente riservato. Bello scoprire nella targa dell'ascensore che proprio dove ho trascorso la notte hanno soggiornato George Cloney, Angelina Jolie, Robert De Niro e tanti altri ancora. Ancora gioisco perché l'euro sembra non cedere alla forza del dollaro che tenta la riconquista! Quanto durerà? In tarda mattinata, dopo un giro per la città con Charlie, il tassista fidato che vedendo i miei occhi assonnati ha insistito per offrirmi un vero caffè, arrivo a casa di Sabine. Questa bella e solare giovane libanese mi offrirà ospitalità tutte le volte che mi troverò a Beirut. Sabine mi addentra nel vero mondo libanese, fatto di ragazzi che sono nati e cresciuti nelle ostilità. Di ragazze che rifiutano il velo ma che non condannano chi lo porta. Gente che non vuol sentir parlare di problemi tra religioni differenti. Che seppur sotto le bombe, preferisce continuare a ballare e a divertirsi perché è stufa di tutto il resto. Queste persone sono pronte a riempire nuovamente la piazza centrale di Beirut con altri concittadini appartenenti alle più disparate confessioni religiose solo per dire pacificamente No all'ennesima guerra! 
I ragazzi accolgono la notizia dell'invasione russa nella Georgia come qualcosa di "quasi normale". Io sono sconcertata. Non so se lo sono più per la notizia che per le reazioni di chi mi circonda. 
Oggi riflettevo sul fatto di come qui, per dire grazie, non si usa Sciucran, bensì Mercì o Thanks. E poi su come sia normale pagare o in lire libanesi o in dollari. Sabine mi ha ammonito: "Non chiedere più se accettano dollari! Qui è normale pagare in dollari."
Sono troppo stanca per uscire questa sera. Ho bisogno di recuperare il sonno perduto aspettando questo viaggio. E' buffo ma sento che sto tornando a rilassarmi. Si parte con un'idea che inevitabilmente cambierà. La dolce Beirut con le sue serate cool può attendere. E mentre gli altri di questo "appartamento libanese", come ama chiamarlo Sabine riferendosi al film spagnolo che descriveva la libertà che si vive in Erasmus,  escono, io rimango qui a cercare di digerire la moltitudine di informazioni contrastanti che mi sono piovute addosso nelle ultime 20 ore. Tutto sembra avvolto in una calma apparente. Controllo le notizie su internet. Sento degli spari. Mi avvicino alla finestra e scopro una Beirut illuminata dalle alture al mare. Sopra di lei scendono lentamente fuochi d'artificio colorati. Decido di andare a dormire. Vado nella mia stanza e abbassando le serrande scopro un foro nelle persiane. Sembra proprio il foro di un proiettile. Sì, inutile cercare scuse. Si tratta proprio di questo. E allora sorrido amaramente pensando a tutti quei giovani: per loro è la normalità. 
Lettera dal Darfur
22 ottobre 2007
Riporto una lettera che ho letto su http://www.itablogs4darfur.blogspot.com/ il blog di:
"Italians For Darfur", nato per accendere i riflettori su una delle più grosse crisi umanitarie dimenticate dai media italiani.

Spett.Blog for Darfur
vi mando l'ultima lettera del mio amico in Darfur Sudan. Scusate l'anonimato ma la sicurezza del nostro amico è cosa importante.
Grazie del Vostro impegno per il Darfur e saluti da Fiore e gruppo.

"Carissimo Fiore e gruppo
... Ti scrivo di urgenza per informarti che il campo delle donne (KALMA/NYALA n.d.r.) è stato distrutto con un vero masacro.
Oggi mi sembrava di vedere il vero esodo raccontato nella bibbia roba veramente da far tremare l intero corpo da una vista cosi terificante che non trovo parole per descriverlo.
Per due giorni sotto il fuoco dell artiglieria e distruzione a tappeto con con fuoco che si vedeva da lontano."

Un mese fa  il  nostro Governo ed il Papa hanno ricevuto il Presidente sudanese, ritenuto responsabile dei massacri in atto. Ecco il massimo dell'impegno che l'Italia si è assunta, ad oggi, rispetto a questo dramma.
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