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Processo "Marlane". Prosegue l'udienza preliminare.
29 ottobre 2010

di Giulia Zanfino

Praia a Mare (CS). Organi polverizzati, neoplasie fulminanti, mali rarissimi. Rifiuti tossici scaricati in mare, o sotterrati a pochi metri da abitazioni e spiagge. A nove anni dall'inizio delle indagini preliminari, la torbida vicenda della Marlane S.p.A. di Praia a Mare approda in aula, in seguito alla richiesta di rinvio a giudizio di tredici persone, presentata dalla Pm Antonella Lauri, presso il Tribunale di Paola. Proprio qui, domani, nell'Udienza Preliminare, verrano ripercorsi 40 anni di storia aziendale, costellati di morti sospette e malagestione. Fatti noti, avvolti nella fitta cortina del silenzio che per troppo tempo ha celato la gestione scellerata dei prodotti chimici e nocivi, usati nella fabbrica. Ad oggi sono in 107, tra operai ammalati ed eredi degli operai deceduti a causa delle esalazioni tossiche respirate in fabbrica, costituitisi parte civile, in quello che è considerato il più importante processo in materia lavoristica, di tutto il Meridione d'Italia. E il numero delle vittime, secondo gli esperti, è destinato a salire vertiginosamente. I capi d'imputazione pendenti sui 13 imputati, tra cui il Gruppo Marzotto e la sua dirigenza, proprietari della fabbrica dal 1987 al 2004, sono "lesioni gravissime, omicidio colposo e disastro innominato". Tra i legali della Marzotto spicca il nome del noto avvocato, Niccolò Ghedini, difensore di Antonio Favrin, consigliere delegato della società, dall'ottobre 2001 all'aprile 2004. Proprio Ghedini ha strappato l'ultimo rinvio dell'udienza, sollevando un'eccezione di incompetenza territoriale presentata al Gup di Paola, e tentando di spostare l'Udienza Preliminare a Vicenza. Il tentativo è stato respinto dal Gup. Il processo restarà dunque a Paola. Tuttavia, il rischio della prescrizione è dietro l'angolo. Se si guarda a un passato non troppo lontano, si intuisce che la storia della Marlane S.p.A. di Praia a Mare è determinante, nello sviluppo occupazionale di quel tratto di costa tirrenica. 


Tutto comincia a Maratea, negli anni '50, quando il noto imprenditore Stefano Rivetti, Conte di Val di Cerva, lascia il Piemonte per approdare sulle coste trasparenti della Basilicata, dove farà affari d'oro attraverso i massicci finanziamenti della cassa per il Mezzogiorno. Così, tra la Basilicata e la Calabria, il Conte Rivetti darà vita a una serie di piccole imprese nel settore tessile, che produrranno lane e tessuti pregiati, destinati a diventare forniture per le divise militari dello Stato. Tra queste "la fabbrica della morte" di Praia a Mare, allora denominata "Lanificio di Maratea R2". Dagli anni '50 al 2004 le imprese del Conte Rivetti passano di proprietà in proprietà. Tra il 1969 e il 1970 vengono assorbite dall' IMI, poi dalla Lanerossi, in seguito dall'ENI. Nel 1987 sarà la volta del Gruppo Marzotto. Un giro astronomico di soldi pubblici e privati, che puzza di morte. Ammine aromatiche, prodotti azoici, acidi letali, cromo esavalente e altri metalli pesanti, vengono maneggiati dagli operai, a mani nude. Le misure di protezione per chi lavora nella fabbrica sono inesistenti. E le morti si susseguono. Ma dalle mura della Marlane non trapela nulla per anni. Gli operai hanno paura di essere licenziati. A Sud non c'è lavoro, e chi cel'ha se lo tiene stretto. Comunque vada. I pochi che si ribellano subiscono intimidazioni feroci e solo nel 1999, in un clima rovente, il sindacato Slai Cobas denuncia alla Procura di Paola morti sospette collegate al lavoro, in quella fabbrica. Ancora oggi si registrano casi di neoplasie e di decessi, tra operai che hanno lavorato alla Marlane S.p.A. di Praia a Mare. Domani l'ennesima udienza preliminare, in cui si giocano le sorti di ben 107 vite spezzate.

© Copyright Redattore Sociale - Foto © Giulia Zanfino


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Seteco: la fabbrica dei "veleni nascosti" continua a sprigionare fumi nocivi
24 luglio 2010

(Marcellinara, il capannone Seteco che sprigiona fumi velenosi)

Catanzaro. Lunghe spirali di fumo bianco si sprigionano lungo il tetto di un imponente capannone industriale. Da più di un anno. Nel grigiore della struttura avvolta dai fumi è impresso il marchio "Seteco". Un blogger un po’ matto si è spinto al suo interno, armato di telecamera. Da allora il suo video-documento, che mostra l’agghiacciante autocombustione di una massa di rifiuti accatastati in quella struttura abbandonata, sta spopolando sul blog “emiliogrimaldi.blogspot.com”. L’autore è, infatti, il giornalista Emilio Grimaldi, che si occupa della questione da qualche mese. Così veniamo a conoscenza dei fatti e ci rechiamo sul posto, per vedere con i nostri occhi l’ennesimo scempio ambientale e umano della nostra Calabria. Il capannone che “brucia”appartiene alla Seteco srl, di proprietà di Pasquale Leone, e si trova sul territorio di Marcellinara, nell’area industriale che corre lungo la strada dei Due Mari. Poco lontano da Catanzaro. La fabbrica, fino a qualche tempo fa, produceva fertilizzanti. Ma come succede spesso nella nostra regione, pare che i proprietari abbiano violato le leggi, seppellendo i rifiuti provenienti dall’ azienda in una collinetta all’interno del perimetro aziendale. Così ecco il primo sequestro dell’azienda, nel 2006, con l'accusa appunto di reati ambientali. Da allora la Procura di Catanzaro si è attivata perché l’azienda provvedesse a mettere le cose in regola. Sembra invano. E i fumi sprigionati da mesi dal capannone ne sono una testimonianza indelebile. Inoltre, nel corso degli anni, prima della chiusura, la Seteco ha avuto vita movimentata. Scandita dal tipico balletto calabrese della chiusura e la riapertura aziendale. E i vari ricorsi dei suoi avvocati sono rimbalzati fra il Tribunale di Catanzaro, l’ASL e il Comune. Fino al sequestro definitivo. Ed ecco l’inizio del dramma. La fabbrica, ad oggi, continua a espellere fumi maleodoranti, che si spargono in un’area abitata da cittadini del posto e frequentata, perché ricca di diverse aziende, che sono appunto nell’area industriale dov’è ubicato il capannone Seteco. La sostanza acre che si sprigiona dal capannone crea un forte bruciore agli occhi e assale alla gola, se ci si avvicina più del dovuto. Eppure, sul ciglio della strada adiacente le mucche pascolano e le persone continuano a lavorare poco lontano da lì. Del resto, non possono fare altrimenti. Infatti sono tantissimi gli esposti presentati da cittadini e imprenditori. Eppure nessuno riesce a fermare quell’incendio di prodotti chimici. E nessuno sa dire perché la fabbrica continui a fumare. Tantomeno perché l’amministrazione comunale e la magistratura non siano ancora intervenute per fermare i fumi tossici. Resta il fatto che, dopo i veleni della Marlane di Praia a Mare, quelli del Fiume Oliva, le ferriti di zinco della Sibaritide, i cubilot tossici di Crotone, si consuma l’ennesimo, lampante, scempio ambientale calabrese. Quello della Calabria che continua a subire.

(Una mucca che pascola vicino al capannone Seteco)

Il PD di Marcellinara ha interrogato il sindaco Scerbo sulla questione. Nel testo si legge:“Il Circolo PD di Marcellinara con la presente chiede al Sindaco Giacomo Scerbo quali interventi fino ad oggi abbia adottato e quali intenda adottare in merito all’emergenza sanitaria ed ambientale provocata dall’emissione di fumi nocivi dai capannoni, in località Serramonda, della SETECO, azienda posta in fallimento e in fermo produttivo dal febbraio 2009. Chiediamo al primo cittadino di Marcellinara, nonché autorità sanitaria locale, quanto e cosa ancora si debba aspettare prima di porre fine al fenomeno di autocombustione dei materiali semilavorati abbandonati nei capannoni.Il disastro ambientale è sotto gli occhi di tutti così come il pericolo per la salute e l’incolumità pubblica. Chiunque percorra la “Due mari”, una volta giunto nei pressi della zona industriale di Marcellinara, da mesi assiste allo spettacolo indecoroso dei fumi maleodoranti che fuoriescono e circondano la SETECO, più simile a un set cinematografico di un film dell’orrore (immaginando cosa possa essere contenuto in quei capannoni), o un inferno dantesco. Il tutto è ormai assurto ad immagine negativa, per chiunque si trovi a ansitare nei pressi, a danno della nostra comunità e del nostro territorio più produttivo. I cittadini di Marcellinara, in particolare quelli che abitano nei pressi dell’azienda in discussione, i lavoratori e gli imprenditori danneggiati che hanno presentato numerosi esposti e denunce per le conseguenze sulla salutee sull’ambiente, aspettano da questa Amministrazione risposte e atti concreti; evidentemente non sono sufficienti ordinanze che vengono puntualmente annullate. Chiediamo al Sindaco e all’Amministrazione se e quando è stata formalizzata dalla SETECO la richiesta di autorizzazione allo smaltimento dei rifiuti organici così come dichiarato dal titolare dell’azienda e cosa è stato risposto in merito. Ci appelliamo ai Consiglieri di minoranza del gruppo "Uniti per Marcellinara" affinché si facciano portavoce delle nostre richieste in seno al Consiglio Comunale con una interrogazione ufficiale al Sindaco e alla Giunta. Attendiamo risposte, in tempi brevissimi, ai quesiti sollevati, dal momento che la stagione estiva potrebbe aggravare la situazione già ora molto pericolosa.

Il sindaco Scerbo risponde: “Abbiamo come unico interesse la salvaguardia e la tutela della salute dei cittadini e del territorio di Marcellinara,abbiamo già assunto determinazioni in merito e non stiamo certo con le mani in mano a guardare l’evolversi della situazione senza far nulla. Non doveva essere certo un volantino politico con una alquanto sommaria e frettolosa ricostruzione dei fatti a far comprendere all’Amministrazione Comunale di Marcellinara la delicata situazione che si vive nella zona di Serramonda nei pressi della Ditta Seteco srl, posta sotto sequestro dal gennaio 2010 e amministrata dalla curatela fallimentare dalla fine del mese di febbraio scorso».«Quando si parla di questioni così delicate è bene farlo con cognizione di causa e non a caso” continua il sindaco “In ogni modo gli atti adottati dall’Ente sono pubblici e quindi a disposizione della collettività che può sentirsi sollevata dall’allerta massima sul problema mantenuta dall’Amministrazione Comunale. Sono state sollecitate e continuano ad essere sollecitate quotidianamente tutte le autorità preposte, un dossier è pronto per la trasmissione al Ministero dell’Ambiente. Alle ordinanze finora emesse a carico della Seteco srl è stato solo risposto con la comunicazione di impossibilità per mancanza di sostanze economiche. Mentre una tra le ultime, già pubblicata, ordinanza sindacaleN°31/2010 con la quale si ordina il monitoraggio e l’avvio di tutti gli interventi necessari per la sicurezza antincendio all’interno dell’opificio della medesima ditta Seteco in ottemperanza anche a quanto indicato nei verbali dei Vigili del Fuoco intervenuti più volte per domare i focolai che si creano mediante autocombustione dei rifiuti solidi giacenti all’interno del capannone. Pertanto la Giunta Comunale di Marcellinara condeliberazione n.58 del 25 maggio 2010 ha ritenuto di dover attivare con ditte specializzate la richiesta di preventivi per lo smaltimento, mettendo comunque in evidenza che la Ditta Seteco srl è già debitrice nei confronti dell’Ente di circa 350.000 euro per il mancato pagamento dei tributi comunali per diverse annualità.Tutti i provvedimento adottati sono stati depositati per l’opportuna conoscenza presso la Procura della Repubblica di Catanzaro”.Intanto gli ambientalisti della Rete per la Difesa della Calabria“Franco Nisticò” annunciano un sit in davanti al capannone Seteco. Forniti di mascherine antigas. Loro, nonostante le dichiarazioni del sindaco Scerbo, non si sentono per nulla sollevati dall’ “allerta massima” sul problema Seteco. Intendiamoci: la risposta del sindaco all’interrogazione del PD è stata impeccabile. Ma dal venticinque maggio ad oggi nulla è cambiato. E il tempo continua a dilatarsi tra le lunghe spirali di fumo che avvolgono il grigio capannone della Seteco. Nell’attesa di un intervento istituzionale che, nei casi di necessità ed urgenza per tutelare la salute pubblica, deve avvenire tempestivamente. Almeno questo è quanto prevede la legge.  

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 24/07/2010

foto: Giulia Zanfino

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