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“Meglio morto che precario”. Giovanni Parrotta racconta il nodo vitale della precarietà.
17 gennaio 2012
La prima volta che l'ho incontrato stava seduto su una panchina, sotto il cielo di piombo della periferia di Sellia Marina (Cz). A soli 23 anni sembrava già un intellettuale decadente. Barba lunga. Capello lungo. Sguardo attento al dettaglio. Quell'immagine mi è rimasta scolpita nella memoria. Oggi capisco il perché... in questi giorni di dolore cupo per i suicidi di precari, disoccupati e imprenditori sul lastrico, lo straordinario libro del talentuoso Giovanni Parrotta, "Meglio morto che precario", racconta il grande nodo vitale, che è la precarietà. Non ci sono stereotipi o sofisticazioni, ma un giovane che scava, s'interroga, si mette a nudo. Di questo libro, di un realismo narrativo disarmante, c'era bisogno.





Fonte: Redattore Sociale

di Giulia Zanfino

 “Catania. Donna tenta il suicidio dopo aver perso il lavoro. Torino. Un giovane di 28 anni, E.V., è stato trovato impiccato all’interno di un magazzino. Cagliari. Ventisettenne si suicida dopo aver ricevuto un preavviso di licenziamento, causa esubero personale”. Con un cappio in copertina “Meglio morto che precario”, la pluripremiata opera prima di Giovanni Parrotta, talentuoso giovane di origini calabresi, edito da Rubbettino, approda in libreria quasi ad anticipare un’ Italia sconvolta dall’escalation di suicidi tra precari, giovani che perdono il lavoro, imprenditori sul lastrico. Un libro tristemente attuale, quello del giovane Parrotta, da cui emerge un grande nodo vitale, quello della precarietà, che il protagonista tenta di sciogliere, tappa dopo tappa. Trapela quella voglia di riscatto che a Sud Italia ti brucia dentro. Poi l’infanzia difficile, una barca mangiata dalla salsedine, una pipa, la solitudine del mare, l’adolescenza, il vagare quotidiano in sella a uno Zip un po’ scassato, per le strade polverose di Sellia Marina, alla ricerca di un lavoro. E quella periferia meridionale, incastonata tra palazzi abusivi e qualche bar che si affaccia sul ciglio della 106, “la strada della morte”, cui l’autore da un’anima. A Sellia Marina il lavoro è un sogno, stretto nel cranio nudo della provincia di Catanzaro. E chi cresce in queste terre sogna spesso di andare altrove. L’evasione è un’idea che ti martella la testa sin da piccolo. Perché evadere vuol dire avere un’occasione in più di trovare lavoro. E dignità. E Parrotta racconta un’evasione fatta di alcol, spinelli, piccolo spaccio. Ma il filo rosso che lega le tappe dell’esistenza di Michele, il ventinovenne protagonista del racconto, è la ribellione. La resistenza. Quella a un sistema mafioso, cui non vuole appartenere. Così approda in un call center ed anche lì si ritrova faccia a faccia con il mondo spietato della precarietà. E il protagonista si batte. Portando con sé quel nodo vitale che tenta di sciogliere. Senza tregua. Il suo viaggio intimo, personale, diventa metaforico. Universale. Tappa dopo tappa. “Nel viaggio di una vita molti ricordano le tappe, io invece credo bisognerebbe ricordare e godere del percorso, di tutto il percorso, e magari andando anche contro corrente dimenticando le varie tappe, i vari bivi, ricordando solo la strada”. Questa tra le riflessioni che costellano il libro, capitolo dopo capitolo, quasi a voler prendere per mano lo spettatore, per accompagnarlo, nel percorso personale dell’autore. Parrotta scava, s’interroga senza tregua, si mette a nudo. Così la mappa di un’esistenza scandita dalla precarietà si snoda attraverso il racconto intimo dell’autore, da cui emerge uno spaccato del Meridione, privo di pregiudizi. “Diciamo che è c'è parecchia realtà” ci confessa Giovanni Parrotta “alcune vicende sono realmente accadute, anche se in modi diversi. E’ lì che ho messo la creatività . C'è molto della mia vita, ma solo superficialmente. Le varie riflessioni, la scuola, gli amici e i luoghi del mio paese. Il resto è tutto scaturito dall'immaginazione e dalle supposizioni su come sarebbe stata la mia vita se non fossi stato fermo su determinate scelte, in questa terra”. Il libro, privo di stereotipi e sofisticazioni, si è aggiudicato il premio “Chimirri” del concorso “Parole nel vento 2011” e la credibilità narrativa del promettente Giovanni Parrotta, che “porta il lettore a vivere ciò che legge, in prima persona”, ne fa un’opera preziosa, capace di sedurre e far riflettere sul grande tema della nostra epoca.

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"Cosenza vecchia resiste". Storie dimenticate dal centro storico del Cosentino.
17 maggio 2010


Immagini che sembrano scorrere da una bobina cinematografica del secondo dopoguerra. Palazzi sventrati, appesi a un filo, nel cuore del centro abitato. Ponteggi abbandonati. Pareti grondanti. Storie di vite perdute, narrate da un sottoproletariato urbano che persino il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato. Siamo nel centro storico di Cosenza, in cui pulsa la storia della nostra terra, incastonata tra pietre asimmetrice e mattoni di terra cotta. Un arcipelago di palazzi antichi e lenzuola appese alle finestre, da cui, tra i lunghi cornicioni, si scorgono scorci di cielo. Così "Cosenza vecchia" sovrasta l'intera città, dall' alto della sua decadente bellezza. 
Francesco ha il volto scarno, solcato da qualche ruga. Un ciuffo arruffato caratterizza la sua figura esile. Attraverso il sottile vetro dei suoi occhiali osserva pensoso Santa Lucia, un tempo noto come quartiere delle "lucciole". Un posto in cui si cresce in fretta e si impara subito come si sta al mondo. "Sono nato qui" ci racconta "da una famiglia numerosa. In tutto eravamo sette fratelli". Francesco è cresciuto nelle viscere del centro storico. Ne conosce ogni centimetro. La sua storia sembra rubata da una delle più struggenti pellicole di Pier Paolo Pasolini. Quelle in cui l'intellettuale, scandagliando il mondo primitivo dei sobborghi capitolini, restituiva un posto nella storia al popolo degli esclusi. "Da piccolo facevo qualche lavoretto per le prostitute. Gli andavo a fare la spesa. Così contribuivo al reddito familiare". Poi l'amore, la famiglia e qualche "errore di gioventù". Francesco si racconta, mentre ci accompagna per i vicoli del suo quartiere. E ci rendiamo conto che le vite di alcune persone del centro storico spesso si somigliano. Sono vite segnate da promesse elettorali mai mantenute, da offerte di lavoro mai concretizzate, dalla disoccupazione dei figli, dal carcere per droga e piccolo spaccio. Eppure siamo in uno dei più bei centri storici d’Italia. Un luogo che pullula di gente, che non si sente per niente “periferia”, ma parte integrante della città. Giannino, un ex operaio, ci raggiunge di lì a poco. Anche lui è nato qui. E da dietro il cappellino che porta sempre, ben saldo sulla testa, vediamo la sua fronte corrugarsi preoccupata. Insieme a Francecso e Giannino continua il nostro viaggio, tra i gironi del centro storico. Lontano dal Paradiso apparente di Corso Telesio e piazza Prefettura. Salendo per i vicoli stretti, in via Messer Andrea, troviamo solo l'Inferno. 


La casa di Francesco è un palazzo antico arroccato sulla collina. Da qui si domina il lato Nord della città, da cui il fiume Crati sembra un lungo serpente argentato che si snoda tra la terra battuta e gli edifici sottostanti. Entriamo nel palazzo. Una volta al suo interno ci rendiamo conto che questo posto non è una casa. Già nelle scale ci assale un'aria fetida, mentre scopriamo che i piani superiori sono completamente abbandonati. Ciò che resta delle stanze è un'immensa discarica di oggetti che prima facevano parte della quotidianeità. Ora, questi oggetti, sono solo rifiuti arrugginiti, sventrati dalle intemperie. La stanza da letto ha le pareti incrostate di funghi. Il tetto è completamente crollato. "I vigili del fuoco hanno rattoppato il tetto con un telone di plastica, e mi hanno detto che dovevo lasciare la casa". Francesco ricorda il momento in cui il solaio è venuto giù. Eppure vive ancora qui, mentre sua zia, la moglie e i figli hanno trovato una sistemazione più dignitosa. "Non so dove andare" continua "è dagli anni ottanta che ho fatto domanda di casa popolare ma, ora per un errore burocratico, ora per un altro, non so se riuscirò a ottenere l'assegnazione. I servizi sociali, poi, da queste parti non si vedono per niente".



Lasciamo l'inferno di via Messer Andrea e scendiamo giù, a Lungo Crati. Lì Giannino ci mostra quella che un tempo era la sua casa: un enorme palazzo, imploso nel suo interno, colonne portanti comprese. In piedi è rimasto solo uno scheletro di pareti. Dall'esterno si vedono massi e vetri frantumati, accatastati ai piedi della struttura. Anche Giannino ci racconta di aver fatto la richiesta per la casa popolare. Ma non ha ancora avuto nessuna risposta. A pochi metri da quella che un tempo era la sua abitazione ci sono case abitate, ristrutturate dai proprietari con i sacrifici di una vita.
La signora Addolorata Borrello, vive in via Campagna, a ridosso del palazzo diroccato, e ci racconta anni di proteste presso le istituzioni. "Abbiamo raccolto firme, e chiesto l'intervento dell'amministrazione comunale. E dal sindaco Perugini abbiamo avuto una sola risposta: dovete lasciare le vostre case. L'amministrazione non può intervenire". La signora racconta di quanto le sia costato ristrutturare la casa, con i sacrifici di una vita, risparmiando su ogni centesimo dell' unico stipendio percepito. "Ed ora, a causa di questo palazzo che rischia di crollarci addosso" continua la signora " rischiamo di perdere tutto . A casa lavorava solo mio marito, che per anni ha fatto il boscaiolo". La casa è tutto quello che queste persone hanno. Andare via è fuori discussione.
 L'assessore Marco Ambrogio, con delega alle Attività economiche e produttive, da promuovere anche nel centro storico, chiarisce i dubbi, sostenendo che l'amministrazione comunale "non può intervenire su abitazioni private, che presentano problemi strutturali atavici". In compenso, attualmente, l'amministrazione è impegnata in un progetto di "rivitalizzazione turistico-culturale del centro storico". L'apertura del secondo asilo nido "nel bellissimo chiostro del Convento di Santa Maria delle Vergini", l'arrivo degli studenti dell'Unical a Palazzo Bombini, messo a disposizione degli studenti grazie ad un'iniziativa congiunta di Comune, Aterp e Università della Calabria, ne sono solo un esempio. A breve, infatti, la Proloco aprirà una sede, concessa dal comune, a piazzetta Toscano. Ci sarà finalmente un "punto informazione" per i turisti, si potenzierà la sicurezza dei quartieri del centro storico, così come richiesto dai cittadini, e si tenterà di far ripartire la "movida notturna". Se durante una passeggiata al chiaro di luna, però, un turista, uno studente o un semplice cittadino, viene colpito da un calcinaccio, o un intero palazzo viene giù nel bel mezzo della "movida", c'è da chiedersi in capo a chi stia la responsabilità della mancata messa in sicurezza degli edifici pericolanti. Mentre Cosenza si prepara frenetica all'Expo di Shangai, attraversiamo il Ponte Mancini, anello di congiunzione tra il centro storico e il resto della città. Alle nostre spalle "Cosenza vecchia", immersa nel tramonto, si erge maestosa, come un animale ferito . Francesco e Giannino ci accompagnano nella "città nuova". Hanno trovato alloggio presso l’ex ufficio di collocamento in viale Trieste occupato dal Comitato di Lotta per la casa. Sono stanchi di aspettare l'assegnazione di una casa popolare che "chissà se arriverà". Ad oggi, per loro, la soluzione abitativa proviene dal basso.

Giulia Zanfino
foto © Giulia Zanfino
Mezzoeuro 15/05/2010
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