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Ciao Francé
27 aprile 2011

Francesco Mazzei (foto: Giulia Zanfino)


Francesco non c'è più. E' andato via in silenzio. L'ho saputo per caso, oggi, mentre attraversavo la Cosenza "invisibile". Quella terra di frontiera dove lo hanno trovato domenica, esanime. Del centro storico di Cosenza Francesco conosceva ogni centimetro, perché era nato lì. 30 anni ad aspettare la casa popolare. Trent'anni di opportunità negate e quello sguardo malinconico. Profondo. 
Ciao Francè, ti ricordi quella mattina di maggio? Sulla tua terrazza c'era il sole, anche se nella foto non si vede... Ciao.
Giulia


Cosenza vecchia resiste. Storie dimenticate dal centro storico del Cosentino.
17 maggio 2010


Immagini che sembrano scorrere da una bobina cinematografica del secondo dopoguerra. Palazzi sventrati, appesi a un filo, nel cuore del centro abitato. Ponteggi abbandonati. Pareti grondanti. Storie di vite perdute, narrate da un sottoproletariato urbano che persino il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato. Siamo nel centro storico di Cosenza, in cui pulsa la storia della nostra terra, incastonata tra pietre asimmetrice e mattoni di terra cotta. Un arcipelago di palazzi antichi e lenzuola appese alle finestre, da cui, tra i lunghi cornicioni, si scorgono scorci di cielo. Così "Cosenza vecchia" sovrasta l'intera città, dall' alto della sua decadente bellezza. 
Francesco ha il volto scarno, solcato da qualche ruga. Un ciuffo arruffato caratterizza la sua figura esile. Attraverso il sottile vetro dei suoi occhiali osserva pensoso Santa Lucia, un tempo noto come quartiere delle "lucciole". Un posto in cui si cresce in fretta e si impara subito come si sta al mondo. "Sono nato qui" ci racconta "da una famiglia numerosa. In tutto eravamo sette fratelli". Francesco è cresciuto nelle viscere del centro storico. Ne conosce ogni centimetro. La sua storia sembra rubata da una delle più struggenti pellicole di Pier Paolo Pasolini. Quelle in cui l'intellettuale, scandagliando il mondo primitivo dei sobborghi capitolini, restituiva un posto nella storia al popolo degli esclusi. "Da piccolo facevo qualche lavoretto per le prostitute. Gli andavo a fare la spesa. Così contribuivo al reddito familiare". Poi l'amore, la famiglia e qualche "errore di gioventù". Francesco si racconta, mentre ci accompagna per i vicoli del suo quartiere. E ci rendiamo conto che le vite di alcune persone del centro storico spesso si somigliano. Sono vite segnate da promesse elettorali mai mantenute, da offerte di lavoro mai concretizzate, dalla disoccupazione dei figli, dal carcere per droga e piccolo spaccio. Eppure siamo in uno dei più bei centri storici d’Italia. Un luogo che pullula di gente, che non si sente per niente “periferia”, ma parte integrante della città. Giannino, un ex operaio, ci raggiunge di lì a poco. Anche lui è nato qui. E da dietro il cappellino che porta sempre, ben saldo sulla testa, vediamo la sua fronte corrugarsi preoccupata. Insieme a Francecso e Giannino continua il nostro viaggio, tra i gironi del centro storico. Lontano dal Paradiso apparente di Corso Telesio e piazza Prefettura. Salendo per i vicoli stretti, in via Messer Andrea, troviamo solo l'Inferno. 


La casa di Francesco è un palazzo antico arroccato sulla collina. Da qui si domina il lato nord della città, da cui il fiume Crati sembra un lungo serpente argentato che si snoda tra la terra battuta e gli edifici sottostanti. Entriamo nel palazzo. Una volta al suo interno ci rendiamo conto che questo posto non è una casa. Già nelle scale ci assale un'aria fetida, mentre scopriamo che i piani superiori sono completamente abbandonati. Ciò che resta delle stanze è un'immensa discarica di oggetti che prima facevano parte della quotidianità. Ora, questi oggetti, sono solo rifiuti arrugginiti, sventrati dalle intemperie. La stanza da letto ha le pareti incrostate di funghi. Il tetto è completamente crollato. "I vigili del fuoco hanno rattoppato il tetto con un telone di plastica, e mi hanno detto che dovevo lasciare la casa". Francesco ricorda il momento in cui il solaio è venuto giù. Eppure vive ancora qui, mentre sua zia, la moglie e i figli hanno trovato una sistemazione più dignitosa. "Non so dove andare" continua "è dagli anni ottanta che ho fatto domanda di casa popolare ma, ora per un errore burocratico, ora per un altro, non so se riuscirò a ottenere l'assegnazione. I servizi sociali, poi, da queste parti non si vedono per niente".



Lasciamo l'inferno di via Messer Andrea e scendiamo giù, a Lungo Crati. Lì Giannino ci mostra quella che un tempo era la sua casa: un enorme palazzo, imploso nel suo interno, colonne portanti comprese. In piedi è rimasto solo uno scheletro di pareti. Dall'esterno si vedono massi e vetri frantumati, accatastati ai piedi della struttura. Anche Giannino ci racconta di aver fatto la richiesta per la casa popolare. Ma non ha ancora avuto nessuna risposta. A pochi metri da quella che un tempo era la sua abitazione ci sono case abitate, ristrutturate dai proprietari con i sacrifici di una vita.
La signora Addolorata Borrello, vive in via Campagna, a ridosso del palazzo diroccato, e ci racconta anni di proteste presso le istituzioni. "Abbiamo raccolto firme, e chiesto l'intervento dell'amministrazione comunale. E dal sindaco Perugini abbiamo avuto una sola risposta: dovete lasciare le vostre case. L'amministrazione non può intervenire". La signora racconta di quanto le sia costato ristrutturare la casa, con i sacrifici di una vita, risparmiando su ogni centesimo dell' unico stipendio percepito. "Ed ora, a causa di questo palazzo che rischia di crollarci addosso" continua la signora " rischiamo di perdere tutto . A casa lavorava solo mio marito, che per anni ha fatto il boscaiolo". La casa è tutto quello che queste persone hanno. Andare via è fuori discussione.
 L'assessore Marco Ambrogio, con delega alle Attività economiche e produttive, da promuovere anche nel centro storico, chiarisce i dubbi, sostenendo che l'amministrazione comunale "non può intervenire su abitazioni private, che presentano problemi strutturali atavici". In compenso, attualmente, l'amministrazione è impegnata in un progetto di "rivitalizzazione turistico-culturale del centro storico". L'apertura del secondo asilo nido "nel bellissimo chiostro del Convento di Santa Maria delle Vergini", l'arrivo degli studenti dell'Unical a Palazzo Bombini, messo a disposizione degli studenti grazie ad un'iniziativa congiunta di Comune, Aterp e Università della Calabria, ne sono solo un esempio. A breve, infatti, la Proloco aprirà una sede, concessa dal comune, a piazzetta Toscano. Ci sarà finalmente un "punto informazione" per i turisti, si potenzierà la sicurezza dei quartieri del centro storico, così come richiesto dai cittadini, e si tenterà di far ripartire la "movida notturna". Se durante una passeggiata al chiaro di luna, però, un turista, uno studente o un semplice cittadino, viene colpito da un calcinaccio, o un intero palazzo viene giù nel bel mezzo della "movida", c'è da chiedersi in capo a chi stia la responsabilità della mancata messa in sicurezza degli edifici pericolanti. Mentre Cosenza si prepara frenetica all'Expo di Shangai, attraversiamo il Ponte Mancini, anello di congiunzione tra il centro storico e il resto della città. Alle nostre spalle "Cosenza vecchia", immersa nel tramonto, si erge maestosa, come un animale ferito . Francesco e Giannino ci accompagnano nella "città nuova". Hanno trovato alloggio presso l’ex ufficio di collocamento in viale Trieste occupato dal Comitato di Lotta per la casa. Sono stanchi di aspettare l'assegnazione di una casa popolare che "chissà se arriverà". Ad oggi, per loro, la soluzione abitativa proviene dal basso.

Giulia Zanfino
foto © Giulia Zanfino
Mezzoeuro 15/05/2010





diritti
Ritorno nei sobborghi di Cosenza.
16 giugno 2010


Foto © Giulia Zanfino

C'è un sottile confine che divide la "Cosenza bene", quella dei grattacieli, dei wine bar e dell'Expo di Shangai dal resto della città bruzia. Attraversare ponte Mancini vuol dire varcare quel confine. Da lì in poi ci si ritrova immersi nel centro storico. Quello che anni di opportunità negate hanno trasformato in un mosaico di luci e ombre, dove antichi ruderi, miseria e fatalismo convivono con il sogno accantonato di un "rinascimento" ormai troppo lontano. Qui la presenza di sacche di povertà ed emarginazione sociale è schiacciante. La si percepisce, ma non la si mette subito a fuoco. E' nascosta tra le case centenarie che sovrastano la Valle del Crati, o tra i volti dei migranti, che appaiono fugaci tra i sobborghi della città vecchia, per poi scomparire, inghiottiti dai vicoli stretti. 

Foto © Giulia Zanfino

Addolorata Borrello vive qui, in uno dei palazzi antichi che si affacciano su via Campagna, ed appartiene al folto gruppo di cittadini che denuncia anni di inerzia istituzionale, nei riguardi delle problematiche del quartiere. Mentre fioccano le iniziative di riqualificazione della città vecchia, tra cui la recente inaugurazione del nuovo Auditorium "Antonio Guarasci", le famiglie disagiate del cosentino sono in attesa di un bonus previsto dal comune di Cosenza a sostegno delle situazioni di povertà. Dal mese di febbraio. "Qualche mese fa ho presentato la domanda per ottenere il bonus" afferma la signora Borrello. "Da allora non ho saputo più nulla, e sono ancora in attesa". Il marito della signora Borrello è un boscaiolo in pensione. Quei contributi potrebbero essere utili alla famiglia intera. Dalla segreteria dei Servizi sociali del comune arriva la conferma: l'amministrazione sta valutando le domande. Ne sono arrivate ben duemila. Intanto il tempo scorre. La signara Addolorata ci mostra la situazione di precarietà, in cui si trova la sua abitazione, a pochi metri da un palazzo sventrato, di cui è rimasto solo uno scheletro di pareti, che si erge in pieno centro abitato, senza nressuna messa in sicurezza. Nonostante la raccolta di firme inviata dagli abitanti del quartiere, dalle stanze municipali la risposta è stata netta: "Il sindaco Perugini ci ha detto che dobbiamo andare via da casa, che non si può fare nulla" continua la signora "ma per ristrutturarla abbiamo speso tutti i risparmi di una vita. Noi non ce ne andiamo!". Anche Francesco Mazzei, invalido civile che percepisce una pensione di duecentosessanta euro al mese, è uno dei cittadini del cosentino che vive una situazione abitativa drammatica. "Negli anni ottanta ho fatto la prima domanda per la casa popolare" racconta "e da allora ancora oggi non ho ottenuto risposte". Francesco vive in un palazzo antico dalle pareti marce. Il tetto è venuto giù in seguito all'ondata di maltempo che ha investito l'intera regione. "I vigili del fuoco mi hanno detto che devo lasciare la casa, ma non so dove andare. I servizi sociali poi, chi li vede da queste parti?". Francesco racconta la sua storia, costellata da una serie di "errori di gioventù", come quella di tanti degli abitanti del centro storico di Cosenza. Disoccupazione, piccolo spaccio, sfruttamento e vessazione fanno parte della quotidianeità di questi luoghi. Anche Francesco aspetta di sapere se otterrà il sussidio comunale. La piccola pensione d'invalidità che percepisce, ogni mese, non gli basta per vivere dignitosamente. Intanto continua a vivere tra la casa diroccata di Via Messer Andrea e qualche alloggio di fortuna, nell'attesa di una casa popolare. Un'attesa che dura da trent'anni.

Giulia Zanfino © Copyright Redattore Sociale 04/04/2010

diritti
"Cosenza vecchia resiste". Storie dimenticate dal centro storico del Cosentino.
17 maggio 2010


Immagini che sembrano scorrere da una bobina cinematografica del secondo dopoguerra. Palazzi sventrati, appesi a un filo, nel cuore del centro abitato. Ponteggi abbandonati. Pareti grondanti. Storie di vite perdute, narrate da un sottoproletariato urbano che persino il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato. Siamo nel centro storico di Cosenza, in cui pulsa la storia della nostra terra, incastonata tra pietre asimmetrice e mattoni di terra cotta. Un arcipelago di palazzi antichi e lenzuola appese alle finestre, da cui, tra i lunghi cornicioni, si scorgono scorci di cielo. Così "Cosenza vecchia" sovrasta l'intera città, dall' alto della sua decadente bellezza. 
Francesco ha il volto scarno, solcato da qualche ruga. Un ciuffo arruffato caratterizza la sua figura esile. Attraverso il sottile vetro dei suoi occhiali osserva pensoso Santa Lucia, un tempo noto come quartiere delle "lucciole". Un posto in cui si cresce in fretta e si impara subito come si sta al mondo. "Sono nato qui" ci racconta "da una famiglia numerosa. In tutto eravamo sette fratelli". Francesco è cresciuto nelle viscere del centro storico. Ne conosce ogni centimetro. La sua storia sembra rubata da una delle più struggenti pellicole di Pier Paolo Pasolini. Quelle in cui l'intellettuale, scandagliando il mondo primitivo dei sobborghi capitolini, restituiva un posto nella storia al popolo degli esclusi. "Da piccolo facevo qualche lavoretto per le prostitute. Gli andavo a fare la spesa. Così contribuivo al reddito familiare". Poi l'amore, la famiglia e qualche "errore di gioventù". Francesco si racconta, mentre ci accompagna per i vicoli del suo quartiere. E ci rendiamo conto che le vite di alcune persone del centro storico spesso si somigliano. Sono vite segnate da promesse elettorali mai mantenute, da offerte di lavoro mai concretizzate, dalla disoccupazione dei figli, dal carcere per droga e piccolo spaccio. Eppure siamo in uno dei più bei centri storici d’Italia. Un luogo che pullula di gente, che non si sente per niente “periferia”, ma parte integrante della città. Giannino, un ex operaio, ci raggiunge di lì a poco. Anche lui è nato qui. E da dietro il cappellino che porta sempre, ben saldo sulla testa, vediamo la sua fronte corrugarsi preoccupata. Insieme a Francecso e Giannino continua il nostro viaggio, tra i gironi del centro storico. Lontano dal Paradiso apparente di Corso Telesio e piazza Prefettura. Salendo per i vicoli stretti, in via Messer Andrea, troviamo solo l'Inferno. 


La casa di Francesco è un palazzo antico arroccato sulla collina. Da qui si domina il lato Nord della città, da cui il fiume Crati sembra un lungo serpente argentato che si snoda tra la terra battuta e gli edifici sottostanti. Entriamo nel palazzo. Una volta al suo interno ci rendiamo conto che questo posto non è una casa. Già nelle scale ci assale un'aria fetida, mentre scopriamo che i piani superiori sono completamente abbandonati. Ciò che resta delle stanze è un'immensa discarica di oggetti che prima facevano parte della quotidianeità. Ora, questi oggetti, sono solo rifiuti arrugginiti, sventrati dalle intemperie. La stanza da letto ha le pareti incrostate di funghi. Il tetto è completamente crollato. "I vigili del fuoco hanno rattoppato il tetto con un telone di plastica, e mi hanno detto che dovevo lasciare la casa". Francesco ricorda il momento in cui il solaio è venuto giù. Eppure vive ancora qui, mentre sua zia, la moglie e i figli hanno trovato una sistemazione più dignitosa. "Non so dove andare" continua "è dagli anni ottanta che ho fatto domanda di casa popolare ma, ora per un errore burocratico, ora per un altro, non so se riuscirò a ottenere l'assegnazione. I servizi sociali, poi, da queste parti non si vedono per niente".



Lasciamo l'inferno di via Messer Andrea e scendiamo giù, a Lungo Crati. Lì Giannino ci mostra quella che un tempo era la sua casa: un enorme palazzo, imploso nel suo interno, colonne portanti comprese. In piedi è rimasto solo uno scheletro di pareti. Dall'esterno si vedono massi e vetri frantumati, accatastati ai piedi della struttura. Anche Giannino ci racconta di aver fatto la richiesta per la casa popolare. Ma non ha ancora avuto nessuna risposta. A pochi metri da quella che un tempo era la sua abitazione ci sono case abitate, ristrutturate dai proprietari con i sacrifici di una vita.
La signora Addolorata Borrello, vive in via Campagna, a ridosso del palazzo diroccato, e ci racconta anni di proteste presso le istituzioni. "Abbiamo raccolto firme, e chiesto l'intervento dell'amministrazione comunale. E dal sindaco Perugini abbiamo avuto una sola risposta: dovete lasciare le vostre case. L'amministrazione non può intervenire". La signora racconta di quanto le sia costato ristrutturare la casa, con i sacrifici di una vita, risparmiando su ogni centesimo dell' unico stipendio percepito. "Ed ora, a causa di questo palazzo che rischia di crollarci addosso" continua la signora " rischiamo di perdere tutto . A casa lavorava solo mio marito, che per anni ha fatto il boscaiolo". La casa è tutto quello che queste persone hanno. Andare via è fuori discussione.
 L'assessore Marco Ambrogio, con delega alle Attività economiche e produttive, da promuovere anche nel centro storico, chiarisce i dubbi, sostenendo che l'amministrazione comunale "non può intervenire su abitazioni private, che presentano problemi strutturali atavici". In compenso, attualmente, l'amministrazione è impegnata in un progetto di "rivitalizzazione turistico-culturale del centro storico". L'apertura del secondo asilo nido "nel bellissimo chiostro del Convento di Santa Maria delle Vergini", l'arrivo degli studenti dell'Unical a Palazzo Bombini, messo a disposizione degli studenti grazie ad un'iniziativa congiunta di Comune, Aterp e Università della Calabria, ne sono solo un esempio. A breve, infatti, la Proloco aprirà una sede, concessa dal comune, a piazzetta Toscano. Ci sarà finalmente un "punto informazione" per i turisti, si potenzierà la sicurezza dei quartieri del centro storico, così come richiesto dai cittadini, e si tenterà di far ripartire la "movida notturna". Se durante una passeggiata al chiaro di luna, però, un turista, uno studente o un semplice cittadino, viene colpito da un calcinaccio, o un intero palazzo viene giù nel bel mezzo della "movida", c'è da chiedersi in capo a chi stia la responsabilità della mancata messa in sicurezza degli edifici pericolanti. Mentre Cosenza si prepara frenetica all'Expo di Shangai, attraversiamo il Ponte Mancini, anello di congiunzione tra il centro storico e il resto della città. Alle nostre spalle "Cosenza vecchia", immersa nel tramonto, si erge maestosa, come un animale ferito . Francesco e Giannino ci accompagnano nella "città nuova". Hanno trovato alloggio presso l’ex ufficio di collocamento in viale Trieste occupato dal Comitato di Lotta per la casa. Sono stanchi di aspettare l'assegnazione di una casa popolare che "chissà se arriverà". Ad oggi, per loro, la soluzione abitativa proviene dal basso.

Giulia Zanfino
foto © Giulia Zanfino
Mezzoeuro 15/05/2010
Goodbye Casilino?
14 ottobre 2008

     
                                                          Foto: Giulia Zanfino

La politica italiana sta cambiando, e il campo rom più antico della capitale, di cui non si conosce ancora la sorte, rappresenta un interessante spaccato, capace di offrire vari spunti di riflessione. Gianni Alemanno, sindaco di Roma, come Veltroni prima di lui, tuona da mesi che il campo dev'essere sgomberato al più presto. Curioso che un sindaco di destra ed uno di sinistra siano d'accordo su questioni inerenti le politiche sociali, o sbaglio? L'eurodeputato leghista, Mario Borghezio, afferma che metterà a disposizione il suo fondo europeo per salvare il campo, e quì i ruoli si ribaltano (per quanto poi bisognerà vedere cosa accadrà in concreto, ovviamente)... i Comitati di quartiere chiedono a gran voce la chiusura del campo e le forze di "pseudosinistra" si dividono in chi vuole la chiusura e chi auspica la sua salvezza. Ai rom è stato detto che verrà ripristinata la corrente elettrica e che non ci sarà lo sgombero, i giornalisti scrivono che lo sgombero ci sarà...Intanto, in mezzo a questo grande "valzer tra politici e mass media" ci sono delle persone, che attendono la loro sorte. L'inverno si avvicina e le sorti del campo, così come lo scenario politico italiano, diventano sempre più sfocate. Come l'immagine di un riflesso, dove la realtà si confonde con ciò che l'occhio riesce a vedere.


                                        Foto: Giulia Zanfino

Giulia

POLITICA
Inizia lo sgombero a Casilino 900
10 aprile 2008
 
            
             ( foto Giulia Zanfino )


Da due giorni sono cominciate le prime operazioni di sgombero, a Casilino 900, uno dei campi rom più antichi di Roma. La polizia nega che si tratta di un vero e proprio sgombero. Le associazioni invece temono che quello di questi giorni altro non sia che il preambolo di una fine annunciata. Ieri poche baracche sono state buttate giù dalle ruspe, tra la rabbia e lo sconcerto degli abitanti, molti dei quali con regolare permesso di soggiorno. "Sono scappato da una guerra, e mi ritrovo in un'altra!". Marco è fuggito dal Kosovo nel '91 e da allora vive a Casilino. Ha una moglie e cinque figli e non può più tornare nel suo paese. Come lui decine di profughi kosovari si aggirano per il campo come fantasmi. Fuggiti da un conflitto, si sono lasciati alle spalle una casa ed una vita dignitosa, che un Paese come il nostro non  potrà restituirgli. Resta il fatto che il campo va chiuso, in quanto degradato e fatiscente. Cosa succederà e quale sarà la soluzione alternativa proposta per le più di mille persone che popolano Casilino lo vedremo tra poco più di un mese. 


         
          ( foto Giulia Zanfino )

Giulia
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