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EMERGENZA CASA A COSENZA. VIAGGIO TRA CENTRO STORICO E VIA DEGLI STADI.
11 maggio 2011
Palazzo Campanella (CS)

La casa è un sogno. Ma in certi luoghi non riesci neanche più a sognare. Perché resta solo la rabbia, che esplode davanti alla miseria dei senza casa di Cosenza, quando si scontra con interi edifici ristrutturati e sigillati. Palazzi tirati a lucido e abbandonati per anni, nel cuore della città vecchia, che oggi sono immersi nella polvere e nella penombra. Così, dopo anni di attesa della casa popolare, dopo anni che vivi in macchina o in una casa pericolante perché hai perso il lavoro, dopo anni di segnalazioni alle istituzioni che non rispondono concretamente, decidi che la soluzione deve partire da te. Trattieni il respiro, forzi la serratura di uno di quei palazzoni sigillati e varchi la soglia di quel posto chiamato "casa". 


I bambini dell'occupazione

Di storie di intere famiglie senza casa la città di Telesio è piena. E se giri per i vicoli stretti del centro storico fai presto a capire il perché. Alcuni palazzi della città vecchia sono scheletri di pareti. Edifici pericolanti che i proprietari non possono ristrutturare. Case diroccate occupate da giovani senza lavoro, che un tetto forse non lo hanno mai avuto. Antonello fino a ieri dormiva in macchina. E' andata così per sei mesi. Con lui per strada dormivano anche sua moglie e la figlia di tredici anni. Ma la figlia, spesso, fortunatamente andava anche a dormire dalla nonna. "Avevo fatto presente la mia situazione al sindaco e agli assessori comunali, mi hanno detto che mi avrebbero aiutato, ma intanto ho trascorso sei mesi in strada. Ma come si fa a stare in strada con una figlia di 13 anni?". 


L'interno del palazzo, ristrutturato e sigillato da anni

Antonello si racconta un po'. La sua frustrazione è disarmante. Se lo guardi dritto negli occhi, da quello sguardo stanco, trapela tutta l'umiliazione di un padre che non può garantire un tetto ai figli, dopo una vita passata a fare l'imbianchino e il muratore. Ma l'umiliazione dovrebbe essere di chi tiene in mano le chiavi di questi palazzoni ristrutturati e permette che un'intera famiglia dorma in macchina, con una figlia tredicenne, per sei lunghi mesi. Antonello è finito in strada perché un anno e mezzo fa ha avuto un infarto, in una terra dove se ti ammali e non puoi lavorare, sei un uomo finito. Ma perdere il lavoro non basta. Dopo arrivano i tagli ai sussidi per l'affitto, ridotti al 20%. Così un' intera famiglia si è ritrovata a dormire in strada. E dopo il gelido inverno trascorso tra le lamiere della sua automobile Antonello ha deciso di smettere di chiedere "educatamente" aiuto alle istituzioni, che negano l'esistenza di edifici pubblici disponibili per far fronte a situazioni di emergenza. 


Antonello

Così, grazie ai ragazzi del comitato "Prendocasa", ha scoperto che nel centro storico, a pochi passi dalla traversa dove ha dormito per mesi al freddo, c'è un palazzo ristrutturato e sigillato. E insieme ad altre 8 famiglie ha deciso di partecipare all'occupazione di palazzo Cosentini che già da stamane era costellato dall'eco delle voci dei bambini, una decina, che i genitori hanno portato nella loro nuova casa. Palazzo Cosentini è un edificio dell'ATERP che sembra fosse stato assegnato all'Unical, insieme ad altri sei della città vecchia, dopo essere stato ristrutturato con fondi pubblici. Invece eccolo qui, immerso nel limbo dell'attesa per anni. Un destino che accomuna parecchi edifici del Cosentino. Troppi. C'è da chiedersi, dunque, chi abbia un interesse speculativo rispetto a tutta questa storia, che sembra piuttosto torbida.


Via degli Stadi (CS)

Il comitato "Prendocasa" nel suo comunicato stampa sottolinea che le assegnazioni di questi palazzi "continuano a reggersi sul vecchio disegno, ormai fallito, di portare una facoltà universitaria a Cosenza. Basti pensare alla capacità effettiva di Palazzo Bombini, che potrebbe tranquillamente soddisfare il bisogno di 13-14 famiglie, mentre attualmente ospita solo una decina di ricercatori. Otto famiglie accomunate dalla medesima condizione di precarietà abitativa, conseguenza diretta della precarietà economica, che vivono in case pericolanti, in emergenza abitativa, con sfratti esecutivi o in pochi metri quadri fatiscenti da dover condividere con altri nuclei familiari non possono più sottostare a questo come a tanti altri ricatti. Prendocasa ha costruito un percorso reale di riappropriazione dal basso dei bisogni negati". 


Via degli Stadi (CS)

Lasciamo il centro storico e ci rechiamo in Via degli Stadi. Periferia grigia dell'edilizia residenziale pubblica. Una lunga foresta in cemento armato. Su ogni edificio campeggiano slogan enfatici da cui trapela la rabbia e la solitudine di chi ci vive. A Via degli Stadi ci andiamo con Francesca Gabriele, mentre volti curiosi sbirciano dalle finestre e qualche portone si schiude. Anche qui i sogni non arrivano. L'unico punto d'incontro è il bar "Rossoblu", tappezzato da immagini che inneggiano al "Cosenza Calcio", una fede. O qualcosa a cui aggrapparsi per guardare oltre le pareti in cemento armato che ci sovrastano. Un gruppo di giovani sta davanti al bar. Ci soffermiamo a parlare con loro, gli chiediamo cosa vorrebbero nel loro quartiere, cosa manca. "Soldi, lavoro", sono le risposte che vanno per la maggiore. Ma anche non essere stigmatizzati come quelli di Via degli Stadi, che rubano le macchine, che spacciano. "Quelli di Rende hanno tutto e nessuno gli dice nulla. Noi invece siamo visti come i delinquenti!" A. ha gli occhi chiari, sogna di diventare ragioniere e di fare un viaggio a Parigi. "Se cerchi lavoro e dici che sei di Via degli Stadi la gente non ti assume" aggiunge, con un velo di amarezza che poi tenta di dissimulare scherzandoci su. Ma c'è poco da scherzare a Via degli Stadi. Di notte branchi di cani randagi girano per i palazzi e uscire da soli è un'impresa, ma nonostante le segnalazioni nessuno ha risolto il problema. 


Chiarina Magnelli, Via degli Stadi

La signora Chiarina Magnelli ha 82 anni e vive in Via degli Stadi dal 1994. Ci invita nella sua casa. Le pareti del palazzone sono marce, le mura della sua abitazione sono segnate da crepe e umidità. Lei l'affitto della casa popolare non lo paga più perché nessuno riesce a risolvere il problema dell'umidità che impregna le mura della sua casa. "Per ristrutturare il palazzo ci vogliono 20.000 euro a persona, ma qui la gente i soldi non li ha. Quindi i palazzi restano fatiscenti e continuano a degradarsi". Salutiamo la signora Chiarina e lasciamo Via degli Stadi. Un perimetro grigio che uccide la voglia di sognare.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 

Foto: copyright Giulia Zanfino

Ciao Francé
27 aprile 2011

Francesco Mazzei (foto: Giulia Zanfino)


Francesco non c'è più. E' andato via in silenzio. L'ho saputo per caso, oggi, mentre attraversavo la Cosenza "invisibile". Quella terra di frontiera dove lo hanno trovato domenica, esanime. Del centro storico di Cosenza Francesco conosceva ogni centimetro, perché era nato lì. 30 anni ad aspettare la casa popolare. Trent'anni di opportunità negate e quello sguardo malinconico. Profondo. 
Ciao Francè, ti ricordi quella mattina di maggio? Sulla tua terrazza c'era il sole, anche se nella foto non si vede... Ciao.
Giulia


Cosenza vecchia resiste. Storie dimenticate dal centro storico del Cosentino.
17 maggio 2010


Immagini che sembrano scorrere da una bobina cinematografica del secondo dopoguerra. Palazzi sventrati, appesi a un filo, nel cuore del centro abitato. Ponteggi abbandonati. Pareti grondanti. Storie di vite perdute, narrate da un sottoproletariato urbano che persino il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato. Siamo nel centro storico di Cosenza, in cui pulsa la storia della nostra terra, incastonata tra pietre asimmetrice e mattoni di terra cotta. Un arcipelago di palazzi antichi e lenzuola appese alle finestre, da cui, tra i lunghi cornicioni, si scorgono scorci di cielo. Così "Cosenza vecchia" sovrasta l'intera città, dall' alto della sua decadente bellezza. 
Francesco ha il volto scarno, solcato da qualche ruga. Un ciuffo arruffato caratterizza la sua figura esile. Attraverso il sottile vetro dei suoi occhiali osserva pensoso Santa Lucia, un tempo noto come quartiere delle "lucciole". Un posto in cui si cresce in fretta e si impara subito come si sta al mondo. "Sono nato qui" ci racconta "da una famiglia numerosa. In tutto eravamo sette fratelli". Francesco è cresciuto nelle viscere del centro storico. Ne conosce ogni centimetro. La sua storia sembra rubata da una delle più struggenti pellicole di Pier Paolo Pasolini. Quelle in cui l'intellettuale, scandagliando il mondo primitivo dei sobborghi capitolini, restituiva un posto nella storia al popolo degli esclusi. "Da piccolo facevo qualche lavoretto per le prostitute. Gli andavo a fare la spesa. Così contribuivo al reddito familiare". Poi l'amore, la famiglia e qualche "errore di gioventù". Francesco si racconta, mentre ci accompagna per i vicoli del suo quartiere. E ci rendiamo conto che le vite di alcune persone del centro storico spesso si somigliano. Sono vite segnate da promesse elettorali mai mantenute, da offerte di lavoro mai concretizzate, dalla disoccupazione dei figli, dal carcere per droga e piccolo spaccio. Eppure siamo in uno dei più bei centri storici d’Italia. Un luogo che pullula di gente, che non si sente per niente “periferia”, ma parte integrante della città. Giannino, un ex operaio, ci raggiunge di lì a poco. Anche lui è nato qui. E da dietro il cappellino che porta sempre, ben saldo sulla testa, vediamo la sua fronte corrugarsi preoccupata. Insieme a Francecso e Giannino continua il nostro viaggio, tra i gironi del centro storico. Lontano dal Paradiso apparente di Corso Telesio e piazza Prefettura. Salendo per i vicoli stretti, in via Messer Andrea, troviamo solo l'Inferno. 


La casa di Francesco è un palazzo antico arroccato sulla collina. Da qui si domina il lato nord della città, da cui il fiume Crati sembra un lungo serpente argentato che si snoda tra la terra battuta e gli edifici sottostanti. Entriamo nel palazzo. Una volta al suo interno ci rendiamo conto che questo posto non è una casa. Già nelle scale ci assale un'aria fetida, mentre scopriamo che i piani superiori sono completamente abbandonati. Ciò che resta delle stanze è un'immensa discarica di oggetti che prima facevano parte della quotidianità. Ora, questi oggetti, sono solo rifiuti arrugginiti, sventrati dalle intemperie. La stanza da letto ha le pareti incrostate di funghi. Il tetto è completamente crollato. "I vigili del fuoco hanno rattoppato il tetto con un telone di plastica, e mi hanno detto che dovevo lasciare la casa". Francesco ricorda il momento in cui il solaio è venuto giù. Eppure vive ancora qui, mentre sua zia, la moglie e i figli hanno trovato una sistemazione più dignitosa. "Non so dove andare" continua "è dagli anni ottanta che ho fatto domanda di casa popolare ma, ora per un errore burocratico, ora per un altro, non so se riuscirò a ottenere l'assegnazione. I servizi sociali, poi, da queste parti non si vedono per niente".



Lasciamo l'inferno di via Messer Andrea e scendiamo giù, a Lungo Crati. Lì Giannino ci mostra quella che un tempo era la sua casa: un enorme palazzo, imploso nel suo interno, colonne portanti comprese. In piedi è rimasto solo uno scheletro di pareti. Dall'esterno si vedono massi e vetri frantumati, accatastati ai piedi della struttura. Anche Giannino ci racconta di aver fatto la richiesta per la casa popolare. Ma non ha ancora avuto nessuna risposta. A pochi metri da quella che un tempo era la sua abitazione ci sono case abitate, ristrutturate dai proprietari con i sacrifici di una vita.
La signora Addolorata Borrello, vive in via Campagna, a ridosso del palazzo diroccato, e ci racconta anni di proteste presso le istituzioni. "Abbiamo raccolto firme, e chiesto l'intervento dell'amministrazione comunale. E dal sindaco Perugini abbiamo avuto una sola risposta: dovete lasciare le vostre case. L'amministrazione non può intervenire". La signora racconta di quanto le sia costato ristrutturare la casa, con i sacrifici di una vita, risparmiando su ogni centesimo dell' unico stipendio percepito. "Ed ora, a causa di questo palazzo che rischia di crollarci addosso" continua la signora " rischiamo di perdere tutto . A casa lavorava solo mio marito, che per anni ha fatto il boscaiolo". La casa è tutto quello che queste persone hanno. Andare via è fuori discussione.
 L'assessore Marco Ambrogio, con delega alle Attività economiche e produttive, da promuovere anche nel centro storico, chiarisce i dubbi, sostenendo che l'amministrazione comunale "non può intervenire su abitazioni private, che presentano problemi strutturali atavici". In compenso, attualmente, l'amministrazione è impegnata in un progetto di "rivitalizzazione turistico-culturale del centro storico". L'apertura del secondo asilo nido "nel bellissimo chiostro del Convento di Santa Maria delle Vergini", l'arrivo degli studenti dell'Unical a Palazzo Bombini, messo a disposizione degli studenti grazie ad un'iniziativa congiunta di Comune, Aterp e Università della Calabria, ne sono solo un esempio. A breve, infatti, la Proloco aprirà una sede, concessa dal comune, a piazzetta Toscano. Ci sarà finalmente un "punto informazione" per i turisti, si potenzierà la sicurezza dei quartieri del centro storico, così come richiesto dai cittadini, e si tenterà di far ripartire la "movida notturna". Se durante una passeggiata al chiaro di luna, però, un turista, uno studente o un semplice cittadino, viene colpito da un calcinaccio, o un intero palazzo viene giù nel bel mezzo della "movida", c'è da chiedersi in capo a chi stia la responsabilità della mancata messa in sicurezza degli edifici pericolanti. Mentre Cosenza si prepara frenetica all'Expo di Shangai, attraversiamo il Ponte Mancini, anello di congiunzione tra il centro storico e il resto della città. Alle nostre spalle "Cosenza vecchia", immersa nel tramonto, si erge maestosa, come un animale ferito . Francesco e Giannino ci accompagnano nella "città nuova". Hanno trovato alloggio presso l’ex ufficio di collocamento in viale Trieste occupato dal Comitato di Lotta per la casa. Sono stanchi di aspettare l'assegnazione di una casa popolare che "chissà se arriverà". Ad oggi, per loro, la soluzione abitativa proviene dal basso.

Giulia Zanfino
foto © Giulia Zanfino
Mezzoeuro 15/05/2010





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I ragazzi di strada di Cosenza. Storie di vite ai margini.
19 aprile 2011

11 anni fa ho fatto le valigie, sono salita su un aereo e ho sorvolato l'Oceano, per raccontare i "meninos de rua" brasiliani. Oggi che sono tornata a casa, vi racconto i ragazzi di strada di Cosenza. Non lo avrei creduto possibile, eppure è così...


Rialzo, Via Popilia (CS) - Foto Giulia Zanfino

Lo chiameremo G. 17 anni di vita vissuti nelle viscere del centro storico di Cosenza, passati tra l'istituto, qualche garage occupato e la strada. A guardarlo in faccia non lo diresti, però. I segni che porta addosso sono invisibili. Come i ragazzi di strada di Cosenza. Loro non li vedi. Non sono come i "meninos de rua" di Rio, che camminano spavaldi, in branco, sui marciapiedi che costeggiano il Copacabana Palace, quasi a voler sfidare quel sistema che li tiene ai margini. I ragazzi di strada di Cosenza, no. La Cosenza delle hogan tappezzate di strass, delle vetrine tirate a lucido, delle passerelle elettorali appassionate, non li vede nemmeno. Ma ad annientarli non è l'indifferenza. E' la solitudine. G. è stato abbandonato dai genitori all'età di cinque anni. Ci racconta la sua storia sotto un cielo di piombo, che ci sovrasta. Tutto comincia quando la madre, infermiera in un ospedale del cosentino, si innamora di un uomo, proprietario di una ditta boschiva a San Giovanni in Fiore. E quest'uomo non lo vuole tra i piedi. Così, a soli cinque anni, G. viene abbandonato dalla madre. Ad accoglierlo, da subito, è la nonna. Affettuosa, materna. Per il bambino è l'unico riferimento rimasto, ultimo frammento affettivo della sua esistenza. Ma la madre non ci sta, e per qualche ragione, tutta da decifrare, costringe la nonna ad affidare G. alla casa famiglia per minori "Sacri Cuori". Poi è la volta del convitto nazionale. Scopriamo che questo giovane ragazzo ha una sorella, che oggi ha 22 anni. Ce lo racconta a denti stretti. Ci dice che anche lei è stata abbandonata dalla madre, e si è sposata giovanissima. Forse per amore, oppure per sfuggire alla strada. Perché quando sei solo al mondo, prima o poi, con la strada devi farci i conti. Per un po' G. è vissuto da lei. Ma suo marito non lo voleva tra i piedi. Una storia dolorosa, che si ripete. Nessuno vuole prendersi cura di lui, così G. finisce per strada. 



Sgombero dei "senza casa" a Cosenza (Foto: G.Z.)

All'inizio cerca un posto dove stare e, insieme a un amico, trova un garage abbandonato, nel cuore del centro storico di Cosenza. Per ben tre anni vive lì. "C'era tutto il necessario" ci racconta, mentre accarezza il cane che gli scodinzola intorno, e si asciuga dalla fronte qualche timida goccia di pioggia. Lo osserviamo abbozzare un sorriso di circostanza, quasi a nascondere l'imbarazzo di mettersi a nudo e raccontare la sua solitudine. Nella sua voce vibra la traccia di una sofferenza troppo profonda per la sua giovane età. G. abbassa lo sguardo, come se la sua condizione sia una colpa o una sorta di pena da espiare. "La cosa che mi fa più male è vedere mia madre. A volte mi chiama di nascosto, per sapere come sto. Ma non basta, mi sento solo al mondo e quando vedo gli altri ragazzi con le loro famiglie affettuose, il dolore diventa insopportabile". G. continua la sua storia. 3 anni nel garage occupato, l'abbandono della scuola, poi il ritorno della proprietaria. "Quando quella povera vecchietta (la padrona del garage, ndr.) è tornata, le è preso un colpo", continua. La sua storia, intrisa di amarezza, sembra scorrere da una bobina cinematografica di Pier Paolo Pasolini e riecheggia uno scenario miserabile. Inconcepibile nella Cosenza del postmodernismo tecnologico. Ma dal ventre della città di Telesio, dotta e sofisticata, gli invisibili non emergono mai. Se non ti interroghi e non li cerchi non ti imbatti nelle loro storie, perché non puoi immaginare questo mondo sommerso, capace di svanire all'improvviso, inghiottito dai vicoli stretti del centro storico.



Rialzo, Via Popilia (Foto: G.Z.)

Oggi G. vive al Rialzo, il centro sociale occupato da un gruppo di giovani attivisti di Cosenza. Un enorme schiera di palazzi che corre nel cuore di Via Popilia. Qui un'intera comunità somala ha trovato rifugio. G. è l'unico italiano, minorenne, che dorme nel palazzo. "Divido la mia stanza con chi capita, qui con questi ragazzi sto bene", ci racconta. Le sue parole sono uno schiaffo all'efficienza dei servizi sociali cosentini, incapaci di prendersi cura di questo minore abbandonato, che ci racconta com'è arrivato al Rialzo. "Ero rimasto di nuovo per strada e non sapevo dove andare. Ero disperato. Sono stato sei giorni senza dormire, a vagare tutte le notti per la città. Per lavarmi andavo di nascosto a casa di un amico, quando i suoi genitori non c'erano. Poi ho incontrato Gaetano, è stato lui a trovarmi questo posto dove stare". Gaetano è un giovane attivista del centro sociale, che da anni si prodiga per aiutare le persone bisognose. Appena ha scoperto le condizioni in cui viveva G. si è fatto in quattro per trovargli una sistemazione temporanea. Come mai G. non si sia rivolto ai servizi sociali e come mai nessuno si chieda cosa ci fa per strada un minore, nella Cosenza dell'Expo di Shangai, è assurdo persino chiederselo. Ci domandiamo chi dovrebbe seguire, a oggi, il caso di G.? "L'assistente sociale che si occupava di me è la signora Miceli" ci dice il ragazzo. "Ma io ormai sono abituato alla strada, se mi chiudono da qualche parte non ci sto!", aggiunge nervosamente. Proviamo a contattare l' assistente sociale Daniela Miceli. Il numero squilla a vuoto. G. ci osserva pensoso poi ci saluta: "Non tornerete, mi dimenticherete in fretta". Ma noi non dimentichiamo. Torneremo. Salutiamo G. mentre dal cielo di piombo ci sorprende un acquazzone.

Giulia Zanfino - Mezzoeuro

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Ritorno nei sobborghi di Cosenza.
16 giugno 2010


Foto © Giulia Zanfino

C'è un sottile confine che divide la "Cosenza bene", quella dei grattacieli, dei wine bar e dell'Expo di Shangai dal resto della città bruzia. Attraversare ponte Mancini vuol dire varcare quel confine. Da lì in poi ci si ritrova immersi nel centro storico. Quello che anni di opportunità negate hanno trasformato in un mosaico di luci e ombre, dove antichi ruderi, miseria e fatalismo convivono con il sogno accantonato di un "rinascimento" ormai troppo lontano. Qui la presenza di sacche di povertà ed emarginazione sociale è schiacciante. La si percepisce, ma non la si mette subito a fuoco. E' nascosta tra le case centenarie che sovrastano la Valle del Crati, o tra i volti dei migranti, che appaiono fugaci tra i sobborghi della città vecchia, per poi scomparire, inghiottiti dai vicoli stretti. 

Foto © Giulia Zanfino

Addolorata Borrello vive qui, in uno dei palazzi antichi che si affacciano su via Campagna, ed appartiene al folto gruppo di cittadini che denuncia anni di inerzia istituzionale, nei riguardi delle problematiche del quartiere. Mentre fioccano le iniziative di riqualificazione della città vecchia, tra cui la recente inaugurazione del nuovo Auditorium "Antonio Guarasci", le famiglie disagiate del cosentino sono in attesa di un bonus previsto dal comune di Cosenza a sostegno delle situazioni di povertà. Dal mese di febbraio. "Qualche mese fa ho presentato la domanda per ottenere il bonus" afferma la signora Borrello. "Da allora non ho saputo più nulla, e sono ancora in attesa". Il marito della signora Borrello è un boscaiolo in pensione. Quei contributi potrebbero essere utili alla famiglia intera. Dalla segreteria dei Servizi sociali del comune arriva la conferma: l'amministrazione sta valutando le domande. Ne sono arrivate ben duemila. Intanto il tempo scorre. La signara Addolorata ci mostra la situazione di precarietà, in cui si trova la sua abitazione, a pochi metri da un palazzo sventrato, di cui è rimasto solo uno scheletro di pareti, che si erge in pieno centro abitato, senza nressuna messa in sicurezza. Nonostante la raccolta di firme inviata dagli abitanti del quartiere, dalle stanze municipali la risposta è stata netta: "Il sindaco Perugini ci ha detto che dobbiamo andare via da casa, che non si può fare nulla" continua la signora "ma per ristrutturarla abbiamo speso tutti i risparmi di una vita. Noi non ce ne andiamo!". Anche Francesco Mazzei, invalido civile che percepisce una pensione di duecentosessanta euro al mese, è uno dei cittadini del cosentino che vive una situazione abitativa drammatica. "Negli anni ottanta ho fatto la prima domanda per la casa popolare" racconta "e da allora ancora oggi non ho ottenuto risposte". Francesco vive in un palazzo antico dalle pareti marce. Il tetto è venuto giù in seguito all'ondata di maltempo che ha investito l'intera regione. "I vigili del fuoco mi hanno detto che devo lasciare la casa, ma non so dove andare. I servizi sociali poi, chi li vede da queste parti?". Francesco racconta la sua storia, costellata da una serie di "errori di gioventù", come quella di tanti degli abitanti del centro storico di Cosenza. Disoccupazione, piccolo spaccio, sfruttamento e vessazione fanno parte della quotidianeità di questi luoghi. Anche Francesco aspetta di sapere se otterrà il sussidio comunale. La piccola pensione d'invalidità che percepisce, ogni mese, non gli basta per vivere dignitosamente. Intanto continua a vivere tra la casa diroccata di Via Messer Andrea e qualche alloggio di fortuna, nell'attesa di una casa popolare. Un'attesa che dura da trent'anni.

Giulia Zanfino © Copyright Redattore Sociale 04/04/2010

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"Cosenza vecchia resiste". Storie dimenticate dal centro storico del Cosentino.
17 maggio 2010


Immagini che sembrano scorrere da una bobina cinematografica del secondo dopoguerra. Palazzi sventrati, appesi a un filo, nel cuore del centro abitato. Ponteggi abbandonati. Pareti grondanti. Storie di vite perdute, narrate da un sottoproletariato urbano che persino il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato. Siamo nel centro storico di Cosenza, in cui pulsa la storia della nostra terra, incastonata tra pietre asimmetrice e mattoni di terra cotta. Un arcipelago di palazzi antichi e lenzuola appese alle finestre, da cui, tra i lunghi cornicioni, si scorgono scorci di cielo. Così "Cosenza vecchia" sovrasta l'intera città, dall' alto della sua decadente bellezza. 
Francesco ha il volto scarno, solcato da qualche ruga. Un ciuffo arruffato caratterizza la sua figura esile. Attraverso il sottile vetro dei suoi occhiali osserva pensoso Santa Lucia, un tempo noto come quartiere delle "lucciole". Un posto in cui si cresce in fretta e si impara subito come si sta al mondo. "Sono nato qui" ci racconta "da una famiglia numerosa. In tutto eravamo sette fratelli". Francesco è cresciuto nelle viscere del centro storico. Ne conosce ogni centimetro. La sua storia sembra rubata da una delle più struggenti pellicole di Pier Paolo Pasolini. Quelle in cui l'intellettuale, scandagliando il mondo primitivo dei sobborghi capitolini, restituiva un posto nella storia al popolo degli esclusi. "Da piccolo facevo qualche lavoretto per le prostitute. Gli andavo a fare la spesa. Così contribuivo al reddito familiare". Poi l'amore, la famiglia e qualche "errore di gioventù". Francesco si racconta, mentre ci accompagna per i vicoli del suo quartiere. E ci rendiamo conto che le vite di alcune persone del centro storico spesso si somigliano. Sono vite segnate da promesse elettorali mai mantenute, da offerte di lavoro mai concretizzate, dalla disoccupazione dei figli, dal carcere per droga e piccolo spaccio. Eppure siamo in uno dei più bei centri storici d’Italia. Un luogo che pullula di gente, che non si sente per niente “periferia”, ma parte integrante della città. Giannino, un ex operaio, ci raggiunge di lì a poco. Anche lui è nato qui. E da dietro il cappellino che porta sempre, ben saldo sulla testa, vediamo la sua fronte corrugarsi preoccupata. Insieme a Francecso e Giannino continua il nostro viaggio, tra i gironi del centro storico. Lontano dal Paradiso apparente di Corso Telesio e piazza Prefettura. Salendo per i vicoli stretti, in via Messer Andrea, troviamo solo l'Inferno. 


La casa di Francesco è un palazzo antico arroccato sulla collina. Da qui si domina il lato Nord della città, da cui il fiume Crati sembra un lungo serpente argentato che si snoda tra la terra battuta e gli edifici sottostanti. Entriamo nel palazzo. Una volta al suo interno ci rendiamo conto che questo posto non è una casa. Già nelle scale ci assale un'aria fetida, mentre scopriamo che i piani superiori sono completamente abbandonati. Ciò che resta delle stanze è un'immensa discarica di oggetti che prima facevano parte della quotidianeità. Ora, questi oggetti, sono solo rifiuti arrugginiti, sventrati dalle intemperie. La stanza da letto ha le pareti incrostate di funghi. Il tetto è completamente crollato. "I vigili del fuoco hanno rattoppato il tetto con un telone di plastica, e mi hanno detto che dovevo lasciare la casa". Francesco ricorda il momento in cui il solaio è venuto giù. Eppure vive ancora qui, mentre sua zia, la moglie e i figli hanno trovato una sistemazione più dignitosa. "Non so dove andare" continua "è dagli anni ottanta che ho fatto domanda di casa popolare ma, ora per un errore burocratico, ora per un altro, non so se riuscirò a ottenere l'assegnazione. I servizi sociali, poi, da queste parti non si vedono per niente".



Lasciamo l'inferno di via Messer Andrea e scendiamo giù, a Lungo Crati. Lì Giannino ci mostra quella che un tempo era la sua casa: un enorme palazzo, imploso nel suo interno, colonne portanti comprese. In piedi è rimasto solo uno scheletro di pareti. Dall'esterno si vedono massi e vetri frantumati, accatastati ai piedi della struttura. Anche Giannino ci racconta di aver fatto la richiesta per la casa popolare. Ma non ha ancora avuto nessuna risposta. A pochi metri da quella che un tempo era la sua abitazione ci sono case abitate, ristrutturate dai proprietari con i sacrifici di una vita.
La signora Addolorata Borrello, vive in via Campagna, a ridosso del palazzo diroccato, e ci racconta anni di proteste presso le istituzioni. "Abbiamo raccolto firme, e chiesto l'intervento dell'amministrazione comunale. E dal sindaco Perugini abbiamo avuto una sola risposta: dovete lasciare le vostre case. L'amministrazione non può intervenire". La signora racconta di quanto le sia costato ristrutturare la casa, con i sacrifici di una vita, risparmiando su ogni centesimo dell' unico stipendio percepito. "Ed ora, a causa di questo palazzo che rischia di crollarci addosso" continua la signora " rischiamo di perdere tutto . A casa lavorava solo mio marito, che per anni ha fatto il boscaiolo". La casa è tutto quello che queste persone hanno. Andare via è fuori discussione.
 L'assessore Marco Ambrogio, con delega alle Attività economiche e produttive, da promuovere anche nel centro storico, chiarisce i dubbi, sostenendo che l'amministrazione comunale "non può intervenire su abitazioni private, che presentano problemi strutturali atavici". In compenso, attualmente, l'amministrazione è impegnata in un progetto di "rivitalizzazione turistico-culturale del centro storico". L'apertura del secondo asilo nido "nel bellissimo chiostro del Convento di Santa Maria delle Vergini", l'arrivo degli studenti dell'Unical a Palazzo Bombini, messo a disposizione degli studenti grazie ad un'iniziativa congiunta di Comune, Aterp e Università della Calabria, ne sono solo un esempio. A breve, infatti, la Proloco aprirà una sede, concessa dal comune, a piazzetta Toscano. Ci sarà finalmente un "punto informazione" per i turisti, si potenzierà la sicurezza dei quartieri del centro storico, così come richiesto dai cittadini, e si tenterà di far ripartire la "movida notturna". Se durante una passeggiata al chiaro di luna, però, un turista, uno studente o un semplice cittadino, viene colpito da un calcinaccio, o un intero palazzo viene giù nel bel mezzo della "movida", c'è da chiedersi in capo a chi stia la responsabilità della mancata messa in sicurezza degli edifici pericolanti. Mentre Cosenza si prepara frenetica all'Expo di Shangai, attraversiamo il Ponte Mancini, anello di congiunzione tra il centro storico e il resto della città. Alle nostre spalle "Cosenza vecchia", immersa nel tramonto, si erge maestosa, come un animale ferito . Francesco e Giannino ci accompagnano nella "città nuova". Hanno trovato alloggio presso l’ex ufficio di collocamento in viale Trieste occupato dal Comitato di Lotta per la casa. Sono stanchi di aspettare l'assegnazione di una casa popolare che "chissà se arriverà". Ad oggi, per loro, la soluzione abitativa proviene dal basso.

Giulia Zanfino
foto © Giulia Zanfino
Mezzoeuro 15/05/2010
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Sanità, terra di confine. Viaggio tra i reparti interrotti di Cosenza.
8 maggio 2010


In Calabria la sanità è terra di confine. E' un salto senza rete di protezione. Un settore in cui girano capitali astronomici, spesso ingurgitati in un sistema improntato alla malagestione. Su cui pende minacciosa la sciabola del commissariamento. In queste terre quando ti ammali devi scegliere se curarti al Nord, o dimenarti tra le maglie del sistema sanitario regionale. Facendo i conti con tutti i suoi limiti. Quotidianamente.
L'ospedale "Annunziata" di Cosenza è un gigante bianco. Un' imponente struttura, il cui cuore, nato nel 1939, sorge poco lontano dal centro cittadino. Tristemente noto per i recenti fatti di cronaca nera, che hanno visto protagonista Angela, una bambina cinese deceduta nel reparto di pediatria in circostanze tutte da accertare, questo ospedale è il centro vitale del sistema sanitario provinciale. Dal duemilacinque, infatti, gode di un' unità operativa di Ematologia, nata per essere l'"eccellenza" della sanità del cosentino. Da allora i pazienti ematologici che vivono su questo territorio hanno un riferimento. E possono scegliere tra la migrazione extraregionale e la cura sul proprio territorio, superando la necessità di recarsi nel centro di Catanzaro o quello di Reggio Calabria. Da più di due anni questa unità ha trovato sede nei nuovi locali. E qui, quello che per il dottor Morabito, dirigente del reparto, dovrebbe essere "il fiore all'occhiello" dell'ematologia meridionale, si consuma tra splendore e contraddizioni. Se si passeggia per il secondo piano di questa struttura, infatti, si finisce in un corridoio che di colpo si interrompe. Da qui si scorge una parte dell'intero piano. Immersa nel limbo dell'attesa, da più di due anni. Dagli spessi vetri dei portelloni, che dividono questa zona dal resto del reparto, si intravede un lungo corridoio vuoto. Sulle pareti laterali si susseguono una serie di porte chiuse. Intorno, gli spessi vetri, sono rattoppati con carte di giornale. Accanto: una stanza immersa nel disordine e nell'abbandono. E' il reparto di degenza ordinaria dell'Unità Operativa di Ematologia, anello mancante che "completerebbe il percorso assistenziale del paziente ematologico". Un fiume di soldi investiti per la costruzione, che stanno li, cristallizzati nell'attesa tra le pareti vuote e i lunghi corridoi. Senza l'apertura di questo reparto, se hai il cancro, per fare la chemio, devi viaggiare. Talvolta per centinaia di chilometri. Poco importa quale sia la tua condizione. Oppure puoi trovare una sistemazione nel Dipartimento di Medicina. Mentre le stanze preposte all'accoglienza del paziente ematologico restano vuote. Vogliamo capire il perchè di una tale assurdità. Ma l'agenda fitta del nuovo direttore sanitario non ci concede di incontrarlo prima di sabato. Allora decidiamo di affrontare un viaggio e raccontarvi una storia, con gli occhi di chi vive le conseguenze di questa contraddizione sulla propria pelle. Di pellegrinaggio in pellegrinaggio.

                                              

Ad Acri, paese incastonato tra le montagne dell'entroterra cosentino, ci si ammala di cancro e leucemia sempre più frequentemente. Nonostante questo fazzoletto di terra sia immerso nel verde. In soli tre giorni, Palazzo Gencarelli, sede del municipio, è stato colpito da ben due lutti. Un' ecatombe silenziosa, che rieccheggia il fantasma del traffico di rifiuti tossici, da cui il paese è stato coplito negli anni novanta. Tra le vittime di questo male, che assume la forma di un vero e proprio massacro, c'è anche la signora Bianca. I riccioli scuri attorniano un viso pallido, segnato dalla sofferenza. Eppure questa donna non sprigiona un lamento. Solo qualche sospiro, a scandire i lunghi silenzi. "Oggi è un anno". La sorella ricorda perfettamente quando è iniziato tutto. Un anno fa Bianca ha scoperto la sua malattia. E da allora è la chemio a scandire i mesi che costellano la sua esistenza. Seguendo questa donna in uno dei suoi faticosi pellegrinaggi verso l'ospedale Annunziata di Cosenza, l'importanza dell'apertura del padiglione di degenza ordinaria diventa sempre più palpabile. Da mesi le gambe hanno ceduto e Bianca non può più camminare. I quattro piani che la separano dalla strada cittadina sono una barriera insormontabile. Per scendere le scale quattro persone robuste devono trasportarla, su una sedia che assume la funzione di una barella improvvisata. Arrivare all'ospedale per fare la chemioterapia, viaggiando, giorno dopo giorno, è un martirio. Per lei e per la sua famiglia. Sette giorni al mese. Tutti i mesi. Sono la Croce Rossa e l'associazione "Susy sorriso di Dio" ad accompagnare Bianca nei suoi pellegrinaggi. Ad Acri, infatti, l'ossatura dei servizi sociali è rappresentata dalle associazioni. Con loro si parte la mattina presto. E alle nove si è già in reparto. Spesso, poi, bisogna aspettare ore, ed ore. Interminabili. A causa della carenza di personale, che da anni incide pesantemente sulla qualità dell'assistenza prestata, i medici e gli infermieri sono spesso costretti a pesanti turnazioni. Gli straordinari si susseguono, ma non c'è l'ombra di un concorso per l'assunzione di nuovo personale. In mezzo a questo tempo, scandito dalla sofferenza di chi è debilitato dalle cure e dalle lunghe traversate da un versante all'altro della provincia, il piano vuoto del reparto di degenza ordinaria sembra un miraggio. Stretto tra le mani nude della provincia cosentina. Così, ogni singolo caso, va risolto attraverso l'intervento delle istituzioni locali. Maurizio Simone, neo assessore alle Politiche Sociali del comune di Acri, ha affrontato tempestivamente il problema di Bianca. "Ho incontrato personalmente un dirigente dell'ospedale Annunziata", ci dice. "Al prossimo ciclo di chemioterapia mi hanno assicurato che la signora verrà ricoverata". Dalla prossima settimana Bianca non viaggerà più. Eppure, tante altre persone, vittime come lei di un male terribile, continueranno a subire le conseguenze di questo ingranaggio inceppato. Sulla propria pelle. 
Cinque mesi fa un folto gruppo di politici e rappresentanti del mondo dell'associazionismo, si era recato in visita presso l'Unità operativa di Ematologia. In quell'occasione il Direttore Generale dell'Ao, Puzzonia, aveva assicurato che la degenza ordinaria sarebbe stata aperta a breve. Parole cadute nel vuoto. Per l'ennesima volta. Ora si tratta di capire se ci sono responsabilità politico-istituzionali, che hanno contribuito alla paralisi dell'apertura del reparto di degenza ordinaria. Perchè il sogno di un modello di "progetto integrato di umanizzazione delle strutture ospedaliere" non sia destinato a infrangersi tra gli scogli della burocrazia calabrese. 

Giulia Zanfino
foto © Giulia Zanfino
Mezzoeuro 05/05/2010





località
La terra trema anche in calabria
13 aprile 2009

E' stata una scossa di magnitudo 3.3 della scala Richter, quella che si è avvertita in provincia di Cosenza alle 13:39 di oggi, mentre nebbia e pioggia battente avvolgevano il paesaggio calabrese. L'epicentro si è registrato tra Acri, San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone, San Giorgio Albanese, Santa Sofia d'Epiro e Vaccarizzo Albanese. La scossa, avvertita anche a Cosenza, ha scatenato il panico negli abitanti dei paesi colpiti, ma per il momento non si registrano danni a cose o persone. Anche la calabria entra dunque nella rosa delle zone colpite dal sisma, dopo l'abruzo e il lazio. Ma cosa si muove sotto il ventre della nostra terra? Dall' Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, da cui la scossa è stata registrata, gli esperti affermano che in calabria non c'è nessun pericolo. "L'Italia è zona sismica, quello che è successo oggi in calabria non ha nessuna correlazione con il terremoto che ha colpito l'abruzzo. Sono normali scosse che si verificano spesso nella regione". L'invito è alla calma. Per non scivolare nel panico, dunque, l'ufficio stampa dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, consiglia di non farsi fagocitare dal "terrorismo psicologico" alimentato dalle trasmissioni televisive.

Giulia

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