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La grande forza del cuore di mamma.
18 febbraio 2012

Dire che conosco la Calabria è una falsità. Io la mia terra l'ho solo lambita. Il coraggio di navigarne gli abissi non l'ho ancora trovato. Questa lettera, in memoria di Maria Concetta Cacciola, che voleva collaborare con la giustizia e qualche mese dopo si è spenta ingerendo acido muriatico, mi ha trascinata di nuovo tra i vicoli stretti dell'entroterra calabrese. Quelli dove essere donna, figlia, madre, moglie, può avere significati diversi. E conseguenze di vita estreme. Ringrazio Francesca Munno e Emma Leone, due donne calabresi, coraggiose e ribelli.

La lettera di Emma Leone e Francesca Munno

Abbiamo letto oggi, sul “Quotidiano della Calabria”, la lettera che Maria Concetta Cacciola scrisse nel Maggio 2011 alla madre prima di andare via da casa sua e collaborare con la giustizia. Maria Concetta andava via da una realtà che la opprimeva, da un marito (Salvatore Figliuzzi, che appartiene ad una delle famiglie di ndrangheta di Rosarno) che aveva sposato a soli 13 anni. Maria Concetta andava via da quella vita che non le permetteva di vivere liberamente sin dall’infanzia.

Una figlia che scrive alla madre, una madre che prova a proteggere i figli, e un'altra madre che chiude il suo cuore e, invece di proteggere la figlia e i suoi nipoti, versa violenza su di loro! Sofferenza nelle parole e nell'ultimo gesto di Maria Concetta, “suicidatasi” con l’acido muriatico il 20 Agosto 2011.

Spesso ci siamo fermate a riflettere sulle donne che sono nate in una famiglia di ‘ndrangheta. Spesso abbiamo riflettuto sul ruolo della donna sia all’interno della società che dentro le famiglie mafiose. Ci siamo sempre chieste come fa una donna a vivere cosi, priva di libertà, ma soprattutto: il cuor di mamma dove va a finire?
La lettera che abbiamo letto stamattina è di una ragazza di 31 anni, cresciuta troppo in fretta, cresciuta in ambiente malavitoso, ma è anche di una figlia che tenta di aggrapparsi proprio a quel “cuor di mamma” con una richiesta d’aiuto, non per sé stessa, ma per i suoi figli. Maria Concetta sentiva di non appartenere a quel sistema criminale, pur facendo parte di quella famiglia. Lei subiva violenze, privazioni, era solo e semplicemente una ragazza di 31 anni che non si è amalgamata a quel tessuto sociale a cui apparteneva la famiglia. Lei stava scegliendo di vivere, di dare un futuro diverso a lei e ai suoi figli.
In quelle parole di Maria Concetta si legge benissimo di quanto era consapevole del sistema criminale, di quell’ “Onore” che deve essere rispettato e lei comprendeva lo stato della madre, sapeva che non era facile uscire da quella “famiglia”. Si appellò alla coscienza di una donna; quelle parole di figlia si rivolgono al cuore di una madre. Nonostante le violenze psicologiche che le aveva riservato, Maria Concetta và oltre, le chiede perdono per la scelta che aveva fatto: collaborare con la giustizia. E nonostante tutto, lei ,figlia , madre, scrisse a sua madre: "Ti supplico non fare l’errore a loro che hai fatto con me … dagli i suoi spazi … se la chiudi è facile sbagliare, perché si sentono prigionieri di tutto. Dagli quello che non hai dato a me.”
Quegli spazi che le hanno privato sin da quando era piccola. Prigionieri in una casa, prigionieri di quelle catene che la ndrangheta con forza e arroganza mette alla famiglia.
La madre di Maria Concetta è vittima anche lei del sistema della ‘ndrangheta? E allora perché tanta violenza psicologica?! Perché una madre si riduce a tutto questo?
Non voleva niente Maria Concetta, lo scrisse lei: “mi sono resa conto che in fondo sono sola, sola con tutti e tutto, non volevo soldi … era la serenità l’amore”. Già, quell’amore negato, ma anche quell’amore infinito per i suoi figli. Non sappiamo se si poteva far prima qualcosa. Non sappiamo perché i figli erano rimasti ai genitori di Maria Concetta. Lei ha deciso di suicidarsi perché le avevano detto, in maniera errata, che non avrebbe più rivisto i suoi figli, e quell’amore di madre non avrebbe mai sopportato quel dolore. Noi non sappiamo se si poteva fare di più e meglio per evitare il suicidio, per “proteggere” lei e i suoi figli, ma oggi, per quanta rabbia si possa provare, da donna, questa lettera non può che suscitare sofferenza, dolore. È uno spaccato crudele di una realtà all’interno di una famiglia ‘ndranghetista, ma è uno spaccato che richiede una riflessione più profonda, seria, perché nessun’altro può vivere con le catene dell’oppressione, della mancata libertà di scegliere.
Oggi però il nostro pensiero va ai figli di Maria Concetta Cacciola, alla figlia di Lea Garofalo, che con coraggio sta testimoniando al processo per la morte atroce di sua madre a Milano, ai figli di Giuseppina Pesce, a cui auguriamo quella vita di libertà che le loro madri desideravano per loro.
Spero che possano curare quelle “ferite” che hanno procurato loro, madri che amavano e amano i loro figli, e che da quell’amore ricominciare un’altra vita, priva di violenze, priva di pressioni, semplicemente una vita di libertà e di serenità. Nessun’altro bambino, nessun’altra donna, nessun’altro uomo, deve subire tutto questo. Non loro che hanno scelto di VIVERE LIBERI.
Chi sceglie il coraggio di denunciare ha bisogno di essere ricordato. Tre giovani donne, nate in ambienti “ostili” ma che hanno preferito la dignità e l’amore per i propri figli: pur pagando un prezzo altissimo, tutto questo, la loro esperienza, possa essere ricordato per stimolare donne che ancora vivono in famiglie di ‘ndrangheta, possa nascere davvero la forza delle donne e di quelle madri che per amore dei loro figli possono cambiare la Calabria.
E far risplendere quella mimosa come simbolo che nulla è perduto.
Emma Leone

Francesca Munno


“Meglio morto che precario”. Giovanni Parrotta racconta il nodo vitale della precarietà.
17 gennaio 2012
La prima volta che l'ho incontrato stava seduto su una panchina, sotto il cielo di piombo della periferia di Sellia Marina (Cz). A soli 23 anni sembrava già un intellettuale decadente. Barba lunga. Capello lungo. Sguardo attento al dettaglio. Quell'immagine mi è rimasta scolpita nella memoria. Oggi capisco il perché... in questi giorni di dolore cupo per i suicidi di precari, disoccupati e imprenditori sul lastrico, lo straordinario libro del talentuoso Giovanni Parrotta, "Meglio morto che precario", racconta il grande nodo vitale, che è la precarietà. Non ci sono stereotipi o sofisticazioni, ma un giovane che scava, s'interroga, si mette a nudo. Di questo libro, di un realismo narrativo disarmante, c'era bisogno.





Fonte: Redattore Sociale

di Giulia Zanfino

 “Catania. Donna tenta il suicidio dopo aver perso il lavoro. Torino. Un giovane di 28 anni, E.V., è stato trovato impiccato all’interno di un magazzino. Cagliari. Ventisettenne si suicida dopo aver ricevuto un preavviso di licenziamento, causa esubero personale”. Con un cappio in copertina “Meglio morto che precario”, la pluripremiata opera prima di Giovanni Parrotta, talentuoso giovane di origini calabresi, edito da Rubbettino, approda in libreria quasi ad anticipare un’ Italia sconvolta dall’escalation di suicidi tra precari, giovani che perdono il lavoro, imprenditori sul lastrico. Un libro tristemente attuale, quello del giovane Parrotta, da cui emerge un grande nodo vitale, quello della precarietà, che il protagonista tenta di sciogliere, tappa dopo tappa. Trapela quella voglia di riscatto che a Sud Italia ti brucia dentro. Poi l’infanzia difficile, una barca mangiata dalla salsedine, una pipa, la solitudine del mare, l’adolescenza, il vagare quotidiano in sella a uno Zip un po’ scassato, per le strade polverose di Sellia Marina, alla ricerca di un lavoro. E quella periferia meridionale, incastonata tra palazzi abusivi e qualche bar che si affaccia sul ciglio della 106, “la strada della morte”, cui l’autore da un’anima. A Sellia Marina il lavoro è un sogno, stretto nel cranio nudo della provincia di Catanzaro. E chi cresce in queste terre sogna spesso di andare altrove. L’evasione è un’idea che ti martella la testa sin da piccolo. Perché evadere vuol dire avere un’occasione in più di trovare lavoro. E dignità. E Parrotta racconta un’evasione fatta di alcol, spinelli, piccolo spaccio. Ma il filo rosso che lega le tappe dell’esistenza di Michele, il ventinovenne protagonista del racconto, è la ribellione. La resistenza. Quella a un sistema mafioso, cui non vuole appartenere. Così approda in un call center ed anche lì si ritrova faccia a faccia con il mondo spietato della precarietà. E il protagonista si batte. Portando con sé quel nodo vitale che tenta di sciogliere. Senza tregua. Il suo viaggio intimo, personale, diventa metaforico. Universale. Tappa dopo tappa. “Nel viaggio di una vita molti ricordano le tappe, io invece credo bisognerebbe ricordare e godere del percorso, di tutto il percorso, e magari andando anche contro corrente dimenticando le varie tappe, i vari bivi, ricordando solo la strada”. Questa tra le riflessioni che costellano il libro, capitolo dopo capitolo, quasi a voler prendere per mano lo spettatore, per accompagnarlo, nel percorso personale dell’autore. Parrotta scava, s’interroga senza tregua, si mette a nudo. Così la mappa di un’esistenza scandita dalla precarietà si snoda attraverso il racconto intimo dell’autore, da cui emerge uno spaccato del Meridione, privo di pregiudizi. “Diciamo che è c'è parecchia realtà” ci confessa Giovanni Parrotta “alcune vicende sono realmente accadute, anche se in modi diversi. E’ lì che ho messo la creatività . C'è molto della mia vita, ma solo superficialmente. Le varie riflessioni, la scuola, gli amici e i luoghi del mio paese. Il resto è tutto scaturito dall'immaginazione e dalle supposizioni su come sarebbe stata la mia vita se non fossi stato fermo su determinate scelte, in questa terra”. Il libro, privo di stereotipi e sofisticazioni, si è aggiudicato il premio “Chimirri” del concorso “Parole nel vento 2011” e la credibilità narrativa del promettente Giovanni Parrotta, che “porta il lettore a vivere ciò che legge, in prima persona”, ne fa un’opera preziosa, capace di sedurre e far riflettere sul grande tema della nostra epoca.

BISIGNANO SI RIBELLA AI NUOVI TRIBUTI CONSORTILI: ZERO SERVIZI UGUALE PAGAMENTO
25 luglio 2011



Consorzi nati con debiti astronomici. Una valanga di tasse su cui urge fare chiarezza. Una gestione fallimentare premiata e riconfermata, con cui è difficile interloquire. Le tasse arrivano dal Consorzio di Bonifica Integrale dei Bacini Meridionali del Cosentino, nato dal Consorzio di bonifica Sibari-Crati, in liquidazione con 36 milioni di passivo e commissariato per 55 anni. E nella sua gestione c'è un nome che ritorna spesso: il dott. Salvatore Gargiulo, già commissario straordinario del Consorzio di bonifica Sibari-Crati, nonché commissario ad acta per gli adempimenti finalizzati al risanamento della situazione debitoria dello stesso Consorzio, oggi eletto presidente del neo Consorzio dei bacini Meridionali del Cosentino. La stessa fase elettorale dei componenti del Consiglio dei delegati , nel 2009, stride letteralmente con il concetto che il Consorzio sia gestito dagli agricoltori. Su 10.232 elettori sparsi tra tutti i comuni il cui territorio, interamente o parzialmente, fa parte del Consorzio, dai verbali si deduce che abbiano votato solo in 708, un'unica lista presentata da Cia e Coldiretti. Tutti d'accordo, meno che l' Unione Provinciale degli agricoltori, che ha abbandonato il tavolo delle trattative, perché preoccupata dalla possibile "politica del deficit" della nuova gestione. Detto, fatto. Da qualche mese, infatti, a Bisignano sono arrivate una pioggia di tasse percepite dai cittadini come ingiustificate. E il paese non ci sta e promette di far sentire il suo dissenso. Laddove il servizio, di fatto, è inesistente la domanda sorge spontanea: perché un cittadino dovrebbe pagare? Inoltre un mare magnum di terreni impervi e scoscesi, inaccessibili talvolta agli stessi proprietari, aree colpite selvaggamente dal dissesto idrogeologico, dirupi, terreni in cui l'irrigazione consortile è inesistente, sono stati ricompresi nel nuovo Consorzio dei Bacini Meridionali e tassati pesantemente. Qui profitto degli enti e benessere dei cittadini corrono in direzioni opposte. Da una parte un sistema fallimentare, che rinasce come la Fenice, dalle sue ceneri. Dall'altra i cittadini, costretti a pagare le colpe degli altri. Si annuncia dunque una ribellione profonda. Il banco di prova è Bisignano, paese che taglia in due la Valle del Crati, stagliandosi maestoso sui suoi sette colli. Già una commissione, di cui fa parte anche Umile Bisignano, sindaco del paese, cerca di aprire un tavolo di trattative per far fronte al malcontento generale e pare che l'assessore regionale all'Agricoltura, Trematerra, sia disponibile ad ascoltare le istanze dei cittadini. Di fatto, però, ad oggi sembra non sia ancora avvenuto un incontro ufficiale per siglare quest'impegno. Così il comitato "Unione Comitati Cittadini Liberi", un gruppo di cittadini sensibili alle problematiche del territorio, ha deciso di tenere un incontro aperto al pubblico per trattare questa spinosa questione. Il professore Mario Palermo, Alberto De Luca, Giorgio Berardi e l'avvocato Antonio Ammirata hanno tenuto un dibattito introduttivo, per spiegare ai cittadini presenti le zone d'ombra su cui fare chiarezza, dei nuovi contributi consortili. L'invito è stato quello di non pagare i contributi ritenuti ingiusti dalla popolazione, prima delle le trattative con la Regione. Lo stesso Umile Bisignano, sindaco del paese, è intervenuto, manifestando la sua disponibilità per intavolare una discussione con la Regione Calabria, per cambiare la legislazione che permette l'esistenza di alcune di queste imposte. Ma il sindaco ha anche esortato i cittadini a pagare, perché altrimenti il Consorzio non sopravviverà, a causa di quel debito di 6 milioni di euro cui deve far fronte. "I tributi, oltre a essere previsti in mancanza di servizi, sono passati da 20 a 90 euro!", affermano alcuni cittadini. "E i terreni più vasti, che attingono al servizio di irrigazione con consumi esosi, pagano molto meno dei piccoli terreni", continuano altri. Giovedì sera la piazza era piena di volti intagliati dal tempo e sembrava di aver fatto un salto in un passato non troppo lontano. Quello della Bisignano ribelle delle lotte contadine, che riecheggia la storia di una terra che non si piega ai suoi governanti. Alle loro miserabili clientele. Ai loro privilegi. "Io prendo 500 euro di pensione al mese, ho 70 anni e 3 figli disoccupati a casa. Come posso pagare dei tributi sulle mie terre quando i servizi del Consorzio neanche ci arrivano?!?", chiede un pensionato ai presenti. Maria Toscano, Presidente dell'Unione Provinciale degli Agricoltori, afferma: "Eravamo contrari ad accollare ai nuovi consorzi agrari i debiti della gestioe commissariale del Sibari-Crati" e aggiunge "noi vorremmo che i consorzi svolgessero semplicemente la loro funzione nel modo più economico ed efficace: cioè fornire acqua agli agricoltori, a un costo compatibile con l'attuale redditività dell'agricoltura".


di Giulia Zanfino



LAVORO
Business e morte. Dopo 40 anni di silenzio prende il via il processo "Marlane".
27 giugno 2011


Lavoro e veleni. Affari e morte. Testimonianze che inchiodano i signori della politica locale. Silenzi mediatici che fanno venire i brividi. Nonostante ciò 40 anni di una storia aziendale torbida verranno finalmente ripercorsi nel più importante processo in materia di Lavoro, di tutto il Meridione d'Italia. Quello che squarcerà il velo del silenzio su una vicenda di business e morte, incastonata su una delle più belle coste del Sud Italia. Lo scenario è Praia a Mare e i fatti risalgono alla fine degli anni '50, quando con i fondi miliardari della Cassa per il Mezzogiorno un noto imprenditore piemontese costruì, tra la Calabria e la Basilicata, una serie di piccole imprese nel settore tessile. Tra queste il Lanificio R2 di Praia a Mare, oggi noto come Marlane. Un lungo serpente in cemento armato, che si affaccia sul mare cristallino del Tirreno Cosentino, di cui oggi resta solo il fantasma di quell'impresa considerata fiore all'occhiello del tessile meridionale. A oggi sono più di cento, tra ex operai della fabbrica, ad aver perso la vita dopo aver contratto le più svariate neoplasie. E sono più di un centinaio gli ammalati che chiedono giustizia a un sistema che di loro si è preso tutto. Tra le mura del tribunale di Paola si lavora in silenzio. Arrivare al processo è stata una lotta contro il tempo, vinta per un soffio dal team del Procuratore Bruno Giordano. Ma il rischio prescrizione è alle porte.



E proprio per scongiurarlo il deputato della Camera, Antonio Boccuzzi (Pd), ha presentato un'interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, che è stata cofirmata da Laratta, Esposito, Villecco Callipari, Codurelli, Miglioli, Madia, Gnecchi e Schirru. Nell'interrogazione si sottolineano i rischi della prescrizione e si legge "diversi rinvii, da ultimo l'udienza prevista per il 19 aprile di quest'anno, rinviata al 24 giugno, rinvio dovuto ad un difetto nella notifica, ovvero la mancanza nel fascicolo della notifica, inviati a 5 avvocati della difesa di quattro pagine; questo nuovo differimento giunge del tutto inatteso, anche alla luce di un'eventuale scadenza dei termini di prescrizione per i vari reati contestati". Intanto la prima udienza è scattata, ed è stata rinviata solo per consentire la citazione dei responsabili civili. Sembra che questo rinvio, avvenuto in un'aula gremita dai parenti delle vittime e dagli operai ammalatisi tra le mura della fabbrica, consenta ulteriori costituzioni di parti civili tra le vittime dei reati contestati all'azienda. Omicidio colposo, perché gli imputati non avrebbero fornito ai lavoratori dispositivi di protezione, e a vario titolo avrebbero omesso di vigilare sull'utilizzo degli stessi da parte dei dipendenti. Disastro ambientale, all'interno e all'esterno della fabbrica. Sono tra i capi d'imputazione che vedono alla sbarra i dodici presunti responsabili dei fatti. Ma non si è fatto cenno della ventilata proposta di cambiare il capo d'imputazione da omicidio colposo in omicidio volontario con dolo eventuale, sbandierata mediaticamente dall'avvocato Conte che ha rievocato la sentenza della Thiessen, di Torino. Una sentenza che costituisce un precedente importante, in materia lavoristica. Del cambio di capo d'imputazione, però, nei fatti concreti, non si è discusso in aula, perché si è ancora discusso di alcuni difetti di notifica. La proposta, del resto, era già stata avanzata nella fase preliminare del processo, negli atti di altri avvocati di parte civile, tra cui Natalia Branda, che oggi difende più di 50 tra operai ammalati e familiari degli operai deceduti. Desta dunque perplessità la frantumazione con cui si muove la difesa delle parti civili del processo Marlane. Atteggiamento che urta contro un pool difensivo degli imputati, solido. Simbiotico. Ma solo il 7 e il 14 ottobre potremo constatare realmente quali saranno le strategie della difesa. In quei giorni il processo dovrebbe prendere il via definitivamente.



Carlo Lomonaco, sindaco di Praia a Mare e imputato nel processo "Marlane"

A Praia ci si imbatte quasi sempre in qualcuno che con la Marlane ha avuto a che fare. Ex operai ammalati. Familiari di operai deceduti. Ex dirigenti, stretti nei loro abiti eleganti, che percorrono il corso principale in bicicletta. Le loro mogli, che passeggiano nei loro tailleur griffati. Le vedove degli operai, strette nella loro silenziosa dignità. Parlare della Marlane, a Praia, significa scontrarsi con l'indifferenza di chi dentro non ha mai messo piede. O con la paura di chi non vuole compromettersi. Perché ancora oggi la storia della Marlane, che ha chiuso i battenti nel 2004, governa le sorti dell'intera città. Il suo attuale sindaco, Carlo Lomonaco, è uno dei 12 imputati del processo "Marlane". L'attuale sindaco è stato, infatti, responsabile del reparto tintoria della fabbrica per un periodo di tempo in cui, secondo l'accusa, era già in atto l'omissione di cautele sul lavoro. La tintoria, del resto, era il reparto killer della Marlane, da cui si sprigionavano i fumi velenosi che intossicavano gli operai della fabbrica. Ci rechiamo, dunque, a Praia a Mare per intervistare il sindaco su quelli che sono i rischi di contaminazione del territorio, perché intorno alla fabbrica dismessa i prelievi della procura di Paola hanno individuato la presenza di Cromo Esavalente e metalli pesanti, in grossa quantità. Non riusciamo a ottenere un incontro. Il sindaco si scaglia verbalmente su di noi e ci preclude qualsiasi intervista. Eppure il Comune di Praia a Mare si è costituito parte civile nel processo, anche se all'atto della votazione sembra che il sindaco fosse assente. Sono tante le contraddizioni che girano intorno ai fatti della Marlane di Praia a Mare. E troppo poco il tempo che separa le sorti del processo dalla prescrizione dei capi d'imputazione. Ora si tratta di lottare contro il tempo, fare chiarezza e rendere giustizia a un'intera collettività.

Giulia Zanfino - Mezzoeuro
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EMERGENZA CASA A COSENZA. VIAGGIO TRA CENTRO STORICO E VIA DEGLI STADI.
11 maggio 2011
Palazzo Campanella (CS)

La casa è un sogno. Ma in certi luoghi non riesci neanche più a sognare. Perché resta solo la rabbia, che esplode davanti alla miseria dei senza casa di Cosenza, quando si scontra con interi edifici ristrutturati e sigillati. Palazzi tirati a lucido e abbandonati per anni, nel cuore della città vecchia, che oggi sono immersi nella polvere e nella penombra. Così, dopo anni di attesa della casa popolare, dopo anni che vivi in macchina o in una casa pericolante perché hai perso il lavoro, dopo anni di segnalazioni alle istituzioni che non rispondono concretamente, decidi che la soluzione deve partire da te. Trattieni il respiro, forzi la serratura di uno di quei palazzoni sigillati e varchi la soglia di quel posto chiamato "casa". 


I bambini dell'occupazione

Di storie di intere famiglie senza casa la città di Telesio è piena. E se giri per i vicoli stretti del centro storico fai presto a capire il perché. Alcuni palazzi della città vecchia sono scheletri di pareti. Edifici pericolanti che i proprietari non possono ristrutturare. Case diroccate occupate da giovani senza lavoro, che un tetto forse non lo hanno mai avuto. Antonello fino a ieri dormiva in macchina. E' andata così per sei mesi. Con lui per strada dormivano anche sua moglie e la figlia di tredici anni. Ma la figlia, spesso, fortunatamente andava anche a dormire dalla nonna. "Avevo fatto presente la mia situazione al sindaco e agli assessori comunali, mi hanno detto che mi avrebbero aiutato, ma intanto ho trascorso sei mesi in strada. Ma come si fa a stare in strada con una figlia di 13 anni?". 


L'interno del palazzo, ristrutturato e sigillato da anni

Antonello si racconta un po'. La sua frustrazione è disarmante. Se lo guardi dritto negli occhi, da quello sguardo stanco, trapela tutta l'umiliazione di un padre che non può garantire un tetto ai figli, dopo una vita passata a fare l'imbianchino e il muratore. Ma l'umiliazione dovrebbe essere di chi tiene in mano le chiavi di questi palazzoni ristrutturati e permette che un'intera famiglia dorma in macchina, con una figlia tredicenne, per sei lunghi mesi. Antonello è finito in strada perché un anno e mezzo fa ha avuto un infarto, in una terra dove se ti ammali e non puoi lavorare, sei un uomo finito. Ma perdere il lavoro non basta. Dopo arrivano i tagli ai sussidi per l'affitto, ridotti al 20%. Così un' intera famiglia si è ritrovata a dormire in strada. E dopo il gelido inverno trascorso tra le lamiere della sua automobile Antonello ha deciso di smettere di chiedere "educatamente" aiuto alle istituzioni, che negano l'esistenza di edifici pubblici disponibili per far fronte a situazioni di emergenza. 


Antonello

Così, grazie ai ragazzi del comitato "Prendocasa", ha scoperto che nel centro storico, a pochi passi dalla traversa dove ha dormito per mesi al freddo, c'è un palazzo ristrutturato e sigillato. E insieme ad altre 8 famiglie ha deciso di partecipare all'occupazione di palazzo Cosentini che già da stamane era costellato dall'eco delle voci dei bambini, una decina, che i genitori hanno portato nella loro nuova casa. Palazzo Cosentini è un edificio dell'ATERP che sembra fosse stato assegnato all'Unical, insieme ad altri sei della città vecchia, dopo essere stato ristrutturato con fondi pubblici. Invece eccolo qui, immerso nel limbo dell'attesa per anni. Un destino che accomuna parecchi edifici del Cosentino. Troppi. C'è da chiedersi, dunque, chi abbia un interesse speculativo rispetto a tutta questa storia, che sembra piuttosto torbida.


Via degli Stadi (CS)

Il comitato "Prendocasa" nel suo comunicato stampa sottolinea che le assegnazioni di questi palazzi "continuano a reggersi sul vecchio disegno, ormai fallito, di portare una facoltà universitaria a Cosenza. Basti pensare alla capacità effettiva di Palazzo Bombini, che potrebbe tranquillamente soddisfare il bisogno di 13-14 famiglie, mentre attualmente ospita solo una decina di ricercatori. Otto famiglie accomunate dalla medesima condizione di precarietà abitativa, conseguenza diretta della precarietà economica, che vivono in case pericolanti, in emergenza abitativa, con sfratti esecutivi o in pochi metri quadri fatiscenti da dover condividere con altri nuclei familiari non possono più sottostare a questo come a tanti altri ricatti. Prendocasa ha costruito un percorso reale di riappropriazione dal basso dei bisogni negati". 


Via degli Stadi (CS)

Lasciamo il centro storico e ci rechiamo in Via degli Stadi. Periferia grigia dell'edilizia residenziale pubblica. Una lunga foresta in cemento armato. Su ogni edificio campeggiano slogan enfatici da cui trapela la rabbia e la solitudine di chi ci vive. A Via degli Stadi ci andiamo con Francesca Gabriele, mentre volti curiosi sbirciano dalle finestre e qualche portone si schiude. Anche qui i sogni non arrivano. L'unico punto d'incontro è il bar "Rossoblu", tappezzato da immagini che inneggiano al "Cosenza Calcio", una fede. O qualcosa a cui aggrapparsi per guardare oltre le pareti in cemento armato che ci sovrastano. Un gruppo di giovani sta davanti al bar. Ci soffermiamo a parlare con loro, gli chiediamo cosa vorrebbero nel loro quartiere, cosa manca. "Soldi, lavoro", sono le risposte che vanno per la maggiore. Ma anche non essere stigmatizzati come quelli di Via degli Stadi, che rubano le macchine, che spacciano. "Quelli di Rende hanno tutto e nessuno gli dice nulla. Noi invece siamo visti come i delinquenti!" A. ha gli occhi chiari, sogna di diventare ragioniere e di fare un viaggio a Parigi. "Se cerchi lavoro e dici che sei di Via degli Stadi la gente non ti assume" aggiunge, con un velo di amarezza che poi tenta di dissimulare scherzandoci su. Ma c'è poco da scherzare a Via degli Stadi. Di notte branchi di cani randagi girano per i palazzi e uscire da soli è un'impresa, ma nonostante le segnalazioni nessuno ha risolto il problema. 


Chiarina Magnelli, Via degli Stadi

La signora Chiarina Magnelli ha 82 anni e vive in Via degli Stadi dal 1994. Ci invita nella sua casa. Le pareti del palazzone sono marce, le mura della sua abitazione sono segnate da crepe e umidità. Lei l'affitto della casa popolare non lo paga più perché nessuno riesce a risolvere il problema dell'umidità che impregna le mura della sua casa. "Per ristrutturare il palazzo ci vogliono 20.000 euro a persona, ma qui la gente i soldi non li ha. Quindi i palazzi restano fatiscenti e continuano a degradarsi". Salutiamo la signora Chiarina e lasciamo Via degli Stadi. Un perimetro grigio che uccide la voglia di sognare.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 

Foto: copyright Giulia Zanfino

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I ragazzi di strada di Cosenza. Storie di vite ai margini.
19 aprile 2011

11 anni fa ho fatto le valigie, sono salita su un aereo e ho sorvolato l'Oceano, per raccontare i "meninos de rua" brasiliani. Oggi che sono tornata a casa, vi racconto i ragazzi di strada di Cosenza. Non lo avrei creduto possibile, eppure è così...


Rialzo, Via Popilia (CS) - Foto Giulia Zanfino

Lo chiameremo G. 17 anni di vita vissuti nelle viscere del centro storico di Cosenza, passati tra l'istituto, qualche garage occupato e la strada. A guardarlo in faccia non lo diresti, però. I segni che porta addosso sono invisibili. Come i ragazzi di strada di Cosenza. Loro non li vedi. Non sono come i "meninos de rua" di Rio, che camminano spavaldi, in branco, sui marciapiedi che costeggiano il Copacabana Palace, quasi a voler sfidare quel sistema che li tiene ai margini. I ragazzi di strada di Cosenza, no. La Cosenza delle hogan tappezzate di strass, delle vetrine tirate a lucido, delle passerelle elettorali appassionate, non li vede nemmeno. Ma ad annientarli non è l'indifferenza. E' la solitudine. G. è stato abbandonato dai genitori all'età di cinque anni. Ci racconta la sua storia sotto un cielo di piombo, che ci sovrasta. Tutto comincia quando la madre, infermiera in un ospedale del cosentino, si innamora di un uomo, proprietario di una ditta boschiva a San Giovanni in Fiore. E quest'uomo non lo vuole tra i piedi. Così, a soli cinque anni, G. viene abbandonato dalla madre. Ad accoglierlo, da subito, è la nonna. Affettuosa, materna. Per il bambino è l'unico riferimento rimasto, ultimo frammento affettivo della sua esistenza. Ma la madre non ci sta, e per qualche ragione, tutta da decifrare, costringe la nonna ad affidare G. alla casa famiglia per minori "Sacri Cuori". Poi è la volta del convitto nazionale. Scopriamo che questo giovane ragazzo ha una sorella, che oggi ha 22 anni. Ce lo racconta a denti stretti. Ci dice che anche lei è stata abbandonata dalla madre, e si è sposata giovanissima. Forse per amore, oppure per sfuggire alla strada. Perché quando sei solo al mondo, prima o poi, con la strada devi farci i conti. Per un po' G. è vissuto da lei. Ma suo marito non lo voleva tra i piedi. Una storia dolorosa, che si ripete. Nessuno vuole prendersi cura di lui, così G. finisce per strada. 



Sgombero dei "senza casa" a Cosenza (Foto: G.Z.)

All'inizio cerca un posto dove stare e, insieme a un amico, trova un garage abbandonato, nel cuore del centro storico di Cosenza. Per ben tre anni vive lì. "C'era tutto il necessario" ci racconta, mentre accarezza il cane che gli scodinzola intorno, e si asciuga dalla fronte qualche timida goccia di pioggia. Lo osserviamo abbozzare un sorriso di circostanza, quasi a nascondere l'imbarazzo di mettersi a nudo e raccontare la sua solitudine. Nella sua voce vibra la traccia di una sofferenza troppo profonda per la sua giovane età. G. abbassa lo sguardo, come se la sua condizione sia una colpa o una sorta di pena da espiare. "La cosa che mi fa più male è vedere mia madre. A volte mi chiama di nascosto, per sapere come sto. Ma non basta, mi sento solo al mondo e quando vedo gli altri ragazzi con le loro famiglie affettuose, il dolore diventa insopportabile". G. continua la sua storia. 3 anni nel garage occupato, l'abbandono della scuola, poi il ritorno della proprietaria. "Quando quella povera vecchietta (la padrona del garage, ndr.) è tornata, le è preso un colpo", continua. La sua storia, intrisa di amarezza, sembra scorrere da una bobina cinematografica di Pier Paolo Pasolini e riecheggia uno scenario miserabile. Inconcepibile nella Cosenza del postmodernismo tecnologico. Ma dal ventre della città di Telesio, dotta e sofisticata, gli invisibili non emergono mai. Se non ti interroghi e non li cerchi non ti imbatti nelle loro storie, perché non puoi immaginare questo mondo sommerso, capace di svanire all'improvviso, inghiottito dai vicoli stretti del centro storico.



Rialzo, Via Popilia (Foto: G.Z.)

Oggi G. vive al Rialzo, il centro sociale occupato da un gruppo di giovani attivisti di Cosenza. Un enorme schiera di palazzi che corre nel cuore di Via Popilia. Qui un'intera comunità somala ha trovato rifugio. G. è l'unico italiano, minorenne, che dorme nel palazzo. "Divido la mia stanza con chi capita, qui con questi ragazzi sto bene", ci racconta. Le sue parole sono uno schiaffo all'efficienza dei servizi sociali cosentini, incapaci di prendersi cura di questo minore abbandonato, che ci racconta com'è arrivato al Rialzo. "Ero rimasto di nuovo per strada e non sapevo dove andare. Ero disperato. Sono stato sei giorni senza dormire, a vagare tutte le notti per la città. Per lavarmi andavo di nascosto a casa di un amico, quando i suoi genitori non c'erano. Poi ho incontrato Gaetano, è stato lui a trovarmi questo posto dove stare". Gaetano è un giovane attivista del centro sociale, che da anni si prodiga per aiutare le persone bisognose. Appena ha scoperto le condizioni in cui viveva G. si è fatto in quattro per trovargli una sistemazione temporanea. Come mai G. non si sia rivolto ai servizi sociali e come mai nessuno si chieda cosa ci fa per strada un minore, nella Cosenza dell'Expo di Shangai, è assurdo persino chiederselo. Ci domandiamo chi dovrebbe seguire, a oggi, il caso di G.? "L'assistente sociale che si occupava di me è la signora Miceli" ci dice il ragazzo. "Ma io ormai sono abituato alla strada, se mi chiudono da qualche parte non ci sto!", aggiunge nervosamente. Proviamo a contattare l' assistente sociale Daniela Miceli. Il numero squilla a vuoto. G. ci osserva pensoso poi ci saluta: "Non tornerete, mi dimenticherete in fretta". Ma noi non dimentichiamo. Torneremo. Salutiamo G. mentre dal cielo di piombo ci sorprende un acquazzone.

Giulia Zanfino - Mezzoeuro

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Solidarietà al giornalista Emilio Grimaldi - Richiesta di rettifica
11 marzo 2011

In merito al comunicato di Solidarietà al Giornalista Emilio Grimaldi scritto da Agende Rosse Cosenza e Giulia Zanfino e pubblicato sul nostro blog, riceviamo e pubblichiamo la missiva che l'Avv. Ida Francesca Sirianni ci ha cortesemente inviato:

Con riferimento all’oggetto, si invia la presente in nome e per conto dell’Avv. Mario Murone, avendone avuto espresso mandato, per significare quanto segue.

In data 10 febbraio 2010 sul c.d. blog denominato “l’URL di emilio grimaldi”, veniva pubblicato un articolo dal titolo: “Master Antimafia. In Cattedra Murone, fratello del magistrato che assolse il boss dopo averlo sentito al telefono”, firmato con la sigla E.G., chiaramente riconducibile ad Emilio Grimaldi.

Nel testo di tale articolo l’autore, prendendo spunto dal suddetto master avente ad oggetto le misure di prevenzione nella legislazione antimafia, organizzato presso l’Università della Magna Grecia di Catanzaro, faceva esplicito riferimento all’Avv. Mario Murone in quanto: “fratello di Salvatore, procuratore aggiunto di Catanzaro e vice di Mariano Lombardi, quelli che, secondo la Procura di Salerno, remarono sempre contro il loro collega, Luigi De Magistris, per proteggere alcuni loro amici fedelissimi, ma soprattutto quello-Salvatore-che, in qualità di presidente del Collegio del Tribunle di Lamezia Terme, nell’ambito delle indagini sull’omicidio dell’Avv. Torquato Ciriaco, avvenuto nel 2002, assolse il cugino del boss Vincenzo Iannazzo, Francesco, detto Cafarone, dopo averlo sentito al telefono..”.

L’articolo, dall’evidente contenuto diffamatorio, proseguiva affermando che i seminari sulle misure di prevenzione oggetto del sopra detto master erano stati ideati e organizzati dal fratello del magistrato “..già al centro di un’indagine di Luigi De Magistris, in realtà mai aperta per il trasferimento forzato da Catanzaro, su gestioni illecite commesse dalle Università di Catanzaro e di Tor Vergata di Roma..”.

A queste, seguiva una ulteriore gravissima affermazione secondo cui la decisione di assoluzione con formula piena ‘perché il fatto non sussiste’, a fronte di una richiesta del p.m. di 15 anni di carcere, nei confronti del suddetto indagato Francesco Iannazzo- ‘cugino del boss’-sarebbe stata presa dal Giudice Murone il 1 aprile 2005, prima di trasferirsi a Catanzaro, e che dai tabulati di tale Vincenzo Iannazzo, acquisiti dal pm Gerardo Dominjianni il 6 febbraio, ossia due mesi prima circa della sentenza, sarebbe emerso che dalla casa del suddetto boss sarebbe partita “una telefonata per il presidente del collegio giudicante, Salvatore Murone”.

Pertanto, l’autore giungeva, infine, ad affermare: “Sarà lui, Mario Murone, quindi, a insegnare ad avvocati e commercialisti di Catanzaro le misure necessarie da adottare nel campo della legislazione antimafia”.

§ § §

Ora, da quanto sopra evidenziato emerge agevolmente che nella divulgazione via internet delle suddette affermazioni il Grimaldi non ha rispettato i requisiti inerenti il legittimo esercizio del diritto di cronaca e/o di critica, avendo agito in spregio alla verità dei fatti, contrariamente all’interesse pubblico, ed in assoluta assenza di continenza della forma espositiva. Pertanto, l’Avv. Mario Murone ha adito la competente autorità giurisdizionale civile per la tutela dei propri diritti.

In particolare, giusto ai fini di una corretta e completa comprensione della vicenda, si fa rilevare che, quanto al requisito della verità dei fatti, non risponde al vero che, nell’ambito di una indagine su presunte gestioni illecite riguardanti l’Università di Catanzaro e quella di Tor Vergata di Roma, fosse coinvolto anche l’avv. Murone, non essendo quest’ultimo mai stato indagato in tale asserita inchiesta; non risponde a verità, perciò, neppure che tale indagine sarebbe stata ‘tolta’ al suo titolare in quanto ‘costretto’ al trasferimento da Catanzaro. Inoltre, non risponde al vero che il dott. Salvatore Murone avrebbe avuto rapporti con indagati, o che abbia mai ricevuto una telefonata sospetta o di ‘minaccia’ prima di decidere in merito al procedimento a cui si fa riferimento nell’articolo in questione, anche perché la sentenza emessa all’esito di tale procedimento è stata emessa dal Tribunale nella sua composizione collegiale, sulla base dell’istruttoria dibattimentale e nel contraddittorio di tutte le parti processuali, pubblica accusa e difensori.

In merito, poi, agli altri requisiti, non sussiste l’interesse pubblico ad una informazione falsa, ma nemmeno si può parlare di continenza della forma espositiva in quanto, attraverso le modalità grafiche utilizzate (il non causale uso del grassetto e del corsivo), il titolo già di per sé diffamatorio, il sapiente utilizzo di insinuazioni, e l’inserimento delle affermazioni divulgate in un particolare contesto, si è inteso alterare i toni della vicenda e conferire risalto ad affermazioni non vere, risultando la mancanza di obiettività, serenità ed equilibrio.

§ § §

Ciò precisato, naturalmente non è questa la sede per approfondire argomenti di carattere spiccatamente giuridico, né si vuole farlo sebbene sia interesse di tutti i giornalisti e pubblicisti comprendere appieno le modalità per un corretto esercizio di diritti quali quello di cronaca e di critica, ineludibili in un vero sistema democratico e pur tuttavia doverosamente esplicati solo ove rispettino i diritti della persona al nome, alla reputazione, all’onore, al decoro e all’immagine, per come impone, altresì, lo stesso codice deontologico; tanto più da parte di chi non solo si assume il compito di informare-nei cui confronti si instaura spesso un vero e proprio affidamento circa la verità assoluta di quanto pubblicato-ma anche ad opera di chi come il Grimaldi, nello specifico, ponendosi al pari di Einstein e di Giuseppe Fava (richiamati volutamente nel blog), dichiari di condividerne gli ideali di verità e di etica!

In ogni caso, considerato quanto sopra rilevato, l’Avv. Mario Murone, per tutelare la propria reputazione e gli altri diritti della personalità gravemente offesi dall’illegittimo comportamento dell’autore, ha avvertito la necessità di agire civilmente per il risarcimento dei danni causatigli; solo che, a differenza dell’autore dell’articolo in questione, che può decidere di pubblicare ciò che vuole, in assenza di contraddittorio, l’Avv. Murone, nell’esercizio di un diritto riconosciutogli dall’ordinamento giuridico, ha convenuto costui in una sede nella quale gli ha consentito di potersi adeguatamente difendere, con tutte le garanzie previste dalla legge, ed offrendo anche la propria versione dei fatti.

§ § §

Alla luce di quanto evidenziato, appare chiaro che anche il comunicato stampa divulgato su internet in data 7 marzo 2011 da parte di Agende Rosse e Giulia Zanfino, ripreso da numerosi altri blog e riportato in altri siti, contribuisce a dare una impressione distorta del reale accadimento dei fatti in quanto, esprimendo la propria solidarietà ad Emilio Grimaldi, ed invitando addirittura anche tutti i cittadini a fare altrettanto, in correlazione con l’articolo contenuto nel blog del medesimo Grimaldi espressamente richiamato anche attraverso l’apposita creazione di un collegamento via web, non solo ribadisce implicitamente il contenuto diffamatorio del suddetto articolo, dimostrando di condividerlo, ma insinua strumentalmente che il Grimaldi sia stato vittima di una ingiustizia, o meglio, sia stato ingiustamente sottoposto a procedimento (“denunciato per diffamazione”) per avere detto, evidentemente, cose che non avrebbe dovuto dire!

Pertanto, si rende necessario provvedere alla rettifica del suddetto comunicato, in considerazione del fatto che il nostro ordinamento giuridico prevede espressamente, nell’ipotesi di lesività della notizia pubblicata, tale strumento riparatorio.

§ § §

Quanto sopra premesso, con la presente si chiede la rettifica di quanto divulgato via internet in data 7 marzo 2011 nel comunicato a firma Agende Rosse Cosenza e Giulia Zanfino, relativo alla solidarietà a favore del giornalista Grimaldi, specificando, all’interno di tutti gli articoli in cui è presente tale comunicato stampa (contenuti in ‘Antimafia Duemila’, ‘Movimento Agende Rosse’, ‘Donnelibertadistampa-Il Cannocchiale, ZOOMsud ed altri eventualmente non ancora individuati) che:

L’articolo pubblicato nel blog di Emilio Grimaldi non riguarda la vicenda ‘Why Not’ nè riporta alcuna dichiarazione di personaggi accreditati; il Grimaldi non è stato denunciato per diffamazione, ma è stato citato dinanzi al giudice civile per il risarcimento dei danni derivanti da fatto illecito, in quanto si è ritenuto che nell’articolo divulgato non siano stati rispettati i requisiti per il legittimo esercizio del diritto di cronaca, ed in considerazione del fatto che l’Avv. Mario Murone, anche nell’esercizio dell’attività universitaria, ha messo a disposizione esclusivamente la propria professionalità in quanto persona di riconosciute doti scientifiche. Conseguentemente, l’Avv. Murone, per tutelare la propria reputazione e gli altri diritti della personalità ritenuti lesi dall’articolo di Grimaldi, esercitando un diritto riconosciutogli dall’ordinamento giuridico, ha convenuto quest’ultimo dinanzi al giudice civile e, perciò, in una sede nella quale ha comunque consentito al Grimaldi di potersi adeguatamente difendere con tutte le garanzie previste dalla legge, offrendo anche la propria versione dei fatti.”.

Si invitano, quindi, i destinatari della presente a rettificare in virtù di quanto sopra la notizia contenuta nel comunicato, e a darne la medesima divulgazione, con lo stesso risalto e con le stesse modalità, in tutti i siti ed i blog in cui è stata riportata, provvedendo immediatamente o al massimo entro 48 ore dalla presente, onde evitare la tutela urgente dei diritti in sede giudiziaria.

Con osservanza.

Avv. Ida Francesca Sirianni

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Alla sbarra gli imputati del processo "Marlane".
27 novembre 2010
di Giulia Zanfino

Redattore Sociale

Paola. Alla sbarra i tredici imputati del processo "Marlane", la tristemente nota "fabbrica dei veleni" del Tirreno cosentino. Sarà dunque un processo in piena regola a mettere a fuoco la controversa vicenda del lanificio di Praia a Mare dove, per anni, morti e malattie sospette tra gli operai, hanno sollevato dubbi sulle misure di sicurezza adottate nel processo produttivo della fabbrica. Tra gli imputati spicca la dirigenza del vicentino Gruppo Marzotto, difesa dal noto avvocato Niccolò Ghedini. E proprio venerdì, dopo 5 ore di camera di consiglio, il Gup del Tribunale di Paola, Salvatore Carpino, ha rinviato a giudizio gli imputati, a vario titolo, per omicidio colposo plurimo, aggravato dall' omissione delle cautele sul lavoro, lesioni colpose gravissime, omissione dolosa delle cautele antinfortunistiche, disastro ambientale doloso. Nonostante la richiesta di "non luogo a procedere perché il fatto non sussiste", avanzata dall'intero pool difensivo. E il Procuratore del Tribunale di Paola, Bruno Giordano, afferma: "Auspico che sia fatta giustizia. Se ci sono delle responsabilità, com'è convinzione dell''ufficio di Procura, convinzione dimostrata da consulenze, oltre che attraverso le testimonianze delle vittime e degli operai che lavoravano in fabbrica, auspico che sia fatta giustizia e che non si ripropongano situazioni di questo tipo, da Terzo Mondo". Il 19 aprile, data fissata per la prima udienza, prenderà il via il più importante processo, in materia di Lavoro, di tutto il Meridione d'Italia. Qui verranno ripercorsi e scandagliati 40 anni di storia aziendale di una fabbrica, considerata vero e proprio "fiore all'occhiello" dell'industria tessile meridionale. Tra i grandi protagonisti del processo anche l'ENI, tra le aziende proprietarie della "fabbrica dei veleni", fino alla prima metà degli anni '80. A costituirsi parte civile, insieme agli operai ammalati e ai familiari delle vittime, l'associazione Legambiente, il WWF, i sindacati CISL, Slai Cobas, Si Cobas e altre realtà radicate sul territorio, sensibili alle sorti di un processo che squarcia il velo del silenzio su un'ecatombe silenziosa, durata decine di anni. Natalia Branda, avvocato di parte civile di ben 50 tra operai ammalati ed eredi degli operai deceduti, si pronuncia sul risultato ottenuto. "Sono estremamente soddisfatta, ma la vera battaglia, per il processo "Marlane", inizierà ad aprile". E sottolinea come l'ombra della prescrizione sia dietro l'angolo. Proprio nel corso dell'udienza preliminare, infatti, è stata dichiarata con sentenza la prescrizione di una contravvenzione, limitatamente al capo di "discarica abusiva". Quindi, il tempo stringe. Tra i familiari delle vittime, presenti in aula al momento della sentenza, grande commozione. "Nel novembre del 1995 ho fatto il mio primo ricorso, quando mi sono ammalato di cancro" racconta Luigi Pacchiano, operaio della Marlane, che per anni ha lavorato tra le mura della fabbrica, a ridosso della tintoria, "reparto killer" da cui si propagavano i fumi tossici. "Dop 15 anni dall'inizio della mia battaglia, oggi finalmente posso sperare di avere giustizia". Pacchiano è il coordinatore calabrese del sindacato SI Cobas, anch'esso costituitosi parte civile nel processo. Tra gli imputati eccellenti di questo processo spicca il nome di Carlo Lomonaco, attuale sindaco di Praia a Mare. Proprio su Lomonaco, ex chimico dell'azienda, responsabile del reparto tintoria dal 1973 al 1988, sono puntati i riflettori regionali. Il suo attuale ruolo istituzionale sembra testimoniare in modo incontrovertibile quanto la "fabbrica dei veleni" abbia inciso sugli equilibri politico-amministrativi del territorio. Ora non resta che aspettare il 19 aprile.

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Le sorti dell'ospedale di Acri appese a un filo. In vista un forte ridimensionamento.
17 novembre 2010

Chiudere e ridimensionare piccoli ospedali pubblici e tenere in vita solo alcune cliniche private convenzionate, per un giro d'affari milionario. Lo tzunami del commissariamento si abbatte sulla Calabria, e potrebbe assumere la forma di un'onda anomala. Perché l'anomalia è lampante, laddove il servizio pubblico è soppresso, e parte di quello privato accreditato, alimentato con finanziamenti regionali, a meno che non si tratti di strutture d'eccellenza. Se l'obiettivo millantato è quello di rimettere i conti in ordine, a primo colpo d'occhio la percezione imperante è che la Sanità calabrese assuma nuovamente i contorni di una "piazza affari" che governa il destino delle nostre strutture sanitarie in nome di interessi di ceto, che poco hanno a che vedere con la tutela del diritto alla salute. Perché se il Piano di Rientro della Sanità mira al recupero di fondi e ad ottenere un finanziamento di ben 800mln di euro, la domanda scontata è: come saranno investiti realmente questi fondi? E in base a quali criteri si decideranno le sorti delle strutture private accreditate? Sono bastati così pochi mesi a sradicare la presenza del malaffare in un settore che gestisce da sempre cifre astronomiche? Tra le struttue colpite dai tagli serpeggia il malcontento. Perché è risaputo che alcuni politici, e non solo, acquistano azioni nelle cliniche private accreditate. Miniere d'oro, sovvenzionate per anni da finanziamenti regionali. Su cui pendono molti interrogativi. Se ad oggi non sembra facile mettere a fuoco il reale destino delle strutture sanitarie regionali, non mancano le sorprese agli ospedali che si ritenevano messi in salvo dal "risiko" del commissariamento calabrese. Ad Acri, paese del Cosentino, proprio mercoledì, la quotidianità dell'ospedale cittadino è stata turbata da una visita inattesa. L'assessore all'Agricoltura e Foreste, Michele Trematerra, ha accompagnato in un giro d'ispezione silenziosa il rappresentante di un organismo "Sovraregionale", con il compito di monitorare la situazione degli ospedali da ridimensionare. Dalle mura dell'ospedale acrese trapela poco o nulla. Ma le voci che girano parlano di un forte ridimensionamento, che priverebbe la struttura della possibilità di far fronte alle emergenze e alle urgenze. Sembra, infatti, sia prevista la chiusura del reparto di Ginecologia e Ostetricia, e quello di Chirurgia, che diventerebbe un Day Surgery. Sarebbe poi prevista la nascita di un reparto di Riabilitazione, che prevede la presenza di ben trenta posti letto. Un fulmine a ciel sereno, perché proprio il governatore Scopelliti aveva affermato, nell'ambito della presentazione cosentina del Piano di Rientro della Sanità, dal palco del teatro "Morelli", che gli ospedali montani sarebbero rimasti così com'erano, con qualche piccola modifica. Niente di più. Invece, sull'ospedale di Acri, un colpo di scimitarra e le rassicurazioni del governatore si vestono di un tessuto ambiguo, fatto di "parate e chiacchiere", sfilate in abiti scuri, camicie immacolate e sorrisi scolpiti su volti che celano altre verità. Quelle che fanno male e che è meglio centellinare. La chiusura del reparto di chirurgia di Acri, dove da anni si eseguono egregiamente delicati interventi in laparoscopia, non è il solo pericolo che appare all'orizzonte. Preoccupa molto di più la previsione della chiusura del reparto di Ginecologia e Ostetricia, da anni riconosciuto per la qualità del servizio offerto. Qui, oltre ai parti, si eseguono interventi delicati sulle pazienti ginecologiche e si partecipa alla donazione del cordone ombelicale, grazie all'interazione del reparto con l'associazione "Susy sorriso di Dio". Servizi che non tutti gli ospedali sono in grado di garantire, nel martoriato scacchiere calabrese. Rieccheggiano i parti per strada, quando un tempo il paese non aveva il reparto di Ginecologia, e si doveva raggiungere l'ospedale di Cosenza. In caso di parti precipitosi, la situazione rischia di diventare drammatica. "Potrebbe tornare di moda partorire al Cocozzello, come accadeva un tempo" affermano amaramente alcuni cittadini. Quali saranno le posizioni dell'amministrazione comunale, è difficile dirlo. Dalle mura di palazzo Gencarelli, non trapela nulla. Non riusciamo a intervistare il sindaco Trematerra e l'agenda fitta del governatore Scopelliti non ci consente di chiedergli delucidazioni. Ma la storia dell'ospedale di Acri è costellata da anni di battaglie, per scongiurarne la chiusura. Già negli anni Novanta, nel primo Governo Berlusconi, c'era stato un tentativo di chiudere i piccoli ospedali, tra cui l'ospedale di Acri. Allora ci fu una serrata di parlamentari e cittadini, e il tentativo fallì. Qualche anno fa un nuovo tentativo scatenò lo sciopero generale del comprensorio, e tutta la popolazione e i politici parteciparono alla protesta. Del resto l'ospedale di Acri ha un ruolo sociale consolidato, per le risposte che ha dato e continua a dare e per i servizi che eroga da anni, su un territorio in cui i dissesti idrogeologici hanno isolato più volte il paese intero. "Non è chiudendo la struttura, ma migliorando i servizi e la qualità, che si può discutere di un Piano di Rientro" affermano alcuni cittadini. La vera sfida sarebbe, quindi, rendere i servizi di qualità, con una spesa contenuta. Ma a quanto pare per la Regione Calabria i tempi non sono maturi. Ora i riflettori sono puntati sulla collettività acrese e soprattutto sui suoi esponenti politici di spicco. I Trematerra, padre e figlio, l'uno alla guida del Comune di Acri, l'altro al timone dell'assessorato all'Agricoltura e il consigliere provinciale De Vincenti. Tutti rappresentanti politici di un UDC calabrese che potrebbe fare la differenza sulle sorti dell'ospedale di Acri.

Fonte: Mezzoeuro

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Per triste impertinente passione: Liliana Esposito Carbone, madre coraggio della locride, chiede ancora giustizia per la morte impunita di Massimiliano Carbone.
18 ottobre 2010

Massimiliano Carbone

Locri. La menzogna è un abuso. E' il peggiore dei veleni. La più triste delle condanne, per chi è costretto a subirla. Perché se vivi in una terra di confine, non c'è Chiesa, non c'è Stato, non c'è istituzione che possa proteggerti. E per difendere un innocente che vive avvolto nella cortina della menzogna, da tutta la vita, resta solo il coraggio di chi si batte per la memoria e la varità.

A Locri c'è chi ricorda ancora Massimiliano Carbone, un giovane falciato da un proiettile nel giardino di casa, al ritorno da una partita di calcetto. Un trentenne ritratto della bellezza delle nostre terre, che ha vissuto la sua breve esistenza a Locri, trincea di confine dominata dalle leggi non scritte della 'ndrangheta. Un giovane imprenditore onesto, appassionato di calcio, innamorato della vita, stroncato da una pallottola esplosa da un fucile calibro 12, nel settembre 2004, ancora oggi in attesa di giustizia. La sua triste vicenda non ha precedenti giuridici, nella storia dei delitti di 'ndrangheta. Perché Massimiliano Carbone ha pagato con la vita il fatto di essere padre di una creatura, nata dall'amore con la donna di un altro uomo, in una terra dove, se ami la donna sbagliata, puoi pagare con la vita. Solo il sangue lava il disonore. Il silenzio complice fa il resto. 

Lo spiegano bene Danilo Chirico e Alessio Magro, che nel libro "Dimenticati" narrano anche la storia di Massimiliano: "L'onore è tutto per lo 'ndranghetista, è il rispetto dei suoi simili e la misura del proprio valore. Inutile dirlo, il metro con cui si giudica un uomo d'onore poco ha a che fare con le regole civili. Onore fa rima con dominio sessuale", scrivono ancora gli autori. "Che le donne debbano sottostare al volere dell'uomo-padrone, che debbano restare chiuse in casa, ubbidire, subire un giogo fisico, ma soprattutto mentale, è il riflesso di una mentalità antica, che si è trasformata più e più volte, ma che resiste ancora oggi". E che con tutta probabilità ha portato alla morte di Massimiliano, lasciando come segno indelebile del suo amore per la vita, quella creatura che non lo conoscerà. Perché quella del delitto d'onore è l'unica pista possibile, per arrivare all'assassino di Massimiliano. 

Eppure questa vicenda giudiziaria è stata troppo a lungo sottovalutata. La Procura a Locri è sguarnita, e per fare la guerra alla 'ndrangheta i mezzi insufficienti sembra vengano potenziati solo per arrivare ai mandanti dell'omicidio Fortugno. E' Liliana Esposito Carbone, madre di Massimiliano, a battersi negli anni, perché il figlio non sia dimenticato. E perché a quella creatura nata da un atto d'amore, un giorno, venga consegnata la verità. Nella terra dei Cordì, dei Cataldo e dei Commisso, stretta nella morsa di un controllo serrato, dove non si preme il grilletto senza il consenso dei capibastone. Nella ricerca della verità sull'omicidio di Massimiliano Carbone, non si può prescindere da questo dato agghiacciante. Eppure non bastano le tante pagine di intercettazione in cui scorre l'orrore della mafia. Non basta l'esumazione del corpo di Massimiliano dopo mesi dalla morte, per fare un ennesimo, inutile e straziante, test del DNA che confermerà la paternità del bambino. Non basta l'aggressione subita da Liliana nel cimitero comunale, sulla tomba del figlio. Il caso è archiviato nel 2007. Liliana però non si arrende. Il ponte di San Giacomo è quel legame ideale tra lei e il figlio. Un ponte da cui Massimiliano è tornato, dopo l'esumazione, per consegnare alla madre la certezza che quella creatura è il segno del suo passaggio nel mondo. "Questa battaglia non la faccio in nome di un figlio, ma al suo posto" afferma Liliana a più riprese. 

Dove sia lo Stato in questa vicenda delicata e tragica, è difficile dirlo. Liliana è sola. La sua colpa è quella di non arrendersi. Di battersi quotidianamente, per squarciare il sordo sudario dell'ipocrisia e del silenzio istituzionale, che coprono la morte di Massimiliano da troppo tempo. E negano la verità e la memoria alla sua creatura innocente, "abusata dalla menzogna", incapace di difendersi. Liliana non ha strumenti per proteggere il bambino, in nome di quella promessa, sussurrata a suo figlio, sul letto di morte. La sua unica arma è la parola. La battaglia mediatica diventa un percorso di vita non voluto, ma necessario, per costruire un monumento alla memoria e alla verità di Massimiliano, e un anelito al cambiamento in una realtà pietrificata e offesa. L'unico strumento per proteggere il frutto di quell' amore, che a Massimiliano è costato la vita. 

A oggi, la lotta di Liliana è un manifesto dirompente, capace di scardinare regole intoccabili. Sacre. Questa sua lotta caparbia, intrisa di amore e coraggio, scorre nella pellicola "Oltre l'Inverno", il documentario che il regista Massimiliano Ferraina, la dialoghista Claudia Di Lullo e la giornalista Raffaella Maria Cosentino hanno realizzato, per imprimere nella pellicola ciò che in molti non vogliono vedere. Nè sentire. E la storia di Liliana scorre come un fiume in piena, a Locri, nell'ambito della manifestazione "Storie di vita", presso i locali della cooperativa "Mistya", alla presenza dei ragazzi della "Gurfata". E la pellicola scorre in un'atmosfera commossa e attenta. Non c'è spettacolarizzazione del dolore, non ci sono speculazioni filmiche, non ci sono sofisticazioni. Dalla pellicola trapela il profondo rispetto che gli autori hanno per questo spaccato umano disarmante. E fanno della lotta di Liliana un manifesto alla memoria e alla libertà, di tutte le vittime di 'ndrangheta, dimenticate. Ma Locri non vuole vedere. Il pubblico c'è, ma viene da fuori. I locresi sono in pochi. Assenti le istituzioni, assente l'assessore alla Legalità. Assenti i cittadini. Assenti gli invitati illustri, che avrebbero dato riconoscimento a un evento importante, forte segnale di anelito al cambiamento. " Non siamo delusi perché non ci aspettavamo condivisione" afferma Liliana, che da anni fa i conti con quel muro di gomma, che respinge ogni tentativo di cambiamento. Ma la triste vicenda di Massimiliano è una ferita ancora aperta sull'epidermide di queste terre. Anche se Locri non vuole vedere. Fare finta di niente significa essere complici.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 16/10/2010




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