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La contessa Marzotto: più imprenditori come mio suocero e il Sud starebbe meglio. Lo stesso giorno si spegne un'altra operaia dell'ex Marlane di Praia a Mare.
17 gennaio 2012

La Contessa


Angiolina Cosentino non era una contessa. Era un’operaia. Una giovane donna del Sud, che voleva lavorare per portare i soldi a casa. Una donna bruna, che ha passato anni tra la filatura e la tessitura della fabbrica della morte, la Marlane di Praia a Mare. Più di cento le vittime costituitesi parte civile, in un processo che soccombe sotto i colpi dei rinvii, da mesi e mesi. Angiolina Cosentino è l’ultima vittima dello stabilimento della Marzotto. Un mese e mezzo d’agonia, dicono. Un tumore fulminante. Aveva 66 anni. E il destino si è beffato della sua morte silenziosa, il giorno del suo funerale. Mentre i suoi cari la commemoravano, a chilometri di distanza, su a Nord, i riflettori si accendevano su un’altra donna. La contessa Marta Marzotto. Ex moglie del Conte Marzotto. Proprietario di quella fabbrica che ha sterminato operai in 40 anni di silenzio scellerato, complici gli stretti rapporti tra istituzioni locali e amministratori dello stabilimento. La bionda contessa ha infatti dichiarato, in un’intervista pubblicata sul blog di Oriano Mattei, a proposito del suocero, il conte Marzotto: “Lo criticavano: “Marzotto il nemico del popolo, che perseguita i lavoratori dalla culla alla morte”. Dieci persone come lui e il sud sarebbe ridotto meglio”.  Ma il Sud ne ha visti tanti, signori del Nord, nelle sue terre. Forse alla contessa il dato sfugge. In Calabria dalla provincia di Cosenza a quella di Catanzaro i fondi della Cassa per il Mezzogiorno sono finiti nelle tasche degli imprenditori del Nord.





Marta Marzotto e Umberto Marzotto

Ma nei lussuosi salotti della contessa di questo si parla solo tra uomini, probabilmente. Torniamo per le strade polverose di Praia a Mare, quelle che si affacciano sulla Marlane. Strade avvelenate da acidi e metalli killer. Costellate di manifesti mortuari di operai che si spengono, uno dopo l’altro, a causa della gestione scellerata di prodotti nocivi, inalati nella prestigiosa fabbrica del conte. Dalle indagini risulta che complice sia stata la Marzotto. E a svelarci qual è stata la gestione dello stabilimento, dopo l’arrivo della Marzotto tra le mura della Marlane, è un operaio. Vuole restare anonimo. Ha paura che le sue dichiarazioni gli creino ritorsioni. Come se non bastasse il cancro, che già lo consuma da anni e anni. Insieme a lui facciamo un salto nel passato. “Vuole sapere cosa fece la Marzotto, quando acquistò la fabbrica? A parte continuare la gestione scellerata, avvelenando tutti noi che lavoravamo con fumi tossici, finché nel ’96 la tintoria non fu segregata rispetto al resto della fabbrica? A livello produttivo era peggio. Se si rompeva un pc non si poteva lavorare perché era tutto comandato dal Nord. Prima a Praia c’era uno stabilimento a ciclo completo e si produceva il “filato medio fino”, per la tessitura. Poi la filatura “medio fino” fu smantellata, e passata a filatura per maglieria. Così la filatura non produceva più filati per la tessitura. Le macchine furono cambiate. Per alimentare la tessitura il filato arrivava da Bernot". Quindi, da quanto ci dice l’operaio, prima dell’arrivo della Marzotto, a Praia si produceva il filato “medio fino”. Dopo lo si importava dall’estero. “Si lavorava smantellando la fabbrica. Non si facevano i progetti del tessuto, né i campioni, le prove sui tessuti da produrre. Portarono tutto al Nord” ricorda l’operaio. A Praia a Mare però morti e veleni sono rimasti. Quelli non possono essere cancellati da una passerella stravagante. Né da un’affermazione discutibile. I veleni e i morti restano. Lasciano la traccia. Sono una mappa. Un percorso. Una strada tortuosa che, da Praia a Mare, arriva fino ai confini con la Basilicata. Erano gli anni ’60 quando Angiolina Cosentino ha deciso di lasciare il suo paese, e da Papasidero, paese arroccato tra le montagne del Pollino, si è spostata nella città dell’isola di Dino. Posso immaginare il suo volto, anche se non ne conosco i tratti. Posso immaginarla sbirciare dalla finestra della sua casa, vicino al cinema Loren, mentre prepara da mangiare al marito, anche lui operaio Marlane. Posso immaginare la sua mano scorrere sulla ringhiera arrugginita che gira intorno alla fabbrica, e vederla varcare il cancello. I capelli raccolti, accarezzati da quel vento caldo, carico di salsedine. Una donna del Sud. Una donna semplice. Nulla a che vedere con la contessa. La diva. La donna delle passerelle. La musa di Guttuso. Colei che disserta sull’industrializzazione, seduta su un’elegante poltrona, mentre si svolge il funerale di un’operaia morta a causa di quell’industrializzazione scellerata. A Praia a Mare la contessa non ha mai mandato un mazzo di fiori. Sulle tombe degli operai morti dopo essersi avvelenati nello stabilimento Marlane/Marzotto i fiori li portano solo i pochi familiari rimasti in Calabria. Se ci fossero state più Marlane, forse oggi anch’io sarei orfana. Come tanti, troppi praiesi.

diritti
Amianto e acquedotti. La contraddizione stridente immersa tra le montagne di Montalto Uffugo (CS)
10 luglio 2011
Ciò che resta di uno dei 4 capannoni in amianto

4 capannoni industriali coperti in amianto, immersi nel cuore delle montagne di Montalto Uffugo. Un'immagine che corre sul filo del paradosso, tanto più che 2 di questi capannoni hanno il tetto sventrato. Gli altri 2 sembrano integri. Li osserviamo dalla vetta di una delle montagne che sovrastano il territorio, guardando a nord. Potrebbero essercene altri, inghiottiti dalla fitta vegetazione che ricopre il territorio. Siamo nel cuore del Parco Mangia e Bevi, un' area ricca di fonti e boschi. I capannoni si trovano su una montagna chiamata Passo della Cupa e sembra siano sorti alla fine degli anni '60. In quegli anni Pasquale Corniola aveva creato sulla sua proprietà un allevamento di pollame. La gente del posto ci racconta che l'attività ha avuto una vita piuttosto breve, intorno ai dieci anni, e poi i capannoni sono stati svuotati. Dunque, secondo queste ricostruzioni, dalla fine degli anni '70 a oggi i capannoni sono rimasti lì, nella proprietà della famiglia Corniola. Si dice che questa proprietà sia ricchissima di acqua, tanto che, il proprietario, ci aveva realizzato una piccola centrale elettrica, e i due capannoni in eternit, sventrati dal tempo e dall'abbandono, si affacciano proprio su due acquedotti. 


L'acquedotto che si affaccia sui capannoni abbandonati

Una parte della proprietà, ci dicono, a fine anni '60 è stata espropriata dal Comune, che ci ha fatto passare l'acquedotto comunale. Ci guardiamo intorno cercando di scorgerlo, tra l'erba alta che copre l'intera montagna. La scarsa visibilità ci costringe a farci largo tra erbacce e rami secchi, e finalmente vediamo due acquedotti. A pochi metri, tra fitti sipari di foglie, scorgiamo i capannoni in eternit. Alcuni abitanti del luogo ci dicono che quest' acquedotto fornisce acqua da Passo della Cupa, montagna che si snoda nel territorio di Montalto Uffugo, fino a Settimo, lungo la Statale 19. Eternit e acquedotti. Un binomio che fa venire i brividi. Gli abitanti di Vaccarizzo, una frazione di Montalto Uffugo, sono i più vicini, in linea d'area, ai capannoni abbandonati. "Abbiamo paura che il vento porti le particelle di amianto sulle nostre terre, nelle nostre case. Abbiamo paura di respirarle!", ci dice un ragazzo, preoccupato. Preoccupazione avallata da un'ordinanza di bonifica emanata dal Comune di Montalto Uffugo, nel lontano 2004, e indirizzata al proprietario dei capannoni. Ma dal 2004 a oggi nulla è stato fatto. Eppure è noto come "le fibre rilasciate sono disperse dal vento e, in misura ancora maggiore sono trascinate dalle acque piovane, raccogliendosi nei canali di gronda o venendo disperse nell’ambiente dagli scarichi di acque piovane non canalizzate".   
                                                                                   
Un altro acquedotto vicino ai capannoni in eternit

Proprio per questo in Italia vige una fitta ramificazione legislativa, molto chiara, che impone ai proprietari di bonificare i beni contenenti amianto. Qualora i proprietari non provvedano la disciplina legislativa prevede l'intervento del Comune in cui si trova il bene che dovrà essere bonificato. L'architetto Chiappetta, della Protezione Civile di Montalto Uffugo, si occupa della vicenda dal lontano 2004. "Il Comune aveva emesso un'ordinanza nel 2004, per intimare ai privati di fare lo smaltimento", ci dice "Negli anni il privato, però, non ha provveduto. A oggi il proprietario è deceduto e il Comune deve emanare un'altra ordinanza, verso gli eredi del proprietario". E qualora i nuovi proprietari non provvedano? "In quel caso cercheremo di attuare l'ordinanza, se il Comune ha i soldi anticiperà la somma, provvederà alla bonifica e addebiterà i costi ai proprietari dei capannoni". Ma non andava fatto un po' prima? "Guardi non ci sono rischi. La captazione della sorgente avviene a monte, a valle ci sono solo i serbatoi". Ma vicino ai capannoni abbiamo visto delle fontanelle... "Sono fontanelle private, nulla a che vedere con l'acquedotto...". E l'acquedotto comunale che si affaccia sui capannoni? "Le ripeto, il sistema di raccolta delle acque avviene a monte. L'unico rischio è quello legato alla dispersione in atmosfera. Comunque nel circondario non vive nessuno e per abbattere ogni rischio il sindaco deve emettere l'ordinanza" ci spiega pazientemente l'architetto Chiappetta. Se c'è un dato piuttosto stridente è che, dal 2004 a oggi, è stata emessa un'unica, solitaria, ordinanza di bonifica. Poi un lunghissimo silenzio, che lascia perplessi, visti i rischi ormai accreditati, dell'esposizione all'amianto. Le fibre penetrano nel terreno e si disperdono nell'aria. Chiediamo all'architetto Chiappetta quanto ci vorrà, ancora, prima della bonifica. "Dopo l'emissione dell'ordinanza i proprietari avranno due mesi di tempo". Intanto ci informiamo dei costi necessari alla bonifica. "In passato" prosegue l'architetto Chiappetta "era di 60mila euro, oggi sarà arrivato a 100.000". Una cifra tutto sommato abbordabile, per un'amministrazione comunale come quella di Montalto. La domanda è, dunque, perché fino ad oggi l'area non è ancora stata bonificata? Intanto a Torino il processo all'ex Eternit di Bagnoli è alle battute finali. 1939 morti, forse destinati ad aumentare ancora vertiginosamente. Perché l'amianto è un metallo estremamente pericoloso.

Giulia Zanfino

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