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EMERGENZA CASA A COSENZA. VIAGGIO TRA CENTRO STORICO E VIA DEGLI STADI.
11 maggio 2011
Palazzo Campanella (CS)

La casa è un sogno. Ma in certi luoghi non riesci neanche più a sognare. Perché resta solo la rabbia, che esplode davanti alla miseria dei senza casa di Cosenza, quando si scontra con interi edifici ristrutturati e sigillati. Palazzi tirati a lucido e abbandonati per anni, nel cuore della città vecchia, che oggi sono immersi nella polvere e nella penombra. Così, dopo anni di attesa della casa popolare, dopo anni che vivi in macchina o in una casa pericolante perché hai perso il lavoro, dopo anni di segnalazioni alle istituzioni che non rispondono concretamente, decidi che la soluzione deve partire da te. Trattieni il respiro, forzi la serratura di uno di quei palazzoni sigillati e varchi la soglia di quel posto chiamato "casa". 


I bambini dell'occupazione

Di storie di intere famiglie senza casa la città di Telesio è piena. E se giri per i vicoli stretti del centro storico fai presto a capire il perché. Alcuni palazzi della città vecchia sono scheletri di pareti. Edifici pericolanti che i proprietari non possono ristrutturare. Case diroccate occupate da giovani senza lavoro, che un tetto forse non lo hanno mai avuto. Antonello fino a ieri dormiva in macchina. E' andata così per sei mesi. Con lui per strada dormivano anche sua moglie e la figlia di tredici anni. Ma la figlia, spesso, fortunatamente andava anche a dormire dalla nonna. "Avevo fatto presente la mia situazione al sindaco e agli assessori comunali, mi hanno detto che mi avrebbero aiutato, ma intanto ho trascorso sei mesi in strada. Ma come si fa a stare in strada con una figlia di 13 anni?". 


L'interno del palazzo, ristrutturato e sigillato da anni

Antonello si racconta un po'. La sua frustrazione è disarmante. Se lo guardi dritto negli occhi, da quello sguardo stanco, trapela tutta l'umiliazione di un padre che non può garantire un tetto ai figli, dopo una vita passata a fare l'imbianchino e il muratore. Ma l'umiliazione dovrebbe essere di chi tiene in mano le chiavi di questi palazzoni ristrutturati e permette che un'intera famiglia dorma in macchina, con una figlia tredicenne, per sei lunghi mesi. Antonello è finito in strada perché un anno e mezzo fa ha avuto un infarto, in una terra dove se ti ammali e non puoi lavorare, sei un uomo finito. Ma perdere il lavoro non basta. Dopo arrivano i tagli ai sussidi per l'affitto, ridotti al 20%. Così un' intera famiglia si è ritrovata a dormire in strada. E dopo il gelido inverno trascorso tra le lamiere della sua automobile Antonello ha deciso di smettere di chiedere "educatamente" aiuto alle istituzioni, che negano l'esistenza di edifici pubblici disponibili per far fronte a situazioni di emergenza. 


Antonello

Così, grazie ai ragazzi del comitato "Prendocasa", ha scoperto che nel centro storico, a pochi passi dalla traversa dove ha dormito per mesi al freddo, c'è un palazzo ristrutturato e sigillato. E insieme ad altre 8 famiglie ha deciso di partecipare all'occupazione di palazzo Cosentini che già da stamane era costellato dall'eco delle voci dei bambini, una decina, che i genitori hanno portato nella loro nuova casa. Palazzo Cosentini è un edificio dell'ATERP che sembra fosse stato assegnato all'Unical, insieme ad altri sei della città vecchia, dopo essere stato ristrutturato con fondi pubblici. Invece eccolo qui, immerso nel limbo dell'attesa per anni. Un destino che accomuna parecchi edifici del Cosentino. Troppi. C'è da chiedersi, dunque, chi abbia un interesse speculativo rispetto a tutta questa storia, che sembra piuttosto torbida.


Via degli Stadi (CS)

Il comitato "Prendocasa" nel suo comunicato stampa sottolinea che le assegnazioni di questi palazzi "continuano a reggersi sul vecchio disegno, ormai fallito, di portare una facoltà universitaria a Cosenza. Basti pensare alla capacità effettiva di Palazzo Bombini, che potrebbe tranquillamente soddisfare il bisogno di 13-14 famiglie, mentre attualmente ospita solo una decina di ricercatori. Otto famiglie accomunate dalla medesima condizione di precarietà abitativa, conseguenza diretta della precarietà economica, che vivono in case pericolanti, in emergenza abitativa, con sfratti esecutivi o in pochi metri quadri fatiscenti da dover condividere con altri nuclei familiari non possono più sottostare a questo come a tanti altri ricatti. Prendocasa ha costruito un percorso reale di riappropriazione dal basso dei bisogni negati". 


Via degli Stadi (CS)

Lasciamo il centro storico e ci rechiamo in Via degli Stadi. Periferia grigia dell'edilizia residenziale pubblica. Una lunga foresta in cemento armato. Su ogni edificio campeggiano slogan enfatici da cui trapela la rabbia e la solitudine di chi ci vive. A Via degli Stadi ci andiamo con Francesca Gabriele, mentre volti curiosi sbirciano dalle finestre e qualche portone si schiude. Anche qui i sogni non arrivano. L'unico punto d'incontro è il bar "Rossoblu", tappezzato da immagini che inneggiano al "Cosenza Calcio", una fede. O qualcosa a cui aggrapparsi per guardare oltre le pareti in cemento armato che ci sovrastano. Un gruppo di giovani sta davanti al bar. Ci soffermiamo a parlare con loro, gli chiediamo cosa vorrebbero nel loro quartiere, cosa manca. "Soldi, lavoro", sono le risposte che vanno per la maggiore. Ma anche non essere stigmatizzati come quelli di Via degli Stadi, che rubano le macchine, che spacciano. "Quelli di Rende hanno tutto e nessuno gli dice nulla. Noi invece siamo visti come i delinquenti!" A. ha gli occhi chiari, sogna di diventare ragioniere e di fare un viaggio a Parigi. "Se cerchi lavoro e dici che sei di Via degli Stadi la gente non ti assume" aggiunge, con un velo di amarezza che poi tenta di dissimulare scherzandoci su. Ma c'è poco da scherzare a Via degli Stadi. Di notte branchi di cani randagi girano per i palazzi e uscire da soli è un'impresa, ma nonostante le segnalazioni nessuno ha risolto il problema. 


Chiarina Magnelli, Via degli Stadi

La signora Chiarina Magnelli ha 82 anni e vive in Via degli Stadi dal 1994. Ci invita nella sua casa. Le pareti del palazzone sono marce, le mura della sua abitazione sono segnate da crepe e umidità. Lei l'affitto della casa popolare non lo paga più perché nessuno riesce a risolvere il problema dell'umidità che impregna le mura della sua casa. "Per ristrutturare il palazzo ci vogliono 20.000 euro a persona, ma qui la gente i soldi non li ha. Quindi i palazzi restano fatiscenti e continuano a degradarsi". Salutiamo la signora Chiarina e lasciamo Via degli Stadi. Un perimetro grigio che uccide la voglia di sognare.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 

Foto: copyright Giulia Zanfino

Ciao Francé
27 aprile 2011

Francesco Mazzei (foto: Giulia Zanfino)


Francesco non c'è più. E' andato via in silenzio. L'ho saputo per caso, oggi, mentre attraversavo la Cosenza "invisibile". Quella terra di frontiera dove lo hanno trovato domenica, esanime. Del centro storico di Cosenza Francesco conosceva ogni centimetro, perché era nato lì. 30 anni ad aspettare la casa popolare. Trent'anni di opportunità negate e quello sguardo malinconico. Profondo. 
Ciao Francè, ti ricordi quella mattina di maggio? Sulla tua terrazza c'era il sole, anche se nella foto non si vede... Ciao.
Giulia


Cosenza vecchia resiste. Storie dimenticate dal centro storico del Cosentino.
17 maggio 2010


Immagini che sembrano scorrere da una bobina cinematografica del secondo dopoguerra. Palazzi sventrati, appesi a un filo, nel cuore del centro abitato. Ponteggi abbandonati. Pareti grondanti. Storie di vite perdute, narrate da un sottoproletariato urbano che persino il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato. Siamo nel centro storico di Cosenza, in cui pulsa la storia della nostra terra, incastonata tra pietre asimmetrice e mattoni di terra cotta. Un arcipelago di palazzi antichi e lenzuola appese alle finestre, da cui, tra i lunghi cornicioni, si scorgono scorci di cielo. Così "Cosenza vecchia" sovrasta l'intera città, dall' alto della sua decadente bellezza. 
Francesco ha il volto scarno, solcato da qualche ruga. Un ciuffo arruffato caratterizza la sua figura esile. Attraverso il sottile vetro dei suoi occhiali osserva pensoso Santa Lucia, un tempo noto come quartiere delle "lucciole". Un posto in cui si cresce in fretta e si impara subito come si sta al mondo. "Sono nato qui" ci racconta "da una famiglia numerosa. In tutto eravamo sette fratelli". Francesco è cresciuto nelle viscere del centro storico. Ne conosce ogni centimetro. La sua storia sembra rubata da una delle più struggenti pellicole di Pier Paolo Pasolini. Quelle in cui l'intellettuale, scandagliando il mondo primitivo dei sobborghi capitolini, restituiva un posto nella storia al popolo degli esclusi. "Da piccolo facevo qualche lavoretto per le prostitute. Gli andavo a fare la spesa. Così contribuivo al reddito familiare". Poi l'amore, la famiglia e qualche "errore di gioventù". Francesco si racconta, mentre ci accompagna per i vicoli del suo quartiere. E ci rendiamo conto che le vite di alcune persone del centro storico spesso si somigliano. Sono vite segnate da promesse elettorali mai mantenute, da offerte di lavoro mai concretizzate, dalla disoccupazione dei figli, dal carcere per droga e piccolo spaccio. Eppure siamo in uno dei più bei centri storici d’Italia. Un luogo che pullula di gente, che non si sente per niente “periferia”, ma parte integrante della città. Giannino, un ex operaio, ci raggiunge di lì a poco. Anche lui è nato qui. E da dietro il cappellino che porta sempre, ben saldo sulla testa, vediamo la sua fronte corrugarsi preoccupata. Insieme a Francecso e Giannino continua il nostro viaggio, tra i gironi del centro storico. Lontano dal Paradiso apparente di Corso Telesio e piazza Prefettura. Salendo per i vicoli stretti, in via Messer Andrea, troviamo solo l'Inferno. 


La casa di Francesco è un palazzo antico arroccato sulla collina. Da qui si domina il lato nord della città, da cui il fiume Crati sembra un lungo serpente argentato che si snoda tra la terra battuta e gli edifici sottostanti. Entriamo nel palazzo. Una volta al suo interno ci rendiamo conto che questo posto non è una casa. Già nelle scale ci assale un'aria fetida, mentre scopriamo che i piani superiori sono completamente abbandonati. Ciò che resta delle stanze è un'immensa discarica di oggetti che prima facevano parte della quotidianità. Ora, questi oggetti, sono solo rifiuti arrugginiti, sventrati dalle intemperie. La stanza da letto ha le pareti incrostate di funghi. Il tetto è completamente crollato. "I vigili del fuoco hanno rattoppato il tetto con un telone di plastica, e mi hanno detto che dovevo lasciare la casa". Francesco ricorda il momento in cui il solaio è venuto giù. Eppure vive ancora qui, mentre sua zia, la moglie e i figli hanno trovato una sistemazione più dignitosa. "Non so dove andare" continua "è dagli anni ottanta che ho fatto domanda di casa popolare ma, ora per un errore burocratico, ora per un altro, non so se riuscirò a ottenere l'assegnazione. I servizi sociali, poi, da queste parti non si vedono per niente".



Lasciamo l'inferno di via Messer Andrea e scendiamo giù, a Lungo Crati. Lì Giannino ci mostra quella che un tempo era la sua casa: un enorme palazzo, imploso nel suo interno, colonne portanti comprese. In piedi è rimasto solo uno scheletro di pareti. Dall'esterno si vedono massi e vetri frantumati, accatastati ai piedi della struttura. Anche Giannino ci racconta di aver fatto la richiesta per la casa popolare. Ma non ha ancora avuto nessuna risposta. A pochi metri da quella che un tempo era la sua abitazione ci sono case abitate, ristrutturate dai proprietari con i sacrifici di una vita.
La signora Addolorata Borrello, vive in via Campagna, a ridosso del palazzo diroccato, e ci racconta anni di proteste presso le istituzioni. "Abbiamo raccolto firme, e chiesto l'intervento dell'amministrazione comunale. E dal sindaco Perugini abbiamo avuto una sola risposta: dovete lasciare le vostre case. L'amministrazione non può intervenire". La signora racconta di quanto le sia costato ristrutturare la casa, con i sacrifici di una vita, risparmiando su ogni centesimo dell' unico stipendio percepito. "Ed ora, a causa di questo palazzo che rischia di crollarci addosso" continua la signora " rischiamo di perdere tutto . A casa lavorava solo mio marito, che per anni ha fatto il boscaiolo". La casa è tutto quello che queste persone hanno. Andare via è fuori discussione.
 L'assessore Marco Ambrogio, con delega alle Attività economiche e produttive, da promuovere anche nel centro storico, chiarisce i dubbi, sostenendo che l'amministrazione comunale "non può intervenire su abitazioni private, che presentano problemi strutturali atavici". In compenso, attualmente, l'amministrazione è impegnata in un progetto di "rivitalizzazione turistico-culturale del centro storico". L'apertura del secondo asilo nido "nel bellissimo chiostro del Convento di Santa Maria delle Vergini", l'arrivo degli studenti dell'Unical a Palazzo Bombini, messo a disposizione degli studenti grazie ad un'iniziativa congiunta di Comune, Aterp e Università della Calabria, ne sono solo un esempio. A breve, infatti, la Proloco aprirà una sede, concessa dal comune, a piazzetta Toscano. Ci sarà finalmente un "punto informazione" per i turisti, si potenzierà la sicurezza dei quartieri del centro storico, così come richiesto dai cittadini, e si tenterà di far ripartire la "movida notturna". Se durante una passeggiata al chiaro di luna, però, un turista, uno studente o un semplice cittadino, viene colpito da un calcinaccio, o un intero palazzo viene giù nel bel mezzo della "movida", c'è da chiedersi in capo a chi stia la responsabilità della mancata messa in sicurezza degli edifici pericolanti. Mentre Cosenza si prepara frenetica all'Expo di Shangai, attraversiamo il Ponte Mancini, anello di congiunzione tra il centro storico e il resto della città. Alle nostre spalle "Cosenza vecchia", immersa nel tramonto, si erge maestosa, come un animale ferito . Francesco e Giannino ci accompagnano nella "città nuova". Hanno trovato alloggio presso l’ex ufficio di collocamento in viale Trieste occupato dal Comitato di Lotta per la casa. Sono stanchi di aspettare l'assegnazione di una casa popolare che "chissà se arriverà". Ad oggi, per loro, la soluzione abitativa proviene dal basso.

Giulia Zanfino
foto © Giulia Zanfino
Mezzoeuro 15/05/2010





diritti
Solidarietà al giornalista Emilio Grimaldi - Richiesta di rettifica
11 marzo 2011

In merito al comunicato di Solidarietà al Giornalista Emilio Grimaldi scritto da Agende Rosse Cosenza e Giulia Zanfino e pubblicato sul nostro blog, riceviamo e pubblichiamo la missiva che l'Avv. Ida Francesca Sirianni ci ha cortesemente inviato:

Con riferimento all’oggetto, si invia la presente in nome e per conto dell’Avv. Mario Murone, avendone avuto espresso mandato, per significare quanto segue.

In data 10 febbraio 2010 sul c.d. blog denominato “l’URL di emilio grimaldi”, veniva pubblicato un articolo dal titolo: “Master Antimafia. In Cattedra Murone, fratello del magistrato che assolse il boss dopo averlo sentito al telefono”, firmato con la sigla E.G., chiaramente riconducibile ad Emilio Grimaldi.

Nel testo di tale articolo l’autore, prendendo spunto dal suddetto master avente ad oggetto le misure di prevenzione nella legislazione antimafia, organizzato presso l’Università della Magna Grecia di Catanzaro, faceva esplicito riferimento all’Avv. Mario Murone in quanto: “fratello di Salvatore, procuratore aggiunto di Catanzaro e vice di Mariano Lombardi, quelli che, secondo la Procura di Salerno, remarono sempre contro il loro collega, Luigi De Magistris, per proteggere alcuni loro amici fedelissimi, ma soprattutto quello-Salvatore-che, in qualità di presidente del Collegio del Tribunle di Lamezia Terme, nell’ambito delle indagini sull’omicidio dell’Avv. Torquato Ciriaco, avvenuto nel 2002, assolse il cugino del boss Vincenzo Iannazzo, Francesco, detto Cafarone, dopo averlo sentito al telefono..”.

L’articolo, dall’evidente contenuto diffamatorio, proseguiva affermando che i seminari sulle misure di prevenzione oggetto del sopra detto master erano stati ideati e organizzati dal fratello del magistrato “..già al centro di un’indagine di Luigi De Magistris, in realtà mai aperta per il trasferimento forzato da Catanzaro, su gestioni illecite commesse dalle Università di Catanzaro e di Tor Vergata di Roma..”.

A queste, seguiva una ulteriore gravissima affermazione secondo cui la decisione di assoluzione con formula piena ‘perché il fatto non sussiste’, a fronte di una richiesta del p.m. di 15 anni di carcere, nei confronti del suddetto indagato Francesco Iannazzo- ‘cugino del boss’-sarebbe stata presa dal Giudice Murone il 1 aprile 2005, prima di trasferirsi a Catanzaro, e che dai tabulati di tale Vincenzo Iannazzo, acquisiti dal pm Gerardo Dominjianni il 6 febbraio, ossia due mesi prima circa della sentenza, sarebbe emerso che dalla casa del suddetto boss sarebbe partita “una telefonata per il presidente del collegio giudicante, Salvatore Murone”.

Pertanto, l’autore giungeva, infine, ad affermare: “Sarà lui, Mario Murone, quindi, a insegnare ad avvocati e commercialisti di Catanzaro le misure necessarie da adottare nel campo della legislazione antimafia”.

§ § §

Ora, da quanto sopra evidenziato emerge agevolmente che nella divulgazione via internet delle suddette affermazioni il Grimaldi non ha rispettato i requisiti inerenti il legittimo esercizio del diritto di cronaca e/o di critica, avendo agito in spregio alla verità dei fatti, contrariamente all’interesse pubblico, ed in assoluta assenza di continenza della forma espositiva. Pertanto, l’Avv. Mario Murone ha adito la competente autorità giurisdizionale civile per la tutela dei propri diritti.

In particolare, giusto ai fini di una corretta e completa comprensione della vicenda, si fa rilevare che, quanto al requisito della verità dei fatti, non risponde al vero che, nell’ambito di una indagine su presunte gestioni illecite riguardanti l’Università di Catanzaro e quella di Tor Vergata di Roma, fosse coinvolto anche l’avv. Murone, non essendo quest’ultimo mai stato indagato in tale asserita inchiesta; non risponde a verità, perciò, neppure che tale indagine sarebbe stata ‘tolta’ al suo titolare in quanto ‘costretto’ al trasferimento da Catanzaro. Inoltre, non risponde al vero che il dott. Salvatore Murone avrebbe avuto rapporti con indagati, o che abbia mai ricevuto una telefonata sospetta o di ‘minaccia’ prima di decidere in merito al procedimento a cui si fa riferimento nell’articolo in questione, anche perché la sentenza emessa all’esito di tale procedimento è stata emessa dal Tribunale nella sua composizione collegiale, sulla base dell’istruttoria dibattimentale e nel contraddittorio di tutte le parti processuali, pubblica accusa e difensori.

In merito, poi, agli altri requisiti, non sussiste l’interesse pubblico ad una informazione falsa, ma nemmeno si può parlare di continenza della forma espositiva in quanto, attraverso le modalità grafiche utilizzate (il non causale uso del grassetto e del corsivo), il titolo già di per sé diffamatorio, il sapiente utilizzo di insinuazioni, e l’inserimento delle affermazioni divulgate in un particolare contesto, si è inteso alterare i toni della vicenda e conferire risalto ad affermazioni non vere, risultando la mancanza di obiettività, serenità ed equilibrio.

§ § §

Ciò precisato, naturalmente non è questa la sede per approfondire argomenti di carattere spiccatamente giuridico, né si vuole farlo sebbene sia interesse di tutti i giornalisti e pubblicisti comprendere appieno le modalità per un corretto esercizio di diritti quali quello di cronaca e di critica, ineludibili in un vero sistema democratico e pur tuttavia doverosamente esplicati solo ove rispettino i diritti della persona al nome, alla reputazione, all’onore, al decoro e all’immagine, per come impone, altresì, lo stesso codice deontologico; tanto più da parte di chi non solo si assume il compito di informare-nei cui confronti si instaura spesso un vero e proprio affidamento circa la verità assoluta di quanto pubblicato-ma anche ad opera di chi come il Grimaldi, nello specifico, ponendosi al pari di Einstein e di Giuseppe Fava (richiamati volutamente nel blog), dichiari di condividerne gli ideali di verità e di etica!

In ogni caso, considerato quanto sopra rilevato, l’Avv. Mario Murone, per tutelare la propria reputazione e gli altri diritti della personalità gravemente offesi dall’illegittimo comportamento dell’autore, ha avvertito la necessità di agire civilmente per il risarcimento dei danni causatigli; solo che, a differenza dell’autore dell’articolo in questione, che può decidere di pubblicare ciò che vuole, in assenza di contraddittorio, l’Avv. Murone, nell’esercizio di un diritto riconosciutogli dall’ordinamento giuridico, ha convenuto costui in una sede nella quale gli ha consentito di potersi adeguatamente difendere, con tutte le garanzie previste dalla legge, ed offrendo anche la propria versione dei fatti.

§ § §

Alla luce di quanto evidenziato, appare chiaro che anche il comunicato stampa divulgato su internet in data 7 marzo 2011 da parte di Agende Rosse e Giulia Zanfino, ripreso da numerosi altri blog e riportato in altri siti, contribuisce a dare una impressione distorta del reale accadimento dei fatti in quanto, esprimendo la propria solidarietà ad Emilio Grimaldi, ed invitando addirittura anche tutti i cittadini a fare altrettanto, in correlazione con l’articolo contenuto nel blog del medesimo Grimaldi espressamente richiamato anche attraverso l’apposita creazione di un collegamento via web, non solo ribadisce implicitamente il contenuto diffamatorio del suddetto articolo, dimostrando di condividerlo, ma insinua strumentalmente che il Grimaldi sia stato vittima di una ingiustizia, o meglio, sia stato ingiustamente sottoposto a procedimento (“denunciato per diffamazione”) per avere detto, evidentemente, cose che non avrebbe dovuto dire!

Pertanto, si rende necessario provvedere alla rettifica del suddetto comunicato, in considerazione del fatto che il nostro ordinamento giuridico prevede espressamente, nell’ipotesi di lesività della notizia pubblicata, tale strumento riparatorio.

§ § §

Quanto sopra premesso, con la presente si chiede la rettifica di quanto divulgato via internet in data 7 marzo 2011 nel comunicato a firma Agende Rosse Cosenza e Giulia Zanfino, relativo alla solidarietà a favore del giornalista Grimaldi, specificando, all’interno di tutti gli articoli in cui è presente tale comunicato stampa (contenuti in ‘Antimafia Duemila’, ‘Movimento Agende Rosse’, ‘Donnelibertadistampa-Il Cannocchiale, ZOOMsud ed altri eventualmente non ancora individuati) che:

L’articolo pubblicato nel blog di Emilio Grimaldi non riguarda la vicenda ‘Why Not’ nè riporta alcuna dichiarazione di personaggi accreditati; il Grimaldi non è stato denunciato per diffamazione, ma è stato citato dinanzi al giudice civile per il risarcimento dei danni derivanti da fatto illecito, in quanto si è ritenuto che nell’articolo divulgato non siano stati rispettati i requisiti per il legittimo esercizio del diritto di cronaca, ed in considerazione del fatto che l’Avv. Mario Murone, anche nell’esercizio dell’attività universitaria, ha messo a disposizione esclusivamente la propria professionalità in quanto persona di riconosciute doti scientifiche. Conseguentemente, l’Avv. Murone, per tutelare la propria reputazione e gli altri diritti della personalità ritenuti lesi dall’articolo di Grimaldi, esercitando un diritto riconosciutogli dall’ordinamento giuridico, ha convenuto quest’ultimo dinanzi al giudice civile e, perciò, in una sede nella quale ha comunque consentito al Grimaldi di potersi adeguatamente difendere con tutte le garanzie previste dalla legge, offrendo anche la propria versione dei fatti.”.

Si invitano, quindi, i destinatari della presente a rettificare in virtù di quanto sopra la notizia contenuta nel comunicato, e a darne la medesima divulgazione, con lo stesso risalto e con le stesse modalità, in tutti i siti ed i blog in cui è stata riportata, provvedendo immediatamente o al massimo entro 48 ore dalla presente, onde evitare la tutela urgente dei diritti in sede giudiziaria.

Con osservanza.

Avv. Ida Francesca Sirianni

diritti
Catanzaro: proteste contro i fumi della fabbrica dei veleni "Seteco"
12 agosto 2010

Foto: Emilio Grimaldi (www.emiliogrimaldi.blogspot.com)

Catanzaro. "Un disastro ambientale senza precedenti". Queste le dure affermazioni del comitato "Seteco, la fabbrica dei veleni nascosti", durante l'incontro tenutosi nel Palazzo della Regione Calabria, a Catanzaro, con Sonia Munizzi, vicecapo di Gabinetto del presidente della Regione, Scopelliti. Il comitato, nato dall'esasperazione di un gruppo di cittadini che da anni denuncia invano le esalazioni tossiche sprigionate dal grigio capannone della seteco srl, che giace sotto sequestro nella zona industriale, a ridosso della strada statale dei Due Mari, ha promosso una manifestazione di protesta proprio a Catanzaro. Per accendere i riflettori regionali su quella che è una catastrofe ambientale, che va avanti da ben quattro anni. Siamo in località Marcellinara e dal ciglio della statale 280, all'altezza della zona industriale, chiunque può sentire le folate di cattivo odore che si sprigionano vicino al capannone della Seteco. Le spesse spirali di fumo bianco, frutto del processo di autocombustione di un ammasso di rifiuti accatastati nella struttura, posta sotto sequestro la prima volta già nel duemilasei, la dicono lunga sul grado di pericolosità di queste esalazioni. Provenienti forse dai residui dei fertilizzanti un tempo prodotti dalla Seteco. Ma secondo alcuni "lì dentro c'è qualcosa che non va", perché dal duemilasei il fascicolo gira nelle procure e tra i tavoli istituzionali. Eppure, ad oggi, i rifiuti continuano a bruciare. Proprio per questo, venerdì, il volto coperto da una simbolica mascherina, i membri del comitato "Seteco, la fabbrica dei veleni nascosti", un nutrito gruppo di cittadini, e qualche rappresentante dei partiti politici IDV e i Radicali Italiani, si sono recati a Catanzaro, in piazza Grimaldi, per manifestare la loro indignazione. Grande assente alla manifestazione, l'associazione "Legambiente", che però ha aderito alla battaglia del comitato. 

Foto: Emilio Grimaldi

Grandi assenti i cittadini che vivono e lavorano nelle zone adiacenti al capannone dei veleni, prime vittime di questo scempio silenzioso. "Il fatto che alla manifestazione non ci fosse chi abita vicino all'area colpita dai fumi è segno che le persone hanno paura di esporsi" afferma il comitato. " Se sono quattro anni che il capannone sprigiona fumi nocivi e nulla è stato fatto per porvi rimedio, vuol dire che c'è qualcosa che non và" prosegue il comitato. Ma sono stati assenti anche i rappresentanti politici del Comune di Marcellinara. Nessun delegato del sindaco Scerbo, che ha più volte confermato il suo impegno verso la questione "Seteco", ha partecipato al sit-in. Ennesimo triste segnale della voragine che troppo spesso divide cittadini attivi e loro rappresentanti istituzionali, specchio di una politica che stenta ad uscire dalle stanze dei palazzi padronali, per battersi quotidianamente insieme alla collettività e difenderne il diritto alla salute e alla vita, nelle nostre terre. 


Dopo aver manifestato a colpi di slogan enfatici, tra i quali "Seteco: licenza di uccidere", nel cuore di piazza Garibaldi, una delegazione del comitato è stata ricevuta dalla dottoressa Munizzi, vicecapo di Gabinetto del presidente Scopelliti, che ha sottolineato subito come il presidente fosse stato messo a conoscenza della vicenda solo a seguito della manifestazione. Secondo alcuni, invece, poco dopo il suo insediamnto in Regione, il neo presidente Scopelliti aveva ricevuto un fascicolo contenente il caso "Seteco" e le esalazioni velenose sprigionate dal capannone, per anni. Del resto chiunque attraversa la Due Mari sente le folate di cattivo odore che arrivano dalla zona industriale, ed è curioso immaginare che il presidente della Regione non si sia posto delle domande. Durante l'incontro il comitato ha espresso preoccupazione sia per i cittadini che vivono e lavorano nell'ambiente adiacente al capannone Seteco, sia per la catena alimentare, danneggiata profondamente dalle esalazioni della fabbrica abbandonata. Attorno alla zona industriale ci sono pascoli e coltivazioni. E bisogna cercare di capire quanto sia grave il danno e come farvi fronte. Nell'ambito dell'incontro la dottoressa Munizzi, a cui il comitato ha spiegato dettagliatamente tutta la vicenda, ha affermato: "La vostra è una denuncia giusta e legittima". La vice capo gabinetto si è impegnata a fare in modo che il presidente Scopelliti, in concerto con la Procura, l'Arpacal e Vincenzo Iiritano, curatore fallimentare della Seteco srl, trovi una soluzione per poter intervenire il prima possibile a tutela della salute pubblica del catanzarese. E dopo quattro anni di inerzia sembra toccherà proprio al presidente Scopelliti prendere di petto una situazione letteralmente esplosiva. La prossima settimana il comitato attende notizie sul da farsi. Altrimenti organizzerà una grossa manifestazione, per rompere definitivamente il silenzio che ha avvolto per anni questa torbida vicenda.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 31/07/2010

foto: Emilio Grimaldi

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Seteco: la fabbrica dei "veleni nascosti" continua a sprigionare fumi nocivi
24 luglio 2010

(Marcellinara, il capannone Seteco che sprigiona fumi velenosi)

Catanzaro. Lunghe spirali di fumo bianco si sprigionano lungo il tetto di un imponente capannone industriale. Da più di un anno. Nel grigiore della struttura avvolta dai fumi è impresso il marchio "Seteco". Un blogger un po’ matto si è spinto al suo interno, armato di telecamera. Da allora il suo video-documento, che mostra l’agghiacciante autocombustione di una massa di rifiuti accatastati in quella struttura abbandonata, sta spopolando sul blog “emiliogrimaldi.blogspot.com”. L’autore è, infatti, il giornalista Emilio Grimaldi, che si occupa della questione da qualche mese. Così veniamo a conoscenza dei fatti e ci rechiamo sul posto, per vedere con i nostri occhi l’ennesimo scempio ambientale e umano della nostra Calabria. Il capannone che “brucia”appartiene alla Seteco srl, di proprietà di Pasquale Leone, e si trova sul territorio di Marcellinara, nell’area industriale che corre lungo la strada dei Due Mari. Poco lontano da Catanzaro. La fabbrica, fino a qualche tempo fa, produceva fertilizzanti. Ma come succede spesso nella nostra regione, pare che i proprietari abbiano violato le leggi, seppellendo i rifiuti provenienti dall’ azienda in una collinetta all’interno del perimetro aziendale. Così ecco il primo sequestro dell’azienda, nel 2006, con l'accusa appunto di reati ambientali. Da allora la Procura di Catanzaro si è attivata perché l’azienda provvedesse a mettere le cose in regola. Sembra invano. E i fumi sprigionati da mesi dal capannone ne sono una testimonianza indelebile. Inoltre, nel corso degli anni, prima della chiusura, la Seteco ha avuto vita movimentata. Scandita dal tipico balletto calabrese della chiusura e la riapertura aziendale. E i vari ricorsi dei suoi avvocati sono rimbalzati fra il Tribunale di Catanzaro, l’ASL e il Comune. Fino al sequestro definitivo. Ed ecco l’inizio del dramma. La fabbrica, ad oggi, continua a espellere fumi maleodoranti, che si spargono in un’area abitata da cittadini del posto e frequentata, perché ricca di diverse aziende, che sono appunto nell’area industriale dov’è ubicato il capannone Seteco. La sostanza acre che si sprigiona dal capannone crea un forte bruciore agli occhi e assale alla gola, se ci si avvicina più del dovuto. Eppure, sul ciglio della strada adiacente le mucche pascolano e le persone continuano a lavorare poco lontano da lì. Del resto, non possono fare altrimenti. Infatti sono tantissimi gli esposti presentati da cittadini e imprenditori. Eppure nessuno riesce a fermare quell’incendio di prodotti chimici. E nessuno sa dire perché la fabbrica continui a fumare. Tantomeno perché l’amministrazione comunale e la magistratura non siano ancora intervenute per fermare i fumi tossici. Resta il fatto che, dopo i veleni della Marlane di Praia a Mare, quelli del Fiume Oliva, le ferriti di zinco della Sibaritide, i cubilot tossici di Crotone, si consuma l’ennesimo, lampante, scempio ambientale calabrese. Quello della Calabria che continua a subire.

(Una mucca che pascola vicino al capannone Seteco)

Il PD di Marcellinara ha interrogato il sindaco Scerbo sulla questione. Nel testo si legge:“Il Circolo PD di Marcellinara con la presente chiede al Sindaco Giacomo Scerbo quali interventi fino ad oggi abbia adottato e quali intenda adottare in merito all’emergenza sanitaria ed ambientale provocata dall’emissione di fumi nocivi dai capannoni, in località Serramonda, della SETECO, azienda posta in fallimento e in fermo produttivo dal febbraio 2009. Chiediamo al primo cittadino di Marcellinara, nonché autorità sanitaria locale, quanto e cosa ancora si debba aspettare prima di porre fine al fenomeno di autocombustione dei materiali semilavorati abbandonati nei capannoni.Il disastro ambientale è sotto gli occhi di tutti così come il pericolo per la salute e l’incolumità pubblica. Chiunque percorra la “Due mari”, una volta giunto nei pressi della zona industriale di Marcellinara, da mesi assiste allo spettacolo indecoroso dei fumi maleodoranti che fuoriescono e circondano la SETECO, più simile a un set cinematografico di un film dell’orrore (immaginando cosa possa essere contenuto in quei capannoni), o un inferno dantesco. Il tutto è ormai assurto ad immagine negativa, per chiunque si trovi a ansitare nei pressi, a danno della nostra comunità e del nostro territorio più produttivo. I cittadini di Marcellinara, in particolare quelli che abitano nei pressi dell’azienda in discussione, i lavoratori e gli imprenditori danneggiati che hanno presentato numerosi esposti e denunce per le conseguenze sulla salutee sull’ambiente, aspettano da questa Amministrazione risposte e atti concreti; evidentemente non sono sufficienti ordinanze che vengono puntualmente annullate. Chiediamo al Sindaco e all’Amministrazione se e quando è stata formalizzata dalla SETECO la richiesta di autorizzazione allo smaltimento dei rifiuti organici così come dichiarato dal titolare dell’azienda e cosa è stato risposto in merito. Ci appelliamo ai Consiglieri di minoranza del gruppo "Uniti per Marcellinara" affinché si facciano portavoce delle nostre richieste in seno al Consiglio Comunale con una interrogazione ufficiale al Sindaco e alla Giunta. Attendiamo risposte, in tempi brevissimi, ai quesiti sollevati, dal momento che la stagione estiva potrebbe aggravare la situazione già ora molto pericolosa.

Il sindaco Scerbo risponde: “Abbiamo come unico interesse la salvaguardia e la tutela della salute dei cittadini e del territorio di Marcellinara,abbiamo già assunto determinazioni in merito e non stiamo certo con le mani in mano a guardare l’evolversi della situazione senza far nulla. Non doveva essere certo un volantino politico con una alquanto sommaria e frettolosa ricostruzione dei fatti a far comprendere all’Amministrazione Comunale di Marcellinara la delicata situazione che si vive nella zona di Serramonda nei pressi della Ditta Seteco srl, posta sotto sequestro dal gennaio 2010 e amministrata dalla curatela fallimentare dalla fine del mese di febbraio scorso».«Quando si parla di questioni così delicate è bene farlo con cognizione di causa e non a caso” continua il sindaco “In ogni modo gli atti adottati dall’Ente sono pubblici e quindi a disposizione della collettività che può sentirsi sollevata dall’allerta massima sul problema mantenuta dall’Amministrazione Comunale. Sono state sollecitate e continuano ad essere sollecitate quotidianamente tutte le autorità preposte, un dossier è pronto per la trasmissione al Ministero dell’Ambiente. Alle ordinanze finora emesse a carico della Seteco srl è stato solo risposto con la comunicazione di impossibilità per mancanza di sostanze economiche. Mentre una tra le ultime, già pubblicata, ordinanza sindacaleN°31/2010 con la quale si ordina il monitoraggio e l’avvio di tutti gli interventi necessari per la sicurezza antincendio all’interno dell’opificio della medesima ditta Seteco in ottemperanza anche a quanto indicato nei verbali dei Vigili del Fuoco intervenuti più volte per domare i focolai che si creano mediante autocombustione dei rifiuti solidi giacenti all’interno del capannone. Pertanto la Giunta Comunale di Marcellinara condeliberazione n.58 del 25 maggio 2010 ha ritenuto di dover attivare con ditte specializzate la richiesta di preventivi per lo smaltimento, mettendo comunque in evidenza che la Ditta Seteco srl è già debitrice nei confronti dell’Ente di circa 350.000 euro per il mancato pagamento dei tributi comunali per diverse annualità.Tutti i provvedimento adottati sono stati depositati per l’opportuna conoscenza presso la Procura della Repubblica di Catanzaro”.Intanto gli ambientalisti della Rete per la Difesa della Calabria“Franco Nisticò” annunciano un sit in davanti al capannone Seteco. Forniti di mascherine antigas. Loro, nonostante le dichiarazioni del sindaco Scerbo, non si sentono per nulla sollevati dall’ “allerta massima” sul problema Seteco. Intendiamoci: la risposta del sindaco all’interrogazione del PD è stata impeccabile. Ma dal venticinque maggio ad oggi nulla è cambiato. E il tempo continua a dilatarsi tra le lunghe spirali di fumo che avvolgono il grigio capannone della Seteco. Nell’attesa di un intervento istituzionale che, nei casi di necessità ed urgenza per tutelare la salute pubblica, deve avvenire tempestivamente. Almeno questo è quanto prevede la legge.  

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 24/07/2010

foto: Giulia Zanfino

POLITICA
ACRI: TRA CACCIATORI DEL VENTO E TERMOVALORIZZATORI
2 luglio 2010


E' l'onda lunga dell'energia rinnovabile. Minimo investimento, guadagno assicurato. Una rete capillare di finanziamenti e incentivi economici, che sventolano tra le turbine eoliche, e si vaporizzano tra i fumi delle centrali a biomasse e quelle dei termovalorizzatori. La logica viene da lontano: basta trovare il posto giusto e un'amministrazione favorevole. I grossi gruppi bancari fanno il resto. E dalle montagne irpine a quelle della Sila, tutto può accadere.

In questo clima da caccia al tesoro la scommessa del sindaco di Acri, Gino Trematerra, pare per nulla un azzardo. E proprio qualche giorno fa, in un'inattesa conferenza stampa, il senatore ha dato la notizia. Ma, questa volta, il mancato plebiscito potrebbe essere dietro l'angolo. Il sindaco ha affermato di voler attuare politiche fortemente improntate allo sviluppo energetico, sul territorio acrese, attraverso l'eolico, le biomasse e, dulcis in fundo, un termovalorizzatore. Questo ammiccamento all'approviggionamento energetico, che sottende l'ipotesi di un termovalorizzatore sul territorio acrese, a poche settimane dall'inizio dei lavori per la realizzazione del Psc (piano strutturale comunale), è stato sufficiente a destare qualche perplessità nelle file dell'opposizione e ad alimentare un clima di fibrillazione politica, già innescato da tensioni pregresse. Mentre l'agonizzante opposizione piddina ingoia l'ennesimo boccone indigesto, nell'entourage del "senatore", c'è chi si cuce la bocca. Anche sul fronte dell' IDV acrese tutto tace, e dalla presidenza della Provincia, che attualmente ha la delega all'Ambiente, non trapelano indiscrezioni.

A rompere questo silenzio, per nulla eloquente, una nota del Pd acrese, in cui, i consiglieri d'opposizione Giuseppe Capalbo e Giacomo Cozzolino si pronunciano su "alcuni proclami" del sindaco Trematerra che, pare, abbiano appreso con stupore. Tra questi il suggerimento di realizzare un termovalorizzatore sul territorio. "Valuteremo con attenzione tutte le proposte atte a sviluppare il nostro territorio e, se richiesto, daremo il nostro contributo" affermano in una nota i consiglieri. "Ma una cosa è certa: non permetteremo mai che la nostra città e il suo territorio diventino la “pattumiera” della Calabria". Del resto il termovalorizzatore, di fatto, attraverso il processo di combustione, che riduce i rifiuti, genera energia elettrica. Espellendo i fumi residui dal camino, sotto forma di polveri sottili. Tra i cittadini serpeggia lo scontento. Del resto parlare di combustione di rifiuti in un territorio colpito dal traffico di scorie tossiche, dove i casi di cancro hanno subito un'impennata vertiginosa, alimentando vecchi dubbi sulla possibile contaminazione dell'area acrese, porta a reazioni scontate. Francesco Monaco, segretario provinciale dei Verdi, esprime anch'esso stupore per il suggerimento del sindaco Trematerra. "E' già la terza volta che il primo cittadino lancia la proposta della costruzione di un termovalorizzatore, sul territorio acrese. All'inizio pensavamo fosse una battuta, ma ad oggi siamo seriamente preoccupati. Innanzitutto vorremmo capire da dove viene quest'idea". Quindi l'obiettivo è capire qual'è l'origine della proposta trematerrina. "Quello che chiediamo all'amministrazione comunale acrese, inoltre, è l'apertura di un tavolo di discussione, in cui avere un confronto diretto con il sindaco, sul tema "termavalorizzatore" ", continua Monaco. Su questo fronte, dall'assessorato all'Urbanistica e al Governo del Territorio della Provincia, sembra arrivare un timido segnale di apertura. L'assessore Trento, infatti, sottolinea che la Provincia sta lavorando a un "Piano Provinciale Rifiuti", che però, nell'ottica della gestione commissariata, avrebbe poco raggio d'azione. L'obiettivo principale, sotto questo versante, è quindi quello di sdoganare queste terre dal commissariamento che, dopo quindici anni, non è servito a risolvere il problema rifiuti in Calabria. "Il "Piano Provinciale Rifiuti" sarà pronto entro la fine dell'anno" afferma l'assessore Trento. "E non siamo contrari alla realizzazione di termovalorizzatori sul territorio, laddove ci fosse il consenso della collettività e gli impianti fossero funzionali al territorio. Prima di tutto, però, vanno condotti degli studi su tutti i centocinquantacinque comuni della provincia". L'assessore aggiunge che, il punto di partenza della gestione rifiuti in Calabria, in ogni caso, è la raccolta differenziata. Ma dopo l'epilogo poco felice del consorzio Vallecrati, è difficile pensare quando questo servizio potrà ripartire, in queste terre. Se si guarda a un passato non troppo lontano ci si rende conto che, l'ipotesi della costruzione di un termovalorizzatore in quest'area, era già stata paventata. Con ordinanza n.1644 del 27 novembre del 2001, sotto la presidenza regionale Chiaravalloti, infatti, il commissario delegato per l'emergenza ambientale aveva stabilito che, nel Comune di Bisignano, più precisamente nella zona industriale di Torano, sarebbe sorto un termovalorizzatore. In seguito, i lavori per la costruzione della struttura, erano stati affidati alla ditta "ATI Foster Wheeler", nota per aver già realizzato un impianto di incenerimento altamente inquinante a Chicago, che, proprio per questo, era stato dismesso. Una notizia del genere non poteva che alimentare la ferocia dei cittadini del territorio che, istituzioni locali in testa, avevano manifestato parere contrario alla costruzione di un termovalorizzatore sul territorio di Bisignano. Non molto tempo dopo il consiglio provinciale ha bocciato la proposta del commissario regionale, affermando parere contrario alla presenza di termovalorizzatori nella provincia di Cosenza. Da allora, di questi impianti, sul territorio, non si era più parlato e le reiterate dichiarazioni del sindaco Gino Trematerra si sono abbattute sul paese come un fulmine a ciel sereno. Nell'attesa dello schierarsi di un fronte del sì e del no sulla "proposta termovalorizzatore", il sindaco di Acri ha affermato che vuole procedere "a testa bassa" su fronte eolico e biomasse. Del resto sono anni che il territorio acrese è battuto da "cacciatori del vento" e l'ipotesi di un parco eolico nel territorio silano non è nuova. Sul fronte centrale a biomasse, invece, è tutto ancora da verificare. "Di eolico e fotovoltaico si può discutere tranquillamente, compatibilmente alla vocazione del territorio" afferma il segretario provinciale dei Verdi, Francesco Monaco. "E per quanto riguarda una centrale a biomasse c'è la nostra disponibilità a un confronto. Potrebbe essere un buon modo per innescare nuovi processi produttivi sul territorio acrese, che si presta alle coltivazioni di essenze utili a tale processo di combustione". Sullo spettro della deforestazione selvaggia, che ne potrebbe conseguire, il segretario è tassativo: "Siamo preoccupati per lo stato dei nostri boschi e vigileremo affinchè un'eventuale centrale a biomasse non lo comprometta ulteriormente". Quindi, ricapitolando, ad Acri sarà eolico, centrale a biomasse o forse termovalorizzatore. E al di là della mitologia, fondata e non, che gira attorno agli impianti in questione, sul paese, quindi, potrebbero accendersi i riflettori regionali. Tanto più che in Calabria, attualmente, l'unico termovalorizzatore presente è quello di Gioia Tauro, che da tempo dovrebbe essere potenziato con una seconda linea. Quindi l'attenzione è alta. Inoltre il sindaco Gino Trematerra è rinomato per la sua determinazione e, sebbene mostri ampi segni di apertura per il governo del territorio, tra le mura scricchiolanti dell'opposizione acrese tira una brutta aria. Intanto a sud Italia la caccia all'oro dell'energia rinnovabile continua. E quando in ballo ci sono certe cifre, l'ombra del malaffare è sempre dietro l'angolo. Del resto "a pensar male si fa peccato, ma certe volte ci si azzecca". L'onda lunga potrebbe trasformarsi in uno tsunami. Lontano dal concetto di "decrescita serena", di Serge Latouche".

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 26/06/2010 

Foto: internet

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