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BISIGNANO SI RIBELLA AI NUOVI TRIBUTI CONSORTILI: ZERO SERVIZI UGUALE PAGAMENTO
25 luglio 2011



Consorzi nati con debiti astronomici. Una valanga di tasse su cui urge fare chiarezza. Una gestione fallimentare premiata e riconfermata, con cui è difficile interloquire. Le tasse arrivano dal Consorzio di Bonifica Integrale dei Bacini Meridionali del Cosentino, nato dal Consorzio di bonifica Sibari-Crati, in liquidazione con 36 milioni di passivo e commissariato per 55 anni. E nella sua gestione c'è un nome che ritorna spesso: il dott. Salvatore Gargiulo, già commissario straordinario del Consorzio di bonifica Sibari-Crati, nonché commissario ad acta per gli adempimenti finalizzati al risanamento della situazione debitoria dello stesso Consorzio, oggi eletto presidente del neo Consorzio dei bacini Meridionali del Cosentino. La stessa fase elettorale dei componenti del Consiglio dei delegati , nel 2009, stride letteralmente con il concetto che il Consorzio sia gestito dagli agricoltori. Su 10.232 elettori sparsi tra tutti i comuni il cui territorio, interamente o parzialmente, fa parte del Consorzio, dai verbali si deduce che abbiano votato solo in 708, un'unica lista presentata da Cia e Coldiretti. Tutti d'accordo, meno che l' Unione Provinciale degli agricoltori, che ha abbandonato il tavolo delle trattative, perché preoccupata dalla possibile "politica del deficit" della nuova gestione. Detto, fatto. Da qualche mese, infatti, a Bisignano sono arrivate una pioggia di tasse percepite dai cittadini come ingiustificate. E il paese non ci sta e promette di far sentire il suo dissenso. Laddove il servizio, di fatto, è inesistente la domanda sorge spontanea: perché un cittadino dovrebbe pagare? Inoltre un mare magnum di terreni impervi e scoscesi, inaccessibili talvolta agli stessi proprietari, aree colpite selvaggamente dal dissesto idrogeologico, dirupi, terreni in cui l'irrigazione consortile è inesistente, sono stati ricompresi nel nuovo Consorzio dei Bacini Meridionali e tassati pesantemente. Qui profitto degli enti e benessere dei cittadini corrono in direzioni opposte. Da una parte un sistema fallimentare, che rinasce come la Fenice, dalle sue ceneri. Dall'altra i cittadini, costretti a pagare le colpe degli altri. Si annuncia dunque una ribellione profonda. Il banco di prova è Bisignano, paese che taglia in due la Valle del Crati, stagliandosi maestoso sui suoi sette colli. Già una commissione, di cui fa parte anche Umile Bisignano, sindaco del paese, cerca di aprire un tavolo di trattative per far fronte al malcontento generale e pare che l'assessore regionale all'Agricoltura, Trematerra, sia disponibile ad ascoltare le istanze dei cittadini. Di fatto, però, ad oggi sembra non sia ancora avvenuto un incontro ufficiale per siglare quest'impegno. Così il comitato "Unione Comitati Cittadini Liberi", un gruppo di cittadini sensibili alle problematiche del territorio, ha deciso di tenere un incontro aperto al pubblico per trattare questa spinosa questione. Il professore Mario Palermo, Alberto De Luca, Giorgio Berardi e l'avvocato Antonio Ammirata hanno tenuto un dibattito introduttivo, per spiegare ai cittadini presenti le zone d'ombra su cui fare chiarezza, dei nuovi contributi consortili. L'invito è stato quello di non pagare i contributi ritenuti ingiusti dalla popolazione, prima delle le trattative con la Regione. Lo stesso Umile Bisignano, sindaco del paese, è intervenuto, manifestando la sua disponibilità per intavolare una discussione con la Regione Calabria, per cambiare la legislazione che permette l'esistenza di alcune di queste imposte. Ma il sindaco ha anche esortato i cittadini a pagare, perché altrimenti il Consorzio non sopravviverà, a causa di quel debito di 6 milioni di euro cui deve far fronte. "I tributi, oltre a essere previsti in mancanza di servizi, sono passati da 20 a 90 euro!", affermano alcuni cittadini. "E i terreni più vasti, che attingono al servizio di irrigazione con consumi esosi, pagano molto meno dei piccoli terreni", continuano altri. Giovedì sera la piazza era piena di volti intagliati dal tempo e sembrava di aver fatto un salto in un passato non troppo lontano. Quello della Bisignano ribelle delle lotte contadine, che riecheggia la storia di una terra che non si piega ai suoi governanti. Alle loro miserabili clientele. Ai loro privilegi. "Io prendo 500 euro di pensione al mese, ho 70 anni e 3 figli disoccupati a casa. Come posso pagare dei tributi sulle mie terre quando i servizi del Consorzio neanche ci arrivano?!?", chiede un pensionato ai presenti. Maria Toscano, Presidente dell'Unione Provinciale degli Agricoltori, afferma: "Eravamo contrari ad accollare ai nuovi consorzi agrari i debiti della gestioe commissariale del Sibari-Crati" e aggiunge "noi vorremmo che i consorzi svolgessero semplicemente la loro funzione nel modo più economico ed efficace: cioè fornire acqua agli agricoltori, a un costo compatibile con l'attuale redditività dell'agricoltura".


di Giulia Zanfino



POLITICA
IL RIORDINO DEL CONSORZIO DI BONIFICA DEL COSENTINO: TRIBUTI ASTRONOMICI E CARENZA DI SERVIZI
23 giugno 2011


"Le tasse sono una cosa bellissima", diceva l’allora ministro Tommaso Padoa-Schioppa, nel 2007, comodamente seduto nel salotto televisivo di Lucia Annunziata. Ma probabilmente non si era imbattuto nel clamoroso paradosso, tutto calabrese, dei tributi consortili del Cosentino. Zero servizi uguale pagamento del tributo è l'equazione che connota alcune di queste tasse. Anche chi non riceve benefici, quindi, è tenuto a pagare, solo perché il proprio terreno è stato ricompreso nel territorio del Consorzio, i cui limiti sono stati ritoccati nel 2006 dalla Regione Calabria, comprendendovi vaste zone montane. E la formula del Consorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino, ex consorzio Sibari Crati, noto "carrozzone" regionale commissariato per decenni e posto in liquidazione con 36 milioni di euro di passivo, ha fatto saltare giù dalla sedia molti bisignanesi. Per spiegare questa curiosa trovata calabrese basta fare un salto nel passato. Galeotta fu la legge regionale 11/03, che consente di calcolare il tributo consortile in base a due criteri che si prestano a interpretazioni ambigue: 1) per le spese afferenti il conseguimento dei fini istituzionali del consorzio, indipendentemente dal beneficio fondiario; 2) per le spese riferibili all’esercizio, manutenzione ed esecuzione di opere di bonifica, sulla base del beneficio che ne ricavano i terreni. Una legge la cui applicazione si è rivelata stridente con quanto disposto dalla disciplina generale prevista dall'articolo 860 c.c. e dal Regio Decreto 215/1933, che sanciscono il principio secondo cui i contributi consortili vanno pagati in ragione del beneficio che i terreni traggono dalle opere a dagli interventi di bonifica. Principio a cui si è uniformata la Corte di Cassazione e le Commissioni Tributarie nel decidere i ricorsi avverso i contributi consortili. Resta il fatto che, per far fronte ai 36 milioni di euro di debiti contratti dal vecchio Consorzio Sibari-Crati, la Regione Calabria ha concesso al Commissario liquidatore di accendere un mutuo della stessa cifra e si è accollata metà debito. 







E dopo la nascita del Consorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino il sistema dei tributi ha cambiato registro. I più colpiti sono i piccoli proprietari che usufruiscono di impianti di irrigazione, coloro che possiedono da 1 a 3333 mq di terreno: essi pagano indistintamente, in media 90-100 euro. Da 3333 sino a 5000 mq la tassa aumenta di solo 10 euro. Oltre 10000 mq vengono aggiunti 10 euro per ogni 1000 mq, ed è prevista una riduzione per chi è imprenditore o produttore agricolo. Così, gente che cerca di sostenere il reddito familiare con il lavoro agricolo, si è ritrovata nella cassetta della posta un tributo regionale che viene ritenuto ingiusto. A chi pagava già in passato, perché usufruiva dei servizi dell'ente, è toccata una maggiorazione astronomica della tassa. A chi non pagava, perché di fatto non ricava alcun beneficio da opere di bonifica, è arrivato, invece, il prima avviso di pagamento e le tariffe in questo caso sono diverse. Per gran parte dei cittadini colpiti molte sono le zone d'ombra di questo tributo. Troppe. Il dato che salta subito agli occhi è che paga di più, paradossalmente, per quanto riguarda l’irrigazione, il piccolo proprietario terriero, e non vengono esentati da tasse i proprietari di terreni inutilizzati che non ricevono alcun beneficio da interventi di bonifica. Un paradosso da moltissimi vissuto come un’ingiustizia, ma che potrebbe ricondursi a un errore di distrazione dei nostri amministratori regionali. Certo è che urge fare chiarezza. Perché le tasse si pagano anche in ragione dell'irrigazione e dei benefici ricevuti. E la logica vuole che più un terreno sia vasto, più sia probabile che il suo proprietario sprechi risorse idriche per irrorarlo. Tutto ciò ha un costo, che dovrebbe rientrare, appunto, nei tributi consortili da pagare. Invece, i terreni più vasti, pagano tra le 10 e le 30 euro in più, sulla bolletta, di chi ha un piccolo fazzoletto di terra. Il tariffario, del resto, non mente. E quando alcuni bisignanesi lo hanno letto, hanno spalancato gli occhi, increduli. Bisignano ha un cospicuo territorio a vocazione agricola e qui, nel secolo scorso, furono numerose le battaglie contadine per le terre, e non meno aspra fu quella che impedì la costruzione del termovalorizzatore. E’ un territorio di mezzo. Se ci arrivi dall'entroterra silano, il respiro del panorama si dischiude lentamente. Proprio in questo luogo ricco di fascinazioni emergono in modo lampante alcuni paradossi del tributo consortile. Il luogo dove sorge il Santuario di Sant' Umile, un convento arroccato su una collina, a picco su un dirupo, danneggiato perché gravemente colpito dal dissesto idrogeologico, è stato incluso nei terreni consortili , così come lo sono state altre zone del Bisignanese, colpite dal dissesto. Tanto che lo stesso sindaco di Bisignano, Umile Bisignano, ha scritto al Direttore del Consorzio di Bonifica di Cosenza e all'assessore all'Agricoltura della Regione Calabria, Michele Trematerra, per chiedere l'esonero del pagamento della tassa di bonifica in quelle terre. Moltissimi sono i cittadini sul piede di guerra che si sono recati a chiedere spiegazioni agli sportelli del Consorzio e non mancano le discussioni in materia sui siti on-line locali. Tante sono le domande senza risposta che riguardano l’illegitttimità di corrispondere un tributo a un ente impositore che non garantisce a tutti i contribuenti un reale servizio o beneficio. E’ giusto, per esempio, pretendere il versamento di un tributo di 35 euro per ogni ettaro di terreno asciutto se dallo stesso fondo il possidente non consegue nulla ai fini del suo reddito annuale o se il terreno non viene utilizzato perché impervio e inutilizzabile? Domanda più che lecita, se si pensa che molte particelle di terreno sono state incluse nel Consorzio all'insaputa dei loro proprietari, che hanno scoperto i fatti solo dopo aver ricevuto le bollette da pagare. E spesso i proprietari si ritrovano con parte dei propri terreni ricompresi nei limiti del consorzio e parte escluse, nonostante le particelle catastali siano adiacenti e ciò a causa del criterio non molto chiaro con cui si è proceduto a riperimetrare il territorio del consorzio. Uno scenario da commedia all'italiana, più simile a una farsa che al rilancio di uno strumento che, potenzialmente, potrebbe offrire dei servizi reali alla collettività. Il tutto farcito dalla formula vincente che vede obbligato a pagare anche chi non riceve nessun servizio dall'ente. Ma chi è alla guida di questo "ex carrozzone", tirato a lucido e celebrato come un nuovo strumento utile a offrire servizi preziosi per la collettività? Presidente del neoconsorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino è Salvatore Gargiulo, già commissario ad acta di questo e commissario liquidatore del consorzio Sibari-Crati. Quindi niente di nuvo all'orizzonte. Al di là delle cifre astronomiche che i contribuenti dovranno pagare.

Di Giulia Zanfino

diritti
Le sorti dell'ospedale di Acri appese a un filo. In vista un forte ridimensionamento.
17 novembre 2010

Chiudere e ridimensionare piccoli ospedali pubblici e tenere in vita solo alcune cliniche private convenzionate, per un giro d'affari milionario. Lo tzunami del commissariamento si abbatte sulla Calabria, e potrebbe assumere la forma di un'onda anomala. Perché l'anomalia è lampante, laddove il servizio pubblico è soppresso, e parte di quello privato accreditato, alimentato con finanziamenti regionali, a meno che non si tratti di strutture d'eccellenza. Se l'obiettivo millantato è quello di rimettere i conti in ordine, a primo colpo d'occhio la percezione imperante è che la Sanità calabrese assuma nuovamente i contorni di una "piazza affari" che governa il destino delle nostre strutture sanitarie in nome di interessi di ceto, che poco hanno a che vedere con la tutela del diritto alla salute. Perché se il Piano di Rientro della Sanità mira al recupero di fondi e ad ottenere un finanziamento di ben 800mln di euro, la domanda scontata è: come saranno investiti realmente questi fondi? E in base a quali criteri si decideranno le sorti delle strutture private accreditate? Sono bastati così pochi mesi a sradicare la presenza del malaffare in un settore che gestisce da sempre cifre astronomiche? Tra le struttue colpite dai tagli serpeggia il malcontento. Perché è risaputo che alcuni politici, e non solo, acquistano azioni nelle cliniche private accreditate. Miniere d'oro, sovvenzionate per anni da finanziamenti regionali. Su cui pendono molti interrogativi. Se ad oggi non sembra facile mettere a fuoco il reale destino delle strutture sanitarie regionali, non mancano le sorprese agli ospedali che si ritenevano messi in salvo dal "risiko" del commissariamento calabrese. Ad Acri, paese del Cosentino, proprio mercoledì, la quotidianità dell'ospedale cittadino è stata turbata da una visita inattesa. L'assessore all'Agricoltura e Foreste, Michele Trematerra, ha accompagnato in un giro d'ispezione silenziosa il rappresentante di un organismo "Sovraregionale", con il compito di monitorare la situazione degli ospedali da ridimensionare. Dalle mura dell'ospedale acrese trapela poco o nulla. Ma le voci che girano parlano di un forte ridimensionamento, che priverebbe la struttura della possibilità di far fronte alle emergenze e alle urgenze. Sembra, infatti, sia prevista la chiusura del reparto di Ginecologia e Ostetricia, e quello di Chirurgia, che diventerebbe un Day Surgery. Sarebbe poi prevista la nascita di un reparto di Riabilitazione, che prevede la presenza di ben trenta posti letto. Un fulmine a ciel sereno, perché proprio il governatore Scopelliti aveva affermato, nell'ambito della presentazione cosentina del Piano di Rientro della Sanità, dal palco del teatro "Morelli", che gli ospedali montani sarebbero rimasti così com'erano, con qualche piccola modifica. Niente di più. Invece, sull'ospedale di Acri, un colpo di scimitarra e le rassicurazioni del governatore si vestono di un tessuto ambiguo, fatto di "parate e chiacchiere", sfilate in abiti scuri, camicie immacolate e sorrisi scolpiti su volti che celano altre verità. Quelle che fanno male e che è meglio centellinare. La chiusura del reparto di chirurgia di Acri, dove da anni si eseguono egregiamente delicati interventi in laparoscopia, non è il solo pericolo che appare all'orizzonte. Preoccupa molto di più la previsione della chiusura del reparto di Ginecologia e Ostetricia, da anni riconosciuto per la qualità del servizio offerto. Qui, oltre ai parti, si eseguono interventi delicati sulle pazienti ginecologiche e si partecipa alla donazione del cordone ombelicale, grazie all'interazione del reparto con l'associazione "Susy sorriso di Dio". Servizi che non tutti gli ospedali sono in grado di garantire, nel martoriato scacchiere calabrese. Rieccheggiano i parti per strada, quando un tempo il paese non aveva il reparto di Ginecologia, e si doveva raggiungere l'ospedale di Cosenza. In caso di parti precipitosi, la situazione rischia di diventare drammatica. "Potrebbe tornare di moda partorire al Cocozzello, come accadeva un tempo" affermano amaramente alcuni cittadini. Quali saranno le posizioni dell'amministrazione comunale, è difficile dirlo. Dalle mura di palazzo Gencarelli, non trapela nulla. Non riusciamo a intervistare il sindaco Trematerra e l'agenda fitta del governatore Scopelliti non ci consente di chiedergli delucidazioni. Ma la storia dell'ospedale di Acri è costellata da anni di battaglie, per scongiurarne la chiusura. Già negli anni Novanta, nel primo Governo Berlusconi, c'era stato un tentativo di chiudere i piccoli ospedali, tra cui l'ospedale di Acri. Allora ci fu una serrata di parlamentari e cittadini, e il tentativo fallì. Qualche anno fa un nuovo tentativo scatenò lo sciopero generale del comprensorio, e tutta la popolazione e i politici parteciparono alla protesta. Del resto l'ospedale di Acri ha un ruolo sociale consolidato, per le risposte che ha dato e continua a dare e per i servizi che eroga da anni, su un territorio in cui i dissesti idrogeologici hanno isolato più volte il paese intero. "Non è chiudendo la struttura, ma migliorando i servizi e la qualità, che si può discutere di un Piano di Rientro" affermano alcuni cittadini. La vera sfida sarebbe, quindi, rendere i servizi di qualità, con una spesa contenuta. Ma a quanto pare per la Regione Calabria i tempi non sono maturi. Ora i riflettori sono puntati sulla collettività acrese e soprattutto sui suoi esponenti politici di spicco. I Trematerra, padre e figlio, l'uno alla guida del Comune di Acri, l'altro al timone dell'assessorato all'Agricoltura e il consigliere provinciale De Vincenti. Tutti rappresentanti politici di un UDC calabrese che potrebbe fare la differenza sulle sorti dell'ospedale di Acri.

Fonte: Mezzoeuro

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