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diritti
Acri: paese dell'accoglienza.
29 luglio 2010


La traversata del mare, rappresentata nel dipinto realizzato dai ragazzi del Rifugio di Isaac

"Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell'economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera. Il pensiero meridiano infatti è nato proprio nel Mediterraneo, sulle coste della Grecia, con l'apertura della cultura greca ai discorsi in contrasto, ai dissoi logoi". Nella seconda metà degli anni novanta Franco Cassano, con il suo libro "Il Pensiero Meridiano", tracciava un percorso per ridisegnare un'idea di Meridione, come "centro di un'identità ricca e molteplice, capace di conoscere più lingue, più religioni, più culture, secondo la più autentica vocazione mediterranea". Due anni dopo la Calabria sarebbe stata attraversata dai primi sbarchi dei migranti. Quelle centinaia di curdi che, approdati sulle spiagge di Badolato, hanno segnato la nascita di quei percorsi d'accoglienza, che in Calabria, oggi, si sono consolidati in veri e propri processi politici d'avanguardia. Consacrati da una recente legge regionale, incentrata sul modello d'accoglienza e integrazione, sul nostro territorio, dei migranti in fuga dai teatri di guerra, o per motivi umanitari. Delle strutture destinate all'accoglienza dei migranti, in Calabria, solo una accoglie i minorenni stranieri non accompagnati, che ad oggi, a causa dei tagli agli enti locali, potrebbe essere chiusa. Si tratta del centro di seconda accoglienza "Il rifugio di Isaac", che in due anni, ad Acri, ha ospitato ben ventitrè ragazzi, provenienti da Afghanistan, Nigeria, Sudan, Burkina Faso e altri luoghi, teatri di guerra e di conflitti politico-sociali. Giovani ragazzi spesso approdati in Italia dopo aver percorso "la rotta degli schiavi". Quella che un tempo i loro antenati africani attraversavano per essere deportati come fossero merce, e che oggi rappresenta un salto nel buio per chi è costretto a lasciare la sua terra. A questo viaggio si può sopravvivere, oppure no. Non ci sono regole. Ci si affida al caso e a individui che organizzano le traversate da decenni, passando dal Medioriente o dal Corno d'Africa, per arrivare alla Libia. E molto spesso si cade nella rete di trafficanti e stupratori o si finisce per approdare nei centri di tortura libici. Quello di Kufra, nella striscia di deserto che confina con l'Egitto, è uno dei peggiori. E pare sia finanziato anche dal Governo italiano. Da Kufra, ad oggi, è sempre più difficile uscire indenni, e chi ci riesce racconta di aver subito atroci torture. 


Il viaggio nel deserto

In questo feroce scenario il ruolo di chi accoglie è determinante. E il centro "Il rifugio di Isaac", di cui è titolare il Comune di Acri, ma che è gestito dalla cooperativa "Promidea", ha un onere in più: accompagnare i minorenni, in un delicato percorso di accoglienza e integrazione. Un compito difficile, che vede i due operatori, Luigi Branca e Geppino Ritacco impegnati quotidianamente innanzitutto nella gestione delle partiche di riconoscimento del diritto d'asilo o dei permessi per motivi umanitari, per garantire la permanenza nelle nostre terre, di questi giovani esuli. Un impegno, quello dell'accoglienza, sentito come proprio anche dai monaci cappuccini di Acri, che da due anni, ospitano con grande generosità il centro nella loro struttura, dando sostegno ai ragazzi e agli operatori. Tra i progetti che si sviluppano all'interno del "rifugio", per aiutare questi giovani ad intraprendere un percorso d'integrazione, vi è l'assegnazione di borse lavoro, utili ad immergersi nel mondo degli adulti, attraverso il sostegno degli operatori. Ma vi sono anche progetti che aiutano i ragazzi ad esprimere ciò che con le parole, spesso, non si può raccontare. "Partire come persona e arrivare come straniero, anzi come clandestino, in un paese diverso" sottolinea Geppino Ritacco, operatore del centro " costretto a lasciare tutto senza la certezza che ci sia una meta, che può diventare una triste illusione, quando il mito di un' Europa che accoglie s'infrange e il profugo, partito su imbarcazioni di fortuna, spesso paga con la sua stessa vita un prezzo troppo alto". Per raccontare il viaggio di questi giovani migranti, sopravvissuti alla traversata del deserto e del mare, gli operatori del centro hanno proposto lo strumento della pittura. Pennellate ocra per raccontare il deserto, tonalità azzurre per evocare le acque trasparenti del Mediterraneo, tonalità scure, espressioniste, per disegnare l'efferatezza degli scontri di Rosarno. Un progetto realizzato con la collaborazione volontaria dell'architetto Giacinto Ferraro, che ha accompagnato i ragazzi in questo percorso in parte terapeutico, da cui emerge un punto di vista molto duro sull'esodo affrontato. Perchè nel deserto diventi un "figlio di nessuno". Come lo è diventato un giovane studente, attivista politico del Burkina Faso, approdato ad Acri da un paio d'anni.


Gli scontri di Rosarno

Lo chiameremo A. Ha il volto di adolescente e gli occhi vividi. Le trecce scure sottolineano il forte legame con la sua terra. Questo giovane ragazzo, che apparteneva ai movimenti studenteschi, è stato costretto a lasciare il suo Paese per motivi politici. Militava, infatti, nel folto gruppo di studenti che chiedono sia fatta luce sulla misteriosa morte di Norbert Zongo, il giornalista, direttore del settimanale "L’independant". Un personaggio noto per il suo impegno nella causa del Burkina Faso, probabilmente per questo assassinato in circostanze ancora oggi misteriose. "Ogni anno, noi dei movimenti studenteschi, in tutto il Paese, organizziamo delle grandi manifestazioni per chiedere al Capo di Stato che sia fatta giustizia per Norbert Zongo", racconta A. "Tre anni fa ero rappresentante d'istituto, nella mia scuola. Sono stato uno dei principali organizzatori della manifestazione nella città di Quagadougou. Lì abbiamo bloccato le strade, per non far passare il traffico" continua " Eravamo decisi a farci sentire". Quella manifestazione, a cui l'intero Burkina Faso ha partecipato, è stata la causa che ha spinto la polizia sulle tracce di A. "Per questo sono dovuto fuggire via" continua il giovane. "Se la polizia mi avesse preso non sarei mai più tornato a casa". A. è dunque un partigiano contemporaneo, che si batteva per la libertà d'informazione e la verità, nella sua terra. A soli diciannove anni parla quattro lingue, ha terminato brillantemente il percorso attraverso il centro d'accoglienza di Acri e, ad oggi, lavora nel paese stesso. Come lui sono undici, dei ventitrè giovani ospitati nel centro, quelli che hanno deciso di rimanere ad Acri e qui hanno trovato lavoro. Un dato importante, nella Calabria feroce, quella di Rosarno e dello sfruttamento dei migranti. "La Calabria è Rosarno" afferma Pietro Caroleo, direttore generale della cooperativa Promidea. "Riace, come Acri, rappresenta la speranza". Caroleo è tra coloro i quali, infatti, sottolineano che c'è una grossa differenza tra il concetto di accoglienza e quello di integrazione, in una Calabria che ha raso al suolo le proprie origini, fortemente legate al mondo contadino. Radici ormai lontane, dalla Calabria e dalla provincia di Cosenza. Quella schiava dei falsi miti. Quella delle belle donne che sfilano a corso Mazzini, tra i Dalì e i De Chirico, sulle loro hogan tappezzate di strass. Quella dei mestieranti della politica, avvolti nelle loro camicie, troppo strette. O quella dei centri sociali, dei piercing, delle converse. Delle divise alternative. Uguali e diverse. In un panorama sommerso dall'ansia di conformismo, pensare all'integrazione del diverso è un azzardo. Eppure le avanguardie ci sono. Si moltiplicano. Ripopolano i centri storici abbandonati. Recuperano i mestieri dimenticati. Rieccheggiano le parole di Franco Cassano: "quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera". Intanto il centro di Acri è sospeso a metà, nell'attesa di sapere se sopravviverà, o se sarà l'ennesima vittima delle politiche di chiusura ai migranti, attuate dal Governo. " Siamo vicini a questo centro perchè è l'unico in Calabria che accoglie i minorenni" afferma Enza Papa, de "La Kasbah", associazione culturale multietnica di Cosenza " e siamo pronti ad offrire il nostro sostegno al centro, per scongiurare la sua chiusura". Per il momento, dall'amministrazione arrivano buone notizie: sembra che il pericolo "chiusura" sia stato scongiurato. Ma siamo ancora in attesa di avere certezze.

G.Z.

Mezzoeuro 10/07/201

Foto: G.Z. 

diritti
Omar Al Bashir colpevole! Emanato mandato d'arresto dal Tribunale dell'Aja
5 marzo 2009



“Al Bashir in prigione!”. Ieri, ai piedi del colosseo, nell'antico scenario capitolino un'ondata di slogan accesi ha scandito il tempo, nella lunga attesa del verdetto. La speranza era che il presidente del Sudan fosse riconosciuto ufficialmente responsabile di un conflitto di cui, ancora oggi, non si può stabilire il numero effettivo delle vittime. La voce dei rifugiati del Darfur, giunti da tutt' Italia, ha chiesto giustizia per le vittime innocenti di un conflitto che da sei anni non sembra volersi placare. "Tutte le persone che si sono raccolte quì hanno perso qualcuno nel conflitto in Darfur, e chiedono giustizia!" dice Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur. 



Alle 14:00 finalmente il verdetto: il presidente sudanese, Omar Al Bashir è colpevole di “crimini di guerra e crimini contro l'umanità”. Nei suoi confronti la Cpi ha emanato il mandato d'arresto. Un gesto simbolico di grande valore (perchè tale tribunale ha effetti solo se lo stato colpito dal mandato riconosce la sua autorità), che è bastato a suscitare l'ira di “Pechino” e della Lega Araba. La Russia parla di “decisione intempestiva” che crea un precedente pericoloso. A Karthoum in migliaia sono scesi in piazza a protestare contro la decisione della Corte. Le parole del presidente alla folla sono state forti e decise :“I crimini di guerra e di sterminio li hanno fatti loro (Europa ed USA) in Vietnam, in Irak ed in Palestina. Contro di noi parlano di difesa dei diritti, mentre in realtà sono proprio loro i primi a violare tali diritti!”. Intanto, a Roma, tra i manifestanti, la gioia è grande. 



Giulia
(foto Giulia Zanfino)


diritti
"In Darfur rischio Srebrenica!" Italians for Darfur lancia l'allarme
27 febbraio 2009

  "Non è un problema locale". Il Senatore a vita Andreotti si pronuncia sul genocidio in Darfur. E la sua presenza alla conferenza stampa indetta da Italians for Darfur presso la Fnsi, non è casuale. E' vero che il Senatore è un politico lungimirante e la sua battuta sul conflitto in Darfur lo testimonia. Mentre gli occhi del mondo erano puntati su Gaza nella regione si è registrata l' ennesima escalation di violenza. Nel silenzio. Da sei anni ad oggi i riflettori si sono accesi solo sporadicamente su questo emblematico conflitto. Eppure gli occhi di diverse potenze sono puntate sul Darfur. Ieri Italians for Darfur, che da anni si batte per una maggior attenzione dell'informazione nei riguardi del conflitto, presenta il suo “Rapporto 2008 sulla crisi in Darfur”, stilato attingendo ai dati pervenuti dalle ONG presenti nella regione. “Quello del Darfur è un conflitto complesso, che va ben oltre lo scontro tra etnie e realtà diverse”. Ad aprire la conferenza le parole di Antonella Napoli, Presidente di Italians for Darfur, da anni impegnata in iniziative di sensibilizzazione su questa guerra per lungo tempo dimenticata . “E' un conflitto che ha dietro tanti interessi, perchè il Sudan, in particolare il Darfur, ha in se grandi risorse, di cui il mondo ha sempre più fame”. 


             

  Da tempo Russia, Cina e Stati Uniti giocano la loro partita in Africa. E, ad oggi, sembra che sarà la Russia a fare la mossa decisiva, come manifesta il suo sempre più forte interesse per la “questione Darfur”. Quando chiedo al Senatore Andreotti cosa ne pensa della presenza degli interessi di queste nazioni in Darfur mi risponde che bisognerebbe “ridare importanza alle Nazioni Unite per evitare disegni particolaristici”. Forse. Ma come frenare le “velleità colonialiste” di una Russia sempre più decisa a riprendere il suo posto nello scacchiere internazionale?


Che la situazione in Darfur stia peggiorando sensibilmente lo testimonia il "Rapporto 2008” sulla crisi nella regione sudanese, presentato da Italians for Darfur. Il quadro che ne emerge è quello di un disastro annunciato. La missione UNAMID, che doveva essere la più ampia forza di peacekeeping multilaterale mai dispiegata, prevedeva la presenza di ben 31.000 uomini nella regione, entro la fine del 2007. Ad oggi le truppe dispiegate sono poco più di 10.000. Mancano mezzi logistici e finanziamenti adeguati. Non ci sono elicotteri, mezzi indispensabili per spostarsi in una regione grande quanto la Francia. La situazione miserabile in cui vertono le truppe, che faticano a ricevere una retribuzione, è testimoniata dalla mancanza degli elmetti blu. Molti uomini usano buste di plastica del medesimo colore. Apposte su elmetti bianchi. Stefano Cera, di Italians for Darfur, lancia l'allarme: “In Darfur c'è il rischio che si ripeta ciò che è avvenuto a Srebrenica!”. E  Roberto Natale, presidente Fnsi, ricorda come nel 1995 l'Occidente ha assistito con “distrazione ipocrita” ad un “massacro annunciato”, ed invita la stampa a lavorare, affinchè un tale massacro non si ripeta in futuro. Suliman Hamed, rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia, parla di un “Rischio Somalia”. Il 4 marzo la Corte Penale Internazionale si pronuncerà sull'arresto di Omar Al Bashir, presidente sudanese, per il genocidio in Darfur, mentre l'effetto domino che questo conflitto potrebbe provocare è sempre più temuto.

Giulia

(Foto: Giulia Zanfino)


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Accendiamo i riflettori sul genocidio in Darfur
19 novembre 2008


Giulia
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Sudan - Darfur: "manifestandoci contro"
21 luglio 2008

A Piazza della Repubblica, a Roma, ieri si è tenuta un'importante manifestazione, indetta dalla comunità sudanese, per manifestare la propria solidarietà al Presidente sudanese, condannato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio e crimini di guerra. "Siamo tutti per Al Bashir" era uno degli slogan scanditi dalle poche decine di presenti. Ma i rifugiati politici del Darfur, regione sudanese martoriata dalle milizie del Presidente, hanno protestato contro la manifestazione, in nome delle loro famiglie, vittime del genocidio. Inoltre pare che tra i manifestanti "pro Sudan" ci fossero delle persone che abitano in Italia come rifugiati politici dal Darfur. Una bella contraddizione, che probabilmente verrà chiarita in sede legale.
A seguito un breve video che vuole testimoniare l'accaduto (purtroppo sia la qualità video che l'audio sono pessimi a causa di problemi tecnici).



 


Giulia

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Fermato in Chad Suliman Hamed, rifugiato politico in Italia
18 giugno 2008

 
Dal Blog    http://itablogs4darfur.blogspot.com/

Suleiman è il nome vero di un uomo. Non uno come tanti in Darfur, smarrito nell'abaco freddo della statistica, ma un uomo che è anche un amico. Come tanti, in Darfur, Suleiman cerca di portare un pò di luce nelle tenebre sanguinarie che circondano la sua gente. Ha lasciato la sua famiglia al confine con il Chad, per giungere in Italia anni fa e denunciare quanto accadeva nella sua terra. Rifugiato, non ha smesso di lottare per sopravvivere anche in Italia. L'abbiamo conosciuto anche noi, quando muovevamo incerti i primi passi, e abbiamo trovato lui, nel suo sguardo che basta da solo a raccontare il silenzio dentro.
Da qualche mese è tornato in Chad, per ricongiungersi alla sua famiglia, per fotografare quanto orrore ancora, dopo cinque anni almeno, si abbatte sui profughi del Darfur.
Abbiamo raggiunto telefonicamente un suo amico a Parigi, Adam. Che ci ha spiegato cosa accade ora a Suleiman, figlio indomito del Darfur.

"On June 13, 2008, the Government of Chad arrest Solyman in a displaced persons camp in eastern Chad at a distance of about 65 kilometers from the area of Tina .
Accused of having instigated the citizens to work against the government of Chad and he came from Italy to urge citizens to work in the opposition ranks Chad.
The fact is that the Sudanese governments is the main reason behind his detention and clarify that as follows:
In the camps of displaced there are security men affiliated to the Government of Chad, but the Sudanese government pay large sums of money for them to make scenarios so as to serves the Sudanese government and his goals
According to that, the security men whom I refer to them above they lying to the government of Chad and they say that ,Solomon come to the camps aimed to inciting citizens and every day he meets by them for that goal.
The Government of Chad was simple and naive ,they are believed that lies and was arrested him and now in the investigation".

Attendiamo con speranza e fiducia la conclusione di questo spiacevole momento.

Mauro Annarumma

Tredici nomi per documentare un massacro
22 settembre 2007


                                          (foto: Valeria Brigida)

Riporto la notizia che miè stata comunicata da poco tempo dai rifugiati politici del Darfur a Roma.

Abu Bakar Manis, Fki Sale Idris, Mohamed Ibraim Gdu, Assalik Ahmed Jusef, Abdualrhman Mohamed Shrio, Mohamed Jusef, Adam Juma, Ahfiz Bashir Abdalkrim, Minni Abdalkrim Dhaia, Hamed Isak Jumallah, Siddic Jusef Abdalbnat, Fki Bakit, Hussein Hashim. Tredici nomi per non dimenticare, tredici vittime che tra ieri ed oggi hanno trovato la morte nei villaggi di Ajara e Omscigera, a Sud Est del Darfur. Non ci sono stime ufficiali che documentino il numero esatto delle vittime di quella che in pochi anni è diventata una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta. Il numero degli sfollati, invece, attualmente di due milioni e mezzo, tende a crescere vertiginosamente. Il conflitto, scoppiato ufficialmente nel duemilatre, a causa dello stato di marginalizzazione in cui verte la regione, e combattuto tra janjaweed (milizie locali assoldate dal governo), ed i movimenti di autodifesa del Darfur (diventati eserciti di ribelli) continua a mietere vittime. In Italia i media stentano a trattare il problema e quando lo affrontano lo spazio concesso è sempre troppo breve.

                                                                                               

                
                                                                                  (foto: Valeria Brigida)

Ad oggi, pochi giorni dopo la visita di Omar al-Bashir, Presidente del Sudan, alle massime cariche del nostro Governo, ancora violenza e morte segnano la regione africana tra Al Mharjria ed Al Kasher. Il Presidente sudanese ha assicurato a Romano Prodi massimo impegno per trovare una soluzione politica che garantisca la pace e la stabilità in Darfur. Lo stesso impegno che si era assunto più volte in passato, che è sempre stato disatteso. Il Blog “Italians For Darfur” ha promosso, in questi giorni, un’importante iniziativa che vi riporto direttamente:

Roma,13/09/2007
Come rappresentanti dei rifugiati del Darfur in Italia ci facciamo portavoci del dolore della gente del Darfur e auspichiamo venga fissata al più presto una audizione con il Governo italiano, al pari del Presidente sudanese Al-Bashir, in visita in Italia domani 14 Settembre.
Chiederemo:
- che il Governo Italiano promuova a livello europeo e internazionale un negoziato per la pace in una località neutra, scelta di comune accordo tra tutte le parti coinvolte.;
- che venga accelerato il dispiegamento delle forze di pace e la piena applicazione della nuova risoluzione ONU, al fine di garantire un cessate il fuoco immediato;
- che venga promossa la costituzione di una no-fly zone sul Darfur, la liberazione dei prigionieri politici e l’avvio di un programma “oil for food” delle Nazioni Unite per la ricostruzione e lo sviluppo del Darfur.
Ad oggi siamo ancora in attesa di una risposta del Governo...

Giulia Zanfino

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