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diritti
Amianto e acquedotti. La contraddizione stridente immersa tra le montagne di Montalto Uffugo (CS)
10 luglio 2011
Ciò che resta di uno dei 4 capannoni in amianto

4 capannoni industriali coperti in amianto, immersi nel cuore delle montagne di Montalto Uffugo. Un'immagine che corre sul filo del paradosso, tanto più che 2 di questi capannoni hanno il tetto sventrato. Gli altri 2 sembrano integri. Li osserviamo dalla vetta di una delle montagne che sovrastano il territorio, guardando a nord. Potrebbero essercene altri, inghiottiti dalla fitta vegetazione che ricopre il territorio. Siamo nel cuore del Parco Mangia e Bevi, un' area ricca di fonti e boschi. I capannoni si trovano su una montagna chiamata Passo della Cupa e sembra siano sorti alla fine degli anni '60. In quegli anni Pasquale Corniola aveva creato sulla sua proprietà un allevamento di pollame. La gente del posto ci racconta che l'attività ha avuto una vita piuttosto breve, intorno ai dieci anni, e poi i capannoni sono stati svuotati. Dunque, secondo queste ricostruzioni, dalla fine degli anni '70 a oggi i capannoni sono rimasti lì, nella proprietà della famiglia Corniola. Si dice che questa proprietà sia ricchissima di acqua, tanto che, il proprietario, ci aveva realizzato una piccola centrale elettrica, e i due capannoni in eternit, sventrati dal tempo e dall'abbandono, si affacciano proprio su due acquedotti. 


L'acquedotto che si affaccia sui capannoni abbandonati

Una parte della proprietà, ci dicono, a fine anni '60 è stata espropriata dal Comune, che ci ha fatto passare l'acquedotto comunale. Ci guardiamo intorno cercando di scorgerlo, tra l'erba alta che copre l'intera montagna. La scarsa visibilità ci costringe a farci largo tra erbacce e rami secchi, e finalmente vediamo due acquedotti. A pochi metri, tra fitti sipari di foglie, scorgiamo i capannoni in eternit. Alcuni abitanti del luogo ci dicono che quest' acquedotto fornisce acqua da Passo della Cupa, montagna che si snoda nel territorio di Montalto Uffugo, fino a Settimo, lungo la Statale 19. Eternit e acquedotti. Un binomio che fa venire i brividi. Gli abitanti di Vaccarizzo, una frazione di Montalto Uffugo, sono i più vicini, in linea d'area, ai capannoni abbandonati. "Abbiamo paura che il vento porti le particelle di amianto sulle nostre terre, nelle nostre case. Abbiamo paura di respirarle!", ci dice un ragazzo, preoccupato. Preoccupazione avallata da un'ordinanza di bonifica emanata dal Comune di Montalto Uffugo, nel lontano 2004, e indirizzata al proprietario dei capannoni. Ma dal 2004 a oggi nulla è stato fatto. Eppure è noto come "le fibre rilasciate sono disperse dal vento e, in misura ancora maggiore sono trascinate dalle acque piovane, raccogliendosi nei canali di gronda o venendo disperse nell’ambiente dagli scarichi di acque piovane non canalizzate".   
                                                                                   
Un altro acquedotto vicino ai capannoni in eternit

Proprio per questo in Italia vige una fitta ramificazione legislativa, molto chiara, che impone ai proprietari di bonificare i beni contenenti amianto. Qualora i proprietari non provvedano la disciplina legislativa prevede l'intervento del Comune in cui si trova il bene che dovrà essere bonificato. L'architetto Chiappetta, della Protezione Civile di Montalto Uffugo, si occupa della vicenda dal lontano 2004. "Il Comune aveva emesso un'ordinanza nel 2004, per intimare ai privati di fare lo smaltimento", ci dice "Negli anni il privato, però, non ha provveduto. A oggi il proprietario è deceduto e il Comune deve emanare un'altra ordinanza, verso gli eredi del proprietario". E qualora i nuovi proprietari non provvedano? "In quel caso cercheremo di attuare l'ordinanza, se il Comune ha i soldi anticiperà la somma, provvederà alla bonifica e addebiterà i costi ai proprietari dei capannoni". Ma non andava fatto un po' prima? "Guardi non ci sono rischi. La captazione della sorgente avviene a monte, a valle ci sono solo i serbatoi". Ma vicino ai capannoni abbiamo visto delle fontanelle... "Sono fontanelle private, nulla a che vedere con l'acquedotto...". E l'acquedotto comunale che si affaccia sui capannoni? "Le ripeto, il sistema di raccolta delle acque avviene a monte. L'unico rischio è quello legato alla dispersione in atmosfera. Comunque nel circondario non vive nessuno e per abbattere ogni rischio il sindaco deve emettere l'ordinanza" ci spiega pazientemente l'architetto Chiappetta. Se c'è un dato piuttosto stridente è che, dal 2004 a oggi, è stata emessa un'unica, solitaria, ordinanza di bonifica. Poi un lunghissimo silenzio, che lascia perplessi, visti i rischi ormai accreditati, dell'esposizione all'amianto. Le fibre penetrano nel terreno e si disperdono nell'aria. Chiediamo all'architetto Chiappetta quanto ci vorrà, ancora, prima della bonifica. "Dopo l'emissione dell'ordinanza i proprietari avranno due mesi di tempo". Intanto ci informiamo dei costi necessari alla bonifica. "In passato" prosegue l'architetto Chiappetta "era di 60mila euro, oggi sarà arrivato a 100.000". Una cifra tutto sommato abbordabile, per un'amministrazione comunale come quella di Montalto. La domanda è, dunque, perché fino ad oggi l'area non è ancora stata bonificata? Intanto a Torino il processo all'ex Eternit di Bagnoli è alle battute finali. 1939 morti, forse destinati ad aumentare ancora vertiginosamente. Perché l'amianto è un metallo estremamente pericoloso.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro


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Terra in movimento. Voci dalle contrade isolate.
4 maggio 2010



Una fognatura che da anni straripa nei fiumi della Sila. Strade inagibili, aperte al traffico cittadino, prive di qualsiasi messa in sicurezza. Se il grado di civiltà di un paese si misurasse dalle vie d'ingresso nel suo territorio e dalle infrastrutture garantite alle aree periferiche, Acri concorrerebbe per il primato dell'arretratezza. Eppure è il quarto comune d'Italia per estensione, con i suoi ventimila ettari, che si stagliano tra le montagne della Sila e il confine con la Piana di Sibari. Un'area vasta, tutelata dalla Legge n.97 del 1994, che prevede una serie di disposizioni per lo "sviluppo globale delle aree montane, attraverso la tutela e la valorizzazione delle loro qualità ambientali". Tra i punti cardine di questo disposto normativo troviamo sia un "particolare riferimento allo sviluppo del sistema della viabilità locale", che "la garanzia di adeguati servizi per la collettività" presente sul territorio. Questa legge, ad oggi, è rimasta lettera morta. E mentre la statale 660 continua a franare, impegnando il neo sindaco Gino Trematerra in una lotta contro il tempo, per scongiurare l'isolamento del paese, le frazioni di Acri soffrono, egualmente colpite dal dissesto idregeologico che ha messo in ginocchio l'intera regione. Serricella è il cuore delle contrade che costellano La Mucone, una delle più vaste aree del territorio acrese, che nascono ai piedi della Sila. Qui tanti piccoli agglomerati urbani, arroccati sulle montagne, si susseguono gli uni accanto agli altri, a picco sui boschi. Le uniche strade per raggiungere questi luoghi sono lunghe lingue d' asfalto che si snodano tra alture e strapiombi, aprendo lo sguardo ad un paesaggio incantevole, immerso nel silenzio. Rieccheggiano "le cime delle montagne l'un all'altre addossate come i gradini d'una grande scala che metta capo nel Cielo", che il poeta Vincenzo Padula descriveva, narrando le bellezze della Sila nelle sue "Impressioni di un viaggio". Riecheggia un "mondo perduto", dove da tempo la popolazione locale deve fare i conti con i problemi legati all'isolamento di queste terre. Dal dissesto idrogeologico alla mancanza di manutenzione delle infrastrutture. 



Sono in molti, infatti, ad affermare che, da circa quindici anni, parte del sistema fognario della contrada finisce nel fiume San Martino, affluente del  Mucone, che taglia la Sila sino a gettarsi nel fiume Crati. La fossa biologica che doveva raccogliere gli scarichi, infatti, è straripata. Nell'indifferenza istiuzionale. "Sono anni che denunciamo il problema della fogna, ma non è mai stato fatto nulla". Mansueto Magliari abita a Serricella. La sua casa è a pochi metri dal punto in cui la fogna sfocia nel fiume. Entriamo nella sua "edicola improvvisata con l'aiuto di uno zio", dopo che da due mesi, il locale dove teneva la sua attività è stato dichiarato inagibile, a causa di una frana. Così, insieme alla moglie Mina, racconta di come sia difficile vivere in una contrada immersa tra le montagne della Sila.  "L'estate, a causa dello straripamento della fogna, davanti a casa nostra l'aria è irrespirabile. Ed ora, a causa della frana, abbiamo avuto anche grossi danni all' attività commerciale", ci dice, abbozzando un sorriso cinico, carico di rassegnazione.  "Sono state fatte varie segnalazioni al comune, ma nessuno è riuscito a risolvere il problema", continua Mansueto. L'acqua del San Martino, inoltre, da anni viene usata per irrigare i campi. E sono in molti a sostenere che sia, di fatto, contaminata dagli scarichi. Cosimo Terranova, geometra del comune di Acri, ammette che, in effetti da "circa cinque, massimo dieci anni" il problema del sistema fognario esiste. "L'irrigazione dei campi, però, viene da una fonte che sta a monte, non c'è nessun rischio di contaminazione", ci assicura.  Il geometra manifesta un forte senso d'impotenza, a fronte dei problemi che hanno colpito le infrastrutture del territorio. "Nel corso di questi anni siamo stati sprovvisti dei fondi per poter intervenire su un territorio difficile come quello di Serricella, ma di recente abbiamo appaltato i lavori per ammodernare tutto il sistema di drenaggio urbano delle nostre contrade", continua il geometra "grazie ad un finanziamento di sette milioni di euro". A breve, quindi, a Serricella partiranno i lavori. Girando per queste terre la sensazione è quella di un luogo selvaggio, abbandonato a se stesso. Qui il dissesto idrogeologico ha alterato l'intero sistema di viabilità, rendendo ambedue le strade che collegano La Mucone al resto della regione, pericolose da percorrere. Due mesi fa a franare sono stati alcuni edifici, nel cuore di Serricella, insieme ad una delle strade principali. Da allora gli edifici sono stati dichiarati inagibili, e la strada è rimasta chiusa per più di un mese. "Il problema sta a monte" chiarisce l'ingegnere Feraudo, dell'ufficio tecnico del comune di Acri. "Molti edifici colpiti di recente da frane e smottamenti erano costruiti su terreni non edificabili. In seguito, queste costruzioni, sono state condonate. Altre, invece, sono definite edificabili dal piano regolatore, per cui l'amministrazione non può intervenire". Ma c'è da chiedersi se un'amministrazione che non può intervenire coattivamente, per difendere l'incolumità dei suoi cittadini, sia un'amministrazione che adempie appieno ai suoi doveri. 



Giulio è un giovane ragazzo che ha deciso di rimanere a Serricella, dove gestisce un'attività di parrucchiere. Lui, come tanti altri commercianti, ha subito gravi danni economici, a causa dell'isolamento di questi luoghi, seguito alla frana. "Siamo rimasti isolati per giorni, senza un presidio di primo soccorso, qualora ci fosse stata un'urgenza sanitaria. Gli unici a sostenerci sono stati i volontari e i vigili del fuoco".  Eppure la tutela della salute, nei casi di necessità ed urgenza, è uno dei diritti fondamentali, da garantire alla popolazione colpita dal disagio. Ma questo principio sembra essere lontano dalle nostre terre. Infatti, ambedue le strade che portano a Serricella, una di manutenzione provinciale, l'altra comunale, sebbene ancora a rischio, sono state riaperte. Senza alcuna messa in sicurezza. Neanche una semplice "rete", posta nei punti nevralgici colpiti dalle frane negli ultimi mesi. "Ci sentiamo abbandonati!". Mario Adimari, proprietario di un bar che si affaccia sul ciglio della strada principale ci racconta la sua storia. Da cinque anni denuncia infiltrazioni d'acqua che penetrano nel suo terreno, forse a causa di uno scolo delle acque anullato per la costruzione di un fabbricato ad opera del comune. Su tutte le segnalazioni fatte all'amministrazione, custodite gelosamente nella sua cartellina, si legge: "Richiesta ripristino scolo acque bianche e di scarico". Niente di più. Eppure sono anni che aspetta un intervento che tuteli il suo terreno da smottamenti già in atto. "La cosa peggiore è reclamare un diritto e non essere ascoltati. E' una mortificazione", continua Mario. La sua storia è un microcosmo nel macrocosmo di una realtà difficile. L'ingegnere Feraudo, dell'ufficio tecnico del comune di Acri, ci spiega la situazione generale: "Ogni anno il comune di Acri presenta richieste e progetti preliminari per la messa in sicurezza delle strade". L'ingegnere scatta una fotografia preoccupante dell'intero territorio acrese. "Da gennaio duemilaotto ad oggi il nostro territorio ha subito ben cinque milioni di euro di danni a causa delle frane. Purtroppo non ci sono i finanziamenti per intervenire per la messa in sicurezza delle zone colpite. E noi abbiamo le mani legate". Intanto a Serricella la quotidianeità è scandita dai rumori di un nuovo processo di urbanizzazione. A pochi metri dai palazzi che stanno franando ne stanno nascendo altri. A picco sui boschi. Triste metafora delle condizioni della nostra terra, con cui, prima o poi, dovremo fare i conti.


Giulia Zanfino
foto © Giulia Zanfino
Mezzoeuro 01/04/2010
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