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Le sorti dell'ospedale di Acri appese a un filo. In vista un forte ridimensionamento.
17 novembre 2010

Chiudere e ridimensionare piccoli ospedali pubblici e tenere in vita solo alcune cliniche private convenzionate, per un giro d'affari milionario. Lo tzunami del commissariamento si abbatte sulla Calabria, e potrebbe assumere la forma di un'onda anomala. Perché l'anomalia è lampante, laddove il servizio pubblico è soppresso, e parte di quello privato accreditato, alimentato con finanziamenti regionali, a meno che non si tratti di strutture d'eccellenza. Se l'obiettivo millantato è quello di rimettere i conti in ordine, a primo colpo d'occhio la percezione imperante è che la Sanità calabrese assuma nuovamente i contorni di una "piazza affari" che governa il destino delle nostre strutture sanitarie in nome di interessi di ceto, che poco hanno a che vedere con la tutela del diritto alla salute. Perché se il Piano di Rientro della Sanità mira al recupero di fondi e ad ottenere un finanziamento di ben 800mln di euro, la domanda scontata è: come saranno investiti realmente questi fondi? E in base a quali criteri si decideranno le sorti delle strutture private accreditate? Sono bastati così pochi mesi a sradicare la presenza del malaffare in un settore che gestisce da sempre cifre astronomiche? Tra le struttue colpite dai tagli serpeggia il malcontento. Perché è risaputo che alcuni politici, e non solo, acquistano azioni nelle cliniche private accreditate. Miniere d'oro, sovvenzionate per anni da finanziamenti regionali. Su cui pendono molti interrogativi. Se ad oggi non sembra facile mettere a fuoco il reale destino delle strutture sanitarie regionali, non mancano le sorprese agli ospedali che si ritenevano messi in salvo dal "risiko" del commissariamento calabrese. Ad Acri, paese del Cosentino, proprio mercoledì, la quotidianità dell'ospedale cittadino è stata turbata da una visita inattesa. L'assessore all'Agricoltura e Foreste, Michele Trematerra, ha accompagnato in un giro d'ispezione silenziosa il rappresentante di un organismo "Sovraregionale", con il compito di monitorare la situazione degli ospedali da ridimensionare. Dalle mura dell'ospedale acrese trapela poco o nulla. Ma le voci che girano parlano di un forte ridimensionamento, che priverebbe la struttura della possibilità di far fronte alle emergenze e alle urgenze. Sembra, infatti, sia prevista la chiusura del reparto di Ginecologia e Ostetricia, e quello di Chirurgia, che diventerebbe un Day Surgery. Sarebbe poi prevista la nascita di un reparto di Riabilitazione, che prevede la presenza di ben trenta posti letto. Un fulmine a ciel sereno, perché proprio il governatore Scopelliti aveva affermato, nell'ambito della presentazione cosentina del Piano di Rientro della Sanità, dal palco del teatro "Morelli", che gli ospedali montani sarebbero rimasti così com'erano, con qualche piccola modifica. Niente di più. Invece, sull'ospedale di Acri, un colpo di scimitarra e le rassicurazioni del governatore si vestono di un tessuto ambiguo, fatto di "parate e chiacchiere", sfilate in abiti scuri, camicie immacolate e sorrisi scolpiti su volti che celano altre verità. Quelle che fanno male e che è meglio centellinare. La chiusura del reparto di chirurgia di Acri, dove da anni si eseguono egregiamente delicati interventi in laparoscopia, non è il solo pericolo che appare all'orizzonte. Preoccupa molto di più la previsione della chiusura del reparto di Ginecologia e Ostetricia, da anni riconosciuto per la qualità del servizio offerto. Qui, oltre ai parti, si eseguono interventi delicati sulle pazienti ginecologiche e si partecipa alla donazione del cordone ombelicale, grazie all'interazione del reparto con l'associazione "Susy sorriso di Dio". Servizi che non tutti gli ospedali sono in grado di garantire, nel martoriato scacchiere calabrese. Rieccheggiano i parti per strada, quando un tempo il paese non aveva il reparto di Ginecologia, e si doveva raggiungere l'ospedale di Cosenza. In caso di parti precipitosi, la situazione rischia di diventare drammatica. "Potrebbe tornare di moda partorire al Cocozzello, come accadeva un tempo" affermano amaramente alcuni cittadini. Quali saranno le posizioni dell'amministrazione comunale, è difficile dirlo. Dalle mura di palazzo Gencarelli, non trapela nulla. Non riusciamo a intervistare il sindaco Trematerra e l'agenda fitta del governatore Scopelliti non ci consente di chiedergli delucidazioni. Ma la storia dell'ospedale di Acri è costellata da anni di battaglie, per scongiurarne la chiusura. Già negli anni Novanta, nel primo Governo Berlusconi, c'era stato un tentativo di chiudere i piccoli ospedali, tra cui l'ospedale di Acri. Allora ci fu una serrata di parlamentari e cittadini, e il tentativo fallì. Qualche anno fa un nuovo tentativo scatenò lo sciopero generale del comprensorio, e tutta la popolazione e i politici parteciparono alla protesta. Del resto l'ospedale di Acri ha un ruolo sociale consolidato, per le risposte che ha dato e continua a dare e per i servizi che eroga da anni, su un territorio in cui i dissesti idrogeologici hanno isolato più volte il paese intero. "Non è chiudendo la struttura, ma migliorando i servizi e la qualità, che si può discutere di un Piano di Rientro" affermano alcuni cittadini. La vera sfida sarebbe, quindi, rendere i servizi di qualità, con una spesa contenuta. Ma a quanto pare per la Regione Calabria i tempi non sono maturi. Ora i riflettori sono puntati sulla collettività acrese e soprattutto sui suoi esponenti politici di spicco. I Trematerra, padre e figlio, l'uno alla guida del Comune di Acri, l'altro al timone dell'assessorato all'Agricoltura e il consigliere provinciale De Vincenti. Tutti rappresentanti politici di un UDC calabrese che potrebbe fare la differenza sulle sorti dell'ospedale di Acri.

Fonte: Mezzoeuro

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Acri: paese dell'accoglienza.
29 luglio 2010


La traversata del mare, rappresentata nel dipinto realizzato dai ragazzi del Rifugio di Isaac

"Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell'economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera. Il pensiero meridiano infatti è nato proprio nel Mediterraneo, sulle coste della Grecia, con l'apertura della cultura greca ai discorsi in contrasto, ai dissoi logoi". Nella seconda metà degli anni novanta Franco Cassano, con il suo libro "Il Pensiero Meridiano", tracciava un percorso per ridisegnare un'idea di Meridione, come "centro di un'identità ricca e molteplice, capace di conoscere più lingue, più religioni, più culture, secondo la più autentica vocazione mediterranea". Due anni dopo la Calabria sarebbe stata attraversata dai primi sbarchi dei migranti. Quelle centinaia di curdi che, approdati sulle spiagge di Badolato, hanno segnato la nascita di quei percorsi d'accoglienza, che in Calabria, oggi, si sono consolidati in veri e propri processi politici d'avanguardia. Consacrati da una recente legge regionale, incentrata sul modello d'accoglienza e integrazione, sul nostro territorio, dei migranti in fuga dai teatri di guerra, o per motivi umanitari. Delle strutture destinate all'accoglienza dei migranti, in Calabria, solo una accoglie i minorenni stranieri non accompagnati, che ad oggi, a causa dei tagli agli enti locali, potrebbe essere chiusa. Si tratta del centro di seconda accoglienza "Il rifugio di Isaac", che in due anni, ad Acri, ha ospitato ben ventitrè ragazzi, provenienti da Afghanistan, Nigeria, Sudan, Burkina Faso e altri luoghi, teatri di guerra e di conflitti politico-sociali. Giovani ragazzi spesso approdati in Italia dopo aver percorso "la rotta degli schiavi". Quella che un tempo i loro antenati africani attraversavano per essere deportati come fossero merce, e che oggi rappresenta un salto nel buio per chi è costretto a lasciare la sua terra. A questo viaggio si può sopravvivere, oppure no. Non ci sono regole. Ci si affida al caso e a individui che organizzano le traversate da decenni, passando dal Medioriente o dal Corno d'Africa, per arrivare alla Libia. E molto spesso si cade nella rete di trafficanti e stupratori o si finisce per approdare nei centri di tortura libici. Quello di Kufra, nella striscia di deserto che confina con l'Egitto, è uno dei peggiori. E pare sia finanziato anche dal Governo italiano. Da Kufra, ad oggi, è sempre più difficile uscire indenni, e chi ci riesce racconta di aver subito atroci torture. 


Il viaggio nel deserto

In questo feroce scenario il ruolo di chi accoglie è determinante. E il centro "Il rifugio di Isaac", di cui è titolare il Comune di Acri, ma che è gestito dalla cooperativa "Promidea", ha un onere in più: accompagnare i minorenni, in un delicato percorso di accoglienza e integrazione. Un compito difficile, che vede i due operatori, Luigi Branca e Geppino Ritacco impegnati quotidianamente innanzitutto nella gestione delle partiche di riconoscimento del diritto d'asilo o dei permessi per motivi umanitari, per garantire la permanenza nelle nostre terre, di questi giovani esuli. Un impegno, quello dell'accoglienza, sentito come proprio anche dai monaci cappuccini di Acri, che da due anni, ospitano con grande generosità il centro nella loro struttura, dando sostegno ai ragazzi e agli operatori. Tra i progetti che si sviluppano all'interno del "rifugio", per aiutare questi giovani ad intraprendere un percorso d'integrazione, vi è l'assegnazione di borse lavoro, utili ad immergersi nel mondo degli adulti, attraverso il sostegno degli operatori. Ma vi sono anche progetti che aiutano i ragazzi ad esprimere ciò che con le parole, spesso, non si può raccontare. "Partire come persona e arrivare come straniero, anzi come clandestino, in un paese diverso" sottolinea Geppino Ritacco, operatore del centro " costretto a lasciare tutto senza la certezza che ci sia una meta, che può diventare una triste illusione, quando il mito di un' Europa che accoglie s'infrange e il profugo, partito su imbarcazioni di fortuna, spesso paga con la sua stessa vita un prezzo troppo alto". Per raccontare il viaggio di questi giovani migranti, sopravvissuti alla traversata del deserto e del mare, gli operatori del centro hanno proposto lo strumento della pittura. Pennellate ocra per raccontare il deserto, tonalità azzurre per evocare le acque trasparenti del Mediterraneo, tonalità scure, espressioniste, per disegnare l'efferatezza degli scontri di Rosarno. Un progetto realizzato con la collaborazione volontaria dell'architetto Giacinto Ferraro, che ha accompagnato i ragazzi in questo percorso in parte terapeutico, da cui emerge un punto di vista molto duro sull'esodo affrontato. Perchè nel deserto diventi un "figlio di nessuno". Come lo è diventato un giovane studente, attivista politico del Burkina Faso, approdato ad Acri da un paio d'anni.


Gli scontri di Rosarno

Lo chiameremo A. Ha il volto di adolescente e gli occhi vividi. Le trecce scure sottolineano il forte legame con la sua terra. Questo giovane ragazzo, che apparteneva ai movimenti studenteschi, è stato costretto a lasciare il suo Paese per motivi politici. Militava, infatti, nel folto gruppo di studenti che chiedono sia fatta luce sulla misteriosa morte di Norbert Zongo, il giornalista, direttore del settimanale "L’independant". Un personaggio noto per il suo impegno nella causa del Burkina Faso, probabilmente per questo assassinato in circostanze ancora oggi misteriose. "Ogni anno, noi dei movimenti studenteschi, in tutto il Paese, organizziamo delle grandi manifestazioni per chiedere al Capo di Stato che sia fatta giustizia per Norbert Zongo", racconta A. "Tre anni fa ero rappresentante d'istituto, nella mia scuola. Sono stato uno dei principali organizzatori della manifestazione nella città di Quagadougou. Lì abbiamo bloccato le strade, per non far passare il traffico" continua " Eravamo decisi a farci sentire". Quella manifestazione, a cui l'intero Burkina Faso ha partecipato, è stata la causa che ha spinto la polizia sulle tracce di A. "Per questo sono dovuto fuggire via" continua il giovane. "Se la polizia mi avesse preso non sarei mai più tornato a casa". A. è dunque un partigiano contemporaneo, che si batteva per la libertà d'informazione e la verità, nella sua terra. A soli diciannove anni parla quattro lingue, ha terminato brillantemente il percorso attraverso il centro d'accoglienza di Acri e, ad oggi, lavora nel paese stesso. Come lui sono undici, dei ventitrè giovani ospitati nel centro, quelli che hanno deciso di rimanere ad Acri e qui hanno trovato lavoro. Un dato importante, nella Calabria feroce, quella di Rosarno e dello sfruttamento dei migranti. "La Calabria è Rosarno" afferma Pietro Caroleo, direttore generale della cooperativa Promidea. "Riace, come Acri, rappresenta la speranza". Caroleo è tra coloro i quali, infatti, sottolineano che c'è una grossa differenza tra il concetto di accoglienza e quello di integrazione, in una Calabria che ha raso al suolo le proprie origini, fortemente legate al mondo contadino. Radici ormai lontane, dalla Calabria e dalla provincia di Cosenza. Quella schiava dei falsi miti. Quella delle belle donne che sfilano a corso Mazzini, tra i Dalì e i De Chirico, sulle loro hogan tappezzate di strass. Quella dei mestieranti della politica, avvolti nelle loro camicie, troppo strette. O quella dei centri sociali, dei piercing, delle converse. Delle divise alternative. Uguali e diverse. In un panorama sommerso dall'ansia di conformismo, pensare all'integrazione del diverso è un azzardo. Eppure le avanguardie ci sono. Si moltiplicano. Ripopolano i centri storici abbandonati. Recuperano i mestieri dimenticati. Rieccheggiano le parole di Franco Cassano: "quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera". Intanto il centro di Acri è sospeso a metà, nell'attesa di sapere se sopravviverà, o se sarà l'ennesima vittima delle politiche di chiusura ai migranti, attuate dal Governo. " Siamo vicini a questo centro perchè è l'unico in Calabria che accoglie i minorenni" afferma Enza Papa, de "La Kasbah", associazione culturale multietnica di Cosenza " e siamo pronti ad offrire il nostro sostegno al centro, per scongiurare la sua chiusura". Per il momento, dall'amministrazione arrivano buone notizie: sembra che il pericolo "chiusura" sia stato scongiurato. Ma siamo ancora in attesa di avere certezze.

G.Z.

Mezzoeuro 10/07/201

Foto: G.Z. 

POLITICA
ACRI: TRA CACCIATORI DEL VENTO E TERMOVALORIZZATORI
2 luglio 2010


E' l'onda lunga dell'energia rinnovabile. Minimo investimento, guadagno assicurato. Una rete capillare di finanziamenti e incentivi economici, che sventolano tra le turbine eoliche, e si vaporizzano tra i fumi delle centrali a biomasse e quelle dei termovalorizzatori. La logica viene da lontano: basta trovare il posto giusto e un'amministrazione favorevole. I grossi gruppi bancari fanno il resto. E dalle montagne irpine a quelle della Sila, tutto può accadere.

In questo clima da caccia al tesoro la scommessa del sindaco di Acri, Gino Trematerra, pare per nulla un azzardo. E proprio qualche giorno fa, in un'inattesa conferenza stampa, il senatore ha dato la notizia. Ma, questa volta, il mancato plebiscito potrebbe essere dietro l'angolo. Il sindaco ha affermato di voler attuare politiche fortemente improntate allo sviluppo energetico, sul territorio acrese, attraverso l'eolico, le biomasse e, dulcis in fundo, un termovalorizzatore. Questo ammiccamento all'approviggionamento energetico, che sottende l'ipotesi di un termovalorizzatore sul territorio acrese, a poche settimane dall'inizio dei lavori per la realizzazione del Psc (piano strutturale comunale), è stato sufficiente a destare qualche perplessità nelle file dell'opposizione e ad alimentare un clima di fibrillazione politica, già innescato da tensioni pregresse. Mentre l'agonizzante opposizione piddina ingoia l'ennesimo boccone indigesto, nell'entourage del "senatore", c'è chi si cuce la bocca. Anche sul fronte dell' IDV acrese tutto tace, e dalla presidenza della Provincia, che attualmente ha la delega all'Ambiente, non trapelano indiscrezioni.

A rompere questo silenzio, per nulla eloquente, una nota del Pd acrese, in cui, i consiglieri d'opposizione Giuseppe Capalbo e Giacomo Cozzolino si pronunciano su "alcuni proclami" del sindaco Trematerra che, pare, abbiano appreso con stupore. Tra questi il suggerimento di realizzare un termovalorizzatore sul territorio. "Valuteremo con attenzione tutte le proposte atte a sviluppare il nostro territorio e, se richiesto, daremo il nostro contributo" affermano in una nota i consiglieri. "Ma una cosa è certa: non permetteremo mai che la nostra città e il suo territorio diventino la “pattumiera” della Calabria". Del resto il termovalorizzatore, di fatto, attraverso il processo di combustione, che riduce i rifiuti, genera energia elettrica. Espellendo i fumi residui dal camino, sotto forma di polveri sottili. Tra i cittadini serpeggia lo scontento. Del resto parlare di combustione di rifiuti in un territorio colpito dal traffico di scorie tossiche, dove i casi di cancro hanno subito un'impennata vertiginosa, alimentando vecchi dubbi sulla possibile contaminazione dell'area acrese, porta a reazioni scontate. Francesco Monaco, segretario provinciale dei Verdi, esprime anch'esso stupore per il suggerimento del sindaco Trematerra. "E' già la terza volta che il primo cittadino lancia la proposta della costruzione di un termovalorizzatore, sul territorio acrese. All'inizio pensavamo fosse una battuta, ma ad oggi siamo seriamente preoccupati. Innanzitutto vorremmo capire da dove viene quest'idea". Quindi l'obiettivo è capire qual'è l'origine della proposta trematerrina. "Quello che chiediamo all'amministrazione comunale acrese, inoltre, è l'apertura di un tavolo di discussione, in cui avere un confronto diretto con il sindaco, sul tema "termavalorizzatore" ", continua Monaco. Su questo fronte, dall'assessorato all'Urbanistica e al Governo del Territorio della Provincia, sembra arrivare un timido segnale di apertura. L'assessore Trento, infatti, sottolinea che la Provincia sta lavorando a un "Piano Provinciale Rifiuti", che però, nell'ottica della gestione commissariata, avrebbe poco raggio d'azione. L'obiettivo principale, sotto questo versante, è quindi quello di sdoganare queste terre dal commissariamento che, dopo quindici anni, non è servito a risolvere il problema rifiuti in Calabria. "Il "Piano Provinciale Rifiuti" sarà pronto entro la fine dell'anno" afferma l'assessore Trento. "E non siamo contrari alla realizzazione di termovalorizzatori sul territorio, laddove ci fosse il consenso della collettività e gli impianti fossero funzionali al territorio. Prima di tutto, però, vanno condotti degli studi su tutti i centocinquantacinque comuni della provincia". L'assessore aggiunge che, il punto di partenza della gestione rifiuti in Calabria, in ogni caso, è la raccolta differenziata. Ma dopo l'epilogo poco felice del consorzio Vallecrati, è difficile pensare quando questo servizio potrà ripartire, in queste terre. Se si guarda a un passato non troppo lontano ci si rende conto che, l'ipotesi della costruzione di un termovalorizzatore in quest'area, era già stata paventata. Con ordinanza n.1644 del 27 novembre del 2001, sotto la presidenza regionale Chiaravalloti, infatti, il commissario delegato per l'emergenza ambientale aveva stabilito che, nel Comune di Bisignano, più precisamente nella zona industriale di Torano, sarebbe sorto un termovalorizzatore. In seguito, i lavori per la costruzione della struttura, erano stati affidati alla ditta "ATI Foster Wheeler", nota per aver già realizzato un impianto di incenerimento altamente inquinante a Chicago, che, proprio per questo, era stato dismesso. Una notizia del genere non poteva che alimentare la ferocia dei cittadini del territorio che, istituzioni locali in testa, avevano manifestato parere contrario alla costruzione di un termovalorizzatore sul territorio di Bisignano. Non molto tempo dopo il consiglio provinciale ha bocciato la proposta del commissario regionale, affermando parere contrario alla presenza di termovalorizzatori nella provincia di Cosenza. Da allora, di questi impianti, sul territorio, non si era più parlato e le reiterate dichiarazioni del sindaco Gino Trematerra si sono abbattute sul paese come un fulmine a ciel sereno. Nell'attesa dello schierarsi di un fronte del sì e del no sulla "proposta termovalorizzatore", il sindaco di Acri ha affermato che vuole procedere "a testa bassa" su fronte eolico e biomasse. Del resto sono anni che il territorio acrese è battuto da "cacciatori del vento" e l'ipotesi di un parco eolico nel territorio silano non è nuova. Sul fronte centrale a biomasse, invece, è tutto ancora da verificare. "Di eolico e fotovoltaico si può discutere tranquillamente, compatibilmente alla vocazione del territorio" afferma il segretario provinciale dei Verdi, Francesco Monaco. "E per quanto riguarda una centrale a biomasse c'è la nostra disponibilità a un confronto. Potrebbe essere un buon modo per innescare nuovi processi produttivi sul territorio acrese, che si presta alle coltivazioni di essenze utili a tale processo di combustione". Sullo spettro della deforestazione selvaggia, che ne potrebbe conseguire, il segretario è tassativo: "Siamo preoccupati per lo stato dei nostri boschi e vigileremo affinchè un'eventuale centrale a biomasse non lo comprometta ulteriormente". Quindi, ricapitolando, ad Acri sarà eolico, centrale a biomasse o forse termovalorizzatore. E al di là della mitologia, fondata e non, che gira attorno agli impianti in questione, sul paese, quindi, potrebbero accendersi i riflettori regionali. Tanto più che in Calabria, attualmente, l'unico termovalorizzatore presente è quello di Gioia Tauro, che da tempo dovrebbe essere potenziato con una seconda linea. Quindi l'attenzione è alta. Inoltre il sindaco Gino Trematerra è rinomato per la sua determinazione e, sebbene mostri ampi segni di apertura per il governo del territorio, tra le mura scricchiolanti dell'opposizione acrese tira una brutta aria. Intanto a sud Italia la caccia all'oro dell'energia rinnovabile continua. E quando in ballo ci sono certe cifre, l'ombra del malaffare è sempre dietro l'angolo. Del resto "a pensar male si fa peccato, ma certe volte ci si azzecca". L'onda lunga potrebbe trasformarsi in uno tsunami. Lontano dal concetto di "decrescita serena", di Serge Latouche".

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 26/06/2010 

Foto: internet

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Acri: esternalizzazioni senza titoli? Dubbi sulla figura professionale del portavoce acrese.
21 giugno 2010

Lo spoil system è scattato. E palazzo Gencarelli si appresta a diventare il cuore dell'attività dell'Udc acrese. A due mesi dal trionfo di Gino Trematerra, l'amministrazione del neo sindaco di Acri assume contorni sempre più definiti e segna un taglio netto col passato. Come un colpo di scimitarra. Mentre il paese viene tirato a lucido e fervono i preparativi per gli eventi culturali e spettacolari che costelleranno l'estate acrese, la macchina istituzionale spinge sull'acceleratore. Infatti sono state da poco istituite otto commissioni comunali permanenti, contro le sei dell'amministrazione pregressa, sollevando perplessità all'interno dell'opposizione. E nominati tre rappresenatnti alla comunità montana destra Crati. Ma gli occhi di cittadini e politici sono puntati sui lavori per la realizzazione del psc (piano strutturale comunale), che hanno portato recentemente il paese sull'orlo del commissariamento. Tra i protagonisti dei lavori il noto architetto Pier Luigi Cervellati, ascoltato qualche giorno fa ad Acri per la prima volta dalla nuova amministrazione. Il Sindaco, Gino Trematerra, ha più volte dichiarato che per la realizzazione del nuovo psc la sua amministrazione è aperta ai contibuti della collettività. E ad oggi l'attesa è grande. In questo clima rovente il ruolo giocato della comunicazione è determinante. E la scelta dell'amministrazione Trematerra sembra voler dare una forte connotazione politica a quello che sarà il trend della comunicazione istituzionale, che scandirà gli anni del nuovo insediamento politico. Dal cinque giugno, infatti, il sindaco si è dotato di un portavoce, figura che per anni ha avuto dei tratti strettamente politici e che, dal duemila, assume la veste di vera e propria figura professionale. Ad istituire questa figura nel Comune di Acri è una delibera, approvata all'unanimità dalla composizione collegiale. Un atto che sottolinea come, "con l'entrata in vigore della legge 7 giugno 2000, N.150 e l'emanazione del Regolamento di attuazione del 21 settembre 2001" la comunicazione pubblica "cessa di essere un segmento aggiuntivo e residuale delle pubbliche amministrazioni e ne diviene parte integrante". Un concetto importante, che offre vividi spunti di riflessione. Nella legge 7 giugno 2000, N.150, sulla "Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni" viene riportato per la prima volta il ruolo della "figura professionale" del portavoce e l'art. 7 della legge mette a fuoco le sue mansioni, individuate come "compiti di diretta collaborazione ai fini dei rapporti di carattere politico-istituzionale con gli organi di informazione". Inoltre, la direttiva 7 febbraio 2002 sull' "Attivita' di comunicazione delle pubbliche amministrazioni", al punto 4. "Funzioni degli organi dell'informazione e della comunicazione", traccia un netto confine tra la figura professionale svolta dall'ufficio stampa e quella del portavoce. E a tutt'oggi, ad Acri, non esiste alcuna delibera che istituisca un ufficio stampa all'interno del Comune. Infatti la direttiva su citata statuisce che "la stessa legge n. 150/2000 attribuisce all'ufficio stampa, prioritariamente, la gestione dell'informazione in collegamento con gli organi di informazione mezzo stampa, radiofonici, televisivi ed on line. In particolare l'ufficio stampa, coordinato da un direttore di servizio, si occupa: della redazione di comunicati riguardanti sia l'attivita' dell'amministrazione e del suo vertice istituzionale sia quella di informazione, promozione, lancio dei servizi; dell'organizzazione di conferenze, incontri ed eventi stampa; della realizzazione di una rassegna stampa quotidiana o periodica, anche attraverso strumenti informatici; del coordinamento e della realizzazione della newsletter istituzionale e di altri prodotti editoriali", mentre "la figura del portavoce, presente nelle amministrazioni complesse, sviluppa un'attivita' di relazioni con gli organi di informazione in stretto collegamento ed alle dipendenze del vertice "pro tempore" delle amministrazioni".

Il portavoce nominato dall'amministrazione Treamaterra, infatti, in piena armonia con il disposto normativo, viene individuato in una figura esterna all'amministrazione e priva delle competenze necessarie allo svolgimento del ruolo di ufficio stampa, in virtù del "rapporto fiduciario" che lo lega a doppio filo con l'organo che rappresenta. Svincolandosi da uno dei principi normativi del nostro ordinamento giuridico: quello di economicità dell'ente. Tale principio mira a "raggiungere le finalità pubbliche attraverso percorsi che comportano risparmio di attività amministrativa". Che potrebbe ottenersi impiegando personale già interno alla pubblica amministrazione, proprio nelle mansioni necessarie allo svolgimento delle funzioni politiche. Inoltre, da tempo, attorno all'istituzione della figura professionale del portavoce, in Italia, si susseguono dubbi e perplessità. Secondo molti, infatti, la legge che istituisce questa figura professionale, non è del tutto chiara. Ciò succede nell'Italia delle contraddizioni. Lontano dal romanticismo del concetto "chomskyano" di comunicazione. La delibera dell'amministrazione Trematerra, che specifica i compiti del portavoce, contiene, tralaltro, quello di "informare cittadini, gruppi e associazioni, dello sviluppo di questioni che sono state poste al Sindaco, come referente dell'amministrazione comunale e tenere rapporti con i giornalisti per l'informazione relativa a incontri, riunioni e decisioni del Sindaco". Mentre l'art. 3 comma 2, del Regolamento di attuazione L. 150/2000 prevede che "il requisito dell'iscrizione all'albo nazionale dei giornalisti è altresì richiesto per il personale che, se l'organizzazione degli uffici lo prevede, coadiuva il capo ufficio stampa nell'esercizio delle funzioni istituzionali, anche nell'intrattenere rapporti diretti con la stampa e, in generale, con i media". Dubbi sollevati anche da Angela Forte, ex addetta stampa dell'amministrazione pregressa, che si chiede quali siano i confini dei compiti attribuiti alla figura del portavoce. Il rischio è che, in mancanza delle competenze necessarie, qualora non sia individuato un ufficio stampa nell'amministrazione, si finisca per dar vita a una figura simile a un "surrogato della comunicazione istituzionale". Per osmosi. E che nel tempo questo processo provochi un imbarbarimento di quella che è, a tutti gli effetti, una professione chiave nel mondo dell'informazione istituzionale. In questo scenario legislativo il rischio di sconfinare è sempre dietro l'angolo. Innervato nel tessuto dispositivo di queste norme. E sembra proprio che, nell'immenso supermarket della comunicazione istituzionale, ad oggi, il caos regni sovrano. All'etica dell'amministratore spetta, dunque, rimettere ordine.

Giulia Zanfino  -  Mezzoeuro 19/06/2010

Foto © Giulia Zanfino

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