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diritti
Il movimento “Agende Rosse Calabria”, il Comitato De Grazia e “Donnelibertadistampa Calabria” chiedono la scorta per Don Giacomo Panizza e la videosorveglianza nella sede “Pensieri e Parole”
10 aprile 2012

 

Due colpi di pistola alla saracinesca del centro per disabili e migranti “Pensieri e parole”. Ennesima intimidazione all’associazione “Comunità Progetto Sud” di Lamezia Terme. E dopo un colpo di pistola a una finestra e l’esplosione di un ordigno, ancora due colpi di pistola al palazzo requisito al clan dei Torcasio, oggi sede di attività d’integrazione e accoglienza di minori stranieri e disabili, oltre alle 2 casa accoglienza ha al suo interno la sede di “Banca Etica”, il “Forum del terzo settore”, la Ffish regionale”, “Dpi”, “Le agricole, R-evolution legalità” e lo sportello informativo sui diritti. Un fatto grave. L’ennesima dura minaccia all’attività di Don Giacomo Panizza e della Comunità, che da anni si battono in prima linea contro la ‘ndrangheta in un territorio difficile, come quello Lametino. Ciò che spaventa la società civile e le associazioni presenti sul territorio e attive sul fronte antimafia è che, a distanza di mesi, la sicurezza di Don Giacomo Panizza non sembra essere stata rafforzata. E lo stabile sede dell’associazione resta un obiettivo facile da colpire. Per l’ennesima volta. A lanciare l’allarme l’associazione “Natale De Grazia”, e il movimento “Agende Rosse della Calabria” e “Donnelibertadistampa Calabria” che lanciano un appello: “Chiediamo alla Procura, alla Prefettura, alla Questura e al Viminale di intervenire tempestivamente per dare la scorta a Don Giacomo Panizza. E ci chiediamo come mai, dopo tutto questo tempo, il palazzo oggetto delle tante intimidazioni non è ancora stato posto sotto videosorveglianza. Lo troviamo assurdo e chiamiamo in causa le istituzioni, perché provvedano il prima possibile a garantire la giusta vigilanza allo stabile” . E la associazioni aggiungono: “Invitiamo, inoltre, la Commissione Antimafia che si recherà a Monasterace il 12 aprile a passare anche a Lamezia Terme, per portare il segno della presenza delle istituzioni in una terra di confine dove la ‘ndrangheta la fa da padrone. La “Comunità Progetto Sud” non può essere dimenticata”.

“Donnelibertadistampa Calabria”- Giulia Zanfino

Comitato “Natale De Grazia”- Gianfranco Posa

Movimento Agende Rosse Calabria - Francesca Munno

Foto: internet

La grande forza del cuore di mamma.
18 febbraio 2012

Dire che conosco la Calabria è una falsità. Io la mia terra l'ho solo lambita. Il coraggio di navigarne gli abissi non l'ho ancora trovato. Questa lettera, in memoria di Maria Concetta Cacciola, che voleva collaborare con la giustizia e qualche mese dopo si è spenta ingerendo acido muriatico, mi ha trascinata di nuovo tra i vicoli stretti dell'entroterra calabrese. Quelli dove essere donna, figlia, madre, moglie, può avere significati diversi. E conseguenze di vita estreme. Ringrazio Francesca Munno e Emma Leone, due donne calabresi, coraggiose e ribelli.

La lettera di Emma Leone e Francesca Munno

Abbiamo letto oggi, sul “Quotidiano della Calabria”, la lettera che Maria Concetta Cacciola scrisse nel Maggio 2011 alla madre prima di andare via da casa sua e collaborare con la giustizia. Maria Concetta andava via da una realtà che la opprimeva, da un marito (Salvatore Figliuzzi, che appartiene ad una delle famiglie di ndrangheta di Rosarno) che aveva sposato a soli 13 anni. Maria Concetta andava via da quella vita che non le permetteva di vivere liberamente sin dall’infanzia.

Una figlia che scrive alla madre, una madre che prova a proteggere i figli, e un'altra madre che chiude il suo cuore e, invece di proteggere la figlia e i suoi nipoti, versa violenza su di loro! Sofferenza nelle parole e nell'ultimo gesto di Maria Concetta, “suicidatasi” con l’acido muriatico il 20 Agosto 2011.

Spesso ci siamo fermate a riflettere sulle donne che sono nate in una famiglia di ‘ndrangheta. Spesso abbiamo riflettuto sul ruolo della donna sia all’interno della società che dentro le famiglie mafiose. Ci siamo sempre chieste come fa una donna a vivere cosi, priva di libertà, ma soprattutto: il cuor di mamma dove va a finire?
La lettera che abbiamo letto stamattina è di una ragazza di 31 anni, cresciuta troppo in fretta, cresciuta in ambiente malavitoso, ma è anche di una figlia che tenta di aggrapparsi proprio a quel “cuor di mamma” con una richiesta d’aiuto, non per sé stessa, ma per i suoi figli. Maria Concetta sentiva di non appartenere a quel sistema criminale, pur facendo parte di quella famiglia. Lei subiva violenze, privazioni, era solo e semplicemente una ragazza di 31 anni che non si è amalgamata a quel tessuto sociale a cui apparteneva la famiglia. Lei stava scegliendo di vivere, di dare un futuro diverso a lei e ai suoi figli.
In quelle parole di Maria Concetta si legge benissimo di quanto era consapevole del sistema criminale, di quell’ “Onore” che deve essere rispettato e lei comprendeva lo stato della madre, sapeva che non era facile uscire da quella “famiglia”. Si appellò alla coscienza di una donna; quelle parole di figlia si rivolgono al cuore di una madre. Nonostante le violenze psicologiche che le aveva riservato, Maria Concetta và oltre, le chiede perdono per la scelta che aveva fatto: collaborare con la giustizia. E nonostante tutto, lei ,figlia , madre, scrisse a sua madre: "Ti supplico non fare l’errore a loro che hai fatto con me … dagli i suoi spazi … se la chiudi è facile sbagliare, perché si sentono prigionieri di tutto. Dagli quello che non hai dato a me.”
Quegli spazi che le hanno privato sin da quando era piccola. Prigionieri in una casa, prigionieri di quelle catene che la ndrangheta con forza e arroganza mette alla famiglia.
La madre di Maria Concetta è vittima anche lei del sistema della ‘ndrangheta? E allora perché tanta violenza psicologica?! Perché una madre si riduce a tutto questo?
Non voleva niente Maria Concetta, lo scrisse lei: “mi sono resa conto che in fondo sono sola, sola con tutti e tutto, non volevo soldi … era la serenità l’amore”. Già, quell’amore negato, ma anche quell’amore infinito per i suoi figli. Non sappiamo se si poteva far prima qualcosa. Non sappiamo perché i figli erano rimasti ai genitori di Maria Concetta. Lei ha deciso di suicidarsi perché le avevano detto, in maniera errata, che non avrebbe più rivisto i suoi figli, e quell’amore di madre non avrebbe mai sopportato quel dolore. Noi non sappiamo se si poteva fare di più e meglio per evitare il suicidio, per “proteggere” lei e i suoi figli, ma oggi, per quanta rabbia si possa provare, da donna, questa lettera non può che suscitare sofferenza, dolore. È uno spaccato crudele di una realtà all’interno di una famiglia ‘ndranghetista, ma è uno spaccato che richiede una riflessione più profonda, seria, perché nessun’altro può vivere con le catene dell’oppressione, della mancata libertà di scegliere.
Oggi però il nostro pensiero va ai figli di Maria Concetta Cacciola, alla figlia di Lea Garofalo, che con coraggio sta testimoniando al processo per la morte atroce di sua madre a Milano, ai figli di Giuseppina Pesce, a cui auguriamo quella vita di libertà che le loro madri desideravano per loro.
Spero che possano curare quelle “ferite” che hanno procurato loro, madri che amavano e amano i loro figli, e che da quell’amore ricominciare un’altra vita, priva di violenze, priva di pressioni, semplicemente una vita di libertà e di serenità. Nessun’altro bambino, nessun’altra donna, nessun’altro uomo, deve subire tutto questo. Non loro che hanno scelto di VIVERE LIBERI.
Chi sceglie il coraggio di denunciare ha bisogno di essere ricordato. Tre giovani donne, nate in ambienti “ostili” ma che hanno preferito la dignità e l’amore per i propri figli: pur pagando un prezzo altissimo, tutto questo, la loro esperienza, possa essere ricordato per stimolare donne che ancora vivono in famiglie di ‘ndrangheta, possa nascere davvero la forza delle donne e di quelle madri che per amore dei loro figli possono cambiare la Calabria.
E far risplendere quella mimosa come simbolo che nulla è perduto.
Emma Leone

Francesca Munno


“Meglio morto che precario”. Giovanni Parrotta racconta il nodo vitale della precarietà.
17 gennaio 2012
La prima volta che l'ho incontrato stava seduto su una panchina, sotto il cielo di piombo della periferia di Sellia Marina (Cz). A soli 23 anni sembrava già un intellettuale decadente. Barba lunga. Capello lungo. Sguardo attento al dettaglio. Quell'immagine mi è rimasta scolpita nella memoria. Oggi capisco il perché... in questi giorni di dolore cupo per i suicidi di precari, disoccupati e imprenditori sul lastrico, lo straordinario libro del talentuoso Giovanni Parrotta, "Meglio morto che precario", racconta il grande nodo vitale, che è la precarietà. Non ci sono stereotipi o sofisticazioni, ma un giovane che scava, s'interroga, si mette a nudo. Di questo libro, di un realismo narrativo disarmante, c'era bisogno.





Fonte: Redattore Sociale

di Giulia Zanfino

 “Catania. Donna tenta il suicidio dopo aver perso il lavoro. Torino. Un giovane di 28 anni, E.V., è stato trovato impiccato all’interno di un magazzino. Cagliari. Ventisettenne si suicida dopo aver ricevuto un preavviso di licenziamento, causa esubero personale”. Con un cappio in copertina “Meglio morto che precario”, la pluripremiata opera prima di Giovanni Parrotta, talentuoso giovane di origini calabresi, edito da Rubbettino, approda in libreria quasi ad anticipare un’ Italia sconvolta dall’escalation di suicidi tra precari, giovani che perdono il lavoro, imprenditori sul lastrico. Un libro tristemente attuale, quello del giovane Parrotta, da cui emerge un grande nodo vitale, quello della precarietà, che il protagonista tenta di sciogliere, tappa dopo tappa. Trapela quella voglia di riscatto che a Sud Italia ti brucia dentro. Poi l’infanzia difficile, una barca mangiata dalla salsedine, una pipa, la solitudine del mare, l’adolescenza, il vagare quotidiano in sella a uno Zip un po’ scassato, per le strade polverose di Sellia Marina, alla ricerca di un lavoro. E quella periferia meridionale, incastonata tra palazzi abusivi e qualche bar che si affaccia sul ciglio della 106, “la strada della morte”, cui l’autore da un’anima. A Sellia Marina il lavoro è un sogno, stretto nel cranio nudo della provincia di Catanzaro. E chi cresce in queste terre sogna spesso di andare altrove. L’evasione è un’idea che ti martella la testa sin da piccolo. Perché evadere vuol dire avere un’occasione in più di trovare lavoro. E dignità. E Parrotta racconta un’evasione fatta di alcol, spinelli, piccolo spaccio. Ma il filo rosso che lega le tappe dell’esistenza di Michele, il ventinovenne protagonista del racconto, è la ribellione. La resistenza. Quella a un sistema mafioso, cui non vuole appartenere. Così approda in un call center ed anche lì si ritrova faccia a faccia con il mondo spietato della precarietà. E il protagonista si batte. Portando con sé quel nodo vitale che tenta di sciogliere. Senza tregua. Il suo viaggio intimo, personale, diventa metaforico. Universale. Tappa dopo tappa. “Nel viaggio di una vita molti ricordano le tappe, io invece credo bisognerebbe ricordare e godere del percorso, di tutto il percorso, e magari andando anche contro corrente dimenticando le varie tappe, i vari bivi, ricordando solo la strada”. Questa tra le riflessioni che costellano il libro, capitolo dopo capitolo, quasi a voler prendere per mano lo spettatore, per accompagnarlo, nel percorso personale dell’autore. Parrotta scava, s’interroga senza tregua, si mette a nudo. Così la mappa di un’esistenza scandita dalla precarietà si snoda attraverso il racconto intimo dell’autore, da cui emerge uno spaccato del Meridione, privo di pregiudizi. “Diciamo che è c'è parecchia realtà” ci confessa Giovanni Parrotta “alcune vicende sono realmente accadute, anche se in modi diversi. E’ lì che ho messo la creatività . C'è molto della mia vita, ma solo superficialmente. Le varie riflessioni, la scuola, gli amici e i luoghi del mio paese. Il resto è tutto scaturito dall'immaginazione e dalle supposizioni su come sarebbe stata la mia vita se non fossi stato fermo su determinate scelte, in questa terra”. Il libro, privo di stereotipi e sofisticazioni, si è aggiudicato il premio “Chimirri” del concorso “Parole nel vento 2011” e la credibilità narrativa del promettente Giovanni Parrotta, che “porta il lettore a vivere ciò che legge, in prima persona”, ne fa un’opera preziosa, capace di sedurre e far riflettere sul grande tema della nostra epoca.

diritti
"NON SI PUO' MORIRE DI ACIDO MURIATICO". A REGGIO L'8 SETTEMBRE UN SIT IN PER ACCENDERE I RIFLETTORI SU ALCUNE MORTI SOSPETTE.
28 settembre 2011



                           Le donne del movimento "Se non ora quando" di Reggio Calabria

Reggio Calabria. "E ora lo Stato intervenga per tutelare i figli della Cacciola, tutti minorenni!". L'on. Angela Napoli esce dalla Prefettura di Reggio Calabria, mentre sulla città è calata la notte. Insieme a lei un gruppo di donne, tra cui l'on. Maria Grazia Laganà, organizzatrici della manifestazione "Chi collabora non deve morire di acido muriatico". Donne diverse le une dalle altre. Attiviste politiche di Fli, Idv, Pd, le donne del movimento "Se non ora quando?", insegnanti in pensione, studentesse. Donne arrivate in piazza Italia per un'emozione forte. "Abbiamo seguito in poco tempo suicidi di donne con acido muriatico. Tutte donne che erano testimoni di giustizia" afferma Antonia Lanucara, prima firmataria della petizione che verrà presentata alle più alte cariche del Governo, per accendere i riflettori sulla questione dei testimoni di giustizia. "Il problema che ci ha spinto qual'è?" continua la Lanucara "E' che ci si può ammazzare con un tubetto di sonnifero, così ti addormenti serenamente. Invece queste donne ricorrono al suicidio sapendo che soffriranno in maniera terribile. Allora non si tratta solo di suicidio, ma di una volontà auto-assassina. Questa cosa in qualche maniera ci ha fatto pensare. Non so quali fossero le condizioni quando queste donne hanno bevuto l'acido. Voglio pensare a qualunque cosa... Maria Concetta aveva solo 32 anni e 3 figli e aveva deciso di diventare testimone di giustizia". I dubbi sono più che leciti. Testimoni di giustizia e acido è il binomio agghiacciante che sembra governare le sorti delle donne che decidono di schierarsi contro la 'ndrangheta. Maria Concetta Cacciola, Tita Buccafusca, Lea Garofalo. Donne che hanno fatto una scelta difficile, che non lascia scampo: sangue contro sangue, perché il clan è una famiglia. Un sofisticato meccanismo capace di preservare l'endogamia di ceto che costituisce l'ossatura della mafia calabrese, da più di un secolo. Queste tre donne oggi non possono più parlare. La loro morte, certo sospetta, è più simile a un monito. A un messaggio chiaro e netto: chi collabora muore. Di una morte dolorosa. Spietata. "L'obiettivo del nostro sit-in" continua la Lucanara "è quello di mettere mano alla legge che già esiste sui testimoni di giustizia, per fare in modo che le protezioni siano saggiamente guidate". 



Tre giorni prima della morte, Maria Concetta Cacciola aveva richiesto la protezione a cui aveva rinunciato, tornando a Rosarno. Bisognerebbe forse garantire maggiore protezione a chi diventa testimone e quindi rivedere la legge. Sotto il palazzo della Prefettura le donne del movimento "Se non ora quando?" di Reggio Calabria stringono tra le mani gli striscioni. Hanno un bavaglio rosa stretto sul volto. Sopra c'è scritto "Acido", "'Ndrangheta", "Silenzio". Luciana, Teresa, Rosamaria, Consuelo, Rosanna. Donne che si muovono per le donne. Sorridono sotto il bavaglio e si scambiano sguardi complici. Prima di arrivare al sit-in hanno fatto volantinaggio sul Corso, per divulgare l'evento. "Il nostro movimento non fa assistenzialismo. Per ribaltare l'assioma mafioso bisogna sollecitare le coscienze a una presa di posizione netta". Ma Piazza Italia è quasi vuota. I reggini passeggiano sul corso, tra vetrine ammiccanti e palazzi padronali. Forse la presa di coscienza è ancora lontana. Forse si vuole fingere di non vedere. Eppure mai come in questo momento storico, in Calabria, si assiste a un movimento di donne che decidono di schierarsi contro la 'ndrangheta e denunciare la propria famiglia. E c'è da chiedersi se queste morti saranno un deterrente per chi vorrebbe, ma non ha ancora avuto il coraggio di passare dall'altra parte. Perché la scelta di essere testimone di giustizia, in Calabria, ha un costo altissimo. Significa schierarsi contro il marito, i figli, i fratelli, le sorelle. E ritrovarsi soli. Perché il sangue è il cemento di ogni rapporto mafioso e la donna è un capitale sociale inestimabile, bullone di quell'ingranaggio determinante, per muovere il mondo parallelo dominato dai clan. 



                                    L'On. Angela Napoli e Teresa Libri (Fli Calabria)


"Il Prefetto si è fatto carico di segnalare al Ministero dell'Interno questa sollecitazione che proviene dalla società civile, rispetto all'attenzione necessaria per i testimoni di giustizia ed in particolare per le donne" afferma l'on. Angela Napoli. "Donne che decidono di ribellarsi a volte anche perché appartenenti a famiglie mafiose, ma che poi si ritrovano completamente isolate e quindi incoraggiata al suicidio. Abbiamo voluto fare attenzionare al Prefetto la modalità, che deve far preoccupare, dell'uso dell'acido muriatico. Non dimentichiamo che Reggio ha visto anche un'altra donna, funzionaria del Comune, usare l'acido muriatico per il suicidio (Orsola Fallara, ndr). Sono fatti molto, molto strani, che vanno attenzionati e sui quali pretendiamo chiarezza. Lo dobbiamo ai sacrifici di queste donne, per evitare che accadano nuovi fatti di questo genere". L'obiettivo è quello che si riveda la legge sui testimoni di giustizia, per garantire loro una tutela più ampia. Chiediamo all'on. Napoli cosa ne sarà dei figli di Maria Concetta Cacciola. "Lo Stato intervenga per tutelarli" ci risponde l'onorevole. Cosa ne sarà di loro ce lo dirà il tempo. A oggi sono tre minorenni, orfani di madre, in terra di 'ndrangheta.

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Giulia Zanfino (foto G.Z.)

Fonte: Mezzoeuro


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"NON ABBASSERO' LE SERRANDE DELLA MIA ATTIVITA', MA SONO IN GINOCCHIO". Giuseppe Morelli, testimone di giustizia lancia un grido di aiuto.
6 settembre 2011


Vibo Valentia. Non lascerà la sua terra e non abbasserà la serranda della sua attività. Quando lo dice gli trema la voce e trapela tutto il disincanto. Perché sono anni che Giuseppe Morelli ha scelto da che parte stare, diventando testimone di giustizia e facendo i conti con la sua scelta, quotidianamente. E ora è un imprenditore isolato e indebitato che chiede solo "una boccata d'ossigeno per poter tenere aperta la sua attività". In una terra dove passare dall'altra parte vuol dire essere segregati. Stigmatizzati. Ma soprattutto soli. "Mi stanno distruggendo nel silenzio" ci dice a denti stretti "ma io non cederò mai". Giuseppe vive nel vibonese, dove ha la sua attività. La sua storia sembra la pellicola di un film americano, dove riecheggia la legge del più forte. Intimidazioni, spari, taniche di benzina. Minacce ai figli. Inseguimenti. Tutto ciò nei confronti di un uomo che voleva solo lavorare in pace. Dignitosamente. La pellicola si riavvolge. Lo scenario è il Far-West calabrese, dove dominano faide e regolamenti di conti. Dov'è lo Stato è difficile dirlo. Qui certe regole sono la normalità e chi le infrange rischia tutto. Oggi Giuseppe è un bersaglio vivente, "un morto che cammina", come lui stesso si definisce in qualche intervista. Ma più di tutto è un esempio di grande coraggio e dignità. Giuseppe è un Uomo libero. Insieme a lui facciamo un salto nel passato. A quando il padre aprì il mulino, nel 1965. Dall' '88 l'attività è sempre più fiorente e Giuseppe ne prende le redini. All'inizio va tutto bene, il suo mulino rifornisce quasi tutti i panifici della provincia e la sua vita scorre tranquilla. Fino a quel maledetto giorno, in cui arrivano "loro". A vederli sembrano una banda di scalmanati, niente di più. Giuseppe non sospetta che siano collusi al malaffare di Polsi, cuore del crimine calabrese. Gli chiedono 35.000 euro subito. Poi 12.000 ogni Natale. Giuseppe i soldi non li ha e non si pone neanche il problema di un eventuale pagamento. All'inizio cerca di mediare, di capire. Poi decide di varcare la soglia e passare dall'altra parte. Lui sa bene che, una volta varcata la soglia, indietro non si torna. Ma non può immaginare quanto quel gesto cambierà la sua esistenza. Così si reca dai carabinieri e denuncia il tentativo di estorsione. Da allora a oggi sono passati più di tre anni. La sua attività è in ginocchio, la sua compagna ha perso un bambino nel corso di un inseguimento minatorio, i suoi figli hanno lasciato la scuola, la sua vita è una lunga e lenta discesa all'inferno. "Non abbiamo più clienti" ci dice "ci hanno isolati. E ci hanno detto che ci uccideranno".


Il copione del film è sempre lo stesso. Prima distruggono la serenità familiare. Poi ti tolgono il lavoro. Alla fine ti ritrovi solo. Cosa spinga un uomo a tenere duro e non arrendersi, in uno scenario come questo, è difficile immaginarlo. Perché nonostante tutto Giuseppe continua la sua battaglia. "Se fra una settimana non chiudi, la tua attività la chiudiamo noi, mi hanno detto così" continua Giuseppe "ma io non voglio abbassare la serranda della mia attività, nonostante ormai sono pieno di debiti. Ho bisogno di una boccata d'ossigeno per il mio mulino, ho bisogno d'aiuto". Se ci fossero più persone con il coraggio di Giuseppe sarebbe la 'ndrangheta a dover abbassare la serranda. Perché Giuseppe non si piega alla legge non scritta del malaffare. In una lettera scritta da Natasha, la sua compagna di vita, a Salvatore Borsellino, c'è scritto: 
"Ci hanno fatto terra bruciata intorno!!!!Nessuno più si serve del Mulino Morelli. Abbiamo lincenziato i nostri dipendenti, ormai siamo solo in due a lavorare, in qualche caso abbiamo provocatoriamente detto di voler regalare la nostra farina, ma ormai da che avevamo 70 forni siamo arrivati a 3!!!! Le chiedo: è questa democrazia? La sfiducia, la paura si possono combattere, sono stati d'animo, ma il lavoro e la protezione rispetto a chi denuncia non sono forse diritti elementari? Se il mio compagno sparisse che cosa mi direbbero le Istituzioni? Che bisogna combattere? Che bisogna lottare? Abbiamo denunciato, abbiamo testimoniato che cosa dobbiamo fare ancora? Dovremmo forse scappare per vivere rintanati in una località protetta e aspettare che le cose cambino? Non abbiamo forse contributio a farle cambiare ? Ma ora?????? "Ora? Questa è la domanda che martella la vita di chi si ritrova con le spalle al muro. Da una parte la 'ndrangheta che ti uccide lentamente, dall'altra il silenzio istituzionale, che uccide ciò in cui credi. "Tutto questo lo faccio per i miei figli, perché mio padre mi ha insegnato che si può vivere anche lavorando onestamente" ci dice Giuseppe, con tono deciso, quasi a far trapelare quel guerriero che c'è in lui. Anche suo zio, in punto di morte, si è rivolto al nipote strappandogli la promessa che non avrebbe mai pagato. Che non si sarebbe mai piegato alle leggi della 'ndrangheta. Leggi che governano la pellicola di questo film. E il protagonista è l'ennesimo eroe solitario che si batte contro tutto e tutti. Giuseppe Morelli, un uomo libero, a cui spetta di diritto poter continuare a vivere e lavorare, insieme alla sua famiglia, nella sua terra. Protetto dalle isituzioni. Sostenuto dalla società civile. Temuto dal malaffare. Perché il finale è ancora tutto da scrivere.

Giulia Zanfino
Mezzoeuro
Foto: internet
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Perché rinnovo la mia solidarietà a Emilio Grimaldi.
11 marzo 2011

Emilio Grimaldi è un Giornalista. Non uno di quelli da salotto buono... Tutt'altro. L'ho conosciuto quando ho scritto il mio primo articolo su Catanzaro, sulla torbida vicenda della Seteco s.r.l., un capannone industriale dismesso, che sorge ancora oggi sul ciglio della Due Mari. Una storia tutta calabrese, perché dalle lamiere del capannone abbandonato salivano lunghe spirali di fumo bianco ma a nessuno era dato sapere il perché. Anni di esalazioni tossiche e misteri, nel cuore della 106. Poi arriva lui. A leggerlo non sembra vero che ci siano giornalisti così coraggiosi (anche se in Calabria non è il solo), perché a guardargli le spalle non c'è nessuno e se accende i riflettori su fatti poco chiari e qualche pezzo grosso si inferocisce, rischia di perdere tutto. Ma Emilio è così. Un libero pensatore, che si fionda su vicende spesso ambigue. Stridenti. E si interroga. Senza tregua. Con il capannone dei misteri è andata più o meno così: Emilio scrive. Scrive. Scrive. Per documentare le esalazioni tossiche da vicino, varca la soglia di quel capannone infernale e filma, scatta, denuncia. Racconta le persone che in quelle terre ci vivono, e che con quei fumi devono fare i conti. Quotidianamente. Il suo video documento spopola, si forma un comitato cittadino, si manifesta davanti ai palazzi della politica calabrese. Così, in poco tempo, la vicenda "Seteco" diventa un caso regionale e i politici non possono più fingere di non sapere. E oggi? Com'è finita la vicende della Seteco? Il capannone non "fuma" più. E pare che qualcosa si stia muovendo. Non so se il merito sia di Emilio. Ma la sua parte, da giornalista, l'ha fatta. Eccome! Ecco... quando mi chiedo quale sia il ruolo del giornalista d'inchiesta, sganciato dal romanticismo intrinseco al concetto stesso, e da quella mitologia distorta della figura eroica, epica, mi piace pensare semplicemente a un uomo o a una donna. Persone in carne e sangue, capaci di accendere i riflettori su ciò che gli sta a cuore. Capaci di raccontare ciò che nessuno vuole raccontare, o semplicemente la gente comune. Ma, soprattutto, capaci di interrogarsi e interrogare. Senza tregua.


Un paio di giorni fa abbiamo divulgato un comunicato di solidarietà per Emilio, avendo saputo di una ingente richiesta di risarcimento nei suoi confronti, per aver scritto un articolo su fatti curiosi, la cui divulgazione è, secondo me (Giulia Zanfino) assolutamente necessaria, a fronte della situazione di putrefazione totale che il nostro sistema regionale sta vivendo, sin nelle sue maglie più strette. Sul comunicato abbiamo scritto "querela per diffamazione" invece di "citazione davanti a giudice civile". Ce ne scusiamo. Resta il fatto che sempre di contenuto diffamatorio si parla, e lo stesso comunicato di rettifica, infatti, riporta la frase: "L’articolo, dall’evidente contenuto diffamatorio...". A questo punto però sento il dovere di approfondire questa storia. Di interrogarmi su quanto scritto sul comunicato di rettifica, dell'Avv. Ida Francesca Sirianni. Lo rileggerò, centimetro per centimetro. Così come lei, giustamente, ha letto il nostro, contestandolo in più punti. Sono certa che il Prof. Murone non ha nulla da temere dalla verità, richiamata nel comunicato stesso dell'Avv. Sirianni. Pertanto, sarà felice di sapere che, da oggi, c'è un'altra persona che su questa storia vuole fare chiarezza.


Resta salda la mia solidarietà al collega Emilio Grimaldi e al suo Url(o): www.emiliogrimaldi.blogspot.com. Un blog di denuncia, che accende i riflettori sulle zone d'ombra delle nostre terre e che, molto spesso, cita magistralmente grandi intellettuali. Atteggiamento che si riscontra nelle persone colte, inclini allo studio approfondito, capaci di interrogarsi e interrogare. Dote che non tutti hanno il privilegio di possedere.

Giulia Zanfino

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Solidarietà al giornalista Emilio Grimaldi - Richiesta di rettifica
11 marzo 2011

In merito al comunicato di Solidarietà al Giornalista Emilio Grimaldi scritto da Agende Rosse Cosenza e Giulia Zanfino e pubblicato sul nostro blog, riceviamo e pubblichiamo la missiva che l'Avv. Ida Francesca Sirianni ci ha cortesemente inviato:

Con riferimento all’oggetto, si invia la presente in nome e per conto dell’Avv. Mario Murone, avendone avuto espresso mandato, per significare quanto segue.

In data 10 febbraio 2010 sul c.d. blog denominato “l’URL di emilio grimaldi”, veniva pubblicato un articolo dal titolo: “Master Antimafia. In Cattedra Murone, fratello del magistrato che assolse il boss dopo averlo sentito al telefono”, firmato con la sigla E.G., chiaramente riconducibile ad Emilio Grimaldi.

Nel testo di tale articolo l’autore, prendendo spunto dal suddetto master avente ad oggetto le misure di prevenzione nella legislazione antimafia, organizzato presso l’Università della Magna Grecia di Catanzaro, faceva esplicito riferimento all’Avv. Mario Murone in quanto: “fratello di Salvatore, procuratore aggiunto di Catanzaro e vice di Mariano Lombardi, quelli che, secondo la Procura di Salerno, remarono sempre contro il loro collega, Luigi De Magistris, per proteggere alcuni loro amici fedelissimi, ma soprattutto quello-Salvatore-che, in qualità di presidente del Collegio del Tribunle di Lamezia Terme, nell’ambito delle indagini sull’omicidio dell’Avv. Torquato Ciriaco, avvenuto nel 2002, assolse il cugino del boss Vincenzo Iannazzo, Francesco, detto Cafarone, dopo averlo sentito al telefono..”.

L’articolo, dall’evidente contenuto diffamatorio, proseguiva affermando che i seminari sulle misure di prevenzione oggetto del sopra detto master erano stati ideati e organizzati dal fratello del magistrato “..già al centro di un’indagine di Luigi De Magistris, in realtà mai aperta per il trasferimento forzato da Catanzaro, su gestioni illecite commesse dalle Università di Catanzaro e di Tor Vergata di Roma..”.

A queste, seguiva una ulteriore gravissima affermazione secondo cui la decisione di assoluzione con formula piena ‘perché il fatto non sussiste’, a fronte di una richiesta del p.m. di 15 anni di carcere, nei confronti del suddetto indagato Francesco Iannazzo- ‘cugino del boss’-sarebbe stata presa dal Giudice Murone il 1 aprile 2005, prima di trasferirsi a Catanzaro, e che dai tabulati di tale Vincenzo Iannazzo, acquisiti dal pm Gerardo Dominjianni il 6 febbraio, ossia due mesi prima circa della sentenza, sarebbe emerso che dalla casa del suddetto boss sarebbe partita “una telefonata per il presidente del collegio giudicante, Salvatore Murone”.

Pertanto, l’autore giungeva, infine, ad affermare: “Sarà lui, Mario Murone, quindi, a insegnare ad avvocati e commercialisti di Catanzaro le misure necessarie da adottare nel campo della legislazione antimafia”.

§ § §

Ora, da quanto sopra evidenziato emerge agevolmente che nella divulgazione via internet delle suddette affermazioni il Grimaldi non ha rispettato i requisiti inerenti il legittimo esercizio del diritto di cronaca e/o di critica, avendo agito in spregio alla verità dei fatti, contrariamente all’interesse pubblico, ed in assoluta assenza di continenza della forma espositiva. Pertanto, l’Avv. Mario Murone ha adito la competente autorità giurisdizionale civile per la tutela dei propri diritti.

In particolare, giusto ai fini di una corretta e completa comprensione della vicenda, si fa rilevare che, quanto al requisito della verità dei fatti, non risponde al vero che, nell’ambito di una indagine su presunte gestioni illecite riguardanti l’Università di Catanzaro e quella di Tor Vergata di Roma, fosse coinvolto anche l’avv. Murone, non essendo quest’ultimo mai stato indagato in tale asserita inchiesta; non risponde a verità, perciò, neppure che tale indagine sarebbe stata ‘tolta’ al suo titolare in quanto ‘costretto’ al trasferimento da Catanzaro. Inoltre, non risponde al vero che il dott. Salvatore Murone avrebbe avuto rapporti con indagati, o che abbia mai ricevuto una telefonata sospetta o di ‘minaccia’ prima di decidere in merito al procedimento a cui si fa riferimento nell’articolo in questione, anche perché la sentenza emessa all’esito di tale procedimento è stata emessa dal Tribunale nella sua composizione collegiale, sulla base dell’istruttoria dibattimentale e nel contraddittorio di tutte le parti processuali, pubblica accusa e difensori.

In merito, poi, agli altri requisiti, non sussiste l’interesse pubblico ad una informazione falsa, ma nemmeno si può parlare di continenza della forma espositiva in quanto, attraverso le modalità grafiche utilizzate (il non causale uso del grassetto e del corsivo), il titolo già di per sé diffamatorio, il sapiente utilizzo di insinuazioni, e l’inserimento delle affermazioni divulgate in un particolare contesto, si è inteso alterare i toni della vicenda e conferire risalto ad affermazioni non vere, risultando la mancanza di obiettività, serenità ed equilibrio.

§ § §

Ciò precisato, naturalmente non è questa la sede per approfondire argomenti di carattere spiccatamente giuridico, né si vuole farlo sebbene sia interesse di tutti i giornalisti e pubblicisti comprendere appieno le modalità per un corretto esercizio di diritti quali quello di cronaca e di critica, ineludibili in un vero sistema democratico e pur tuttavia doverosamente esplicati solo ove rispettino i diritti della persona al nome, alla reputazione, all’onore, al decoro e all’immagine, per come impone, altresì, lo stesso codice deontologico; tanto più da parte di chi non solo si assume il compito di informare-nei cui confronti si instaura spesso un vero e proprio affidamento circa la verità assoluta di quanto pubblicato-ma anche ad opera di chi come il Grimaldi, nello specifico, ponendosi al pari di Einstein e di Giuseppe Fava (richiamati volutamente nel blog), dichiari di condividerne gli ideali di verità e di etica!

In ogni caso, considerato quanto sopra rilevato, l’Avv. Mario Murone, per tutelare la propria reputazione e gli altri diritti della personalità gravemente offesi dall’illegittimo comportamento dell’autore, ha avvertito la necessità di agire civilmente per il risarcimento dei danni causatigli; solo che, a differenza dell’autore dell’articolo in questione, che può decidere di pubblicare ciò che vuole, in assenza di contraddittorio, l’Avv. Murone, nell’esercizio di un diritto riconosciutogli dall’ordinamento giuridico, ha convenuto costui in una sede nella quale gli ha consentito di potersi adeguatamente difendere, con tutte le garanzie previste dalla legge, ed offrendo anche la propria versione dei fatti.

§ § §

Alla luce di quanto evidenziato, appare chiaro che anche il comunicato stampa divulgato su internet in data 7 marzo 2011 da parte di Agende Rosse e Giulia Zanfino, ripreso da numerosi altri blog e riportato in altri siti, contribuisce a dare una impressione distorta del reale accadimento dei fatti in quanto, esprimendo la propria solidarietà ad Emilio Grimaldi, ed invitando addirittura anche tutti i cittadini a fare altrettanto, in correlazione con l’articolo contenuto nel blog del medesimo Grimaldi espressamente richiamato anche attraverso l’apposita creazione di un collegamento via web, non solo ribadisce implicitamente il contenuto diffamatorio del suddetto articolo, dimostrando di condividerlo, ma insinua strumentalmente che il Grimaldi sia stato vittima di una ingiustizia, o meglio, sia stato ingiustamente sottoposto a procedimento (“denunciato per diffamazione”) per avere detto, evidentemente, cose che non avrebbe dovuto dire!

Pertanto, si rende necessario provvedere alla rettifica del suddetto comunicato, in considerazione del fatto che il nostro ordinamento giuridico prevede espressamente, nell’ipotesi di lesività della notizia pubblicata, tale strumento riparatorio.

§ § §

Quanto sopra premesso, con la presente si chiede la rettifica di quanto divulgato via internet in data 7 marzo 2011 nel comunicato a firma Agende Rosse Cosenza e Giulia Zanfino, relativo alla solidarietà a favore del giornalista Grimaldi, specificando, all’interno di tutti gli articoli in cui è presente tale comunicato stampa (contenuti in ‘Antimafia Duemila’, ‘Movimento Agende Rosse’, ‘Donnelibertadistampa-Il Cannocchiale, ZOOMsud ed altri eventualmente non ancora individuati) che:

L’articolo pubblicato nel blog di Emilio Grimaldi non riguarda la vicenda ‘Why Not’ nè riporta alcuna dichiarazione di personaggi accreditati; il Grimaldi non è stato denunciato per diffamazione, ma è stato citato dinanzi al giudice civile per il risarcimento dei danni derivanti da fatto illecito, in quanto si è ritenuto che nell’articolo divulgato non siano stati rispettati i requisiti per il legittimo esercizio del diritto di cronaca, ed in considerazione del fatto che l’Avv. Mario Murone, anche nell’esercizio dell’attività universitaria, ha messo a disposizione esclusivamente la propria professionalità in quanto persona di riconosciute doti scientifiche. Conseguentemente, l’Avv. Murone, per tutelare la propria reputazione e gli altri diritti della personalità ritenuti lesi dall’articolo di Grimaldi, esercitando un diritto riconosciutogli dall’ordinamento giuridico, ha convenuto quest’ultimo dinanzi al giudice civile e, perciò, in una sede nella quale ha comunque consentito al Grimaldi di potersi adeguatamente difendere con tutte le garanzie previste dalla legge, offrendo anche la propria versione dei fatti.”.

Si invitano, quindi, i destinatari della presente a rettificare in virtù di quanto sopra la notizia contenuta nel comunicato, e a darne la medesima divulgazione, con lo stesso risalto e con le stesse modalità, in tutti i siti ed i blog in cui è stata riportata, provvedendo immediatamente o al massimo entro 48 ore dalla presente, onde evitare la tutela urgente dei diritti in sede giudiziaria.

Con osservanza.

Avv. Ida Francesca Sirianni

diritti
Solidarietà al giornalista Emilio GrimaldiSolidarietà al giornalista Emilio Grimaldi, citato davanti al giudice civile, forse per aver riacceso i riflettori sull'operazione "Why not"?
7 marzo 2011

COMUNICATO STAMPA


 emiliogrimaldi.blogspot.com


La nostra solidarietà al collega giornalista Emilio Grimaldi, citato davanti al giudice civile dopo aver scritto e pubblicato, in piena libertà e onestà intellettuale, sul suo blog www.emiliogrimaldi.blogspot.com, un articolo su un Master sulla legislazione Antimafia tenutosi all’Università "Magna Graecia" di Catanzaro, tra il febbraio e l'aprile 2010. L'articolo, che si limita a riportare dichiarazioni di personaggi accreditati, riaccende i riflettori su alcuni dei protagonosti della nota operazione "Why not", svolgendo un ruolo di divulgazione della notizia, endemico al concetto stesso di sano giornalismo.

Domani mattina, presso il Tribunale di Lametia Terme, si terrà la prima udienza tra le parti. Invitiamo la stampa locale, le associazioni e i cittadini ad aderire alla campagna di solidarietà da noi indetta, per il collega Emilio Grimaldi.


Sotto, il link all'articolo incriminato.


http://emiliogrimaldi.blogspot.com/2010/02/master-antimafia-in-cattedra-murone.html


Agende Rosse Cosenza


Giulia Zanfino

diritti
Infiltrazioni mafiose nel Comune di Corigliano? L'On. Angela Napoli interroga il Ministro dell'Interno.
23 febbraio 2011


Pasqualina Straface, sindaco di Corigliano, iscritta nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa


Interrogazione a risposta scritta


Al Ministro dell’Interno – Per sapere - premesso che:


  • l’ interrogante con atto n. 4/08647 del 20 settembre 2010 ha chiesto di avviare le procedure utili a decretare lo scioglimento del Civico Consesso di Corigliano per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso;


  • il 27 settembre 2010 è approdata nel Comune di Corigliano la Commissione d’Accesso;


  • l’interrogante aveva ritenuto di dover rivolgere la richiesta a seguito dell’operazione denominata “Santa Tecla”, che in data 21 luglio 2010, su disposizione della DDA di Catanzaro, aveva portato a 67 ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di presunti appartenenti e affiliati ad una pericolosa organizzazione ‘ndranghetistica con la base nell’alto Ionio cosentino, ed in particolare nella Città di Corigliano;


  • fra le persone arrestate sono risultate anche Mario e Franco Straface, imprenditori e fratelli del Sindaco di Corigliano, Pasqualina Straface;


  • nel mese di agosto 2010, gli imprenditori Mario e Franco Straface, fratelli del Sindaco di Corigliano, erano stati assegnati al regime di isolamento carcerario (41 bis);


  • dall’inchiesta e dalle relative indagini, era emerso il ruolo dei due fratelli Straface nell’ambito dell’organizzazione malavitosa coriglianese, riuscendo ad ottenere commesse di lavori edili, ma anche sulle elezioni comunali svoltesi a Corigliano nel 2006, nonché sulle elezioni comunali del 2009 che hanno portato all’elezione nella carica di Sindaco, proprio la sorella Pasqualina Straface;


  • sono emersi, altresì, contatti tra il Sindaco, Pasqualina Straface, ed un parente molto stretto di Santo Carelli, boss fondatore della consorteria ‘ndranghetista di Corigliano, oggi condannato all’ergastolo con sentenza definitiva; i contatti risalgono al periodo immediatamente precedente alle ultime elezioni comunali del 2009 e rivelano, tra l’altro, una raccomandazione fatta dal candidato sindaco, Pasqualina Straface, al familiare del “mammasantissima”, per mantenere l’appoggio promesso alla sua candidatura, anche con l’inserimento di un altro parente nelle sue liste, garantendo in cambio il mantenimento per se stessa della delega alla pesca (garanzia poi mantenuta) e tranquillizzando così tutta la marineria coriglianese, storicamente controllata proprio dalla famiglia Carelli;


  • negli ultimi giorni del mese di agosto 2010, anche il Sindaco di Corigliano, Pasqualina Straface, i cui due fratelli Mario e Franco, rimangono sottoposti al regime del 41 – bis, è stata iscritta nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa;


  • a tutt’oggi, dopo ben 5 mesi, all’interrogante sembra davvero ingiustificabile il silenzio calato sull’esito della Commissione d’Accesso;


  • la lotta alla ‘ndrangheta non può consistere solo nella repressione dell’anima “nera” o nell’attacco ai patrimoni illeciti, occorre abbattere anche quei legami tra politica e crimine impedendo a quest’ultimo di accedere nelle Istituzioni:


  • i motivi per i quali a tutt’oggi, dopo ben 5 mesi dell’insediamento della Commissione d’accesso, il Comune di Corigliano (CS) non sia stato ancora sciolto per infiltrazione mafiosa.


On. Angela NAPOLI


Roma 23 febbraio 2011

diritti
Per triste impertinente passione: Liliana Esposito Carbone, madre coraggio della locride, chiede ancora giustizia per la morte impunita di Massimiliano Carbone.
18 ottobre 2010

Massimiliano Carbone

Locri. La menzogna è un abuso. E' il peggiore dei veleni. La più triste delle condanne, per chi è costretto a subirla. Perché se vivi in una terra di confine, non c'è Chiesa, non c'è Stato, non c'è istituzione che possa proteggerti. E per difendere un innocente che vive avvolto nella cortina della menzogna, da tutta la vita, resta solo il coraggio di chi si batte per la memoria e la varità.

A Locri c'è chi ricorda ancora Massimiliano Carbone, un giovane falciato da un proiettile nel giardino di casa, al ritorno da una partita di calcetto. Un trentenne ritratto della bellezza delle nostre terre, che ha vissuto la sua breve esistenza a Locri, trincea di confine dominata dalle leggi non scritte della 'ndrangheta. Un giovane imprenditore onesto, appassionato di calcio, innamorato della vita, stroncato da una pallottola esplosa da un fucile calibro 12, nel settembre 2004, ancora oggi in attesa di giustizia. La sua triste vicenda non ha precedenti giuridici, nella storia dei delitti di 'ndrangheta. Perché Massimiliano Carbone ha pagato con la vita il fatto di essere padre di una creatura, nata dall'amore con la donna di un altro uomo, in una terra dove, se ami la donna sbagliata, puoi pagare con la vita. Solo il sangue lava il disonore. Il silenzio complice fa il resto. 

Lo spiegano bene Danilo Chirico e Alessio Magro, che nel libro "Dimenticati" narrano anche la storia di Massimiliano: "L'onore è tutto per lo 'ndranghetista, è il rispetto dei suoi simili e la misura del proprio valore. Inutile dirlo, il metro con cui si giudica un uomo d'onore poco ha a che fare con le regole civili. Onore fa rima con dominio sessuale", scrivono ancora gli autori. "Che le donne debbano sottostare al volere dell'uomo-padrone, che debbano restare chiuse in casa, ubbidire, subire un giogo fisico, ma soprattutto mentale, è il riflesso di una mentalità antica, che si è trasformata più e più volte, ma che resiste ancora oggi". E che con tutta probabilità ha portato alla morte di Massimiliano, lasciando come segno indelebile del suo amore per la vita, quella creatura che non lo conoscerà. Perché quella del delitto d'onore è l'unica pista possibile, per arrivare all'assassino di Massimiliano. 

Eppure questa vicenda giudiziaria è stata troppo a lungo sottovalutata. La Procura a Locri è sguarnita, e per fare la guerra alla 'ndrangheta i mezzi insufficienti sembra vengano potenziati solo per arrivare ai mandanti dell'omicidio Fortugno. E' Liliana Esposito Carbone, madre di Massimiliano, a battersi negli anni, perché il figlio non sia dimenticato. E perché a quella creatura nata da un atto d'amore, un giorno, venga consegnata la verità. Nella terra dei Cordì, dei Cataldo e dei Commisso, stretta nella morsa di un controllo serrato, dove non si preme il grilletto senza il consenso dei capibastone. Nella ricerca della verità sull'omicidio di Massimiliano Carbone, non si può prescindere da questo dato agghiacciante. Eppure non bastano le tante pagine di intercettazione in cui scorre l'orrore della mafia. Non basta l'esumazione del corpo di Massimiliano dopo mesi dalla morte, per fare un ennesimo, inutile e straziante, test del DNA che confermerà la paternità del bambino. Non basta l'aggressione subita da Liliana nel cimitero comunale, sulla tomba del figlio. Il caso è archiviato nel 2007. Liliana però non si arrende. Il ponte di San Giacomo è quel legame ideale tra lei e il figlio. Un ponte da cui Massimiliano è tornato, dopo l'esumazione, per consegnare alla madre la certezza che quella creatura è il segno del suo passaggio nel mondo. "Questa battaglia non la faccio in nome di un figlio, ma al suo posto" afferma Liliana a più riprese. 

Dove sia lo Stato in questa vicenda delicata e tragica, è difficile dirlo. Liliana è sola. La sua colpa è quella di non arrendersi. Di battersi quotidianamente, per squarciare il sordo sudario dell'ipocrisia e del silenzio istituzionale, che coprono la morte di Massimiliano da troppo tempo. E negano la verità e la memoria alla sua creatura innocente, "abusata dalla menzogna", incapace di difendersi. Liliana non ha strumenti per proteggere il bambino, in nome di quella promessa, sussurrata a suo figlio, sul letto di morte. La sua unica arma è la parola. La battaglia mediatica diventa un percorso di vita non voluto, ma necessario, per costruire un monumento alla memoria e alla verità di Massimiliano, e un anelito al cambiamento in una realtà pietrificata e offesa. L'unico strumento per proteggere il frutto di quell' amore, che a Massimiliano è costato la vita. 

A oggi, la lotta di Liliana è un manifesto dirompente, capace di scardinare regole intoccabili. Sacre. Questa sua lotta caparbia, intrisa di amore e coraggio, scorre nella pellicola "Oltre l'Inverno", il documentario che il regista Massimiliano Ferraina, la dialoghista Claudia Di Lullo e la giornalista Raffaella Maria Cosentino hanno realizzato, per imprimere nella pellicola ciò che in molti non vogliono vedere. Nè sentire. E la storia di Liliana scorre come un fiume in piena, a Locri, nell'ambito della manifestazione "Storie di vita", presso i locali della cooperativa "Mistya", alla presenza dei ragazzi della "Gurfata". E la pellicola scorre in un'atmosfera commossa e attenta. Non c'è spettacolarizzazione del dolore, non ci sono speculazioni filmiche, non ci sono sofisticazioni. Dalla pellicola trapela il profondo rispetto che gli autori hanno per questo spaccato umano disarmante. E fanno della lotta di Liliana un manifesto alla memoria e alla libertà, di tutte le vittime di 'ndrangheta, dimenticate. Ma Locri non vuole vedere. Il pubblico c'è, ma viene da fuori. I locresi sono in pochi. Assenti le istituzioni, assente l'assessore alla Legalità. Assenti i cittadini. Assenti gli invitati illustri, che avrebbero dato riconoscimento a un evento importante, forte segnale di anelito al cambiamento. " Non siamo delusi perché non ci aspettavamo condivisione" afferma Liliana, che da anni fa i conti con quel muro di gomma, che respinge ogni tentativo di cambiamento. Ma la triste vicenda di Massimiliano è una ferita ancora aperta sull'epidermide di queste terre. Anche se Locri non vuole vedere. Fare finta di niente significa essere complici.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 16/10/2010




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