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CULTURA
Gaiart Video: premiati gli autori della Calabria ribelle. Si riaccendono i riflettori su vittime di mafia e navi dei veleni.
7 luglio 2010
Foto: Massimiliano Carbone

Massimiliano Carbone è un ragazzo di Locri. Uno di quelli che sono rimasti a vivere in quelle terre, senza avere padrini, nè collusioni, ma lavorando onestamente. E a Locri è stato ammazzato, con un colpo di arma da fuoco, nel giardino di casa sua. Dopo una partita di calcetto. Da allora Liliana Esposito Carbone, madre di Massimiliano, non si dà pace. E ad oggi il caso è stato archiviato. 

Tra le pellicole premiate ad Aieta nell'ambito del GAIART VIDEO INTERNATIONAL FESTIVAL, scorre la sua storia. E quella delle navi dei veleni. La prima edizione del festival, una rassegna del documentario svoltasi nel palazzo rinascimentale che sovrasta Aieta, domenica ventisette, premia, infatti, i documentari sulla Calabria. Quelli nati dalla percezione che ci sia l'urgenza di mettere a fuoco ciò che accade in queste terre. Non restando in superficie, ma osservando il territorio attraverso lo sguardo di autori attenti, che raccontano il mondo attraverso la profondità dell'approccio documentaristico. Il grande tema esplorato è l'ambiente. Inteso in accezione estremamente contemporanea, che sottende la conoscenza e la capacità di raccontare il territorio, come palcoscenico di cambiamenti etici, antropologici e sociali, di cui le mutazioni climatiche sono solo l'effetto. Qui il Meridione rappresenta un' enorme tela, attraverso la quale dipingere dei percorsi possibili, per valorizzare queste terre, la loro storia, la loro memoria. Carl T. Dreyer afferma che "l'anima appare nello stile" di un autore. E lo stile degli autori calabresi, premiati nella categoria "premio speciale fuoriconcorso", con la statuetta dell'artista internazionale Silvio Vigliaturo, denota un'anima simile a una fiammata ardente. I due film possono essere definiti memoria storica della Calabria delle contraddizioni. 

I documentari

Foto: Liliana Carbone

Uno, "Oltre L'Inverno", è un eccezionale documentario scritto da Massimiliano Ferraina, Raffaella Cosentino e Claudia Di Lullo, con musiche di Marcello Politano e regia di Massimiliano Ferraina, che narra le dolorose vicende di Liliana Carbone, madre coraggio della Locride. L'altro, "L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana", è un magistrale reportage di Massimo De Pascale, con la fotografia di Nicola Carvello, che ricostruisce la vicenda delle navi dei veleni, attraverso un viaggio costellato da testimonianze inedite, che si intrecciano nel racconto toccante di un genocidio silenzioso. Due documentari, due facce di una Calabria ferita.

Oltre L'Inverno

 "Oltre L'Inverno" è un monumento alla memoria e alla libertà, di tutte le vittime di mafia. Quelle non celebrate, quelle archiviate, quelle che attendono che sia fatta giustizia, in queste terre dove la giustizia è vilipesa. Impietrita. Asserragliata tra cose non dette e leggi non scritte. Eppure può succedere che quell' incatalogabile pianta che è la memoria di una madre per un figlio ammazzato, crei uno sconfinamento. Un cortocircuito. Che un giovane volto incastonato nel marmo diventi l'emblema di una lotta a un intero sistema. E che quel monolite secolare, che è la mentalità mafiosa, possa vacillare, sotto i colpi della memoria ostinata di una madre che non dimentica. "Oltre L'Inverno" narra dunque la storia di una donna, di una madre corraggio, e della sua battaglia intrisa di dolore, solitudine, caparbietà, passione e speranza. Una madre che chiede giustizia per una morte ancora oggi impunita, quella di Massimiliano Carbone. "A sei anni dalla morte di Massimiliano non ha un volto, né un nome il sicario che ha posto fine ai suoi giorni", scrivono gli autori del documentario. Attraverso le immagini che scorrono sullo schermo Liliana ci mostra i luoghi, ci racconta gli eventi, ricostruisce l'agguato a suo figlio. Racconta la sua passione per il calcio. E poco a poco il profilo di quest' uomo, stroncato nel fiore degli anni, ci appare più definito. Il suo volto, che vediamo scorrere più e più volte sullo schermo, acquista un'anima. Dal testo filmico emerge che Massimiliano lascia un figlio, avuto da una relazione con una donna sposata, in una terra dove non si preme il grilletto senza il consenso della 'ndrangheta. Così il suo racconto assume una dimensione universale. Metaforica. E quello di Liliana, madre coraggio, diventa un viaggio solitario, nel deserto della Locride, quasi a gettare i semi della libertà e dell'emancipazione. Per non dimenticare Massimiliano. E raccogliere la memoria, per quel figlio che non conoscerà suo padre. Dai semi lanciati da Liliana nasceranno teneri germogli di libertà? Sarà il tempo a dirlo. A noi piace pensare di sì. 


Foto: Claudia Di Lullo e Massimiliano Ferraina, autori di "Oltre L'Inverno"

Il testo filmico del racconto è privo di sofisticazioni, come sottolinea il regista Massimiliano Ferraina. "Ho voluto fotografare Locri e raccontare la storia di Liliana così com'è", afferma. "Ma non è stato facile. Io e le mie colleghe siamo stati anche vittime di minacce velate". Perchè la Locride è un territorio difficile. E raccontarla nella sua essenza può avere un prezzo. La trama narrativa del racconto è quindi asciutta. Assenti i virtuosismi. Le fascinazioni sono rimesse alla forza intrinseca di una storia drammatica e attuale. Che termina con parole di speranza, pronunciate da Liliana presso La Gurfata, la cooperativa di artisti di strada che si occupa del recupero dei ragazzi di Locri. Un finale che è un messaggio a non arrendersi e continuare a cercare il cambiamento.

L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana

L'altro lavoro premiato, "L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana" di Massimo De Pascale, narra la torbida vicenda delle navi dei veleni, ed è stato realizzato con la collaborazione del WWF e del comitato civico "Natale De Grazia". Possiamo definirlo un monumento alla verità, per impostazione e sviluppo narrativo. Con questo film il regista coglie nel segno, e lo fa attreverso una serie di interviste che ricostruiscono la storia delle navi affondate nel Tirreno cosentino, partendo dallo spiaggiamento della Jolly Rosso sino ad arrivare alla contorta vicenda della nave Cunsky che, secondo le recenti dichiarazioni del pentito Francesco Fonti, fu affondata a largo delle coste di Cetraro, con il suo carico di rifiuti radioattivi. 

 

Foto: Massimo De Pascale, regista de "L'Ultima Spiaggia. Un saggio di geografia disumana"

Massimo De Pascale ripercorre questi eventi lentamente, centellinando i fatti, mettendoli insieme, tassello dopo tassello. Come se stesse componendo un puzzle. E la storia cresce, acquista ritmo e si sviluppa attraverso la poetica dell'autore e le testimonianze di chi ha vissuto i fatti, da testimone o vittima, da ambientalista stigmatizzato, tacciato di essere allarmista, o da osservatore incredulo. Una verità soffocata per anni negli abbissi del mare, che riemerge come un urlo di dolore, tra gli scogli del Tirreno. La poesia dei giochi di luce che evocano le verità sottese di questa vicenda fa da cornice a un'opera tecnicamente vincente. Il ritmo e gli scenari si fondono, al crescere dell'intensiatà delle storie narrate. Emergono i volti scolpiti dalla storia dell'entroterra adamantino. Quelli dei pensionati che vivono nelle casette arroccate tra le montagne di San Pietro in Amantea. O in un fazzoletto di terra, ai piedi di Serra d'Aiello. E la gente si apre. Dialoga in presa diretta, diviene parte essenziale di questa pellicola. Così il documentario sfiora una dimensione neorealista. Dove rieccheggiano il sottoproletariato pasoliniano e gli scenari eloquenti e suggestivi di Vittorio De Seta. La capacità critica di Rosi e la drammaticità dell'analisi rosselliniana. E le persone assumono la dimensione di preziosi documenti viventi. De Pascale ne raccoglie la memoria, alla ricerca delle verità nascoste, che giacciono da troppo tempo, sepolte insieme ai fusti radioattivi, nella valle dell’Oliva. E crea un'opera che è una pietra monumentale indelebile, con la quale persino gli scettici dovranno fare i conti. Istituzioni in testa. 


Foto: la motonave "Rosso", arenatasi sulla spiaggia di Formicice nel 1990

Il GAIART consacra dunque autori calabresi, che vivono in queste terre e che le raccontano sapientemente. Un segnale forte, che dimostra che c'è un nocciolo duro di registi caparbi e talentuosi che non lascia questi luoghi. Ma resiste e racconta. Se è dunque vero ciò che afferma Carl T. Dreyer "l'anima appare nello stile".

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 03/07/2010

Foto: Giulia Zanfino, internet



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