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diritti
Il movimento “Agende Rosse Calabria”, il Comitato De Grazia e “Donnelibertadistampa Calabria” chiedono la scorta per Don Giacomo Panizza e la videosorveglianza nella sede “Pensieri e Parole”
10 aprile 2012

 

Due colpi di pistola alla saracinesca del centro per disabili e migranti “Pensieri e parole”. Ennesima intimidazione all’associazione “Comunità Progetto Sud” di Lamezia Terme. E dopo un colpo di pistola a una finestra e l’esplosione di un ordigno, ancora due colpi di pistola al palazzo requisito al clan dei Torcasio, oggi sede di attività d’integrazione e accoglienza di minori stranieri e disabili, oltre alle 2 casa accoglienza ha al suo interno la sede di “Banca Etica”, il “Forum del terzo settore”, la Ffish regionale”, “Dpi”, “Le agricole, R-evolution legalità” e lo sportello informativo sui diritti. Un fatto grave. L’ennesima dura minaccia all’attività di Don Giacomo Panizza e della Comunità, che da anni si battono in prima linea contro la ‘ndrangheta in un territorio difficile, come quello Lametino. Ciò che spaventa la società civile e le associazioni presenti sul territorio e attive sul fronte antimafia è che, a distanza di mesi, la sicurezza di Don Giacomo Panizza non sembra essere stata rafforzata. E lo stabile sede dell’associazione resta un obiettivo facile da colpire. Per l’ennesima volta. A lanciare l’allarme l’associazione “Natale De Grazia”, e il movimento “Agende Rosse della Calabria” e “Donnelibertadistampa Calabria” che lanciano un appello: “Chiediamo alla Procura, alla Prefettura, alla Questura e al Viminale di intervenire tempestivamente per dare la scorta a Don Giacomo Panizza. E ci chiediamo come mai, dopo tutto questo tempo, il palazzo oggetto delle tante intimidazioni non è ancora stato posto sotto videosorveglianza. Lo troviamo assurdo e chiamiamo in causa le istituzioni, perché provvedano il prima possibile a garantire la giusta vigilanza allo stabile” . E la associazioni aggiungono: “Invitiamo, inoltre, la Commissione Antimafia che si recherà a Monasterace il 12 aprile a passare anche a Lamezia Terme, per portare il segno della presenza delle istituzioni in una terra di confine dove la ‘ndrangheta la fa da padrone. La “Comunità Progetto Sud” non può essere dimenticata”.

“Donnelibertadistampa Calabria”- Giulia Zanfino

Comitato “Natale De Grazia”- Gianfranco Posa

Movimento Agende Rosse Calabria - Francesca Munno

Foto: internet

La grande forza del cuore di mamma.
18 febbraio 2012

Dire che conosco la Calabria è una falsità. Io la mia terra l'ho solo lambita. Il coraggio di navigarne gli abissi non l'ho ancora trovato. Questa lettera, in memoria di Maria Concetta Cacciola, che voleva collaborare con la giustizia e qualche mese dopo si è spenta ingerendo acido muriatico, mi ha trascinata di nuovo tra i vicoli stretti dell'entroterra calabrese. Quelli dove essere donna, figlia, madre, moglie, può avere significati diversi. E conseguenze di vita estreme. Ringrazio Francesca Munno e Emma Leone, due donne calabresi, coraggiose e ribelli.

La lettera di Emma Leone e Francesca Munno

Abbiamo letto oggi, sul “Quotidiano della Calabria”, la lettera che Maria Concetta Cacciola scrisse nel Maggio 2011 alla madre prima di andare via da casa sua e collaborare con la giustizia. Maria Concetta andava via da una realtà che la opprimeva, da un marito (Salvatore Figliuzzi, che appartiene ad una delle famiglie di ndrangheta di Rosarno) che aveva sposato a soli 13 anni. Maria Concetta andava via da quella vita che non le permetteva di vivere liberamente sin dall’infanzia.

Una figlia che scrive alla madre, una madre che prova a proteggere i figli, e un'altra madre che chiude il suo cuore e, invece di proteggere la figlia e i suoi nipoti, versa violenza su di loro! Sofferenza nelle parole e nell'ultimo gesto di Maria Concetta, “suicidatasi” con l’acido muriatico il 20 Agosto 2011.

Spesso ci siamo fermate a riflettere sulle donne che sono nate in una famiglia di ‘ndrangheta. Spesso abbiamo riflettuto sul ruolo della donna sia all’interno della società che dentro le famiglie mafiose. Ci siamo sempre chieste come fa una donna a vivere cosi, priva di libertà, ma soprattutto: il cuor di mamma dove va a finire?
La lettera che abbiamo letto stamattina è di una ragazza di 31 anni, cresciuta troppo in fretta, cresciuta in ambiente malavitoso, ma è anche di una figlia che tenta di aggrapparsi proprio a quel “cuor di mamma” con una richiesta d’aiuto, non per sé stessa, ma per i suoi figli. Maria Concetta sentiva di non appartenere a quel sistema criminale, pur facendo parte di quella famiglia. Lei subiva violenze, privazioni, era solo e semplicemente una ragazza di 31 anni che non si è amalgamata a quel tessuto sociale a cui apparteneva la famiglia. Lei stava scegliendo di vivere, di dare un futuro diverso a lei e ai suoi figli.
In quelle parole di Maria Concetta si legge benissimo di quanto era consapevole del sistema criminale, di quell’ “Onore” che deve essere rispettato e lei comprendeva lo stato della madre, sapeva che non era facile uscire da quella “famiglia”. Si appellò alla coscienza di una donna; quelle parole di figlia si rivolgono al cuore di una madre. Nonostante le violenze psicologiche che le aveva riservato, Maria Concetta và oltre, le chiede perdono per la scelta che aveva fatto: collaborare con la giustizia. E nonostante tutto, lei ,figlia , madre, scrisse a sua madre: "Ti supplico non fare l’errore a loro che hai fatto con me … dagli i suoi spazi … se la chiudi è facile sbagliare, perché si sentono prigionieri di tutto. Dagli quello che non hai dato a me.”
Quegli spazi che le hanno privato sin da quando era piccola. Prigionieri in una casa, prigionieri di quelle catene che la ndrangheta con forza e arroganza mette alla famiglia.
La madre di Maria Concetta è vittima anche lei del sistema della ‘ndrangheta? E allora perché tanta violenza psicologica?! Perché una madre si riduce a tutto questo?
Non voleva niente Maria Concetta, lo scrisse lei: “mi sono resa conto che in fondo sono sola, sola con tutti e tutto, non volevo soldi … era la serenità l’amore”. Già, quell’amore negato, ma anche quell’amore infinito per i suoi figli. Non sappiamo se si poteva far prima qualcosa. Non sappiamo perché i figli erano rimasti ai genitori di Maria Concetta. Lei ha deciso di suicidarsi perché le avevano detto, in maniera errata, che non avrebbe più rivisto i suoi figli, e quell’amore di madre non avrebbe mai sopportato quel dolore. Noi non sappiamo se si poteva fare di più e meglio per evitare il suicidio, per “proteggere” lei e i suoi figli, ma oggi, per quanta rabbia si possa provare, da donna, questa lettera non può che suscitare sofferenza, dolore. È uno spaccato crudele di una realtà all’interno di una famiglia ‘ndranghetista, ma è uno spaccato che richiede una riflessione più profonda, seria, perché nessun’altro può vivere con le catene dell’oppressione, della mancata libertà di scegliere.
Oggi però il nostro pensiero va ai figli di Maria Concetta Cacciola, alla figlia di Lea Garofalo, che con coraggio sta testimoniando al processo per la morte atroce di sua madre a Milano, ai figli di Giuseppina Pesce, a cui auguriamo quella vita di libertà che le loro madri desideravano per loro.
Spero che possano curare quelle “ferite” che hanno procurato loro, madri che amavano e amano i loro figli, e che da quell’amore ricominciare un’altra vita, priva di violenze, priva di pressioni, semplicemente una vita di libertà e di serenità. Nessun’altro bambino, nessun’altra donna, nessun’altro uomo, deve subire tutto questo. Non loro che hanno scelto di VIVERE LIBERI.
Chi sceglie il coraggio di denunciare ha bisogno di essere ricordato. Tre giovani donne, nate in ambienti “ostili” ma che hanno preferito la dignità e l’amore per i propri figli: pur pagando un prezzo altissimo, tutto questo, la loro esperienza, possa essere ricordato per stimolare donne che ancora vivono in famiglie di ‘ndrangheta, possa nascere davvero la forza delle donne e di quelle madri che per amore dei loro figli possono cambiare la Calabria.
E far risplendere quella mimosa come simbolo che nulla è perduto.
Emma Leone

Francesca Munno


Nasce l'asse Vicenza-Praia a Mare per accendere i riflettori sul processo Marlane/Marzotto.
9 febbraio 2012


Foto: internet

Valdagno è il feudo. La roccaforte. La città simbolo del potere economico del Gruppo Marzotto. Qui i suoi stabilimenti sono una città. Enormi e anonimi sovrastano l’orizzonte, ramificati in un dedalo che sembra un quartiere popolare. Un formicaio in cemento armato dove centinaia di operai hanno lavorato per anni. E proprio a Vicenza si accenderanno i riflettori sul processo calabrese per i morti della Marlane/Marzotto. Nessuno avrebbe immaginato che il destino di una città come Praia a Mare, a centinaia di chilometri da Vicenza, incastonata sulla spiaggia dell’isola di Dino, si sarebbe intrecciato a quello di questo feudo. Neanche gli operai vicentini che nel 1968 buttarono giù la statua del padrone, il conte Marzotto, mettendogli un cappio intorno al collo, lo avrebbero immaginato. Proprio in quegli anni, mentre la statua del conte si schiantava nella polvere, a centinaia di chilometri di distanza, in Calabria, decine di operai firmavano un’ inconsapevole condanna a morte. Nessuno avrebbe immaginato che potesse nascere un asse: l’asse Vicenza-Praia a Mare, per rivendicare il diritto alla giustizia e alla verità delle decine di operai calabresi. E invece a Vicenza, della fabbrica Marlane/Marzotto e dei torbidi fatti che ci girano intorno, si comincia a parlare. Soprattutto tra le mura della sede del PdCI. In particolare, se ne è interessato il segretario di partito, Giorgio Langella. E’ stata una casualità, ci racconta. Perché dei fatti della Marlane, e di tutte le vittime della fabbrica di Paria a Mare, a Vicenza non si sapeva nulla. Nonostante fosse un distaccamento delle fabbriche di Valdagno. Ma, una volta sentito per caso, in radio, dei fatti di Praia, Langella si è interessato e ha scoperto l’esistenza del processo Marlane. E la cortina di silenzio, calata sulle più di cento vittime, tra gli operai dello stabilimento, sembra essere stata squarciata. Il 24 febbraio l’assemblea “Non si può morire di lavoro” partirà dalla storia della fabbrica di Praia a Mare per trattare i temi di sicurezza e lavoro. A moderare l’incontro a Vicenza, che si terrà presso l’Alfa Hotel, in via degli Orafi, alle 20:30, sarà Giorgio Langella, segretario del PdCI vicentino. E c’è grande attesa per la proiezione della testimonianza esclusiva di Francesco De Palma, ultimo testimone vivente della malagestione dei prodotti nocivi nel processo produttivo della Marlane e dell’interramento dei rifiuti tossici, nei terreni della fabbrica. De Palma, deceduto pochi mesi dopo aver rilasciato la sua ultima intervista, a causa di un tumore imputabile ai veleni respirati, maneggiati e interrati nello stabilimento, descrive minuziosamente l’attività di interramento, a cui partecipava. E fa nomi e cognomi dei mandanti.  Parole che scorrono nella pellicola “La fabbrica dei veleni”, in onda su Crash di Valeria Coiante, su Raitre. Intanto l’appello lanciato dal PdCI vicentino, “Verità e Giustiza per i morti della Marlane”, che rivolge un invito provocatorio agli imputati, tra cui il conte Marzotto, chiedendogli di farsi processare, incassa adesioni illustri. Dall’astrofisica Margherita Hack all’attrice Franca Rame, dallo scrittore e vignettista Vauro Senesi a Massimo Carlotto. Dall’economista Vladimiro Giacché alla senatrice Pd Silvana Amati. Dal portavoce dell’associazione Articolo21 Giuseppe Giulietti a Oliviero Beha, fino al Caporedattore di Raitre, Della Volpe. L’ultima adesione all’appello riecheggia la solidarietà tra lavoratori in agitazione, ed è quella dei lavoratori dell’ ”IMS s.r.l. in presidio permanente” di Caronno Pertusella, vicino a Milano. Appena messi a conoscenza delle cento vittime dello stabilimento Marlane, i lavoratori in agitazione hanno affermato sgomenti: “In fondo noi siamo stati fortunati”. La loro adesione all’appello è un segno forte. Che dal nord arriva sino al cuore della Calabria. L’asse Vicenza-Praia a Mare, passa da Milano. E potrebbe far convergere altri grossi punti di aggregazione su una questione che sembra salire alla ribalta. Inesorabilmente.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro

Per saperne di più sui fatti della Marlane di Praia a Mare

http://donnelibertadistampa.ilcannocchiale.it/2010/10/29/processo_marlane_prosegue_ludi.html

La contessa Marzotto: più imprenditori come mio suocero e il Sud starebbe meglio. Lo stesso giorno si spegne un'altra operaia dell'ex Marlane di Praia a Mare.
17 gennaio 2012

La Contessa


Angiolina Cosentino non era una contessa. Era un’operaia. Una giovane donna del Sud, che voleva lavorare per portare i soldi a casa. Una donna bruna, che ha passato anni tra la filatura e la tessitura della fabbrica della morte, la Marlane di Praia a Mare. Più di cento le vittime costituitesi parte civile, in un processo che soccombe sotto i colpi dei rinvii, da mesi e mesi. Angiolina Cosentino è l’ultima vittima dello stabilimento della Marzotto. Un mese e mezzo d’agonia, dicono. Un tumore fulminante. Aveva 66 anni. E il destino si è beffato della sua morte silenziosa, il giorno del suo funerale. Mentre i suoi cari la commemoravano, a chilometri di distanza, su a Nord, i riflettori si accendevano su un’altra donna. La contessa Marta Marzotto. Ex moglie del Conte Marzotto. Proprietario di quella fabbrica che ha sterminato operai in 40 anni di silenzio scellerato, complici gli stretti rapporti tra istituzioni locali e amministratori dello stabilimento. La bionda contessa ha infatti dichiarato, in un’intervista pubblicata sul blog di Oriano Mattei, a proposito del suocero, il conte Marzotto: “Lo criticavano: “Marzotto il nemico del popolo, che perseguita i lavoratori dalla culla alla morte”. Dieci persone come lui e il sud sarebbe ridotto meglio”.  Ma il Sud ne ha visti tanti, signori del Nord, nelle sue terre. Forse alla contessa il dato sfugge. In Calabria dalla provincia di Cosenza a quella di Catanzaro i fondi della Cassa per il Mezzogiorno sono finiti nelle tasche degli imprenditori del Nord.





Marta Marzotto e Umberto Marzotto

Ma nei lussuosi salotti della contessa di questo si parla solo tra uomini, probabilmente. Torniamo per le strade polverose di Praia a Mare, quelle che si affacciano sulla Marlane. Strade avvelenate da acidi e metalli killer. Costellate di manifesti mortuari di operai che si spengono, uno dopo l’altro, a causa della gestione scellerata di prodotti nocivi, inalati nella prestigiosa fabbrica del conte. Dalle indagini risulta che complice sia stata la Marzotto. E a svelarci qual è stata la gestione dello stabilimento, dopo l’arrivo della Marzotto tra le mura della Marlane, è un operaio. Vuole restare anonimo. Ha paura che le sue dichiarazioni gli creino ritorsioni. Come se non bastasse il cancro, che già lo consuma da anni e anni. Insieme a lui facciamo un salto nel passato. “Vuole sapere cosa fece la Marzotto, quando acquistò la fabbrica? A parte continuare la gestione scellerata, avvelenando tutti noi che lavoravamo con fumi tossici, finché nel ’96 la tintoria non fu segregata rispetto al resto della fabbrica? A livello produttivo era peggio. Se si rompeva un pc non si poteva lavorare perché era tutto comandato dal Nord. Prima a Praia c’era uno stabilimento a ciclo completo e si produceva il “filato medio fino”, per la tessitura. Poi la filatura “medio fino” fu smantellata, e passata a filatura per maglieria. Così la filatura non produceva più filati per la tessitura. Le macchine furono cambiate. Per alimentare la tessitura il filato arrivava da Bernot". Quindi, da quanto ci dice l’operaio, prima dell’arrivo della Marzotto, a Praia si produceva il filato “medio fino”. Dopo lo si importava dall’estero. “Si lavorava smantellando la fabbrica. Non si facevano i progetti del tessuto, né i campioni, le prove sui tessuti da produrre. Portarono tutto al Nord” ricorda l’operaio. A Praia a Mare però morti e veleni sono rimasti. Quelli non possono essere cancellati da una passerella stravagante. Né da un’affermazione discutibile. I veleni e i morti restano. Lasciano la traccia. Sono una mappa. Un percorso. Una strada tortuosa che, da Praia a Mare, arriva fino ai confini con la Basilicata. Erano gli anni ’60 quando Angiolina Cosentino ha deciso di lasciare il suo paese, e da Papasidero, paese arroccato tra le montagne del Pollino, si è spostata nella città dell’isola di Dino. Posso immaginare il suo volto, anche se non ne conosco i tratti. Posso immaginarla sbirciare dalla finestra della sua casa, vicino al cinema Loren, mentre prepara da mangiare al marito, anche lui operaio Marlane. Posso immaginare la sua mano scorrere sulla ringhiera arrugginita che gira intorno alla fabbrica, e vederla varcare il cancello. I capelli raccolti, accarezzati da quel vento caldo, carico di salsedine. Una donna del Sud. Una donna semplice. Nulla a che vedere con la contessa. La diva. La donna delle passerelle. La musa di Guttuso. Colei che disserta sull’industrializzazione, seduta su un’elegante poltrona, mentre si svolge il funerale di un’operaia morta a causa di quell’industrializzazione scellerata. A Praia a Mare la contessa non ha mai mandato un mazzo di fiori. Sulle tombe degli operai morti dopo essersi avvelenati nello stabilimento Marlane/Marzotto i fiori li portano solo i pochi familiari rimasti in Calabria. Se ci fossero state più Marlane, forse oggi anch’io sarei orfana. Come tanti, troppi praiesi.

“Meglio morto che precario”. Giovanni Parrotta racconta il nodo vitale della precarietà.
17 gennaio 2012
La prima volta che l'ho incontrato stava seduto su una panchina, sotto il cielo di piombo della periferia di Sellia Marina (Cz). A soli 23 anni sembrava già un intellettuale decadente. Barba lunga. Capello lungo. Sguardo attento al dettaglio. Quell'immagine mi è rimasta scolpita nella memoria. Oggi capisco il perché... in questi giorni di dolore cupo per i suicidi di precari, disoccupati e imprenditori sul lastrico, lo straordinario libro del talentuoso Giovanni Parrotta, "Meglio morto che precario", racconta il grande nodo vitale, che è la precarietà. Non ci sono stereotipi o sofisticazioni, ma un giovane che scava, s'interroga, si mette a nudo. Di questo libro, di un realismo narrativo disarmante, c'era bisogno.





Fonte: Redattore Sociale

di Giulia Zanfino

 “Catania. Donna tenta il suicidio dopo aver perso il lavoro. Torino. Un giovane di 28 anni, E.V., è stato trovato impiccato all’interno di un magazzino. Cagliari. Ventisettenne si suicida dopo aver ricevuto un preavviso di licenziamento, causa esubero personale”. Con un cappio in copertina “Meglio morto che precario”, la pluripremiata opera prima di Giovanni Parrotta, talentuoso giovane di origini calabresi, edito da Rubbettino, approda in libreria quasi ad anticipare un’ Italia sconvolta dall’escalation di suicidi tra precari, giovani che perdono il lavoro, imprenditori sul lastrico. Un libro tristemente attuale, quello del giovane Parrotta, da cui emerge un grande nodo vitale, quello della precarietà, che il protagonista tenta di sciogliere, tappa dopo tappa. Trapela quella voglia di riscatto che a Sud Italia ti brucia dentro. Poi l’infanzia difficile, una barca mangiata dalla salsedine, una pipa, la solitudine del mare, l’adolescenza, il vagare quotidiano in sella a uno Zip un po’ scassato, per le strade polverose di Sellia Marina, alla ricerca di un lavoro. E quella periferia meridionale, incastonata tra palazzi abusivi e qualche bar che si affaccia sul ciglio della 106, “la strada della morte”, cui l’autore da un’anima. A Sellia Marina il lavoro è un sogno, stretto nel cranio nudo della provincia di Catanzaro. E chi cresce in queste terre sogna spesso di andare altrove. L’evasione è un’idea che ti martella la testa sin da piccolo. Perché evadere vuol dire avere un’occasione in più di trovare lavoro. E dignità. E Parrotta racconta un’evasione fatta di alcol, spinelli, piccolo spaccio. Ma il filo rosso che lega le tappe dell’esistenza di Michele, il ventinovenne protagonista del racconto, è la ribellione. La resistenza. Quella a un sistema mafioso, cui non vuole appartenere. Così approda in un call center ed anche lì si ritrova faccia a faccia con il mondo spietato della precarietà. E il protagonista si batte. Portando con sé quel nodo vitale che tenta di sciogliere. Senza tregua. Il suo viaggio intimo, personale, diventa metaforico. Universale. Tappa dopo tappa. “Nel viaggio di una vita molti ricordano le tappe, io invece credo bisognerebbe ricordare e godere del percorso, di tutto il percorso, e magari andando anche contro corrente dimenticando le varie tappe, i vari bivi, ricordando solo la strada”. Questa tra le riflessioni che costellano il libro, capitolo dopo capitolo, quasi a voler prendere per mano lo spettatore, per accompagnarlo, nel percorso personale dell’autore. Parrotta scava, s’interroga senza tregua, si mette a nudo. Così la mappa di un’esistenza scandita dalla precarietà si snoda attraverso il racconto intimo dell’autore, da cui emerge uno spaccato del Meridione, privo di pregiudizi. “Diciamo che è c'è parecchia realtà” ci confessa Giovanni Parrotta “alcune vicende sono realmente accadute, anche se in modi diversi. E’ lì che ho messo la creatività . C'è molto della mia vita, ma solo superficialmente. Le varie riflessioni, la scuola, gli amici e i luoghi del mio paese. Il resto è tutto scaturito dall'immaginazione e dalle supposizioni su come sarebbe stata la mia vita se non fossi stato fermo su determinate scelte, in questa terra”. Il libro, privo di stereotipi e sofisticazioni, si è aggiudicato il premio “Chimirri” del concorso “Parole nel vento 2011” e la credibilità narrativa del promettente Giovanni Parrotta, che “porta il lettore a vivere ciò che legge, in prima persona”, ne fa un’opera preziosa, capace di sedurre e far riflettere sul grande tema della nostra epoca.

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"NON SI PUO' MORIRE DI ACIDO MURIATICO". A REGGIO L'8 SETTEMBRE UN SIT IN PER ACCENDERE I RIFLETTORI SU ALCUNE MORTI SOSPETTE.
28 settembre 2011



                           Le donne del movimento "Se non ora quando" di Reggio Calabria

Reggio Calabria. "E ora lo Stato intervenga per tutelare i figli della Cacciola, tutti minorenni!". L'on. Angela Napoli esce dalla Prefettura di Reggio Calabria, mentre sulla città è calata la notte. Insieme a lei un gruppo di donne, tra cui l'on. Maria Grazia Laganà, organizzatrici della manifestazione "Chi collabora non deve morire di acido muriatico". Donne diverse le une dalle altre. Attiviste politiche di Fli, Idv, Pd, le donne del movimento "Se non ora quando?", insegnanti in pensione, studentesse. Donne arrivate in piazza Italia per un'emozione forte. "Abbiamo seguito in poco tempo suicidi di donne con acido muriatico. Tutte donne che erano testimoni di giustizia" afferma Antonia Lanucara, prima firmataria della petizione che verrà presentata alle più alte cariche del Governo, per accendere i riflettori sulla questione dei testimoni di giustizia. "Il problema che ci ha spinto qual'è?" continua la Lanucara "E' che ci si può ammazzare con un tubetto di sonnifero, così ti addormenti serenamente. Invece queste donne ricorrono al suicidio sapendo che soffriranno in maniera terribile. Allora non si tratta solo di suicidio, ma di una volontà auto-assassina. Questa cosa in qualche maniera ci ha fatto pensare. Non so quali fossero le condizioni quando queste donne hanno bevuto l'acido. Voglio pensare a qualunque cosa... Maria Concetta aveva solo 32 anni e 3 figli e aveva deciso di diventare testimone di giustizia". I dubbi sono più che leciti. Testimoni di giustizia e acido è il binomio agghiacciante che sembra governare le sorti delle donne che decidono di schierarsi contro la 'ndrangheta. Maria Concetta Cacciola, Tita Buccafusca, Lea Garofalo. Donne che hanno fatto una scelta difficile, che non lascia scampo: sangue contro sangue, perché il clan è una famiglia. Un sofisticato meccanismo capace di preservare l'endogamia di ceto che costituisce l'ossatura della mafia calabrese, da più di un secolo. Queste tre donne oggi non possono più parlare. La loro morte, certo sospetta, è più simile a un monito. A un messaggio chiaro e netto: chi collabora muore. Di una morte dolorosa. Spietata. "L'obiettivo del nostro sit-in" continua la Lucanara "è quello di mettere mano alla legge che già esiste sui testimoni di giustizia, per fare in modo che le protezioni siano saggiamente guidate". 



Tre giorni prima della morte, Maria Concetta Cacciola aveva richiesto la protezione a cui aveva rinunciato, tornando a Rosarno. Bisognerebbe forse garantire maggiore protezione a chi diventa testimone e quindi rivedere la legge. Sotto il palazzo della Prefettura le donne del movimento "Se non ora quando?" di Reggio Calabria stringono tra le mani gli striscioni. Hanno un bavaglio rosa stretto sul volto. Sopra c'è scritto "Acido", "'Ndrangheta", "Silenzio". Luciana, Teresa, Rosamaria, Consuelo, Rosanna. Donne che si muovono per le donne. Sorridono sotto il bavaglio e si scambiano sguardi complici. Prima di arrivare al sit-in hanno fatto volantinaggio sul Corso, per divulgare l'evento. "Il nostro movimento non fa assistenzialismo. Per ribaltare l'assioma mafioso bisogna sollecitare le coscienze a una presa di posizione netta". Ma Piazza Italia è quasi vuota. I reggini passeggiano sul corso, tra vetrine ammiccanti e palazzi padronali. Forse la presa di coscienza è ancora lontana. Forse si vuole fingere di non vedere. Eppure mai come in questo momento storico, in Calabria, si assiste a un movimento di donne che decidono di schierarsi contro la 'ndrangheta e denunciare la propria famiglia. E c'è da chiedersi se queste morti saranno un deterrente per chi vorrebbe, ma non ha ancora avuto il coraggio di passare dall'altra parte. Perché la scelta di essere testimone di giustizia, in Calabria, ha un costo altissimo. Significa schierarsi contro il marito, i figli, i fratelli, le sorelle. E ritrovarsi soli. Perché il sangue è il cemento di ogni rapporto mafioso e la donna è un capitale sociale inestimabile, bullone di quell'ingranaggio determinante, per muovere il mondo parallelo dominato dai clan. 



                                    L'On. Angela Napoli e Teresa Libri (Fli Calabria)


"Il Prefetto si è fatto carico di segnalare al Ministero dell'Interno questa sollecitazione che proviene dalla società civile, rispetto all'attenzione necessaria per i testimoni di giustizia ed in particolare per le donne" afferma l'on. Angela Napoli. "Donne che decidono di ribellarsi a volte anche perché appartenenti a famiglie mafiose, ma che poi si ritrovano completamente isolate e quindi incoraggiata al suicidio. Abbiamo voluto fare attenzionare al Prefetto la modalità, che deve far preoccupare, dell'uso dell'acido muriatico. Non dimentichiamo che Reggio ha visto anche un'altra donna, funzionaria del Comune, usare l'acido muriatico per il suicidio (Orsola Fallara, ndr). Sono fatti molto, molto strani, che vanno attenzionati e sui quali pretendiamo chiarezza. Lo dobbiamo ai sacrifici di queste donne, per evitare che accadano nuovi fatti di questo genere". L'obiettivo è quello che si riveda la legge sui testimoni di giustizia, per garantire loro una tutela più ampia. Chiediamo all'on. Napoli cosa ne sarà dei figli di Maria Concetta Cacciola. "Lo Stato intervenga per tutelarli" ci risponde l'onorevole. Cosa ne sarà di loro ce lo dirà il tempo. A oggi sono tre minorenni, orfani di madre, in terra di 'ndrangheta.

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Giulia Zanfino (foto G.Z.)

Fonte: Mezzoeuro


diritti
"NON ABBASSERO' LE SERRANDE DELLA MIA ATTIVITA', MA SONO IN GINOCCHIO". Giuseppe Morelli, testimone di giustizia lancia un grido di aiuto.
6 settembre 2011


Vibo Valentia. Non lascerà la sua terra e non abbasserà la serranda della sua attività. Quando lo dice gli trema la voce e trapela tutto il disincanto. Perché sono anni che Giuseppe Morelli ha scelto da che parte stare, diventando testimone di giustizia e facendo i conti con la sua scelta, quotidianamente. E ora è un imprenditore isolato e indebitato che chiede solo "una boccata d'ossigeno per poter tenere aperta la sua attività". In una terra dove passare dall'altra parte vuol dire essere segregati. Stigmatizzati. Ma soprattutto soli. "Mi stanno distruggendo nel silenzio" ci dice a denti stretti "ma io non cederò mai". Giuseppe vive nel vibonese, dove ha la sua attività. La sua storia sembra la pellicola di un film americano, dove riecheggia la legge del più forte. Intimidazioni, spari, taniche di benzina. Minacce ai figli. Inseguimenti. Tutto ciò nei confronti di un uomo che voleva solo lavorare in pace. Dignitosamente. La pellicola si riavvolge. Lo scenario è il Far-West calabrese, dove dominano faide e regolamenti di conti. Dov'è lo Stato è difficile dirlo. Qui certe regole sono la normalità e chi le infrange rischia tutto. Oggi Giuseppe è un bersaglio vivente, "un morto che cammina", come lui stesso si definisce in qualche intervista. Ma più di tutto è un esempio di grande coraggio e dignità. Giuseppe è un Uomo libero. Insieme a lui facciamo un salto nel passato. A quando il padre aprì il mulino, nel 1965. Dall' '88 l'attività è sempre più fiorente e Giuseppe ne prende le redini. All'inizio va tutto bene, il suo mulino rifornisce quasi tutti i panifici della provincia e la sua vita scorre tranquilla. Fino a quel maledetto giorno, in cui arrivano "loro". A vederli sembrano una banda di scalmanati, niente di più. Giuseppe non sospetta che siano collusi al malaffare di Polsi, cuore del crimine calabrese. Gli chiedono 35.000 euro subito. Poi 12.000 ogni Natale. Giuseppe i soldi non li ha e non si pone neanche il problema di un eventuale pagamento. All'inizio cerca di mediare, di capire. Poi decide di varcare la soglia e passare dall'altra parte. Lui sa bene che, una volta varcata la soglia, indietro non si torna. Ma non può immaginare quanto quel gesto cambierà la sua esistenza. Così si reca dai carabinieri e denuncia il tentativo di estorsione. Da allora a oggi sono passati più di tre anni. La sua attività è in ginocchio, la sua compagna ha perso un bambino nel corso di un inseguimento minatorio, i suoi figli hanno lasciato la scuola, la sua vita è una lunga e lenta discesa all'inferno. "Non abbiamo più clienti" ci dice "ci hanno isolati. E ci hanno detto che ci uccideranno".


Il copione del film è sempre lo stesso. Prima distruggono la serenità familiare. Poi ti tolgono il lavoro. Alla fine ti ritrovi solo. Cosa spinga un uomo a tenere duro e non arrendersi, in uno scenario come questo, è difficile immaginarlo. Perché nonostante tutto Giuseppe continua la sua battaglia. "Se fra una settimana non chiudi, la tua attività la chiudiamo noi, mi hanno detto così" continua Giuseppe "ma io non voglio abbassare la serranda della mia attività, nonostante ormai sono pieno di debiti. Ho bisogno di una boccata d'ossigeno per il mio mulino, ho bisogno d'aiuto". Se ci fossero più persone con il coraggio di Giuseppe sarebbe la 'ndrangheta a dover abbassare la serranda. Perché Giuseppe non si piega alla legge non scritta del malaffare. In una lettera scritta da Natasha, la sua compagna di vita, a Salvatore Borsellino, c'è scritto: 
"Ci hanno fatto terra bruciata intorno!!!!Nessuno più si serve del Mulino Morelli. Abbiamo lincenziato i nostri dipendenti, ormai siamo solo in due a lavorare, in qualche caso abbiamo provocatoriamente detto di voler regalare la nostra farina, ma ormai da che avevamo 70 forni siamo arrivati a 3!!!! Le chiedo: è questa democrazia? La sfiducia, la paura si possono combattere, sono stati d'animo, ma il lavoro e la protezione rispetto a chi denuncia non sono forse diritti elementari? Se il mio compagno sparisse che cosa mi direbbero le Istituzioni? Che bisogna combattere? Che bisogna lottare? Abbiamo denunciato, abbiamo testimoniato che cosa dobbiamo fare ancora? Dovremmo forse scappare per vivere rintanati in una località protetta e aspettare che le cose cambino? Non abbiamo forse contributio a farle cambiare ? Ma ora?????? "Ora? Questa è la domanda che martella la vita di chi si ritrova con le spalle al muro. Da una parte la 'ndrangheta che ti uccide lentamente, dall'altra il silenzio istituzionale, che uccide ciò in cui credi. "Tutto questo lo faccio per i miei figli, perché mio padre mi ha insegnato che si può vivere anche lavorando onestamente" ci dice Giuseppe, con tono deciso, quasi a far trapelare quel guerriero che c'è in lui. Anche suo zio, in punto di morte, si è rivolto al nipote strappandogli la promessa che non avrebbe mai pagato. Che non si sarebbe mai piegato alle leggi della 'ndrangheta. Leggi che governano la pellicola di questo film. E il protagonista è l'ennesimo eroe solitario che si batte contro tutto e tutti. Giuseppe Morelli, un uomo libero, a cui spetta di diritto poter continuare a vivere e lavorare, insieme alla sua famiglia, nella sua terra. Protetto dalle isituzioni. Sostenuto dalla società civile. Temuto dal malaffare. Perché il finale è ancora tutto da scrivere.

Giulia Zanfino
Mezzoeuro
Foto: internet
BISIGNANO SI RIBELLA AI NUOVI TRIBUTI CONSORTILI: ZERO SERVIZI UGUALE PAGAMENTO
25 luglio 2011



Consorzi nati con debiti astronomici. Una valanga di tasse su cui urge fare chiarezza. Una gestione fallimentare premiata e riconfermata, con cui è difficile interloquire. Le tasse arrivano dal Consorzio di Bonifica Integrale dei Bacini Meridionali del Cosentino, nato dal Consorzio di bonifica Sibari-Crati, in liquidazione con 36 milioni di passivo e commissariato per 55 anni. E nella sua gestione c'è un nome che ritorna spesso: il dott. Salvatore Gargiulo, già commissario straordinario del Consorzio di bonifica Sibari-Crati, nonché commissario ad acta per gli adempimenti finalizzati al risanamento della situazione debitoria dello stesso Consorzio, oggi eletto presidente del neo Consorzio dei bacini Meridionali del Cosentino. La stessa fase elettorale dei componenti del Consiglio dei delegati , nel 2009, stride letteralmente con il concetto che il Consorzio sia gestito dagli agricoltori. Su 10.232 elettori sparsi tra tutti i comuni il cui territorio, interamente o parzialmente, fa parte del Consorzio, dai verbali si deduce che abbiano votato solo in 708, un'unica lista presentata da Cia e Coldiretti. Tutti d'accordo, meno che l' Unione Provinciale degli agricoltori, che ha abbandonato il tavolo delle trattative, perché preoccupata dalla possibile "politica del deficit" della nuova gestione. Detto, fatto. Da qualche mese, infatti, a Bisignano sono arrivate una pioggia di tasse percepite dai cittadini come ingiustificate. E il paese non ci sta e promette di far sentire il suo dissenso. Laddove il servizio, di fatto, è inesistente la domanda sorge spontanea: perché un cittadino dovrebbe pagare? Inoltre un mare magnum di terreni impervi e scoscesi, inaccessibili talvolta agli stessi proprietari, aree colpite selvaggamente dal dissesto idrogeologico, dirupi, terreni in cui l'irrigazione consortile è inesistente, sono stati ricompresi nel nuovo Consorzio dei Bacini Meridionali e tassati pesantemente. Qui profitto degli enti e benessere dei cittadini corrono in direzioni opposte. Da una parte un sistema fallimentare, che rinasce come la Fenice, dalle sue ceneri. Dall'altra i cittadini, costretti a pagare le colpe degli altri. Si annuncia dunque una ribellione profonda. Il banco di prova è Bisignano, paese che taglia in due la Valle del Crati, stagliandosi maestoso sui suoi sette colli. Già una commissione, di cui fa parte anche Umile Bisignano, sindaco del paese, cerca di aprire un tavolo di trattative per far fronte al malcontento generale e pare che l'assessore regionale all'Agricoltura, Trematerra, sia disponibile ad ascoltare le istanze dei cittadini. Di fatto, però, ad oggi sembra non sia ancora avvenuto un incontro ufficiale per siglare quest'impegno. Così il comitato "Unione Comitati Cittadini Liberi", un gruppo di cittadini sensibili alle problematiche del territorio, ha deciso di tenere un incontro aperto al pubblico per trattare questa spinosa questione. Il professore Mario Palermo, Alberto De Luca, Giorgio Berardi e l'avvocato Antonio Ammirata hanno tenuto un dibattito introduttivo, per spiegare ai cittadini presenti le zone d'ombra su cui fare chiarezza, dei nuovi contributi consortili. L'invito è stato quello di non pagare i contributi ritenuti ingiusti dalla popolazione, prima delle le trattative con la Regione. Lo stesso Umile Bisignano, sindaco del paese, è intervenuto, manifestando la sua disponibilità per intavolare una discussione con la Regione Calabria, per cambiare la legislazione che permette l'esistenza di alcune di queste imposte. Ma il sindaco ha anche esortato i cittadini a pagare, perché altrimenti il Consorzio non sopravviverà, a causa di quel debito di 6 milioni di euro cui deve far fronte. "I tributi, oltre a essere previsti in mancanza di servizi, sono passati da 20 a 90 euro!", affermano alcuni cittadini. "E i terreni più vasti, che attingono al servizio di irrigazione con consumi esosi, pagano molto meno dei piccoli terreni", continuano altri. Giovedì sera la piazza era piena di volti intagliati dal tempo e sembrava di aver fatto un salto in un passato non troppo lontano. Quello della Bisignano ribelle delle lotte contadine, che riecheggia la storia di una terra che non si piega ai suoi governanti. Alle loro miserabili clientele. Ai loro privilegi. "Io prendo 500 euro di pensione al mese, ho 70 anni e 3 figli disoccupati a casa. Come posso pagare dei tributi sulle mie terre quando i servizi del Consorzio neanche ci arrivano?!?", chiede un pensionato ai presenti. Maria Toscano, Presidente dell'Unione Provinciale degli Agricoltori, afferma: "Eravamo contrari ad accollare ai nuovi consorzi agrari i debiti della gestioe commissariale del Sibari-Crati" e aggiunge "noi vorremmo che i consorzi svolgessero semplicemente la loro funzione nel modo più economico ed efficace: cioè fornire acqua agli agricoltori, a un costo compatibile con l'attuale redditività dell'agricoltura".


di Giulia Zanfino



diritti
Amianto e acquedotti. La contraddizione stridente immersa tra le montagne di Montalto Uffugo (CS)
10 luglio 2011
Ciò che resta di uno dei 4 capannoni in amianto

4 capannoni industriali coperti in amianto, immersi nel cuore delle montagne di Montalto Uffugo. Un'immagine che corre sul filo del paradosso, tanto più che 2 di questi capannoni hanno il tetto sventrato. Gli altri 2 sembrano integri. Li osserviamo dalla vetta di una delle montagne che sovrastano il territorio, guardando a nord. Potrebbero essercene altri, inghiottiti dalla fitta vegetazione che ricopre il territorio. Siamo nel cuore del Parco Mangia e Bevi, un' area ricca di fonti e boschi. I capannoni si trovano su una montagna chiamata Passo della Cupa e sembra siano sorti alla fine degli anni '60. In quegli anni Pasquale Corniola aveva creato sulla sua proprietà un allevamento di pollame. La gente del posto ci racconta che l'attività ha avuto una vita piuttosto breve, intorno ai dieci anni, e poi i capannoni sono stati svuotati. Dunque, secondo queste ricostruzioni, dalla fine degli anni '70 a oggi i capannoni sono rimasti lì, nella proprietà della famiglia Corniola. Si dice che questa proprietà sia ricchissima di acqua, tanto che, il proprietario, ci aveva realizzato una piccola centrale elettrica, e i due capannoni in eternit, sventrati dal tempo e dall'abbandono, si affacciano proprio su due acquedotti. 


L'acquedotto che si affaccia sui capannoni abbandonati

Una parte della proprietà, ci dicono, a fine anni '60 è stata espropriata dal Comune, che ci ha fatto passare l'acquedotto comunale. Ci guardiamo intorno cercando di scorgerlo, tra l'erba alta che copre l'intera montagna. La scarsa visibilità ci costringe a farci largo tra erbacce e rami secchi, e finalmente vediamo due acquedotti. A pochi metri, tra fitti sipari di foglie, scorgiamo i capannoni in eternit. Alcuni abitanti del luogo ci dicono che quest' acquedotto fornisce acqua da Passo della Cupa, montagna che si snoda nel territorio di Montalto Uffugo, fino a Settimo, lungo la Statale 19. Eternit e acquedotti. Un binomio che fa venire i brividi. Gli abitanti di Vaccarizzo, una frazione di Montalto Uffugo, sono i più vicini, in linea d'area, ai capannoni abbandonati. "Abbiamo paura che il vento porti le particelle di amianto sulle nostre terre, nelle nostre case. Abbiamo paura di respirarle!", ci dice un ragazzo, preoccupato. Preoccupazione avallata da un'ordinanza di bonifica emanata dal Comune di Montalto Uffugo, nel lontano 2004, e indirizzata al proprietario dei capannoni. Ma dal 2004 a oggi nulla è stato fatto. Eppure è noto come "le fibre rilasciate sono disperse dal vento e, in misura ancora maggiore sono trascinate dalle acque piovane, raccogliendosi nei canali di gronda o venendo disperse nell’ambiente dagli scarichi di acque piovane non canalizzate".   
                                                                                   
Un altro acquedotto vicino ai capannoni in eternit

Proprio per questo in Italia vige una fitta ramificazione legislativa, molto chiara, che impone ai proprietari di bonificare i beni contenenti amianto. Qualora i proprietari non provvedano la disciplina legislativa prevede l'intervento del Comune in cui si trova il bene che dovrà essere bonificato. L'architetto Chiappetta, della Protezione Civile di Montalto Uffugo, si occupa della vicenda dal lontano 2004. "Il Comune aveva emesso un'ordinanza nel 2004, per intimare ai privati di fare lo smaltimento", ci dice "Negli anni il privato, però, non ha provveduto. A oggi il proprietario è deceduto e il Comune deve emanare un'altra ordinanza, verso gli eredi del proprietario". E qualora i nuovi proprietari non provvedano? "In quel caso cercheremo di attuare l'ordinanza, se il Comune ha i soldi anticiperà la somma, provvederà alla bonifica e addebiterà i costi ai proprietari dei capannoni". Ma non andava fatto un po' prima? "Guardi non ci sono rischi. La captazione della sorgente avviene a monte, a valle ci sono solo i serbatoi". Ma vicino ai capannoni abbiamo visto delle fontanelle... "Sono fontanelle private, nulla a che vedere con l'acquedotto...". E l'acquedotto comunale che si affaccia sui capannoni? "Le ripeto, il sistema di raccolta delle acque avviene a monte. L'unico rischio è quello legato alla dispersione in atmosfera. Comunque nel circondario non vive nessuno e per abbattere ogni rischio il sindaco deve emettere l'ordinanza" ci spiega pazientemente l'architetto Chiappetta. Se c'è un dato piuttosto stridente è che, dal 2004 a oggi, è stata emessa un'unica, solitaria, ordinanza di bonifica. Poi un lunghissimo silenzio, che lascia perplessi, visti i rischi ormai accreditati, dell'esposizione all'amianto. Le fibre penetrano nel terreno e si disperdono nell'aria. Chiediamo all'architetto Chiappetta quanto ci vorrà, ancora, prima della bonifica. "Dopo l'emissione dell'ordinanza i proprietari avranno due mesi di tempo". Intanto ci informiamo dei costi necessari alla bonifica. "In passato" prosegue l'architetto Chiappetta "era di 60mila euro, oggi sarà arrivato a 100.000". Una cifra tutto sommato abbordabile, per un'amministrazione comunale come quella di Montalto. La domanda è, dunque, perché fino ad oggi l'area non è ancora stata bonificata? Intanto a Torino il processo all'ex Eternit di Bagnoli è alle battute finali. 1939 morti, forse destinati ad aumentare ancora vertiginosamente. Perché l'amianto è un metallo estremamente pericoloso.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro


LAVORO
Business e morte. Dopo 40 anni di silenzio prende il via il processo "Marlane".
27 giugno 2011


Lavoro e veleni. Affari e morte. Testimonianze che inchiodano i signori della politica locale. Silenzi mediatici che fanno venire i brividi. Nonostante ciò 40 anni di una storia aziendale torbida verranno finalmente ripercorsi nel più importante processo in materia di Lavoro, di tutto il Meridione d'Italia. Quello che squarcerà il velo del silenzio su una vicenda di business e morte, incastonata su una delle più belle coste del Sud Italia. Lo scenario è Praia a Mare e i fatti risalgono alla fine degli anni '50, quando con i fondi miliardari della Cassa per il Mezzogiorno un noto imprenditore piemontese costruì, tra la Calabria e la Basilicata, una serie di piccole imprese nel settore tessile. Tra queste il Lanificio R2 di Praia a Mare, oggi noto come Marlane. Un lungo serpente in cemento armato, che si affaccia sul mare cristallino del Tirreno Cosentino, di cui oggi resta solo il fantasma di quell'impresa considerata fiore all'occhiello del tessile meridionale. A oggi sono più di cento, tra ex operai della fabbrica, ad aver perso la vita dopo aver contratto le più svariate neoplasie. E sono più di un centinaio gli ammalati che chiedono giustizia a un sistema che di loro si è preso tutto. Tra le mura del tribunale di Paola si lavora in silenzio. Arrivare al processo è stata una lotta contro il tempo, vinta per un soffio dal team del Procuratore Bruno Giordano. Ma il rischio prescrizione è alle porte.



E proprio per scongiurarlo il deputato della Camera, Antonio Boccuzzi (Pd), ha presentato un'interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, che è stata cofirmata da Laratta, Esposito, Villecco Callipari, Codurelli, Miglioli, Madia, Gnecchi e Schirru. Nell'interrogazione si sottolineano i rischi della prescrizione e si legge "diversi rinvii, da ultimo l'udienza prevista per il 19 aprile di quest'anno, rinviata al 24 giugno, rinvio dovuto ad un difetto nella notifica, ovvero la mancanza nel fascicolo della notifica, inviati a 5 avvocati della difesa di quattro pagine; questo nuovo differimento giunge del tutto inatteso, anche alla luce di un'eventuale scadenza dei termini di prescrizione per i vari reati contestati". Intanto la prima udienza è scattata, ed è stata rinviata solo per consentire la citazione dei responsabili civili. Sembra che questo rinvio, avvenuto in un'aula gremita dai parenti delle vittime e dagli operai ammalatisi tra le mura della fabbrica, consenta ulteriori costituzioni di parti civili tra le vittime dei reati contestati all'azienda. Omicidio colposo, perché gli imputati non avrebbero fornito ai lavoratori dispositivi di protezione, e a vario titolo avrebbero omesso di vigilare sull'utilizzo degli stessi da parte dei dipendenti. Disastro ambientale, all'interno e all'esterno della fabbrica. Sono tra i capi d'imputazione che vedono alla sbarra i dodici presunti responsabili dei fatti. Ma non si è fatto cenno della ventilata proposta di cambiare il capo d'imputazione da omicidio colposo in omicidio volontario con dolo eventuale, sbandierata mediaticamente dall'avvocato Conte che ha rievocato la sentenza della Thiessen, di Torino. Una sentenza che costituisce un precedente importante, in materia lavoristica. Del cambio di capo d'imputazione, però, nei fatti concreti, non si è discusso in aula, perché si è ancora discusso di alcuni difetti di notifica. La proposta, del resto, era già stata avanzata nella fase preliminare del processo, negli atti di altri avvocati di parte civile, tra cui Natalia Branda, che oggi difende più di 50 tra operai ammalati e familiari degli operai deceduti. Desta dunque perplessità la frantumazione con cui si muove la difesa delle parti civili del processo Marlane. Atteggiamento che urta contro un pool difensivo degli imputati, solido. Simbiotico. Ma solo il 7 e il 14 ottobre potremo constatare realmente quali saranno le strategie della difesa. In quei giorni il processo dovrebbe prendere il via definitivamente.



Carlo Lomonaco, sindaco di Praia a Mare e imputato nel processo "Marlane"

A Praia ci si imbatte quasi sempre in qualcuno che con la Marlane ha avuto a che fare. Ex operai ammalati. Familiari di operai deceduti. Ex dirigenti, stretti nei loro abiti eleganti, che percorrono il corso principale in bicicletta. Le loro mogli, che passeggiano nei loro tailleur griffati. Le vedove degli operai, strette nella loro silenziosa dignità. Parlare della Marlane, a Praia, significa scontrarsi con l'indifferenza di chi dentro non ha mai messo piede. O con la paura di chi non vuole compromettersi. Perché ancora oggi la storia della Marlane, che ha chiuso i battenti nel 2004, governa le sorti dell'intera città. Il suo attuale sindaco, Carlo Lomonaco, è uno dei 12 imputati del processo "Marlane". L'attuale sindaco è stato, infatti, responsabile del reparto tintoria della fabbrica per un periodo di tempo in cui, secondo l'accusa, era già in atto l'omissione di cautele sul lavoro. La tintoria, del resto, era il reparto killer della Marlane, da cui si sprigionavano i fumi velenosi che intossicavano gli operai della fabbrica. Ci rechiamo, dunque, a Praia a Mare per intervistare il sindaco su quelli che sono i rischi di contaminazione del territorio, perché intorno alla fabbrica dismessa i prelievi della procura di Paola hanno individuato la presenza di Cromo Esavalente e metalli pesanti, in grossa quantità. Non riusciamo a ottenere un incontro. Il sindaco si scaglia verbalmente su di noi e ci preclude qualsiasi intervista. Eppure il Comune di Praia a Mare si è costituito parte civile nel processo, anche se all'atto della votazione sembra che il sindaco fosse assente. Sono tante le contraddizioni che girano intorno ai fatti della Marlane di Praia a Mare. E troppo poco il tempo che separa le sorti del processo dalla prescrizione dei capi d'imputazione. Ora si tratta di lottare contro il tempo, fare chiarezza e rendere giustizia a un'intera collettività.

Giulia Zanfino - Mezzoeuro
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