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La contessa Marzotto: più imprenditori come mio suocero e il Sud starebbe meglio. Lo stesso giorno si spegne un'altra operaia dell'ex Marlane di Praia a Mare.
17 gennaio 2012

La Contessa


Angiolina Cosentino non era una contessa. Era un’operaia. Una giovane donna del Sud, che voleva lavorare per portare i soldi a casa. Una donna bruna, che ha passato anni tra la filatura e la tessitura della fabbrica della morte, la Marlane di Praia a Mare. Più di cento le vittime costituitesi parte civile, in un processo che soccombe sotto i colpi dei rinvii, da mesi e mesi. Angiolina Cosentino è l’ultima vittima dello stabilimento della Marzotto. Un mese e mezzo d’agonia, dicono. Un tumore fulminante. Aveva 66 anni. E il destino si è beffato della sua morte silenziosa, il giorno del suo funerale. Mentre i suoi cari la commemoravano, a chilometri di distanza, su a Nord, i riflettori si accendevano su un’altra donna. La contessa Marta Marzotto. Ex moglie del Conte Marzotto. Proprietario di quella fabbrica che ha sterminato operai in 40 anni di silenzio scellerato, complici gli stretti rapporti tra istituzioni locali e amministratori dello stabilimento. La bionda contessa ha infatti dichiarato, in un’intervista pubblicata sul blog di Oriano Mattei, a proposito del suocero, il conte Marzotto: “Lo criticavano: “Marzotto il nemico del popolo, che perseguita i lavoratori dalla culla alla morte”. Dieci persone come lui e il sud sarebbe ridotto meglio”.  Ma il Sud ne ha visti tanti, signori del Nord, nelle sue terre. Forse alla contessa il dato sfugge. In Calabria dalla provincia di Cosenza a quella di Catanzaro i fondi della Cassa per il Mezzogiorno sono finiti nelle tasche degli imprenditori del Nord.





Marta Marzotto e Umberto Marzotto

Ma nei lussuosi salotti della contessa di questo si parla solo tra uomini, probabilmente. Torniamo per le strade polverose di Praia a Mare, quelle che si affacciano sulla Marlane. Strade avvelenate da acidi e metalli killer. Costellate di manifesti mortuari di operai che si spengono, uno dopo l’altro, a causa della gestione scellerata di prodotti nocivi, inalati nella prestigiosa fabbrica del conte. Dalle indagini risulta che complice sia stata la Marzotto. E a svelarci qual è stata la gestione dello stabilimento, dopo l’arrivo della Marzotto tra le mura della Marlane, è un operaio. Vuole restare anonimo. Ha paura che le sue dichiarazioni gli creino ritorsioni. Come se non bastasse il cancro, che già lo consuma da anni e anni. Insieme a lui facciamo un salto nel passato. “Vuole sapere cosa fece la Marzotto, quando acquistò la fabbrica? A parte continuare la gestione scellerata, avvelenando tutti noi che lavoravamo con fumi tossici, finché nel ’96 la tintoria non fu segregata rispetto al resto della fabbrica? A livello produttivo era peggio. Se si rompeva un pc non si poteva lavorare perché era tutto comandato dal Nord. Prima a Praia c’era uno stabilimento a ciclo completo e si produceva il “filato medio fino”, per la tessitura. Poi la filatura “medio fino” fu smantellata, e passata a filatura per maglieria. Così la filatura non produceva più filati per la tessitura. Le macchine furono cambiate. Per alimentare la tessitura il filato arrivava da Bernot". Quindi, da quanto ci dice l’operaio, prima dell’arrivo della Marzotto, a Praia si produceva il filato “medio fino”. Dopo lo si importava dall’estero. “Si lavorava smantellando la fabbrica. Non si facevano i progetti del tessuto, né i campioni, le prove sui tessuti da produrre. Portarono tutto al Nord” ricorda l’operaio. A Praia a Mare però morti e veleni sono rimasti. Quelli non possono essere cancellati da una passerella stravagante. Né da un’affermazione discutibile. I veleni e i morti restano. Lasciano la traccia. Sono una mappa. Un percorso. Una strada tortuosa che, da Praia a Mare, arriva fino ai confini con la Basilicata. Erano gli anni ’60 quando Angiolina Cosentino ha deciso di lasciare il suo paese, e da Papasidero, paese arroccato tra le montagne del Pollino, si è spostata nella città dell’isola di Dino. Posso immaginare il suo volto, anche se non ne conosco i tratti. Posso immaginarla sbirciare dalla finestra della sua casa, vicino al cinema Loren, mentre prepara da mangiare al marito, anche lui operaio Marlane. Posso immaginare la sua mano scorrere sulla ringhiera arrugginita che gira intorno alla fabbrica, e vederla varcare il cancello. I capelli raccolti, accarezzati da quel vento caldo, carico di salsedine. Una donna del Sud. Una donna semplice. Nulla a che vedere con la contessa. La diva. La donna delle passerelle. La musa di Guttuso. Colei che disserta sull’industrializzazione, seduta su un’elegante poltrona, mentre si svolge il funerale di un’operaia morta a causa di quell’industrializzazione scellerata. A Praia a Mare la contessa non ha mai mandato un mazzo di fiori. Sulle tombe degli operai morti dopo essersi avvelenati nello stabilimento Marlane/Marzotto i fiori li portano solo i pochi familiari rimasti in Calabria. Se ci fossero state più Marlane, forse oggi anch’io sarei orfana. Come tanti, troppi praiesi.

“Meglio morto che precario”. Giovanni Parrotta racconta il nodo vitale della precarietà.
17 gennaio 2012
La prima volta che l'ho incontrato stava seduto su una panchina, sotto il cielo di piombo della periferia di Sellia Marina (Cz). A soli 23 anni sembrava già un intellettuale decadente. Barba lunga. Capello lungo. Sguardo attento al dettaglio. Quell'immagine mi è rimasta scolpita nella memoria. Oggi capisco il perché... in questi giorni di dolore cupo per i suicidi di precari, disoccupati e imprenditori sul lastrico, lo straordinario libro del talentuoso Giovanni Parrotta, "Meglio morto che precario", racconta il grande nodo vitale, che è la precarietà. Non ci sono stereotipi o sofisticazioni, ma un giovane che scava, s'interroga, si mette a nudo. Di questo libro, di un realismo narrativo disarmante, c'era bisogno.





Fonte: Redattore Sociale

di Giulia Zanfino

 “Catania. Donna tenta il suicidio dopo aver perso il lavoro. Torino. Un giovane di 28 anni, E.V., è stato trovato impiccato all’interno di un magazzino. Cagliari. Ventisettenne si suicida dopo aver ricevuto un preavviso di licenziamento, causa esubero personale”. Con un cappio in copertina “Meglio morto che precario”, la pluripremiata opera prima di Giovanni Parrotta, talentuoso giovane di origini calabresi, edito da Rubbettino, approda in libreria quasi ad anticipare un’ Italia sconvolta dall’escalation di suicidi tra precari, giovani che perdono il lavoro, imprenditori sul lastrico. Un libro tristemente attuale, quello del giovane Parrotta, da cui emerge un grande nodo vitale, quello della precarietà, che il protagonista tenta di sciogliere, tappa dopo tappa. Trapela quella voglia di riscatto che a Sud Italia ti brucia dentro. Poi l’infanzia difficile, una barca mangiata dalla salsedine, una pipa, la solitudine del mare, l’adolescenza, il vagare quotidiano in sella a uno Zip un po’ scassato, per le strade polverose di Sellia Marina, alla ricerca di un lavoro. E quella periferia meridionale, incastonata tra palazzi abusivi e qualche bar che si affaccia sul ciglio della 106, “la strada della morte”, cui l’autore da un’anima. A Sellia Marina il lavoro è un sogno, stretto nel cranio nudo della provincia di Catanzaro. E chi cresce in queste terre sogna spesso di andare altrove. L’evasione è un’idea che ti martella la testa sin da piccolo. Perché evadere vuol dire avere un’occasione in più di trovare lavoro. E dignità. E Parrotta racconta un’evasione fatta di alcol, spinelli, piccolo spaccio. Ma il filo rosso che lega le tappe dell’esistenza di Michele, il ventinovenne protagonista del racconto, è la ribellione. La resistenza. Quella a un sistema mafioso, cui non vuole appartenere. Così approda in un call center ed anche lì si ritrova faccia a faccia con il mondo spietato della precarietà. E il protagonista si batte. Portando con sé quel nodo vitale che tenta di sciogliere. Senza tregua. Il suo viaggio intimo, personale, diventa metaforico. Universale. Tappa dopo tappa. “Nel viaggio di una vita molti ricordano le tappe, io invece credo bisognerebbe ricordare e godere del percorso, di tutto il percorso, e magari andando anche contro corrente dimenticando le varie tappe, i vari bivi, ricordando solo la strada”. Questa tra le riflessioni che costellano il libro, capitolo dopo capitolo, quasi a voler prendere per mano lo spettatore, per accompagnarlo, nel percorso personale dell’autore. Parrotta scava, s’interroga senza tregua, si mette a nudo. Così la mappa di un’esistenza scandita dalla precarietà si snoda attraverso il racconto intimo dell’autore, da cui emerge uno spaccato del Meridione, privo di pregiudizi. “Diciamo che è c'è parecchia realtà” ci confessa Giovanni Parrotta “alcune vicende sono realmente accadute, anche se in modi diversi. E’ lì che ho messo la creatività . C'è molto della mia vita, ma solo superficialmente. Le varie riflessioni, la scuola, gli amici e i luoghi del mio paese. Il resto è tutto scaturito dall'immaginazione e dalle supposizioni su come sarebbe stata la mia vita se non fossi stato fermo su determinate scelte, in questa terra”. Il libro, privo di stereotipi e sofisticazioni, si è aggiudicato il premio “Chimirri” del concorso “Parole nel vento 2011” e la credibilità narrativa del promettente Giovanni Parrotta, che “porta il lettore a vivere ciò che legge, in prima persona”, ne fa un’opera preziosa, capace di sedurre e far riflettere sul grande tema della nostra epoca.

diritti
"NON SI PUO' MORIRE DI ACIDO MURIATICO". A REGGIO L'8 SETTEMBRE UN SIT IN PER ACCENDERE I RIFLETTORI SU ALCUNE MORTI SOSPETTE.
28 settembre 2011



                           Le donne del movimento "Se non ora quando" di Reggio Calabria

Reggio Calabria. "E ora lo Stato intervenga per tutelare i figli della Cacciola, tutti minorenni!". L'on. Angela Napoli esce dalla Prefettura di Reggio Calabria, mentre sulla città è calata la notte. Insieme a lei un gruppo di donne, tra cui l'on. Maria Grazia Laganà, organizzatrici della manifestazione "Chi collabora non deve morire di acido muriatico". Donne diverse le une dalle altre. Attiviste politiche di Fli, Idv, Pd, le donne del movimento "Se non ora quando?", insegnanti in pensione, studentesse. Donne arrivate in piazza Italia per un'emozione forte. "Abbiamo seguito in poco tempo suicidi di donne con acido muriatico. Tutte donne che erano testimoni di giustizia" afferma Antonia Lanucara, prima firmataria della petizione che verrà presentata alle più alte cariche del Governo, per accendere i riflettori sulla questione dei testimoni di giustizia. "Il problema che ci ha spinto qual'è?" continua la Lanucara "E' che ci si può ammazzare con un tubetto di sonnifero, così ti addormenti serenamente. Invece queste donne ricorrono al suicidio sapendo che soffriranno in maniera terribile. Allora non si tratta solo di suicidio, ma di una volontà auto-assassina. Questa cosa in qualche maniera ci ha fatto pensare. Non so quali fossero le condizioni quando queste donne hanno bevuto l'acido. Voglio pensare a qualunque cosa... Maria Concetta aveva solo 32 anni e 3 figli e aveva deciso di diventare testimone di giustizia". I dubbi sono più che leciti. Testimoni di giustizia e acido è il binomio agghiacciante che sembra governare le sorti delle donne che decidono di schierarsi contro la 'ndrangheta. Maria Concetta Cacciola, Tita Buccafusca, Lea Garofalo. Donne che hanno fatto una scelta difficile, che non lascia scampo: sangue contro sangue, perché il clan è una famiglia. Un sofisticato meccanismo capace di preservare l'endogamia di ceto che costituisce l'ossatura della mafia calabrese, da più di un secolo. Queste tre donne oggi non possono più parlare. La loro morte, certo sospetta, è più simile a un monito. A un messaggio chiaro e netto: chi collabora muore. Di una morte dolorosa. Spietata. "L'obiettivo del nostro sit-in" continua la Lucanara "è quello di mettere mano alla legge che già esiste sui testimoni di giustizia, per fare in modo che le protezioni siano saggiamente guidate". 



Tre giorni prima della morte, Maria Concetta Cacciola aveva richiesto la protezione a cui aveva rinunciato, tornando a Rosarno. Bisognerebbe forse garantire maggiore protezione a chi diventa testimone e quindi rivedere la legge. Sotto il palazzo della Prefettura le donne del movimento "Se non ora quando?" di Reggio Calabria stringono tra le mani gli striscioni. Hanno un bavaglio rosa stretto sul volto. Sopra c'è scritto "Acido", "'Ndrangheta", "Silenzio". Luciana, Teresa, Rosamaria, Consuelo, Rosanna. Donne che si muovono per le donne. Sorridono sotto il bavaglio e si scambiano sguardi complici. Prima di arrivare al sit-in hanno fatto volantinaggio sul Corso, per divulgare l'evento. "Il nostro movimento non fa assistenzialismo. Per ribaltare l'assioma mafioso bisogna sollecitare le coscienze a una presa di posizione netta". Ma Piazza Italia è quasi vuota. I reggini passeggiano sul corso, tra vetrine ammiccanti e palazzi padronali. Forse la presa di coscienza è ancora lontana. Forse si vuole fingere di non vedere. Eppure mai come in questo momento storico, in Calabria, si assiste a un movimento di donne che decidono di schierarsi contro la 'ndrangheta e denunciare la propria famiglia. E c'è da chiedersi se queste morti saranno un deterrente per chi vorrebbe, ma non ha ancora avuto il coraggio di passare dall'altra parte. Perché la scelta di essere testimone di giustizia, in Calabria, ha un costo altissimo. Significa schierarsi contro il marito, i figli, i fratelli, le sorelle. E ritrovarsi soli. Perché il sangue è il cemento di ogni rapporto mafioso e la donna è un capitale sociale inestimabile, bullone di quell'ingranaggio determinante, per muovere il mondo parallelo dominato dai clan. 



                                    L'On. Angela Napoli e Teresa Libri (Fli Calabria)


"Il Prefetto si è fatto carico di segnalare al Ministero dell'Interno questa sollecitazione che proviene dalla società civile, rispetto all'attenzione necessaria per i testimoni di giustizia ed in particolare per le donne" afferma l'on. Angela Napoli. "Donne che decidono di ribellarsi a volte anche perché appartenenti a famiglie mafiose, ma che poi si ritrovano completamente isolate e quindi incoraggiata al suicidio. Abbiamo voluto fare attenzionare al Prefetto la modalità, che deve far preoccupare, dell'uso dell'acido muriatico. Non dimentichiamo che Reggio ha visto anche un'altra donna, funzionaria del Comune, usare l'acido muriatico per il suicidio (Orsola Fallara, ndr). Sono fatti molto, molto strani, che vanno attenzionati e sui quali pretendiamo chiarezza. Lo dobbiamo ai sacrifici di queste donne, per evitare che accadano nuovi fatti di questo genere". L'obiettivo è quello che si riveda la legge sui testimoni di giustizia, per garantire loro una tutela più ampia. Chiediamo all'on. Napoli cosa ne sarà dei figli di Maria Concetta Cacciola. "Lo Stato intervenga per tutelarli" ci risponde l'onorevole. Cosa ne sarà di loro ce lo dirà il tempo. A oggi sono tre minorenni, orfani di madre, in terra di 'ndrangheta.

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Giulia Zanfino (foto G.Z.)

Fonte: Mezzoeuro


diritti
"NON ABBASSERO' LE SERRANDE DELLA MIA ATTIVITA', MA SONO IN GINOCCHIO". Giuseppe Morelli, testimone di giustizia lancia un grido di aiuto.
6 settembre 2011


Vibo Valentia. Non lascerà la sua terra e non abbasserà la serranda della sua attività. Quando lo dice gli trema la voce e trapela tutto il disincanto. Perché sono anni che Giuseppe Morelli ha scelto da che parte stare, diventando testimone di giustizia e facendo i conti con la sua scelta, quotidianamente. E ora è un imprenditore isolato e indebitato che chiede solo "una boccata d'ossigeno per poter tenere aperta la sua attività". In una terra dove passare dall'altra parte vuol dire essere segregati. Stigmatizzati. Ma soprattutto soli. "Mi stanno distruggendo nel silenzio" ci dice a denti stretti "ma io non cederò mai". Giuseppe vive nel vibonese, dove ha la sua attività. La sua storia sembra la pellicola di un film americano, dove riecheggia la legge del più forte. Intimidazioni, spari, taniche di benzina. Minacce ai figli. Inseguimenti. Tutto ciò nei confronti di un uomo che voleva solo lavorare in pace. Dignitosamente. La pellicola si riavvolge. Lo scenario è il Far-West calabrese, dove dominano faide e regolamenti di conti. Dov'è lo Stato è difficile dirlo. Qui certe regole sono la normalità e chi le infrange rischia tutto. Oggi Giuseppe è un bersaglio vivente, "un morto che cammina", come lui stesso si definisce in qualche intervista. Ma più di tutto è un esempio di grande coraggio e dignità. Giuseppe è un Uomo libero. Insieme a lui facciamo un salto nel passato. A quando il padre aprì il mulino, nel 1965. Dall' '88 l'attività è sempre più fiorente e Giuseppe ne prende le redini. All'inizio va tutto bene, il suo mulino rifornisce quasi tutti i panifici della provincia e la sua vita scorre tranquilla. Fino a quel maledetto giorno, in cui arrivano "loro". A vederli sembrano una banda di scalmanati, niente di più. Giuseppe non sospetta che siano collusi al malaffare di Polsi, cuore del crimine calabrese. Gli chiedono 35.000 euro subito. Poi 12.000 ogni Natale. Giuseppe i soldi non li ha e non si pone neanche il problema di un eventuale pagamento. All'inizio cerca di mediare, di capire. Poi decide di varcare la soglia e passare dall'altra parte. Lui sa bene che, una volta varcata la soglia, indietro non si torna. Ma non può immaginare quanto quel gesto cambierà la sua esistenza. Così si reca dai carabinieri e denuncia il tentativo di estorsione. Da allora a oggi sono passati più di tre anni. La sua attività è in ginocchio, la sua compagna ha perso un bambino nel corso di un inseguimento minatorio, i suoi figli hanno lasciato la scuola, la sua vita è una lunga e lenta discesa all'inferno. "Non abbiamo più clienti" ci dice "ci hanno isolati. E ci hanno detto che ci uccideranno".


Il copione del film è sempre lo stesso. Prima distruggono la serenità familiare. Poi ti tolgono il lavoro. Alla fine ti ritrovi solo. Cosa spinga un uomo a tenere duro e non arrendersi, in uno scenario come questo, è difficile immaginarlo. Perché nonostante tutto Giuseppe continua la sua battaglia. "Se fra una settimana non chiudi, la tua attività la chiudiamo noi, mi hanno detto così" continua Giuseppe "ma io non voglio abbassare la serranda della mia attività, nonostante ormai sono pieno di debiti. Ho bisogno di una boccata d'ossigeno per il mio mulino, ho bisogno d'aiuto". Se ci fossero più persone con il coraggio di Giuseppe sarebbe la 'ndrangheta a dover abbassare la serranda. Perché Giuseppe non si piega alla legge non scritta del malaffare. In una lettera scritta da Natasha, la sua compagna di vita, a Salvatore Borsellino, c'è scritto: 
"Ci hanno fatto terra bruciata intorno!!!!Nessuno più si serve del Mulino Morelli. Abbiamo lincenziato i nostri dipendenti, ormai siamo solo in due a lavorare, in qualche caso abbiamo provocatoriamente detto di voler regalare la nostra farina, ma ormai da che avevamo 70 forni siamo arrivati a 3!!!! Le chiedo: è questa democrazia? La sfiducia, la paura si possono combattere, sono stati d'animo, ma il lavoro e la protezione rispetto a chi denuncia non sono forse diritti elementari? Se il mio compagno sparisse che cosa mi direbbero le Istituzioni? Che bisogna combattere? Che bisogna lottare? Abbiamo denunciato, abbiamo testimoniato che cosa dobbiamo fare ancora? Dovremmo forse scappare per vivere rintanati in una località protetta e aspettare che le cose cambino? Non abbiamo forse contributio a farle cambiare ? Ma ora?????? "Ora? Questa è la domanda che martella la vita di chi si ritrova con le spalle al muro. Da una parte la 'ndrangheta che ti uccide lentamente, dall'altra il silenzio istituzionale, che uccide ciò in cui credi. "Tutto questo lo faccio per i miei figli, perché mio padre mi ha insegnato che si può vivere anche lavorando onestamente" ci dice Giuseppe, con tono deciso, quasi a far trapelare quel guerriero che c'è in lui. Anche suo zio, in punto di morte, si è rivolto al nipote strappandogli la promessa che non avrebbe mai pagato. Che non si sarebbe mai piegato alle leggi della 'ndrangheta. Leggi che governano la pellicola di questo film. E il protagonista è l'ennesimo eroe solitario che si batte contro tutto e tutti. Giuseppe Morelli, un uomo libero, a cui spetta di diritto poter continuare a vivere e lavorare, insieme alla sua famiglia, nella sua terra. Protetto dalle isituzioni. Sostenuto dalla società civile. Temuto dal malaffare. Perché il finale è ancora tutto da scrivere.

Giulia Zanfino
Mezzoeuro
Foto: internet
BISIGNANO SI RIBELLA AI NUOVI TRIBUTI CONSORTILI: ZERO SERVIZI UGUALE PAGAMENTO
25 luglio 2011



Consorzi nati con debiti astronomici. Una valanga di tasse su cui urge fare chiarezza. Una gestione fallimentare premiata e riconfermata, con cui è difficile interloquire. Le tasse arrivano dal Consorzio di Bonifica Integrale dei Bacini Meridionali del Cosentino, nato dal Consorzio di bonifica Sibari-Crati, in liquidazione con 36 milioni di passivo e commissariato per 55 anni. E nella sua gestione c'è un nome che ritorna spesso: il dott. Salvatore Gargiulo, già commissario straordinario del Consorzio di bonifica Sibari-Crati, nonché commissario ad acta per gli adempimenti finalizzati al risanamento della situazione debitoria dello stesso Consorzio, oggi eletto presidente del neo Consorzio dei bacini Meridionali del Cosentino. La stessa fase elettorale dei componenti del Consiglio dei delegati , nel 2009, stride letteralmente con il concetto che il Consorzio sia gestito dagli agricoltori. Su 10.232 elettori sparsi tra tutti i comuni il cui territorio, interamente o parzialmente, fa parte del Consorzio, dai verbali si deduce che abbiano votato solo in 708, un'unica lista presentata da Cia e Coldiretti. Tutti d'accordo, meno che l' Unione Provinciale degli agricoltori, che ha abbandonato il tavolo delle trattative, perché preoccupata dalla possibile "politica del deficit" della nuova gestione. Detto, fatto. Da qualche mese, infatti, a Bisignano sono arrivate una pioggia di tasse percepite dai cittadini come ingiustificate. E il paese non ci sta e promette di far sentire il suo dissenso. Laddove il servizio, di fatto, è inesistente la domanda sorge spontanea: perché un cittadino dovrebbe pagare? Inoltre un mare magnum di terreni impervi e scoscesi, inaccessibili talvolta agli stessi proprietari, aree colpite selvaggamente dal dissesto idrogeologico, dirupi, terreni in cui l'irrigazione consortile è inesistente, sono stati ricompresi nel nuovo Consorzio dei Bacini Meridionali e tassati pesantemente. Qui profitto degli enti e benessere dei cittadini corrono in direzioni opposte. Da una parte un sistema fallimentare, che rinasce come la Fenice, dalle sue ceneri. Dall'altra i cittadini, costretti a pagare le colpe degli altri. Si annuncia dunque una ribellione profonda. Il banco di prova è Bisignano, paese che taglia in due la Valle del Crati, stagliandosi maestoso sui suoi sette colli. Già una commissione, di cui fa parte anche Umile Bisignano, sindaco del paese, cerca di aprire un tavolo di trattative per far fronte al malcontento generale e pare che l'assessore regionale all'Agricoltura, Trematerra, sia disponibile ad ascoltare le istanze dei cittadini. Di fatto, però, ad oggi sembra non sia ancora avvenuto un incontro ufficiale per siglare quest'impegno. Così il comitato "Unione Comitati Cittadini Liberi", un gruppo di cittadini sensibili alle problematiche del territorio, ha deciso di tenere un incontro aperto al pubblico per trattare questa spinosa questione. Il professore Mario Palermo, Alberto De Luca, Giorgio Berardi e l'avvocato Antonio Ammirata hanno tenuto un dibattito introduttivo, per spiegare ai cittadini presenti le zone d'ombra su cui fare chiarezza, dei nuovi contributi consortili. L'invito è stato quello di non pagare i contributi ritenuti ingiusti dalla popolazione, prima delle le trattative con la Regione. Lo stesso Umile Bisignano, sindaco del paese, è intervenuto, manifestando la sua disponibilità per intavolare una discussione con la Regione Calabria, per cambiare la legislazione che permette l'esistenza di alcune di queste imposte. Ma il sindaco ha anche esortato i cittadini a pagare, perché altrimenti il Consorzio non sopravviverà, a causa di quel debito di 6 milioni di euro cui deve far fronte. "I tributi, oltre a essere previsti in mancanza di servizi, sono passati da 20 a 90 euro!", affermano alcuni cittadini. "E i terreni più vasti, che attingono al servizio di irrigazione con consumi esosi, pagano molto meno dei piccoli terreni", continuano altri. Giovedì sera la piazza era piena di volti intagliati dal tempo e sembrava di aver fatto un salto in un passato non troppo lontano. Quello della Bisignano ribelle delle lotte contadine, che riecheggia la storia di una terra che non si piega ai suoi governanti. Alle loro miserabili clientele. Ai loro privilegi. "Io prendo 500 euro di pensione al mese, ho 70 anni e 3 figli disoccupati a casa. Come posso pagare dei tributi sulle mie terre quando i servizi del Consorzio neanche ci arrivano?!?", chiede un pensionato ai presenti. Maria Toscano, Presidente dell'Unione Provinciale degli Agricoltori, afferma: "Eravamo contrari ad accollare ai nuovi consorzi agrari i debiti della gestioe commissariale del Sibari-Crati" e aggiunge "noi vorremmo che i consorzi svolgessero semplicemente la loro funzione nel modo più economico ed efficace: cioè fornire acqua agli agricoltori, a un costo compatibile con l'attuale redditività dell'agricoltura".


di Giulia Zanfino



diritti
Amianto e acquedotti. La contraddizione stridente immersa tra le montagne di Montalto Uffugo (CS)
10 luglio 2011
Ciò che resta di uno dei 4 capannoni in amianto

4 capannoni industriali coperti in amianto, immersi nel cuore delle montagne di Montalto Uffugo. Un'immagine che corre sul filo del paradosso, tanto più che 2 di questi capannoni hanno il tetto sventrato. Gli altri 2 sembrano integri. Li osserviamo dalla vetta di una delle montagne che sovrastano il territorio, guardando a nord. Potrebbero essercene altri, inghiottiti dalla fitta vegetazione che ricopre il territorio. Siamo nel cuore del Parco Mangia e Bevi, un' area ricca di fonti e boschi. I capannoni si trovano su una montagna chiamata Passo della Cupa e sembra siano sorti alla fine degli anni '60. In quegli anni Pasquale Corniola aveva creato sulla sua proprietà un allevamento di pollame. La gente del posto ci racconta che l'attività ha avuto una vita piuttosto breve, intorno ai dieci anni, e poi i capannoni sono stati svuotati. Dunque, secondo queste ricostruzioni, dalla fine degli anni '70 a oggi i capannoni sono rimasti lì, nella proprietà della famiglia Corniola. Si dice che questa proprietà sia ricchissima di acqua, tanto che, il proprietario, ci aveva realizzato una piccola centrale elettrica, e i due capannoni in eternit, sventrati dal tempo e dall'abbandono, si affacciano proprio su due acquedotti. 


L'acquedotto che si affaccia sui capannoni abbandonati

Una parte della proprietà, ci dicono, a fine anni '60 è stata espropriata dal Comune, che ci ha fatto passare l'acquedotto comunale. Ci guardiamo intorno cercando di scorgerlo, tra l'erba alta che copre l'intera montagna. La scarsa visibilità ci costringe a farci largo tra erbacce e rami secchi, e finalmente vediamo due acquedotti. A pochi metri, tra fitti sipari di foglie, scorgiamo i capannoni in eternit. Alcuni abitanti del luogo ci dicono che quest' acquedotto fornisce acqua da Passo della Cupa, montagna che si snoda nel territorio di Montalto Uffugo, fino a Settimo, lungo la Statale 19. Eternit e acquedotti. Un binomio che fa venire i brividi. Gli abitanti di Vaccarizzo, una frazione di Montalto Uffugo, sono i più vicini, in linea d'area, ai capannoni abbandonati. "Abbiamo paura che il vento porti le particelle di amianto sulle nostre terre, nelle nostre case. Abbiamo paura di respirarle!", ci dice un ragazzo, preoccupato. Preoccupazione avallata da un'ordinanza di bonifica emanata dal Comune di Montalto Uffugo, nel lontano 2004, e indirizzata al proprietario dei capannoni. Ma dal 2004 a oggi nulla è stato fatto. Eppure è noto come "le fibre rilasciate sono disperse dal vento e, in misura ancora maggiore sono trascinate dalle acque piovane, raccogliendosi nei canali di gronda o venendo disperse nell’ambiente dagli scarichi di acque piovane non canalizzate".   
                                                                                   
Un altro acquedotto vicino ai capannoni in eternit

Proprio per questo in Italia vige una fitta ramificazione legislativa, molto chiara, che impone ai proprietari di bonificare i beni contenenti amianto. Qualora i proprietari non provvedano la disciplina legislativa prevede l'intervento del Comune in cui si trova il bene che dovrà essere bonificato. L'architetto Chiappetta, della Protezione Civile di Montalto Uffugo, si occupa della vicenda dal lontano 2004. "Il Comune aveva emesso un'ordinanza nel 2004, per intimare ai privati di fare lo smaltimento", ci dice "Negli anni il privato, però, non ha provveduto. A oggi il proprietario è deceduto e il Comune deve emanare un'altra ordinanza, verso gli eredi del proprietario". E qualora i nuovi proprietari non provvedano? "In quel caso cercheremo di attuare l'ordinanza, se il Comune ha i soldi anticiperà la somma, provvederà alla bonifica e addebiterà i costi ai proprietari dei capannoni". Ma non andava fatto un po' prima? "Guardi non ci sono rischi. La captazione della sorgente avviene a monte, a valle ci sono solo i serbatoi". Ma vicino ai capannoni abbiamo visto delle fontanelle... "Sono fontanelle private, nulla a che vedere con l'acquedotto...". E l'acquedotto comunale che si affaccia sui capannoni? "Le ripeto, il sistema di raccolta delle acque avviene a monte. L'unico rischio è quello legato alla dispersione in atmosfera. Comunque nel circondario non vive nessuno e per abbattere ogni rischio il sindaco deve emettere l'ordinanza" ci spiega pazientemente l'architetto Chiappetta. Se c'è un dato piuttosto stridente è che, dal 2004 a oggi, è stata emessa un'unica, solitaria, ordinanza di bonifica. Poi un lunghissimo silenzio, che lascia perplessi, visti i rischi ormai accreditati, dell'esposizione all'amianto. Le fibre penetrano nel terreno e si disperdono nell'aria. Chiediamo all'architetto Chiappetta quanto ci vorrà, ancora, prima della bonifica. "Dopo l'emissione dell'ordinanza i proprietari avranno due mesi di tempo". Intanto ci informiamo dei costi necessari alla bonifica. "In passato" prosegue l'architetto Chiappetta "era di 60mila euro, oggi sarà arrivato a 100.000". Una cifra tutto sommato abbordabile, per un'amministrazione comunale come quella di Montalto. La domanda è, dunque, perché fino ad oggi l'area non è ancora stata bonificata? Intanto a Torino il processo all'ex Eternit di Bagnoli è alle battute finali. 1939 morti, forse destinati ad aumentare ancora vertiginosamente. Perché l'amianto è un metallo estremamente pericoloso.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro


LAVORO
Business e morte. Dopo 40 anni di silenzio prende il via il processo "Marlane".
27 giugno 2011


Lavoro e veleni. Affari e morte. Testimonianze che inchiodano i signori della politica locale. Silenzi mediatici che fanno venire i brividi. Nonostante ciò 40 anni di una storia aziendale torbida verranno finalmente ripercorsi nel più importante processo in materia di Lavoro, di tutto il Meridione d'Italia. Quello che squarcerà il velo del silenzio su una vicenda di business e morte, incastonata su una delle più belle coste del Sud Italia. Lo scenario è Praia a Mare e i fatti risalgono alla fine degli anni '50, quando con i fondi miliardari della Cassa per il Mezzogiorno un noto imprenditore piemontese costruì, tra la Calabria e la Basilicata, una serie di piccole imprese nel settore tessile. Tra queste il Lanificio R2 di Praia a Mare, oggi noto come Marlane. Un lungo serpente in cemento armato, che si affaccia sul mare cristallino del Tirreno Cosentino, di cui oggi resta solo il fantasma di quell'impresa considerata fiore all'occhiello del tessile meridionale. A oggi sono più di cento, tra ex operai della fabbrica, ad aver perso la vita dopo aver contratto le più svariate neoplasie. E sono più di un centinaio gli ammalati che chiedono giustizia a un sistema che di loro si è preso tutto. Tra le mura del tribunale di Paola si lavora in silenzio. Arrivare al processo è stata una lotta contro il tempo, vinta per un soffio dal team del Procuratore Bruno Giordano. Ma il rischio prescrizione è alle porte.



E proprio per scongiurarlo il deputato della Camera, Antonio Boccuzzi (Pd), ha presentato un'interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, che è stata cofirmata da Laratta, Esposito, Villecco Callipari, Codurelli, Miglioli, Madia, Gnecchi e Schirru. Nell'interrogazione si sottolineano i rischi della prescrizione e si legge "diversi rinvii, da ultimo l'udienza prevista per il 19 aprile di quest'anno, rinviata al 24 giugno, rinvio dovuto ad un difetto nella notifica, ovvero la mancanza nel fascicolo della notifica, inviati a 5 avvocati della difesa di quattro pagine; questo nuovo differimento giunge del tutto inatteso, anche alla luce di un'eventuale scadenza dei termini di prescrizione per i vari reati contestati". Intanto la prima udienza è scattata, ed è stata rinviata solo per consentire la citazione dei responsabili civili. Sembra che questo rinvio, avvenuto in un'aula gremita dai parenti delle vittime e dagli operai ammalatisi tra le mura della fabbrica, consenta ulteriori costituzioni di parti civili tra le vittime dei reati contestati all'azienda. Omicidio colposo, perché gli imputati non avrebbero fornito ai lavoratori dispositivi di protezione, e a vario titolo avrebbero omesso di vigilare sull'utilizzo degli stessi da parte dei dipendenti. Disastro ambientale, all'interno e all'esterno della fabbrica. Sono tra i capi d'imputazione che vedono alla sbarra i dodici presunti responsabili dei fatti. Ma non si è fatto cenno della ventilata proposta di cambiare il capo d'imputazione da omicidio colposo in omicidio volontario con dolo eventuale, sbandierata mediaticamente dall'avvocato Conte che ha rievocato la sentenza della Thiessen, di Torino. Una sentenza che costituisce un precedente importante, in materia lavoristica. Del cambio di capo d'imputazione, però, nei fatti concreti, non si è discusso in aula, perché si è ancora discusso di alcuni difetti di notifica. La proposta, del resto, era già stata avanzata nella fase preliminare del processo, negli atti di altri avvocati di parte civile, tra cui Natalia Branda, che oggi difende più di 50 tra operai ammalati e familiari degli operai deceduti. Desta dunque perplessità la frantumazione con cui si muove la difesa delle parti civili del processo Marlane. Atteggiamento che urta contro un pool difensivo degli imputati, solido. Simbiotico. Ma solo il 7 e il 14 ottobre potremo constatare realmente quali saranno le strategie della difesa. In quei giorni il processo dovrebbe prendere il via definitivamente.



Carlo Lomonaco, sindaco di Praia a Mare e imputato nel processo "Marlane"

A Praia ci si imbatte quasi sempre in qualcuno che con la Marlane ha avuto a che fare. Ex operai ammalati. Familiari di operai deceduti. Ex dirigenti, stretti nei loro abiti eleganti, che percorrono il corso principale in bicicletta. Le loro mogli, che passeggiano nei loro tailleur griffati. Le vedove degli operai, strette nella loro silenziosa dignità. Parlare della Marlane, a Praia, significa scontrarsi con l'indifferenza di chi dentro non ha mai messo piede. O con la paura di chi non vuole compromettersi. Perché ancora oggi la storia della Marlane, che ha chiuso i battenti nel 2004, governa le sorti dell'intera città. Il suo attuale sindaco, Carlo Lomonaco, è uno dei 12 imputati del processo "Marlane". L'attuale sindaco è stato, infatti, responsabile del reparto tintoria della fabbrica per un periodo di tempo in cui, secondo l'accusa, era già in atto l'omissione di cautele sul lavoro. La tintoria, del resto, era il reparto killer della Marlane, da cui si sprigionavano i fumi velenosi che intossicavano gli operai della fabbrica. Ci rechiamo, dunque, a Praia a Mare per intervistare il sindaco su quelli che sono i rischi di contaminazione del territorio, perché intorno alla fabbrica dismessa i prelievi della procura di Paola hanno individuato la presenza di Cromo Esavalente e metalli pesanti, in grossa quantità. Non riusciamo a ottenere un incontro. Il sindaco si scaglia verbalmente su di noi e ci preclude qualsiasi intervista. Eppure il Comune di Praia a Mare si è costituito parte civile nel processo, anche se all'atto della votazione sembra che il sindaco fosse assente. Sono tante le contraddizioni che girano intorno ai fatti della Marlane di Praia a Mare. E troppo poco il tempo che separa le sorti del processo dalla prescrizione dei capi d'imputazione. Ora si tratta di lottare contro il tempo, fare chiarezza e rendere giustizia a un'intera collettività.

Giulia Zanfino - Mezzoeuro
POLITICA
IL RIORDINO DEL CONSORZIO DI BONIFICA DEL COSENTINO: TRIBUTI ASTRONOMICI E CARENZA DI SERVIZI
23 giugno 2011


"Le tasse sono una cosa bellissima", diceva l’allora ministro Tommaso Padoa-Schioppa, nel 2007, comodamente seduto nel salotto televisivo di Lucia Annunziata. Ma probabilmente non si era imbattuto nel clamoroso paradosso, tutto calabrese, dei tributi consortili del Cosentino. Zero servizi uguale pagamento del tributo è l'equazione che connota alcune di queste tasse. Anche chi non riceve benefici, quindi, è tenuto a pagare, solo perché il proprio terreno è stato ricompreso nel territorio del Consorzio, i cui limiti sono stati ritoccati nel 2006 dalla Regione Calabria, comprendendovi vaste zone montane. E la formula del Consorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino, ex consorzio Sibari Crati, noto "carrozzone" regionale commissariato per decenni e posto in liquidazione con 36 milioni di euro di passivo, ha fatto saltare giù dalla sedia molti bisignanesi. Per spiegare questa curiosa trovata calabrese basta fare un salto nel passato. Galeotta fu la legge regionale 11/03, che consente di calcolare il tributo consortile in base a due criteri che si prestano a interpretazioni ambigue: 1) per le spese afferenti il conseguimento dei fini istituzionali del consorzio, indipendentemente dal beneficio fondiario; 2) per le spese riferibili all’esercizio, manutenzione ed esecuzione di opere di bonifica, sulla base del beneficio che ne ricavano i terreni. Una legge la cui applicazione si è rivelata stridente con quanto disposto dalla disciplina generale prevista dall'articolo 860 c.c. e dal Regio Decreto 215/1933, che sanciscono il principio secondo cui i contributi consortili vanno pagati in ragione del beneficio che i terreni traggono dalle opere a dagli interventi di bonifica. Principio a cui si è uniformata la Corte di Cassazione e le Commissioni Tributarie nel decidere i ricorsi avverso i contributi consortili. Resta il fatto che, per far fronte ai 36 milioni di euro di debiti contratti dal vecchio Consorzio Sibari-Crati, la Regione Calabria ha concesso al Commissario liquidatore di accendere un mutuo della stessa cifra e si è accollata metà debito. 







E dopo la nascita del Consorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino il sistema dei tributi ha cambiato registro. I più colpiti sono i piccoli proprietari che usufruiscono di impianti di irrigazione, coloro che possiedono da 1 a 3333 mq di terreno: essi pagano indistintamente, in media 90-100 euro. Da 3333 sino a 5000 mq la tassa aumenta di solo 10 euro. Oltre 10000 mq vengono aggiunti 10 euro per ogni 1000 mq, ed è prevista una riduzione per chi è imprenditore o produttore agricolo. Così, gente che cerca di sostenere il reddito familiare con il lavoro agricolo, si è ritrovata nella cassetta della posta un tributo regionale che viene ritenuto ingiusto. A chi pagava già in passato, perché usufruiva dei servizi dell'ente, è toccata una maggiorazione astronomica della tassa. A chi non pagava, perché di fatto non ricava alcun beneficio da opere di bonifica, è arrivato, invece, il prima avviso di pagamento e le tariffe in questo caso sono diverse. Per gran parte dei cittadini colpiti molte sono le zone d'ombra di questo tributo. Troppe. Il dato che salta subito agli occhi è che paga di più, paradossalmente, per quanto riguarda l’irrigazione, il piccolo proprietario terriero, e non vengono esentati da tasse i proprietari di terreni inutilizzati che non ricevono alcun beneficio da interventi di bonifica. Un paradosso da moltissimi vissuto come un’ingiustizia, ma che potrebbe ricondursi a un errore di distrazione dei nostri amministratori regionali. Certo è che urge fare chiarezza. Perché le tasse si pagano anche in ragione dell'irrigazione e dei benefici ricevuti. E la logica vuole che più un terreno sia vasto, più sia probabile che il suo proprietario sprechi risorse idriche per irrorarlo. Tutto ciò ha un costo, che dovrebbe rientrare, appunto, nei tributi consortili da pagare. Invece, i terreni più vasti, pagano tra le 10 e le 30 euro in più, sulla bolletta, di chi ha un piccolo fazzoletto di terra. Il tariffario, del resto, non mente. E quando alcuni bisignanesi lo hanno letto, hanno spalancato gli occhi, increduli. Bisignano ha un cospicuo territorio a vocazione agricola e qui, nel secolo scorso, furono numerose le battaglie contadine per le terre, e non meno aspra fu quella che impedì la costruzione del termovalorizzatore. E’ un territorio di mezzo. Se ci arrivi dall'entroterra silano, il respiro del panorama si dischiude lentamente. Proprio in questo luogo ricco di fascinazioni emergono in modo lampante alcuni paradossi del tributo consortile. Il luogo dove sorge il Santuario di Sant' Umile, un convento arroccato su una collina, a picco su un dirupo, danneggiato perché gravemente colpito dal dissesto idrogeologico, è stato incluso nei terreni consortili , così come lo sono state altre zone del Bisignanese, colpite dal dissesto. Tanto che lo stesso sindaco di Bisignano, Umile Bisignano, ha scritto al Direttore del Consorzio di Bonifica di Cosenza e all'assessore all'Agricoltura della Regione Calabria, Michele Trematerra, per chiedere l'esonero del pagamento della tassa di bonifica in quelle terre. Moltissimi sono i cittadini sul piede di guerra che si sono recati a chiedere spiegazioni agli sportelli del Consorzio e non mancano le discussioni in materia sui siti on-line locali. Tante sono le domande senza risposta che riguardano l’illegitttimità di corrispondere un tributo a un ente impositore che non garantisce a tutti i contribuenti un reale servizio o beneficio. E’ giusto, per esempio, pretendere il versamento di un tributo di 35 euro per ogni ettaro di terreno asciutto se dallo stesso fondo il possidente non consegue nulla ai fini del suo reddito annuale o se il terreno non viene utilizzato perché impervio e inutilizzabile? Domanda più che lecita, se si pensa che molte particelle di terreno sono state incluse nel Consorzio all'insaputa dei loro proprietari, che hanno scoperto i fatti solo dopo aver ricevuto le bollette da pagare. E spesso i proprietari si ritrovano con parte dei propri terreni ricompresi nei limiti del consorzio e parte escluse, nonostante le particelle catastali siano adiacenti e ciò a causa del criterio non molto chiaro con cui si è proceduto a riperimetrare il territorio del consorzio. Uno scenario da commedia all'italiana, più simile a una farsa che al rilancio di uno strumento che, potenzialmente, potrebbe offrire dei servizi reali alla collettività. Il tutto farcito dalla formula vincente che vede obbligato a pagare anche chi non riceve nessun servizio dall'ente. Ma chi è alla guida di questo "ex carrozzone", tirato a lucido e celebrato come un nuovo strumento utile a offrire servizi preziosi per la collettività? Presidente del neoconsorzio di Bonifica dei Bacini Meridionali del Cosentino è Salvatore Gargiulo, già commissario ad acta di questo e commissario liquidatore del consorzio Sibari-Crati. Quindi niente di nuvo all'orizzonte. Al di là delle cifre astronomiche che i contribuenti dovranno pagare.

Di Giulia Zanfino

diritti
EMERGENZA CASA A COSENZA. VIAGGIO TRA CENTRO STORICO E VIA DEGLI STADI.
11 maggio 2011
Palazzo Campanella (CS)

La casa è un sogno. Ma in certi luoghi non riesci neanche più a sognare. Perché resta solo la rabbia, che esplode davanti alla miseria dei senza casa di Cosenza, quando si scontra con interi edifici ristrutturati e sigillati. Palazzi tirati a lucido e abbandonati per anni, nel cuore della città vecchia, che oggi sono immersi nella polvere e nella penombra. Così, dopo anni di attesa della casa popolare, dopo anni che vivi in macchina o in una casa pericolante perché hai perso il lavoro, dopo anni di segnalazioni alle istituzioni che non rispondono concretamente, decidi che la soluzione deve partire da te. Trattieni il respiro, forzi la serratura di uno di quei palazzoni sigillati e varchi la soglia di quel posto chiamato "casa". 


I bambini dell'occupazione

Di storie di intere famiglie senza casa la città di Telesio è piena. E se giri per i vicoli stretti del centro storico fai presto a capire il perché. Alcuni palazzi della città vecchia sono scheletri di pareti. Edifici pericolanti che i proprietari non possono ristrutturare. Case diroccate occupate da giovani senza lavoro, che un tetto forse non lo hanno mai avuto. Antonello fino a ieri dormiva in macchina. E' andata così per sei mesi. Con lui per strada dormivano anche sua moglie e la figlia di tredici anni. Ma la figlia, spesso, fortunatamente andava anche a dormire dalla nonna. "Avevo fatto presente la mia situazione al sindaco e agli assessori comunali, mi hanno detto che mi avrebbero aiutato, ma intanto ho trascorso sei mesi in strada. Ma come si fa a stare in strada con una figlia di 13 anni?". 


L'interno del palazzo, ristrutturato e sigillato da anni

Antonello si racconta un po'. La sua frustrazione è disarmante. Se lo guardi dritto negli occhi, da quello sguardo stanco, trapela tutta l'umiliazione di un padre che non può garantire un tetto ai figli, dopo una vita passata a fare l'imbianchino e il muratore. Ma l'umiliazione dovrebbe essere di chi tiene in mano le chiavi di questi palazzoni ristrutturati e permette che un'intera famiglia dorma in macchina, con una figlia tredicenne, per sei lunghi mesi. Antonello è finito in strada perché un anno e mezzo fa ha avuto un infarto, in una terra dove se ti ammali e non puoi lavorare, sei un uomo finito. Ma perdere il lavoro non basta. Dopo arrivano i tagli ai sussidi per l'affitto, ridotti al 20%. Così un' intera famiglia si è ritrovata a dormire in strada. E dopo il gelido inverno trascorso tra le lamiere della sua automobile Antonello ha deciso di smettere di chiedere "educatamente" aiuto alle istituzioni, che negano l'esistenza di edifici pubblici disponibili per far fronte a situazioni di emergenza. 


Antonello

Così, grazie ai ragazzi del comitato "Prendocasa", ha scoperto che nel centro storico, a pochi passi dalla traversa dove ha dormito per mesi al freddo, c'è un palazzo ristrutturato e sigillato. E insieme ad altre 8 famiglie ha deciso di partecipare all'occupazione di palazzo Cosentini che già da stamane era costellato dall'eco delle voci dei bambini, una decina, che i genitori hanno portato nella loro nuova casa. Palazzo Cosentini è un edificio dell'ATERP che sembra fosse stato assegnato all'Unical, insieme ad altri sei della città vecchia, dopo essere stato ristrutturato con fondi pubblici. Invece eccolo qui, immerso nel limbo dell'attesa per anni. Un destino che accomuna parecchi edifici del Cosentino. Troppi. C'è da chiedersi, dunque, chi abbia un interesse speculativo rispetto a tutta questa storia, che sembra piuttosto torbida.


Via degli Stadi (CS)

Il comitato "Prendocasa" nel suo comunicato stampa sottolinea che le assegnazioni di questi palazzi "continuano a reggersi sul vecchio disegno, ormai fallito, di portare una facoltà universitaria a Cosenza. Basti pensare alla capacità effettiva di Palazzo Bombini, che potrebbe tranquillamente soddisfare il bisogno di 13-14 famiglie, mentre attualmente ospita solo una decina di ricercatori. Otto famiglie accomunate dalla medesima condizione di precarietà abitativa, conseguenza diretta della precarietà economica, che vivono in case pericolanti, in emergenza abitativa, con sfratti esecutivi o in pochi metri quadri fatiscenti da dover condividere con altri nuclei familiari non possono più sottostare a questo come a tanti altri ricatti. Prendocasa ha costruito un percorso reale di riappropriazione dal basso dei bisogni negati". 


Via degli Stadi (CS)

Lasciamo il centro storico e ci rechiamo in Via degli Stadi. Periferia grigia dell'edilizia residenziale pubblica. Una lunga foresta in cemento armato. Su ogni edificio campeggiano slogan enfatici da cui trapela la rabbia e la solitudine di chi ci vive. A Via degli Stadi ci andiamo con Francesca Gabriele, mentre volti curiosi sbirciano dalle finestre e qualche portone si schiude. Anche qui i sogni non arrivano. L'unico punto d'incontro è il bar "Rossoblu", tappezzato da immagini che inneggiano al "Cosenza Calcio", una fede. O qualcosa a cui aggrapparsi per guardare oltre le pareti in cemento armato che ci sovrastano. Un gruppo di giovani sta davanti al bar. Ci soffermiamo a parlare con loro, gli chiediamo cosa vorrebbero nel loro quartiere, cosa manca. "Soldi, lavoro", sono le risposte che vanno per la maggiore. Ma anche non essere stigmatizzati come quelli di Via degli Stadi, che rubano le macchine, che spacciano. "Quelli di Rende hanno tutto e nessuno gli dice nulla. Noi invece siamo visti come i delinquenti!" A. ha gli occhi chiari, sogna di diventare ragioniere e di fare un viaggio a Parigi. "Se cerchi lavoro e dici che sei di Via degli Stadi la gente non ti assume" aggiunge, con un velo di amarezza che poi tenta di dissimulare scherzandoci su. Ma c'è poco da scherzare a Via degli Stadi. Di notte branchi di cani randagi girano per i palazzi e uscire da soli è un'impresa, ma nonostante le segnalazioni nessuno ha risolto il problema. 


Chiarina Magnelli, Via degli Stadi

La signora Chiarina Magnelli ha 82 anni e vive in Via degli Stadi dal 1994. Ci invita nella sua casa. Le pareti del palazzone sono marce, le mura della sua abitazione sono segnate da crepe e umidità. Lei l'affitto della casa popolare non lo paga più perché nessuno riesce a risolvere il problema dell'umidità che impregna le mura della sua casa. "Per ristrutturare il palazzo ci vogliono 20.000 euro a persona, ma qui la gente i soldi non li ha. Quindi i palazzi restano fatiscenti e continuano a degradarsi". Salutiamo la signora Chiarina e lasciamo Via degli Stadi. Un perimetro grigio che uccide la voglia di sognare.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro 

Foto: copyright Giulia Zanfino

Ciao Francé
27 aprile 2011

Francesco Mazzei (foto: Giulia Zanfino)


Francesco non c'è più. E' andato via in silenzio. L'ho saputo per caso, oggi, mentre attraversavo la Cosenza "invisibile". Quella terra di frontiera dove lo hanno trovato domenica, esanime. Del centro storico di Cosenza Francesco conosceva ogni centimetro, perché era nato lì. 30 anni ad aspettare la casa popolare. Trent'anni di opportunità negate e quello sguardo malinconico. Profondo. 
Ciao Francè, ti ricordi quella mattina di maggio? Sulla tua terrazza c'era il sole, anche se nella foto non si vede... Ciao.
Giulia


Cosenza vecchia resiste. Storie dimenticate dal centro storico del Cosentino.
17 maggio 2010


Immagini che sembrano scorrere da una bobina cinematografica del secondo dopoguerra. Palazzi sventrati, appesi a un filo, nel cuore del centro abitato. Ponteggi abbandonati. Pareti grondanti. Storie di vite perdute, narrate da un sottoproletariato urbano che persino il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato. Siamo nel centro storico di Cosenza, in cui pulsa la storia della nostra terra, incastonata tra pietre asimmetrice e mattoni di terra cotta. Un arcipelago di palazzi antichi e lenzuola appese alle finestre, da cui, tra i lunghi cornicioni, si scorgono scorci di cielo. Così "Cosenza vecchia" sovrasta l'intera città, dall' alto della sua decadente bellezza. 
Francesco ha il volto scarno, solcato da qualche ruga. Un ciuffo arruffato caratterizza la sua figura esile. Attraverso il sottile vetro dei suoi occhiali osserva pensoso Santa Lucia, un tempo noto come quartiere delle "lucciole". Un posto in cui si cresce in fretta e si impara subito come si sta al mondo. "Sono nato qui" ci racconta "da una famiglia numerosa. In tutto eravamo sette fratelli". Francesco è cresciuto nelle viscere del centro storico. Ne conosce ogni centimetro. La sua storia sembra rubata da una delle più struggenti pellicole di Pier Paolo Pasolini. Quelle in cui l'intellettuale, scandagliando il mondo primitivo dei sobborghi capitolini, restituiva un posto nella storia al popolo degli esclusi. "Da piccolo facevo qualche lavoretto per le prostitute. Gli andavo a fare la spesa. Così contribuivo al reddito familiare". Poi l'amore, la famiglia e qualche "errore di gioventù". Francesco si racconta, mentre ci accompagna per i vicoli del suo quartiere. E ci rendiamo conto che le vite di alcune persone del centro storico spesso si somigliano. Sono vite segnate da promesse elettorali mai mantenute, da offerte di lavoro mai concretizzate, dalla disoccupazione dei figli, dal carcere per droga e piccolo spaccio. Eppure siamo in uno dei più bei centri storici d’Italia. Un luogo che pullula di gente, che non si sente per niente “periferia”, ma parte integrante della città. Giannino, un ex operaio, ci raggiunge di lì a poco. Anche lui è nato qui. E da dietro il cappellino che porta sempre, ben saldo sulla testa, vediamo la sua fronte corrugarsi preoccupata. Insieme a Francecso e Giannino continua il nostro viaggio, tra i gironi del centro storico. Lontano dal Paradiso apparente di Corso Telesio e piazza Prefettura. Salendo per i vicoli stretti, in via Messer Andrea, troviamo solo l'Inferno. 


La casa di Francesco è un palazzo antico arroccato sulla collina. Da qui si domina il lato nord della città, da cui il fiume Crati sembra un lungo serpente argentato che si snoda tra la terra battuta e gli edifici sottostanti. Entriamo nel palazzo. Una volta al suo interno ci rendiamo conto che questo posto non è una casa. Già nelle scale ci assale un'aria fetida, mentre scopriamo che i piani superiori sono completamente abbandonati. Ciò che resta delle stanze è un'immensa discarica di oggetti che prima facevano parte della quotidianità. Ora, questi oggetti, sono solo rifiuti arrugginiti, sventrati dalle intemperie. La stanza da letto ha le pareti incrostate di funghi. Il tetto è completamente crollato. "I vigili del fuoco hanno rattoppato il tetto con un telone di plastica, e mi hanno detto che dovevo lasciare la casa". Francesco ricorda il momento in cui il solaio è venuto giù. Eppure vive ancora qui, mentre sua zia, la moglie e i figli hanno trovato una sistemazione più dignitosa. "Non so dove andare" continua "è dagli anni ottanta che ho fatto domanda di casa popolare ma, ora per un errore burocratico, ora per un altro, non so se riuscirò a ottenere l'assegnazione. I servizi sociali, poi, da queste parti non si vedono per niente".



Lasciamo l'inferno di via Messer Andrea e scendiamo giù, a Lungo Crati. Lì Giannino ci mostra quella che un tempo era la sua casa: un enorme palazzo, imploso nel suo interno, colonne portanti comprese. In piedi è rimasto solo uno scheletro di pareti. Dall'esterno si vedono massi e vetri frantumati, accatastati ai piedi della struttura. Anche Giannino ci racconta di aver fatto la richiesta per la casa popolare. Ma non ha ancora avuto nessuna risposta. A pochi metri da quella che un tempo era la sua abitazione ci sono case abitate, ristrutturate dai proprietari con i sacrifici di una vita.
La signora Addolorata Borrello, vive in via Campagna, a ridosso del palazzo diroccato, e ci racconta anni di proteste presso le istituzioni. "Abbiamo raccolto firme, e chiesto l'intervento dell'amministrazione comunale. E dal sindaco Perugini abbiamo avuto una sola risposta: dovete lasciare le vostre case. L'amministrazione non può intervenire". La signora racconta di quanto le sia costato ristrutturare la casa, con i sacrifici di una vita, risparmiando su ogni centesimo dell' unico stipendio percepito. "Ed ora, a causa di questo palazzo che rischia di crollarci addosso" continua la signora " rischiamo di perdere tutto . A casa lavorava solo mio marito, che per anni ha fatto il boscaiolo". La casa è tutto quello che queste persone hanno. Andare via è fuori discussione.
 L'assessore Marco Ambrogio, con delega alle Attività economiche e produttive, da promuovere anche nel centro storico, chiarisce i dubbi, sostenendo che l'amministrazione comunale "non può intervenire su abitazioni private, che presentano problemi strutturali atavici". In compenso, attualmente, l'amministrazione è impegnata in un progetto di "rivitalizzazione turistico-culturale del centro storico". L'apertura del secondo asilo nido "nel bellissimo chiostro del Convento di Santa Maria delle Vergini", l'arrivo degli studenti dell'Unical a Palazzo Bombini, messo a disposizione degli studenti grazie ad un'iniziativa congiunta di Comune, Aterp e Università della Calabria, ne sono solo un esempio. A breve, infatti, la Proloco aprirà una sede, concessa dal comune, a piazzetta Toscano. Ci sarà finalmente un "punto informazione" per i turisti, si potenzierà la sicurezza dei quartieri del centro storico, così come richiesto dai cittadini, e si tenterà di far ripartire la "movida notturna". Se durante una passeggiata al chiaro di luna, però, un turista, uno studente o un semplice cittadino, viene colpito da un calcinaccio, o un intero palazzo viene giù nel bel mezzo della "movida", c'è da chiedersi in capo a chi stia la responsabilità della mancata messa in sicurezza degli edifici pericolanti. Mentre Cosenza si prepara frenetica all'Expo di Shangai, attraversiamo il Ponte Mancini, anello di congiunzione tra il centro storico e il resto della città. Alle nostre spalle "Cosenza vecchia", immersa nel tramonto, si erge maestosa, come un animale ferito . Francesco e Giannino ci accompagnano nella "città nuova". Hanno trovato alloggio presso l’ex ufficio di collocamento in viale Trieste occupato dal Comitato di Lotta per la casa. Sono stanchi di aspettare l'assegnazione di una casa popolare che "chissà se arriverà". Ad oggi, per loro, la soluzione abitativa proviene dal basso.

Giulia Zanfino
foto © Giulia Zanfino
Mezzoeuro 15/05/2010





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